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Archivio per la categoria ‘Urbanistica’

Donna Letizia , banche e palazzinari

7 Febbraio 2011 1 commento

Donna Letizia regala cemento 341 Pirelloni faranno

la gioia di banche e palazzinari

IMG_6493DI ALBERTO STATERA  Affari & Finaza Repubblica

Dai palazzinari ai grattacielari: l’evoluzione della specie si compie a Milano con il Piano di Governo del Territorio (PGT) della giunta di Letizia Moratti, che secondo l’apocalittica ma non peregrina previsione del sociologo Guido Martinotti trasformerà l’ex capitale morale nella brechtiana città di Mahagonny, un luogo dove tutto è permesso grazie al denaro. In questo caso l’obiettivo è di moltiplicare il denaro e salvare così i bilanci di alcuni immobiliaristi, in testa il solito Salvatore Ligresti, e dei banchieri che lautamente li hanno finanziati. Un sistema che finché dura si autoalimenta.
La specie del palazzinaro prospera a Roma negli anni Settanta e viene esportata a Milano nientemeno che da Silvio Berlusconi il quale, da par suo, delle palazzine non si accontenta e costruisce intere città satellite. Altri tempi. Ora è tempo di “densificazione”. Archiviata la palazzina, il nuovo mantra è il grattacielo. Oltre a quelli appena costruiti, tra cui svetta il nuovo Pirellone che celebra per l’eternità il potere del presidente Roberto Formigoni, e quelli di prossima edificazione a City Life nell’area dell’ex Fiera. Con il nuovo PGT in fase di approvazione in una maratona in consiglio comunale prima dello scioglimento, si edificheranno 35 milioni di metri cubi: masceranno circa 100 nuove torri, o addirittura, come valuta l’ambientalista Michele Sacerdoti, 341 Pirelloni; 24 quartieri disegnano la nuova mappa urbanistica, ma soprattutto quella del potere finanziario, cui la politica è sottomessa. Prosegui la lettura…

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Cattivo “modello Teulada”

4 Ottobre 2010 Commenti chiusi

imagesCA26546PCattivo “modello Teulada” 

 

Malfatano e la collina di Tuerredda, comune di Teulada, trasformati in cantiere edile. Un progetto invasivo che arriva dritto dai terribili anni sessanta con un tocco di stile Dallas-dinasty. La solita balla da capitan Fracassa che 150.000 metri cubi porteranno “lavoro” per incanto. Rivive l’antica pars dominicana, quella del padrone, a scapito della comunità di massai. I teuladini condannati a divenire un’indifferenziata manovalanza – un cameriere ogni quaranta posti letto, qualche muratore a scadenza, qualche giardiniere che anziché innaffiare il proprio campo innaffierà i giardini dei prìncipi – e un plotone di disoccupati ai confini del territorio dei nuovi signori delle spiagge e delle campagne vendute. E quando i padroni di Teulada chiederanno, per capriccio e concessione, qualche prodotto locale per la mensa dei ricchi, non ci saranno neanche formaggio, vino, grano per il pane, perché a Teulada non si produrrà più nulla.

 Il “modello di sviluppo” che il Sindaco immagina per i suoi cittadini è talmente retrò da costituire una novità. E toglie speranza apprendere che il progetto Malfatano si sia concretizzato, anni fa, con un sindaco che si qualificava progressista. Altro che progresso. Altro che “indotti economici” per tutti. Questo è un modello con il quale si rinuncia al miglioramento sociale, alla qualificazione professionale, all’agricoltura, alla possibilità di operare e vivere secondo le personali capacità, si accettano tassi desolanti di scolarizzazione, si negano apprendimento e conoscenza, uniche forma di ricchezza durevole di una comunità. E si tratta di affari per pochi.

 Nessuno immagina che i teuladini debbano rinchiudersi nei “furriadroxius”, fissati in una macchina del tempo. Le donne all’arcolaio, i maschi con la falce nei campi e con le greggi nei pascoli. Ma un’Amministrazione deve provvedere, o tentare di provvedere alla scuola e allo studio, a una possibilità di vita dignitosa, indipendente ed economicamente accettabile, a un lavoro duraturo per i suoi amministrati. Deve immaginare un’economia reale di cui sia responsabile la comunità, non un’economia affidata ad altri, a capitali luccicanti che alimentano se stessi. Non deve consegnare i propri cittadini e la terra su cui cammina e vive ad altri.

E’ inammissibile che il Sindaco di quel paese, impresario edile, propugni una crescita fondata su un uso atroce del mattone che ha fallito ovunque e in certi casi è saltato in aria con fragore. Le comunità che hanno distrutto le proprie prerogative si sono inesorabilmente impoverite. Ancora di più quando gli indigeni hanno “sgombrato” dalla loro incomoda presenza il territorio più bello.

 Edilizia e turismo non sono veleni in sé, s’intende. Il veleno è contenuto nell’uso improprio delle due risorse che divengono tossiche se male utilizzate, nella politica microscopica che si allinea con i poteri economici dalle cui tasche cascano resti e rimasugli sui quali noi isolani da mezzo secolo ci avventiamo famelici. Il veleno è nel considerare “inutilizzato” un luogo intatto mentre lasciarlo com’è è il migliore degli “usi” possibile.

 Ci rassicura un’idea, una filosofia economica che preveda “anche” il turismo ma conservando il legame con le proprie origini, senza distruggere il territorio e senza l’onta dello “sfratto” a chi lo abita e lo lavora da secoli. Un turismo tutto in mano a chi vive davvero i luoghi e li “risparmia”. Economie agricole aggiornate, lontane dalla retorica del contadino zappatore con la schiena curva. Una comunità operosa che costruisce il futuro sul proprio passato.

 La nuova “signoria fondiaria” decisa dal Comune di Teulada ci riporta indietro sino all’economia curtense quando il signore del castello dominava grandi territori e lasciava le briciole ai massai. E proviamo per questo una profonda, dolorosa vergogna.

di Todde, Giorgio       su   Nuova Sardegna   03 /10/2010   

Categorie:Ambiente, Urbanistica Tag:

Milano da bere

27 Settembre 2010 Commenti chiusi

  La città in ginocchio, disastro annunciato

Inascoltati i pareri dei tecnici. Ora  un piano acque affidato a un’authority e si rimedi agli errori del passato

Marco Garzonio
20 settembre 2010       

 Le immagini drammatiche del Nord-Milano sott’acqua sono purtroppo la nuova puntata di un disastro annunciato. E non certo l’ultima, se la questione verrà affrontata così come le amministrazioni, comunale e regionale, e molta opinione pubblica se ne sono occupate negli ultimi decenni. Vale a dire: con interventi d’emergenza sotto i nubifragi e nei giorni immediatamente successivi; lamentandosi dell’urbanizzazione scellerata che ha eliminato le aree golenali e cementificato i terreni, rendendoli impermeabili alle piogge; progettando, magari, un nuovo canale scolmatore che raccolga le acque in caso di esondazioni.

I tecnici lo dissero sin dai decenni scorsi, a partire dal momento in cui la linea 2 del metrò tagliò il centro direzionale sull’asse Garibaldi, Gioia, Centrale, che i canali sotterranei si sarebbero presi la rivincita ogni volta che i temporali si fossero abbattuti con particolare intensità. E che l’intera area costituiva solo la parte di raccolta di un bacino che aveva il proprio vertice a nord, appunto, in quelle zone che sarebbero state percorse dalla linea 3 e che ora vedono i lavori di costruzione delle linea 5.

Milano – e non è la prima volta, né il settore trasporti costituisce l’unico esempio: si pensi ai parcheggi – sembra però insofferente verso il parere dei tecnici. Soprattutto quando vanno contro a interessi costituiti e richiamano alla necessità di un ripensamento globale della città, invece che seguire la logica degli interventi tampone, comunque settoriali, di fatto preferiti dagli amministratori. Eppure com’è fatta Milano, la natura del sottosuolo, il nome stesso che dice «terra tra i due fiumi» e quindi al centro di un sistema di canalizzazioni sia naturali, sia realizzate dall’uomo è ben nota, anche alla politica, che, con un meccanismo di scissione sorprendente, mentre non pensa «Milano città dell’acqua», poi celebra i Navigli (è vero che spesso più a parole che nei fatti) o addirittura immagina di arrivare all’Expo in barca.

Se vogliamo rispondere davvero ai bisogni degli abitanti dei quartieri a nord, non gettare al vento risorse (già che ce ne son poche), pensare a una riqualificazione dell’abitare, del servizio di trasporto pubblico e del traffico privato bisognerà cambiare registro. Questo comporta: un piano acque della città complessivo, affidato a un’authority, così come si progettò per i Navigli neanche tanti anni fa, non facendone nulla poi; un raccordo programmatico e operativo con i comuni limitrofi; misure urbanistiche di salvaguardia che recuperino, dove si può, sulle negligenze del passato e si innovi subito rispetto al futuro. Ma chi la politica la pratica giorno per giorno sembra sordo all’istanza. Forse perché non ha ancora ben capito come distribuire le poltrone della eventuale Grande Milano.

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Pensarci prima

Quando si è progettata la linea 5 non era possibile ignorare che quella è la zona delle esondazioni

di UGO SAVOIA   Corriere della sera.it Milano/Cronaca   22 settembre 2010

Estratti

 Anche a voler essere cattivi a tutti i costi, ci rifiutiamo di pensare che al momento della progettazione della quinta linea metropolitana, sostanzialmente sotto la direttrice di viale Zara, nessuno abbia pensato che proprio quella era la zona della città in cui il Seveso si fa periodicamente sentire e vedere al di fuori del suo alveo dopo ogni abbondante pioggia. Non è necessario essere esperti di ingegneria idraulica per capire che se si scavano grandi gallerie in un luogo periodicamente soggetto a consistenti esondazioni, prima o poi quelle gallerie si riempiono d’acqua. Per questo, quando si è cominciato a progettare la famosa quinta linea Mm che si dovrà inaugurare nel 2015 in concomitanza con l’Expo, sarebbe stato logico prevedere contestualmente la realizzazione di quel canale scolmatore di cui si parla ininterrottamente dal 1977 – anno della prima grande esondazione -, ma che finora non è mai riuscito a vedere la luce, pur essendo passato (invano, evidentemente) attraverso amministrazioni di vari colori e sfumature.

 

Tra il 1600 e il 1604, la Repubblica di Venezia realizzò una colossale opera idraulica deviando la foce del Po, i cui detriti alla lunga avrebbero finito per minacciare la laguna. Sembrava impossibile. Invece si diedero un tempo e riuscirono a rispettarlo. Oggi, a quattrocento anni di distanza, sembra che costruire uno scolmatore di pochi chilometri atteso da quando c’era ancora la tv in bianco e nero sia un’opera che getta nello scompiglio economico-finanziario amministratori di vari livelli e responsabilità. Forse c’è qualcosa che non funziona.

 

Irraggiungibili le valvole di sicurezza, nascoste da asfalto e auto in sosta

Seveso, ritardi e difficoltà negli interventi
Stato di calamità, riunione con Bertolaso

Il documento riservato dei tecnici: «Nove ore per chiudere la falla dell’acquedotto ». L’esondazione del 18 settembre è stata la seconda per intensità dal 1976

MILANO – Stesso cantiere, altra acqua. A una settimana esatta dall’esondazione del Seveso, i tecnici hanno dovuto riportare in strada le idrovore. Due pompe sono state utilizzate sabato per estrarre l’acqua che nella notte è tornata a invadere i cantieri della linea 5 del metrò, in costruzione sotto viale Zara. Sono gli stessi scavi, all’altezza di viale Marche, in cui una settimana fa si è riversato il torrente di fango che scendeva da Niguarda. Lì si è rotto l’acquedotto. E poi la piena, scorrendo sotto terra, ha poi devastato la linea 3, attraverso quello che sarà il passaggio di scambio tra le due linee. Definita una stima dei danni (circa 35 milioni per la linea «gialla», che salgono a 60 contando la 5), il sindaco Letizia Moratti, accompagnata dai suoi più stretti collaboratori, ha incontrato il capo della Protezione civile, Guido Bertolaso. È un passaggio chiave per tentare di ottenere lo stato di calamità. Una riunione basata su un memo, un documento riservato del Comune, che racconta nei dettagli tempi, ritardi e difficoltà degli interventi per contenere l’allagamento di una settimana fa.

La «seconda» alluvione
Si parte dal quadro generale: «L’esondazione del 18 settembre è stata la seconda per intensità tra le 87 registrate nella zona di Niguarda dal 1976». La cronologia descrive l’estrema rapidità dell’alluvione: la soglia di allarme viene superata alle 16.04; alle 16.42, quando gli operatori della Mm sono già in strada per aprire i tombini della fogna, il Seveso esonda. E da questo momento inizia la catena di fatalità, ritardi e lentezze che provocherà gli effetti devastanti dell’allagamento in metrò. Poco prima delle 18, il torrente di fango che entra nello scavo di viale Zara provoca una frana nel cantiere. Un’ora dopo, spiega il dossier, «il centro di telecontrollo delle centrali dell’acquedotto di San Siro riscontra da un lato un calo di pressione anomalo nella zona e, dall’altro, il regolare funzionamento delle centrali di pompaggio in Suzzani e in Comasina». Deduzione: nella rete c’è una falla. Alle 20 i tecnici constatano la rottura di una tubazione dell’acquedotto e di una fognatura, deviata dal cantiere M5. «Il sovraccarico della rete» e l’erosione del terreno hanno provocato «un collasso delle strutture». A questo punto quindi, già da un paio d’ore, è in corso una «seconda» alluvione: quella generata dall’acquedotto. Si somma a quella del Seveso e, si scoprirà dopo, sarà «responsabile» di oltre la metà dell’acqua riversata in metrò. Ci si rende conto che l’allagamento potrebbe assumere proporzioni drammatiche.

Chiuse «introvabili»
L’obiettivo primario, ormai quasi tre ore dopo l’esondazione del Seveso, è quello di interrompere la corrente nelle tubature. «Vengono individuate sulle mappe dieci “saracinesche” (valvole, ndr)». È una corsa contro il tempo per trovarle e chiuderle il prima possibile. Qualche tecnico, tra le varie difficoltà, ha parlato addirittura di alcuni tombini che erano stati coperti dalle varie riasfaltature avvenute in zona dopo anni di cantieri. Il documento del Comune descrive nei dettagli le difficoltà di intervenire: «La localizzazione dei chiusini di manovra delle saracinesche è stata pesantemente ostacolata dal perdurante stato di allagamento di vaste zone stradali, dai residui fangosi depositati e dagli automezzi posteggiati; la richiesta alla vigilanza di un carro attrezzi non viene soddisfatta per mancanza di disponibilità immediata e si provvede, ove necessario, allo spostamento manuale da parte degli operatori presenti». Conclusione: «Le operazioni di chiusura si concludono nella notte di domenica intorno alle 2». Nove ore dopo il collasso delle tubature, quando ormai la piena nella galleria sotto viale Zara ha già sfondato i portali e sta dilagando nella linea 3. Dall’acquedotto usciranno «almeno 50 mila metri cubi d’acqua, totalmente confluiti nella galleria della M5».

Gianni Santucci
26 settembre 2010

Seveso, il piano scartato dalla Moratti
così si sarebbero evitate le esondazioni

Una galleria di 11 chilometri per risolvere il problema. Ma il sindaco aveva detto no
Adesso il primo cittadino invoca lo stato di calamità. Bertolaso: dobbiamo verificare

di ORIANA LISO

Un canale sotterraneo con tre funzioni integrate: scolmatore delle piene del Seveso; deviatore del flusso di acqua; drenante per il controllo della falda. Ora, dopo l’ennesima esondazione del fiume sulle zone Nord di Milano, il sindaco Moratti ha dato incarico a Metropolitane Milanesi di progettare in tutta fretta un sistema per evitare che si ripeta quello che la città ha subito otto giorni fa. Ma un progetto esaustivo — pagato dallo stesso Comune — esiste già, ed era stato fatto dagli stessi tecnici di Mm ai tempi della giunta Albertini. Quel progetto avrebbe evitato gran parte dei disastri poi puntualmente avvenuti nelle cantine, nei negozi, per le strade del quartiere Niguarda. Ma la giunta Moratti — che avrebbe dovuto soltanto studiare una piccola modifica chiesta dall’Autorità di bacino del Po, e poi realizzare il canale — ha deciso di mandare in soffitta il progetto, eliminandolo con un tratto di penna dal Piano delle opere pubbliche.

Ai tecnici di Mm era stato dato incarico di studiare un sistema che servisse non solo come difesa idraulica della città, ma anche per prosciugare corsi d’acqua sotterranei per poter effettuare lavori di pulizia e di consolidamento, dirigendo tutte o in parte le acque verso il Lambro. In questo modo il canale avrebbe avuto sempre un compito, non limitando la sua funzione ai momenti di emergenza degli allagamenti, pur frequenti.
L’idea è quella di una galleria di 11,1 chilometri che corre interamente nel territorio di Milano a una profondità variabile, da meno 25 metri a Niguarda fino a meno 4 metri a Ponte Lambro (a cielo aperto nell’ultimo tratto), con una portata di 30 metri cubi al secondo (quando ha funzione di scolmatore e deviatore del Seveso).

I tecnici premettono che il fiume Lambro debba essere reso «adeguatamente ricettivo», per evitare di spostare il problema in quella zona. La funzione di controllo della falda, spiega la relazione di Mm, serve a «difendere metropolitane e altre opere sotterranee di grande interesse pubblico e privato dall’innalzamento del livello della falda freatica, senza costi di costruzione e gestione di pozzi pubblici». E ancora: il canale avrebbe permesso la salvaguardia delle acque potabili, allontanando gli strati più inquinati. Infine anche i terreni intorno al Lambro sarebbero stati irrigati nei periodi di siccità.

Raccontano ora i tecnici di Mm che all’epoca avevano studiato il progetto: «In periodi normali l’infrastruttura si comporta come un lungo canale, con tanti vantaggi ambientali e energetici, mentre davanti all’onda di piena le elettrovalvole permettono di evitare l’esondazione». Oltre al risparmio, il salto da 25 a 4 metri di profondità della galleria avrebbe prodotto anche energia: l’allora Aem aveva stimato un ricavo di circa 500 chilowatt di potenza, con una resa di 400-500mila euro annuali per la gestione a costo zero dell’intera opera. Questo è il progetto definitivo, datato 2004, costo stimato 70 milioni: metà a carico del Comune, l’altra di Mm. La giunta Albertini lo inserì nel Piano delle opere pubbliche e lo sottopose all’Autorità di bacino del Po, che rispose: è fattibile, ma devono essere rafforzati gli argini del Lambro per circa 5 chilometri.

Serviva, a questo punto, un accordo di programma con le amministrazioni dei Comuni interessati da questa variante. Un tavolo che la giunta di Letizia Moratti non convocherà, né chiederà che venga convocato. Anzi. Nel 2009 il canale scompare dal Piano delle opere del Comune. Palazzo Marino, infatti, ha bisogno di soldi per pagare il prestito obbligazionario lanciato su A2A, quindi dirotta fondi di opere già in progetto. Come, appunto, lo scolmatore. «Alla fine del mio mandato — spiega l’ex sindaco Albertini — l’avevamo indicato come una delle opere a cui dare priorità, e con le privatizzazioni si erano anche trovati i fondi. Peccato, eravamo riusciti a dar forma a un progetto atteso da anni».
 

 (25 settembre 2010) Corriere della sera .it

 

 

 

 

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Saccheggio globale

12 Luglio 2010 Commenti chiusi

ecomostrofalerna-300x197La strategia che subisce il territorio è chiara. Basta una parola per esprimerla: saccheggio. Non è praticato da una banda di predoni, ma da un gruppo di persone che s’è impadronito dello Stato, cioè del dispositivo che trasforma le parole (le idee, le intenzioni, gli interessi) in fatti. 

 L’obiettivo è chiaro: far sì che di ogni bene, materiale o immateriale, che possa essere oggetto di lucro, sia trasferito dall’appartenenza pubblica, o collettiva, o comune a quella di singoli soggetti privati, e possa dare un reddito a chi se ne impossessa.

 Per raggiungere quest’obiettivo le componenti della strategia sono chiare. Il primo passaggio ha a che fare con il peso assegnato alle diverse dimensioni della vita dell’uomo e dei saperi che ne determinano le condizioni. L’unica scienza valida è l’Economia. Tutti gli altri saperi sono squalificati, sono ridotti, da Scienza, a Tecnica: anzi, a mera Tecnologia. E per scienza economica s’intende quella che descrive e ipostatizza l’economia data, questa economia, che ha nel Mercato lo strumento supremo, l’unico capace di misurare il valore delle cose.

Bisogna negare l’esistenza di beni non riducibili a merci, perchè se ogni cosa è “merce”, ogni cosa è soggetta al calcolo economico, e il mercato diventa la dimensione esclusiva delle scelte. Bisogna abolire qualunque regola che possa introdurre criteri e comportare decisioni diverse da quelle che il mercato compie; l’unica regola ammessa è quella del mondo dei pesci, grazie alla quale il grosso mangia il piccolo.

I beni che si vogliono ridurre a merci, i “comuni” che si vogliono privatizzare li conosciamo della nostra esperienza quotidiana e dalle cronache che su eddyburg registriamo. Il suolo, che deve avere quale unica utilizzazione quella più lucrosa per il proprietario (cui non chiede né lavoro, né imprenditività, nè rischio): l’edilizia. Gli immobili pubblici, aree o edifici che siano (le prime saranno trasformate anch’esse in edilizia) che devono diventare privati ed essere adibiti a funzioni lucrose. Gli elementi del paesaggio la cui privatizzazione può arricchire i proprietari, come le coste e le spiagge, i boschi, e le stesse aree di maggiore qualità per i lasciti della storia, dall’Appia Antica alla necropoli di Tuvixeddu. Perfino l’acqua deve essere gestita secondo modelli che la trasformino in possibilità di lucro e la sottomettano alla gestione privata.

 Le armi

 Tra le armi che si adoperano nella strategia dei saccheggiatori due sono quelle decisive, una distruttiva l’altra distorsiva. Si devono distruggere le regole, con l’unica eccezione di quella del mondo dei pesci, e si deve trasformare la testa della “gente”.

 

Via tutte le regole elaborate nel corso dei secoli per sottoporre i beni (il territorio, le sue risorse e qualità, l’ambiente della vita degli uomini) a una finalità d’interesse comune, o generale, o collettiva. Via gli strumenti mediante i quali quelle regole si concretano e diventano efficaci: non solo le leggi, ma anche la pianificazione delle città e del territorio. Via le strutture che dovrebbero garantire la corretta formazione e applicazione delle regole (a partire dalla pubblica amministrazione) e quelle che dovrebbero consentire l’ancoraggio del potere normativo alla volontà della maggioranza dei cittadini (i parlamenti, i consigli elettivi). Ed ecco allora l’incentivo all’abusivismo, la generalizzazione della deroga ai piani, il passaggio dalla “urbanistica autoritativa” alla “urbanistica contrattata” (anzi, addirittura alla registrazione delle scelte immobiliari decise dai proprietari), la sostituzione dei controlli ex-post a quelli ex-ante (addirittura con una modifica della Costituzione), il discredito della pubblica amministrazione e la sua tendenziale distruzione (Brunetta sta lì per questo). E via addirittura le regole del mercato, se questo è manipolabile dai pesci più grossi.

 Ma distruggere le regole non si può senza ottenere il consenso necessario, finché si opera in un contesto nel quale non si possono abbandonare le forme della democrazia. Un Berlusconi alla fine del secolo non può fare ciò che fece un Mussolini nei primi decenni. Allora bisogna cambiare la testa della gente. Via lo spirito critico, via la conoscenza, via il sapere diffuso. Via la memoria, se il passato recente ricorda ai più anziani che cosa era stato conquistato e che cosa ci stanno togliendo. E via la storia, magistra vitae e testimonianza del fatto che non tutto è già scritto e che il futuro non è necessariamente appiattito sul presente (non è vero che “There Is No Alternatives”).

Per cambiare le teste basta cambiare gli strumenti della formazione: non più la scuola, la parrocchia, la casa del popolo, è la televisione commerciale che foggia le teste e le coscienze della gente da almeno trent’anni. E allora, disponendo di questo strumento si può far diventare pensiero corrente gli slogan utili alla strategia del saccheggio (“meno stato più mercato”, “privato è bello”, “padrone a casa mia”, “meno tasse per tutti”) e far credere alla “gente” che benessere significa modernizzazione, sviluppo significa crescita, democrazia significa a votare una volta tanto, privato è meglio che pubblico, Io è meglio che Noi.

 Un saccheggio globale

 Il saccheggio del territorio è un aspetto di un processo culturale e sociale molto più ampio, che degrada e cancella, oltre alla “nicchia ecologica” dell’uomo e della società, altre dimensioni e valori essenziali della vita . Il lavoro, la salute, l’eguaglianza, la solidarietà, l’etica. Il meccanismo è lo stesso: ridurre ogni cosa a merce e cancellare tutto ciò che lo impedisce; plagiare le persone e trasformarle, da cittadini a clienti (e sudditi), da produttori a consumatori (o schiavi).

É davvero un saccheggio globale, anche nel senso che riguarda tutte le dimensioni della vita personale e sociale. Esso genera reazioni, poiché provoca disagi e sofferenze. Proteste nascono a partire da ciascuno dei moltissimi aspetti minacciati: dalle diverse componenti del mondo del lavoro (i lavoratori licenziati, i precari, gli inoccupati), delle molteplici sfaccettature dell’ambiente e del territorio (gli spazi pubblici erosi, gli interventi invasivi, il degrado dei paesaggi), dalla riduzione della qualità della vita (l’assenza di abitazioni a prezzi ragionevoli, il costo dei servizi, i disagi della mobilità).

E tuttavia l’insieme di questi malesseri sociali non si unifica, non raggiunge un livello di sintesi capace di competere con l’unitarietà del processo che provoca i mille aspetti del disagio: si illude di poter vincere la piovra che l’avvolge colpendo uno solo dei suoi mille tentacoli. A una strategia compatta non sa contrapporre una strategia alternativa, ma solo un pulviscolo di proteste e proposte. (E quand’anche strategie alternative si manifestano, come accade nella frammentata sinistra iìtaliana, esse sono molteplici, e sono in competizione tra loro prima che contrapposte a quella dominante). Questo è il limite che occorre superare.

 Quali errori?

 Il processo che abbiamo descritto non nasce oggi. Le sue radici sono antiche, ma esso ha avuto un’accelerazione consistente e indubbi successi nei decenni più vicini: i decenni del neoliberismo, rappresentati da David Harvey nel poker d’assi Reagan, Tatcher, Deng Xiaoping, Pinochet. In Italia, esso ha cominciato ad affermarsi a partire dagli anni Ottanta, negli anni del doroteismo democristiano e del craxismo. É utile domandarsi quali errori, compiuti nel campo della cultura democratica e di sinistra, ne abbiano agevolato il successo; soprattutto, su queste pagine, quali siano state le responsabilità della cultura urbanistica.

 Alcune sono evidenti, e se ne abbiamo trattato spesso in questo sito. É stato certamente un errore (ha agevolato il propagarsi dell’ideologia neoliberista) l’enfasi data all’estensione della perequazione, proposta come strumento generalizzato per risolvere il conflitto tra appropriazione privata della rendita e salvaguardia degli interessi collettivi nelle trasformazioni della città e del territorio. Un errore ancora più grave è stato l’affermare l’esistenza di un diritto edificatorio, giuridicamente ed economicamente fondato, che apparterrebbe al proprietario di un suolo cui un piano urbanistico avesse attribuito una previsione di edificabilità. Si sono date così armi possenti a chi voleva anteporre il privato al pubblico, l’interesse economico del singolo all’interesse collettivo nelle decisioni sul territorio. Su questo sito ci siamo così spesso intrattenuti su questi errori che non è necessario dilungarvisi ora.

Ma è stato un errore altrettanto grave il rinchiudersi dell’urbanistica su se stessa, sulla sua tecnicità, ridursi all’accademismo o al professionismo. É stato un errore promuovere o subire un “fare” disancorato dai princìpi, preoccuparsi di essere operativi abbandonando lo spirito critico, il senso di ciò che si contribuiva a fare. Ed è stato un errore impoverire i collegamenti con la società nel suo complesso, con le aspirazioni, le esigenze, i disagi, le sofferenze che in essa si esprimevano.

É vero, una volta la società era rappresentata dalla politica dei partiti, e questa si esprimeva nelle istituzioni della democrazia; riferirsi ai partiti e alle istituzioni era dunque sufficiente a un’urbanistica che volesse esprimere la società e servirla. Oggi non è più così. La politica dei partiti è in crisi vistosa proprio sul punto che la rendeva una dimensione cardine dell’urbanistica operativa: nel suo essere espressione della società. Le istituzioni della democrazia (in quanto organismi rappresentativi della società) sono ancora il riferimento obbligato per un’azione che voglia avere il bene comune come suo fondamento, ma esse sono largamente conquistate dal’ideologia dominante e signoreggiate dai partiti .

É in altri ambiti che l’urbanistica deve allora ritrovare oggi i suoi collegamenti con la società. Due mi sembrano particolarmente rilevanti: quelli nei quali si formano conoscenza e coscienza delle persone, e soprattutto dei più giovani; quelli nei quali si esprimono il disagio e la protesta per il saccheggio dei beni comuni – e in particolare quelli territoriali.

Si tratta di due ambiti che in gran parte coincidono. Nei processi formativi classici (la scuola, l’università) mi sembra particolarmente necessario far riemergere lo spirito critico, oggi seppellito dal nozionismo e dalla sterilità dell’accademismo. Ma si può svolgere una funzione formativa anche nel collaborare a una di quelle numerose forme della cittadinanza attiva (associazioni, comitati, reti locali e settoriali) nelle quali trova espressione collettiva il disagio e la protesta. In quelle sedi, generalmente, lo spirito critico è già presente. Ma non è sempre immediato né facile il passaggio dalla percezione di quel determinato problema in relazione al quale il disagio e la protesta sono nati, alla consapevolezza delle connessioni col resto del saccheggio: quindi alle sue cause e alle possibili soluzioni. Così come non è facile (ed ha bisogno dell’aiuto degli esperti) l’individuazione delle soluzioni positive, delle alternative possibili, delle proposte da formulare per ottenere un consenso più ampio.

 Qualcosa da fare

 Se si guarda a ciò che succede sul territorio, e a ciò che si muove nella società, alcuni concreti temi d’azione emergono subito.

Il più immediato è la difesa dei beni comuni territoriali. É un tema che richiede la formulazione di analisi chiare e facilmente comprensibili, la presentazione efficace delle ragioni per cui quel bene deve essere tutelato e fruito nell’interesse non solo dei suoi immediati fruitori, l’individuazione degli strumenti utilizzabili per tutelarlo e delle alternative possibili alle azioni minacciate. Sono già disponibili esperienze di situazioni in cui la collaborazione tra specialisti e risorse locali ha consentito successi.

Un altro tema sul quale gli urbanisti dovrebbero impegnarsi è l’illustrazione del modo nel quale determinate esigenze della vita individuale sociale – oggi divenute problemi – possono essere affrontate e risolte, e delle ragioni per le quali, al contrario, certe ipotesi ricorrenti di trasformazione urbana sono negative. Ad esempio, a quanti di quelli che propongono la “densificazione urbana” finalizzata a meri interessi immobiliari si oppone – da parte di chi vuole contrastarla – la buona ragione che a ogni metro cubo di nuovi volume destinato alla residenza o al lavoro devono corrispondere tot metri quadrati di spazio pubblico, utilizzato per il verde e i servizi collettivi, e che comportarsi in modo diverso è non solo irresponsabile ma anche illegittimo?

Connesso a questo tema è poi quello della difesa della memoria: non solo come collaborazione alla generale imprese di rivendicare la storia come momento fondativo della comprensione del presente e quindi della progettazione del futuro, ma anche come dimostrazione che, ove esistano determinate condizioni spesso ripetibili, sia possibile affrontare in termini positivi problemi che oggi appaio no risolubili solo perché non se ne vogliono mutare le condizioni. Penso ad esempio al problema della casa, per il quale in Italia, negli anni 60 e 50 del secolo scorso, si raggiunsero obiettivi e si costruirono strumenti di eccezionale rilevanza.

Più in generale, spetta certamente agli urbanisti (non da soli, ma certamente in modo del tutto particolare) la progettazione di alternative al modo in cui città e territorio oggi vengono organizzati e trasformati nell’ambito della strategia del saccheggio. Come si può ridurre, o fortemente limitare, lo scandalo dell’appropriazione privatistica del plusvalore determinato dalle decisioni e dalle opere della collettività (la rendita urbana)? Quale città nella quale vita personale e vita sociale vivano in armonioso equilibrio può essere definita, sulla base di un pieno controllo collettivo delle trasformazioni del territorio? In che modo l’obiettivo del “diritto alla città”, nelle sue componenti della partecipazione alle scelte e dell’eguale accesso alle qualità urbane, può essere oggi proposto?

 Edoardo Salzano (Urbanista) 11 Luglio 2010     http://www.eddyburg.it/article/archive/91/

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Abbatto il Castello per il mio grattacielo

12 Luglio 2010 Commenti chiusi

«Abbatto il Castello per il mio grattacielo» 

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 Un’architettura che sa fare magnificamente il suo mestiere e comunica l’orrore del rozzo potere mercantile sulla città, travestito da “piano”. 

Se persino il Vaticano è lieto di «trasmettere il ringraziamento e il benedicente saluto di Sua Santità», allora si può davvero cementificare il cielo di Milano. «No-Spot city» è un mostro, devasta 40 chilometri quadrati del centro, demolisce una torre del Castello, s’alza per un miglio, è un enorme complesso di grattacieli, 200 milioni di metri cubi per un milione di abitanti. Lorenzo Degli Esposti, architetto e professore al Politecnico, ha depositato la Dichiarazione d’inizio attività nel 2009 (numero di protocollo: 473371), integrata da un’approfondita e assurda relazione tecnica. Risposte dal Comune? «Nessuna. Dunque, nulla osta. Per altro, il 19 novembre sono arrivati i “distinti ossequi” del Papa…». Ieri, l’architetto ha comunicato la data (simbolica) d’inizio lavori: 11 luglio 2010, ore 11.

 Una picconata al Castello seppellirà il Pgt? È l’obiettivo. Lorenzo Degli Esposti dirige l’Architectural & Urban Forum, sostiene che «Milano deve crescere in modo critico e intelligente» e colpisce la città al cuore per «svelare» i rischi del Pgt: una provocazione intellettuale sostenuta da associazioni, storici e critici d’arte.

Trenta giorni e scatta il silenzio-assenso. Qui è passato un anno: «Qualcuno — continua Degli Esposti — si sarebbe dovuto accorgere che non sono proprietario delle aree, che il progetto devasta il Castello…». No: è passato inosservato. A Palazzo Marino dicono che qualche pratica è in ritardo, d’accordo, ma la legge e il diritto penale non si discutono, tutelano Milano e condannano la «No-Spot city»: «Non è che uno può svegliarsi e decidere di abbattere il Duomo». Qualcuno ha già fatto domanda? 

Il Corriere della Sera ed. Milano, 10 luglio 2010  Armando Stella

Silenzio-assenso per chi vuole costruire azzerate le autorizzazioni ambientali

Case, alberghi, ipermercati e infrastrutture: passa la norma fai-da-te. Pd e Legambiente: “Effetti devastanti per il territorio, via al banditismo urbanistico”. I Verdi: “Favoriti i grandi speculatori già beneficiati dal federalismo demaniale”

ROMA – Costruire, mai stato così facile. Da oggi non occorre più alcun permesso. Basta una banale segnalazione di inizio attività, certificata da un “tecnico abilitato”, la Scia, e il gioco è fatto. Unico requisito: essere un’impresa. D’un colpo, spariscono dunque tutte le altre “carte”: autorizzazioni, licenze, concessioni, nulla osta. E con loro anche le procedure e i controlli essenziali per la tutela del territorio e la lotta all’abusivismo. Sparisce così la Dia, applicata finora a ristrutturazioni e manutenzioni, sostituita e ampliata dalla Scia. Con il rischio che tirare su case, alberghi, ipermercati, persino infrastrutture alla fine diventi un’attività fai-da-te, facile e insicura.

 Le nuove norme sono frutto dell’ultima opera di ritocco all’articolo 49 della manovra di Tremonti, martedì all’esordio in aula. Tema generale: la semplificazione. In base al principio “un’impresa in un giorno”, si potranno inaugurare ristoranti, internet point, ma anche armerie e depositi di carburante con una semplice autocertificazione, senza controlli preventivi, senza chiedere permessi, neanche alla questura. In campo edilizio, la procedura è ancora più veloce. Si apre un cantiere, dove si vuole, segnalando l’intenzione a costruire e facendola certificare da un tecnico. Trascorsi trenta giorni senza che l’amministrazione abbia contestato quell’intenzione per carenza dei requisiti, il gioco è fatto, in attesa di eventuali controlli ex post.

 Non solo. Le autorizzazioni paesaggistiche (rilasciate ora da sovrintendenze o regioni) vengono fatte rientrare nell’ambito della conferenza dei servizi e sottoposte dunque al principio del silenzio-assenso: se il parere non arriva entro i termini, è considerato positivo. Infine, anche ottenere la Via (valutazione di impatto ambientale) sarà più facile, perché rilasciata non più solo da ministero dell’Ambiente e Regione, ma “appaltata” a università ed enti pubblici.

 ”Così salta tutta la normativa di tutela ambientale e il regime delle autorizzazioni in vigore da sempre in Italia, cancellando con un colpo di spugna l’articolo 9 della Costituzione e il Codice dei beni culturali, varato proprio dal governo Berlusconi”, sbotta Salvatore Settis, archeologo e direttore della Normale di Pisa. “E poi come può l’università rilasciare la Via, se non ha alcun compito di tutela?”, prosegue.

 ”Eliminare la burocrazia e garantire tempi certi non può tradursi in un “tana libera tutti”", aggiunge Ermete Realacci, deputato Pd e presidente onorario di Legambiente. “Si introduce il far west urbanistico e si dà il via al banditismo edilizio”, attacca il presidente dei Verdi, Angelo Bonelli. “Questa norma continuerà ad arricchire i grandi speculatori edilizi a cui il governo ha già incartato un regalo enorme con il federalismo demaniale che svende beni e terreni dei cittadini italiani per dare il via alla più grande speculazione edilizia della storia della Repubblica” prosegue Bonelli. “A fare le spese di questa politica sciagurata saranno ovviamente i cittadini onesti che hanno seguito le regole per costruirsi una casa, ma anche l’ambiente e il territorio italiano su cui insistono quasi 500 mila frane e che è letteralmente a pezzi, come dimostrano i disastri degli ultimi anni”.

 Si dice preoccupato anche Roberto Della Seta, capogruppo Pd in commissione ambiente del Senato: “Con questa norma, in pratica viene abolito il permesso a costruire e si introduce una sorta di condono preventivo. E non solo per le imprese. Anche i privati interessati possono fare una società e tirare su un villino. Così si rischia una nuova Punta Perotti”. “E di vanificare anche le norme antisismiche, rafforzate dopo il terremoto dell’Aquila”, gli fa eco Francesco Ferrante, senatore Pd, che insiste: “L’errore è pensare di risolvere la burocrazia con l’abolizione dei controlli”.

di VALENTINA CONTE su Repubblica  11 Luglio 2010 

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Sulcis, Resort e squali vari.

20 Maggio 2010 1 commento

la madalenaL’ultima beffa della Maddalena
i soldi del Sulcis vanno alla regata vip

Aprono le strutture costruite a tempo di record e poi abbandonate dopo il trasloco del G8. Ma per finanziare l’evento la Regione ha dovuto ricorrere ai soldi destinati alla zona depressa

di PAOLO BERIZZI e MARCO MENSURATI  La Repubblica  (20 maggio 2010)

LA MADDALENA - Saranno i soldi sottratti al Sulcis, una delle zone più depresse della Sardegna, a far disputare le regate del Louis Vuitton Trophy alla Maddalena. È l’ultima beffa che va in scena sull’isola, già messa a dura prova dallo scandalo G8 e dall’abbandono delle strutture costruite per ospitare i Grandi della terra. E non è la sola: mentre gli edifici dell’ex Arsenale vengono tirati a lucido per l’evento in programma da sabato al 6 giugno, a poche centinaia di metri un’altra eredità del mancato G8 langue nella desolazione. È l’albergo a cinque stelle realizzato nell’ex ospedale militare, ancora abbandonato a se stesso e circondato da erbacce.

Era il 28 gennaio, quando Repubblica raccontò con un’inchiesta il flop della Maddalena post G8 (trasferito all’Aquila), gli sprechi, lo stato di degrado e di abbandono delle strutture. Da allora a oggi molto è successo. Gli arresti, l’avviso di garanzia a Bertolaso, gli interventi a gamba tesa della Corte dei conti secondo la quale una gara di vela non può essere considerata un’emergenza e un grande evento e dunque non può essere affidata alla Protezione civile. E così, su disposizione del governo, l’organizzazione della Louis Vuitton è passata alla Regione. Fuori Bertolaso, dentro Ugo Cappellacci, il giovane governatore berlusconiano.

Svolta automatica anche nella gestione economica. Perché uno dei problemi più difficili da risolvere è stato quello dei finanziamenti. Il costo della manifestazione, secondo il preventivo originale, era di 4 milioni di euro. Di questi – diceva l’ordinanza firmata dal premier Berlusconi – 3 milioni e 750mila li avrebbe messi lo Stato attraverso il fondo della Protezione civile “appositamente integrato dal ministero dell’Economia e delle Finanze”, mentre i restanti 250mila li avrebbe sborsati la Regione Sardegna.

Poi è arrivata la Corte dei conti: una regata non è una catastrofe. I magistrati contabili hanno tagliato di 2 milioni e 300mila euro il contributo statale all’evento, ingarbugliando i piani del governo. Che per rispettare gli impegni presi ha dovuto escogitare un sistema che adesso non mancherà di causare polemiche: i soldi che servono – ha stabilito Berlusconi – verranno presi in “prestito” da quelli riservati alla bonifica del Sulcis, una delle zone più depresse della Sardegna, per la quale esiste un fondo pluriennale finanziato principalmente dall’Europa (ma anche dallo Stato italiano e dalla Sardegna) di oltre 20 milioni di euro.

Giorgio Greco, ufficio stampa del governatore della Regione, Ugo Cappellacci, ne parla in termini di partita di giro. “Sia chiaro che noi non togliamo i fondi al Sulcis. Si tratta solo di un giro contabile per poter fare questa manifestazione che deve partire tra pochi giorni, ma poi i soldi prelevati verranno nuovamente immessi dal governo”. Una procedura che non convince proprio tutti. Il ragionamento è chiaro: i fondi escono dalle casse a fronte, sostanzialmente, di una semplice promessa. “Che la Sardegna partecipi a un evento internazionale così bello è auspicabile – dice Giulio Calvisi parlamentare sardo del Pd – ma farlo stornando i soldi del Sulcis in un periodo di crisi come questo è assurdo e gravissimo”.

Intanto, tranne il sole, alla Maddalena è tutto pronto. Ancora 48 ore e poi queste acque cristalline e tutto quello che ci hanno costruito sopra in tempi record (ma sino a ieri senza una destinazione precisa), si scrolleranno di dosso la brutta immagine di sfondo mancato per il vertice dei Grandi della terra. Via la melma che lo infangava, quella delle inchieste giudiziarie sulle consorterie e i maneggi dentro e attorno la Protezione civile. Questo paradiso italiano troverà finalmente una più degna dimensione: quattro barche di Coppa America si sfideranno nei match race mettendo uno contro l’altro dieci equipaggi di cui tre italiani (Mascalzone Latino, Luna Rossa e la rediviva Azzurra).

Nell’ex Arsenale, quello costato 256 milioni, un tempo sede della Marina, è un brulichio di uomini abbronzati e in cerata, i capoccia della Louis Vuitton sistemano le ultime cose, dispongono, attendono gli ospiti vip che, da domani, dormiranno nelle 95 stanze executive e superior. La suite presidenziale che doveva coccolare Obama, e che era finita nel dimenticatoio, sarà riservata alle riunioni dei team. “Dopo tutto quello che ci è toccato in sorte – tira un lungo sospiro il sindaco uscente Angelo Comiti (tra una settimana si vota) – ora inizia una nuova vita”.

Peccato che, tra una regata e l’altra, le polemiche siano destinate a continuare. Il 2 febbraio Guido Bertolaso, in visita alla Maddalena, promise che l’hotel ricavato nell’ex ospedale militare sarebbe stato utilizzato per ospitare i team velici. “Faremo una gara d’appalto entro la fine del mese, c’è già una grossa catena alberghiera interessata”, disse. Non è stato fatto niente. La struttura è ancora vuota. Rimasti al palo anche i 200 maddalenini che speravano in un’assunzione dalla Mita Resort (gruppo Marcegaglia), gestore (a prezzi di saldo, per 40 anni) dell’ex Arsenale di proprietà della Regione. Ne hanno chiamati solo un centinaio (pochi gli abitanti dell’isola), assunti a tempo determinato fino a settembre. Poi l’ex Arsenale chiuderà per riaprire ad aprile 2011.

villa certosaVilla Certosa, Berlusconi presenta alla Regione una richiesta di ampliamento

C’è anche un progetto del premier per costruire alcuni bungalow alla Certosa tra quelli presentati alla Regione in base al primo piano casa approvato dal Consiglio il 17 ottobre dell’anno scorso. Finora le domande arrivate alla commissione regionale del paesaggio sono appena 22

di Mauro Lissia  La Nuova Sardegna  (19 maggio 2010)

CAGLIARI. Berlusconi l’aveva detto: il piano casa darà alle famiglie la possibilità di realizzare una cameretta in più per i bambini. Difficile pensare che il premier possa sentirsi stretto nelle sei ville galluresi in cui trascorre vacanze dorate con amici e stuoli di fanciulle.

Eppure è certo che una dalle sue società, la Idra Immobiliare spa, ha chiesto alla commissione paesaggistica regionale il pronunciamento di compatibilità per un progetto di ampliamento che riguarda la Certosa, prima residenza estiva del premier, teatro di festini e ricevimenti popolati di leader politici e veline: si tratta di un numero imprecisato di bungalow, strutture probabilmente abitabili piuttosto lontane dal corpo centrale della villa, che forse il capo del governo intende destinare agli ospiti. La richiesta è legata al primo piano casa, a quell’insieme di norme un po’ confuse varate dalla giunta Cappellacci all’alba della legislatura secondo le indicazioni del governo nazionale.

Il piano paesaggistico regionale elaborato dall’amministrazione Soru impedirebbe qualsiasi aumento di volumetria nella sterminata area che circonda la residenza, ma grazie al piano casa regionale – ispirato dallo stesso Berlusconi – la Idra Immobiliare non dovrebbe avere alcuna difficoltà ad ottenere il nullaosta della commissione, malgrado alcuni componenti dell’organismo di valutazione abbiano manifestato perplessità: il terreno disponibile è vasto ma i bungalow, simili a tucul di disegno africano, provocherebbero un impatto visivo sgradevole. A confermare l’esistenza del progetto e dell’istanza di ampliamento è stato il presidente della commissione, l’artista Pinuccio Sciola: «Abbiamo fatto in tempo soltanto a dargli un’occhiata – ha spiegato il celebre scultore di San Sperate – ma il procedimento è in corso, la pratica risale a circa una settimana fa».

Berlusconi, attraverso la Idra, già nel 2006 aveva realizzato pesanti interventi edilizi a villa Certosa e sulla spiaggia, imponendo il segreto di Stato. Dopo l’intervento degli ambientalisti e poi della Procura l’amministratore della società Giuseppe Spinelli era finito sotto processo a Tempio: tredici capi d’imputazione contestati dall’allora procuratore capo Valerio Cicalò, tutti riferiti ad abusi edilizi e violazioni delle norme ambientali. Spinelli però era stato assolto dal giudice Vincenzo Cristiano perchè una parte dei lavori era autorizzata e il resto risultava condonato in tempi diversi.

Il nuovo progetto edilizio di Berlusconi sembra scorrere sui binari della piena legalità e sulla scia di atti pubblici: per ottenere il via libera dalla Regione la società immobiliare si è agganciata saldamente alle norme del piano casa, una corsia preferenziale disegnata dagli uffici dell’assessore all’urbanistica Gabriele Asunis per chi non si accontenta di quanto è già costruito. Così la blasonata e chiacchieratissima villa Certosa è finita nel calderone dei progetti di ampliamento piovuti sulla commissione del paesaggio, costituita poche settimane fa: fino ad oggi le richieste sono ventidue, quasi tutte riguardano aumenti di volumetria in superfici vicinissime al mare, alcune nella fascia dei trecento metri. Ci sono hotel, villaggi turistici e lussuose ville private: nessuna traccia di case familiari, nessuno sembra guidato dall’i mpellente necessità di realizzare uno spazio vitale per bimbi in arrivo. Alcuni progetti sarebbero di qualità imbarazzante: «È presto per dare giudizi – taglia corto Sciola – abbiamo appena avviato il lavoro, vedremo nei prossimi giorni».

 

IMG_0203La Forestale esamina tutti i progetti

Nuove cubature anche nei villaggi di Ligresti e di Mazzella

 

Il piano casa ha lanciato una nuova corsa al cemento e la procura della Repubblica ha deciso di verificare se le richieste avanzate da operatori turistici e privati, pronti ad allargarsi verso il mare, siano in linea con le norme del piano paesaggistico regionale e del codice Urbani. Non c’è ancora un’inchiesta: il nucleo investigativo del Corpo forestale è impegnato da giorni in uno screening dei progetti e degli atti conseguenti depositati nei comuni e negli uffici regionali. L’assalto alle coste è in corso: in provincia di Cagliari risultano istanze di accesso al piano casa presentate dal Tanka Village del gruppo Ligresti e dal Pullman-ex Timi Ama di Giorgio Mazzella, due strutture enormi che aspirano a occupare nuovi spazi sulla costa di Villasimius. Fra le residenze private candidate alla crescita spicca quella del leader dei Riformatori Massimo Fantola, a Santa Margherita di Pula: è sotto verifica da parte del Corpo forestale. Ma il numero delle istanze è destinato ad aumentare soprattutto grazie all’approvazione il 12 maggio del disegno di legge che precisa le competenze del Suap, lo sportello unico per le attività produttive creato dall’amministrazione Soru il 5 marzo 2008: doveva servire ad accelerare, fino a ridurli a venti giorni, i tempi delle pratiche autorizzative per l’avvio di un’iniziativa imprenditoriale. Una sorta di autocertificazione, utile per scavalcare le lungaggini burocratiche. Quella norma prevedeva una procedura semplificata anche per le autorizzazioni edilizie, ma non specificava se il riferimento fosse per gli edifici legati all’impresa: era scontato che lo fosse. Ma se la giunta Soru pensava solo a capannoni, fabbriche e uffici necessari per lavorare l’esecutivo guidato da Ugo Cappellacci ha fornito con il ddl un’interpretazione estensiva della norma, una rilettura esplicativa proposta dagli assessori all’urbanistica Gabriele Asunis e all’industria Sandro Angioni: la giunta ha chiarito che all’interno delle attività economiche e produttive per beni e servizi che hanno diritto alla procedura Suap sono comprese anche quelle edilizie ad uso residenziale. Come dire che una legge elaborata per agevolare l’impresa ha finito per aiutare i privati. La via da seguire è molto semplice: chi progetta di costruire un hotel, ma anche una villa, può rivolgersi a una ditta, che a sua volta presenta l’elaborato al Suap con le autocertificazioni e gli atti indicati dalle norme. In venti giorni la pratica si considera espletata. Insomma: si può aprire il cantiere. Una via breve graditissima alle imprese immobiliari, che potranno far girare le betoniere senza attendere l’esito dei procedimenti di autorizzazione. È chiaro che questa procedura non salva dal rischio legato ai controlli: Comuni, Regione e polizia giudiziaria potranno verificare la regolarità degli atti e la conformità alle norme paesaggistiche e ambientali. Ed è quello che sta facendo il nucleo investigativo del Corpo forestale, un lavoro di controllo su quello che ormai si delinea come un passaggio storico per la Sardegna: dal rigore ecologista del piano paesaggistico targato Soru all’opportunità per chiunque abbia denaro da spendere di portare nuovo cemento in siti delicatissimi, dove ormai nessuno pensava si potesse più mettere su un solo mattone. (m.l)

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Piano casa..Il Cairo è vicino?

2 Maggio 2010 1 commento

cimitero

Operaio senza casa, dorme in

cimitero

Pianiga (Venezia): trasforma una cripta in camera da letto, con comodino e candele per leggere. Lui spiega: «Non riesco a pagare l’affitto». Denunciato per invasione di proprietà privata

 di Alessandro Abbadir

 Operaio, stipendio da 1.000 euro, non riesce a pagare l’affitto e per un mese dorme in una cripta nel cimitero di Mellaredo di Pianiga organizzandola come una camera da letto: comodino, candele per illuminare la cripta e un libro per conciliare il sonno, tra le tombe. La camera da letto allestita nella cripta di una tomba di famiglia aveva anche una scopa per le pulizie. Ora l’uomo, F.I., di 46 anni, senza fissa dimora, operaio in una ditta della zona e originario di Padova, dovrà rispondere al giudice dell’accusa di invasione di terreno e proprietà private.
A scoprire il fatto sono stati i carabinieri della tenenza di Dolo allertati da una donna di Pianiga proprietaria della cripta. La donna aveva notato fra l’ossario e i loculi, qualcosa di strano. Non avendo coraggio di verificare cosa stesse succedendo nella cripta sotterranea, ha informato le forze dell’ordine. Vigili urbani e carabinieri si sono dati da fare. Mercoledì sera i militari si sono appostati ai limiti del cimitero di Mellaredo, e hanno visto arrivare in sella ad uno scooter un uomo che ha parcheggiato accanto al muro di cinta. Utilizzando una scaletta che stava nella vicinanze del muro l’uomo ha scavalcato la recinzione del cimitero, che a quell’ora era ovviamente chiuso.
L’uomo è entrato nel camposanto e si è diretto alla chiesetta di una tomba di famiglia, saltando anche il piccolo cancello d’entrata dirigendosi verso la cripta sotterranea della tomba. A quel punto ha acceso delle candele, ha letto qualche pagina di un libro e poi si è messo a letto. Un letto apribile fornito di materasso e cuscino. Dopo qualche minuto ha preso sonno. A quel punto sono intervenuti i carabinieri. L’uomo si è svegliato di soprassalto, ed è stato costretto a seguire i militari alla caserma di via Arino a Dolo dove è stato identificato.

F.I., celibe, ha spiegato alle forze dell’ordine che ha agito in questo modo a causa della difficile situazione economica in cui si trova. I suoi familiari, ha raccontato, erano impossibilitati ad aiutarlo, e con neanche 1000 euro al mese di stipendio a suo avviso era impossibile riuscire vivere. Per questo, ha raccontato ai militari sbigottiti, «ho deciso di risparmiare l’affitto. Ho pensato che certo ai morti non davo sicuramente fastidio, volevo solo dormire». L’uomo ovviamente per l’igiene personale ogni giorno si serviva dei bagni del cimitero, e ripartiva per il lavoro prima dell’apertura del camposanto, sperando di non essere scoperto da nessuno. La situazione si sarebbe protratta per oltre un mese. Per lui è scattata una denuncia per invasione di terreno privato da parte della proprietaria della chiesetta. Ora anche il Comune di Pianiga sta cercando di capire se c’è la possibilità di intervenire e come sia potuto accadere.

 (01 maggio 2010) La Nuova di Venezia e Mestre

  cairo

 

La città dei morti, il Cairo, Egitto.

Città dei Morti è il cimitero monumentale del Cairo, è attualmente abitato da circa 800.000 persone che hanno occupato le cappelle funerarie adibite alla sepoltura dei defunti, rendendole loro abitazioni permanenti.

Chi vive nella Città dei Morti? L’altissima pressione demografica, il cattivo stato delle case popolari costruite negli anni del socialismo nasseriano e la mancata armonizzazione fra salari e costi degli immobili di recente costruzione hanno portato, già dall’inizio del secolo scorso, a una situazione di insediamento duraturo per altre parti della (neo)popolazione cairota. È un processo avvenuto per alcuni tramite l’occupazione (pro manutenzione) delle tombe di famiglia, per altri attraverso un “regolare” procedimento di assegnazione delle tombe abbandonate dalla discendenza .

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