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Rifiuti a Milano

1 Febbraio 2011 Commenti chiusi

Rifiuti, in città 600 inchieste aperte

 

inchieste-sui-rifiuti-non-solo-sud-a-milano-600-inchieste-apertePecorella, presidente della Commissione ecomafie: «In Lombardia guadagni illeciti dalle bonifiche»

Giovedì l’incontro per la localizzazione dell’area del nuovo termovalorizzatore.

 

Pecorella, presidente della Commissione ecomafie: «In Lombardia guadagni illeciti dalle bonifiche»

 

 

MILANO - Non è un problema solo del Sud. Il presidente della Commissione bicamerale d’inchiesta sugli illeciti legati al ciclo dei rifiuti – in sintesi: ecomafie -, Gaetano Pecorella, porta a Milano l’esperienza di due anni di audizioni e approfondimenti: «La Lombardia deve prendere coscienza delle infiltrazioni della criminalità organizzata anche in questo settore: sono 600 le inchieste aperte, la metà per associazione a delinquere». L’occasione è il convegno organizzato sul tema dal presidente della Provincia Guido Podestà. Se da noi il passaggio ai termovalorizzatori – e quindi l’eliminazione delle discariche che favoriscono le organizzazioni che controllano il territorio – ha ridotto i rischi nella fase dello smaltimento, restano ampi i margini di guadagni illeciti all’ultimo stadio del ciclo: le bonifiche. Più qui, terra di sviluppo industriale che ha negli anni ha prodotto scorie tossiche, che al Sud, dove in molti casi i rifiuti illegali del Nord sono arrivati. È questo il fianco scoperto della Lombardia, avverte Pecorella: «Sembra un territorio felice», e invece «ci sono 600 siti contaminati, di cui 7 di rilevanza nazionale, 1535 parzialmente inquinati, sotto verifica delle autorità competenti». «La Provincia di Milano intende contribuire, attraverso autorizzazioni e controlli degli impianti, alla gestione sana del ciclo dei rifiuti – interviene Podestà -. È un impegno sul quale, pur con un bilancio difficile, stiamo investendo anche risorse finanziarie». Giovedì in Provincia l’incontro decisivo per la localizzazione dell’area (sfumata l’ipotesi di Opera) dove costruire il nuovo termovalorizzatore.

Alessandra Coppola   Corriere della sera    01 Febbraio 2011

Categorie:Economia criminale, Rifiuti Tag:

Rifiuti fantasma e….. fantasia.

11 Novembre 2010 1 commento

 E’ proprio vero, noi italiani siamo veramente fantasiosi. (sic)

A Napoli la spazzatura ha invaso la città,

A Milano invece la città  invade le discariche.

Santa Giulia, quartiere al veleno

di Adriano Botta

Sequestrata l’area in costruzione a sudest della città: dopo la presunta bonifica, l’acqua nelle case è inquinata e cancerogena. Una vicenda al centro della quale c’è un imprenditore con molti agganci nella politica lombarda (quì)

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Veleni sotto i palazzi in costruzione
“Autorizzazioni illegittime dal Comune”

Sul terreno in zona Bisceglie, alla periferia della città, è in corso un grande progetto urbanistico
Previsto anche un parco compreso nella riqualificazione delle vie d’acqua per l’Expo del 2015 (quì)

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Discariche dei veleni a Pioltello
l’Ue mette sotto processo l’Italia

La prima condanna europea è arrivata sei anni fa per tre siti dove sono presenti rifiuti pericolosi
Se la sentenza verrà confermata per la seconda volta il governo dovrà pagare una multa milionaria

(quì)

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La montagna di rifiuti fantasma

Quelli urbani sono sempre nelle cronache, quelli “speciali” spariscono in una filiera che nessuno controlla. Ecco come funziona

di Luca Martinelli

WWW:altreconomia.it

Anche un camion può impennare sulle ruote posteriori. Capita a chi, per mestiere, trasporta rifiuti “speciali”, come le macerie di un cantiere edile. I container che vengono riempiti superano spesso le 44 tonnellate, che per legge è il peso massimo trasportabile in Italia, da un autotreno a pieno carico. Il primo a rendersene conto è sempre il camionista, che fatica ad issare il cassone sulla matrice, rischiando di ribaltarsi. A quest’ordine di problemi, se ne aggiunge un altro: nemmeno l’autista può sapere cosa nasconde il carico. A sorpresa, tra i calcinacci, potrebbe esserci anche qualche lastra di amianto.     
Siamo abituati a veder circolare i camion della nettezza urbana, mentre l’ambito dei rifiuti cosiddetti “speciali” è sconosciuto. Eppure, ogni cinque chilogrammi di “spazzatura” prodotta in Italia, 4 sono riconducibili a una delle dodici “categorie” in cui il Codice dell’ambiente suddivide appunto i rifiuti speciali (vedi box).
Nel 2006, l’ultimo anno in cui sono stati contabilizzati, erano oltre 130 milioni di tonnellate. A seconda delle caratteristiche e dalla concentrazione dei metalli pesanti, possono essere “pericolosi” o “non pericolosi”. Ai più, però, la loro natura è sconosciuta. Eppure, ognuno dei camion che ci corre accanto in autostrada potrebbe essere carico di rifiuti speciali non pericolosi provenienti da lavorazioni industriali o da attività agro-industriali, ma non lo sappiamo. Solo chi trasporta rifiuti speciali e pericolosi ha l’obbligo di segnalarlo, con una grossa “R” sul retro del rimorchio. I camion di rifiuti speciali esistono davvero: ce ne rendiamo conto leggendo la cronaca giudiziaria, quando vengono sequestrati automezzi dediti al traffico illecito di rifiuti. A differenza di quelli urbani, che devono essere “trattati” a livello locale, gli “speciali” si muovono e possono essere gestiti in tutto il Paese e oltre frontiera.
Chi è fermo al palo sui rifiuti “speciali” è il governo italiano: il ministero dell’Ambiente non è in grado di quantificare il volume di quelli prodotti negli ultimi 4 anni; l’Ispra, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, è stato costretto a omettere il dato nell’ultima edizione del “Rapporto annuale sui rifiuti”, che è stato presentato nella scorsa primavera (www.isprambiente.it).
Alla mancanza di numeri si accompagna il silenzio dei mezzi d’informazione, che amplificano solo le notizie relative alle emergenze che riguardano i rifiuti solidi urbani (il “caso Campania”, o il “caso Palermo”). Eppure le antenne degli italiani dovrebbero essere ben dritte: nel 2006, sono sparite 31 milioni di tonnellate di rifiuti speciali. Il dato che dovrebbe allarmarci non è una somma, cioè, ma una sottrazione: 134,7 meno 103,7. Il primo (cautelativo) è relativo ai rifiuti speciali prodotti; il secondo, che è certo, è quello dei rifiuti gestiti, che possono essere recuperati (oltre il 55%), inceneriti (l’1%), trasferiti in discarica (il 18,4%) o trattati con altre operazioni di smaltimento (il 22% circa). I conti gli ha fatti l’Osservatorio ambiente e legalità di Legambiente, nell’ambito del rapporto Ecomafia 2010 (Edizioni Ambiente, 24 euro). “Ecomafia” è il neologismo che racconta, ormai da qualche anno, che i rifiuti di cui non sappiamo niente finiscono, nella maggior parte dei casi, nelle mani delle organizzazioni criminali. Le aziende si affidano a mafia, camorra e ‘ndrangheta perché smaltire i rifiuti speciali ha un costo. Noi, invece, possiamo immaginare una montagna alta 3.100 metri e con una base di 3 ettari, e poi pensare che sia svanita nel nulla.
O, in alternativa, possiamo vedere questa massa di rifiuti speciali come una gigantesca buca, lunga 300 metri, larga 100 e profonda 3,1 chilometri, piena fino all’orlo.
Non dobbiamo credere, però, che siano solo i trafficanti a far sparire i rifiuti speciali. Piccole e grandi violazioni avvengono alla luce del sole. In molti fanno uscire i rifiuti dal cantiere senza segnalarlo.
Quasi il 40 per cento di tutti i rifiuti speciali sono classificati come “derivanti dalle attività di demolizione, costruzione”. Le aziende che raccolgono i rifiuti nei cantieri sono una miriade, e c’è forte concorrenza tra le società di intermediazione, quelle aziende che non smaltiscono direttamente i rifiuti ma portano e ritirano il cassone, e poi ne differenziano il contenuto. I camionisti che non assecondano il “modello” industriale che punta a far scomparire parte dei rifiuti prodotti hanno un’unica prospettiva, il licenziamento: le aziende hanno i cassetti pieni di curriculum.
L’“elusione”, fino ad ottobre 2010, passava per uno strumento cartaceo, il Modello unico di dichiarazione ambientale (Mud), un registro di carico e scarico. Basta non compilarlo. È una prassi abituale, di fronte alla quale il governo ha risposto con l’introduzione del Sistri, che sta per “Sistema di controllo della tracciabilità dei rifiuti”. Istituito con il Dm 17 dicembre 2009, sulla carta è in vigore dal primo gennaio di quest’anno. I soggetti interessati sono oltre 500mila, almeno 281mila dei quali iscritti all’Albo nazionale dei gestori ambientali. Ma il sistema ha carburato lentamente: tutti coloro che partecipano alla “filiera” del rifiuto speciale -produttore, trasportatore, destinatario- hanno tempo fino al 30 novembre 2010 (dopo l’ultima proroga al Dm) per dotarsi dei dispositivi elettronici che permettono di operare nell’ambito del Sistri, una chiavetta Usb e un “black box”, una scatola nera che permette di navigare in internet. A novembre e dicembre funzioneranno contemporaneamente Sistri e Mud; il primo sarà pienamente operativo solo dall’inizio del 2011, con un ritardo di dodici mesi rispetto a quanto programmato. Sul futuro, e sull’utilità, del Sistri aleggiano molti dubbi. Secondo Antonio de Feo, avvocato pugliese esperto in diritto ambientale, presidente della sezione regionale del Wwf Italia, “il passaggio è solo di natura tecnica. Siamo dinanzi -spiega- a una sostanziale informatizzazione di un sistema che già esiste. La prima criticità è collegata al sistema in quanto tale. Dovremmo chiederci se tutti i soggetti chiamati ad applicare la norma hanno la possibilità e le competenze per usare questo sistema, attraverso chiavette Usb dotate di username e password. Penso, ad esempio, a cosa potrebbe accadere nel ‘classico’ cantiere edile, dove potrebbero non esserci nemmeno i mezzi per operare”, come una connessione internet.
La possibilità di un baco nel sistema è previsto dalla normativa, come racconta de Feo: “Il Sistri ‘può non funzionare’. Ciò significa che nel momento in cui il produttore decide di avviare un rifiuto allo smaltimento o al recupero, chiamando un trasportatore a ritirarlo, questi può utilizzare un documento in bianco, asserendo di non aver potuto collegarsi ad internet, accedere al Sistri e stampare la scheda di movimentazione”. Secondo il presidente di Wwf Puglia, poi, chi vorrà continuare a “trafficare” in rifiuti speciali non si preoccuperà di iscriversi al Sistri, né di montare un black box. “Non avrà interesse -dice de Feo- ad essere oggetto di monitoraggio”.    
Un altro ordine di problemi riguarda il software: i sistemi gestionali per la contabilità dei rifiuti utilizzati dalle aziende più strutturate, che già ne sono dotate, non si interfacciano col Sistri. Forse perché, dal 2007 ad oggi, lo sviluppo del progetto è stato coperto dal segreto di Stato. Alcune software house hanno presentato un ricorso al Tar del Lazio: sono attese novità dopo metà novembre, quando il ministero dell’Ambiente dovrà depositare tutti gli atti secretati. L’unica certezza, al momento, è che il portale www.sistri.it è stato registrato da Selex Service Management spa, una società del gruppo Finmeccanica. Legambiente, inoltre, ha un’altra preoccupazione, per la quale ha scritto alla Commissione europea: secondo l’associazione ambientalista, un vizio formale -la mancata notifica del decreto ministeriale che istituisce il sistema alla Ce- potrebbe vanificare tutto lo sforzo normativo. “Speriamo di sbagliare -spiega Stefano Ciafani, responsabile scientifico dell’associazione-, ma il rischio è di favorire i trafficanti, perché questo vizio mina l’operatività del sistema”. In attesa di una risposta, Ciafani ricorda che il Sistri, da solo, non basta: “Con il Sistri sarà più semplice, per Noe (Comando Carabinieri per la tutela dell’ambiente, ndr) e Guardia di finanza, effettuare i controlli, ma i trafficanti non spariranno. Serve, allora, potenziare il sistema dei controlli per prevenire i reati nel ciclo dei rifiuti. E bisogna, soprattutto, che il settore industriale italiano faccia un’operazione trasparenza. Coloro che ‘sversano’ illegalmente fanno concorrenza sleale a chi paga regolarmente per smaltire i rifiuti speciali prodotti. La materia prima dei traffici è un ‘prodotto’ dell’industria italiana. Chiediamo alla presidenza di Confindustria la stessa attenzione e trasparenza posta sul tema della legalità”.
Aspettando il “debutto ufficiale” del Sistri, restiamo in attesa di una risposta di Emma Marcegaglia. Consapevoli che, per lei, non sarà semplice: nel corso del 2010, il gruppo di famiglia è rimasto invischiato in una brutta storia di traffico di rifiuti. L’inchiesta, coordinata dal Noe di Grosseto si chiama “Golden Rubbish”. L’immondizia è d’oro.

Il tragitto tortuoso del sistema di tracciabilità
Il Sistema di controllo della tracciabilità dei rifiuti (Sistri) avrebbe dovuto entrare in vigore il 1° ottobre 2010, dopo una gestazione durata oltre tre anni. All’ultimo tuffo, il 28 settembre 2010, il ministero dell’Ambiente ha “differito” al 31 dicembre 2010 la fine del periodo di “convivenza” tra il Sistri e il vecchio sistema cartaceo di gestione dei rifiuti (formulari e registri).
L’iter era iniziato nel gennaio del 2007: la Finanziaria di quell’anno (articolo 1, comma 1116, legge 296/2006) ha destinato 5 milioni di euro alla realizzazione di un sistema integrato per il controllo e la tracciabilità dei rifiuti.
Il 13 febbraio 2008 entra in vigore il nuovo comma 3-bis dell’articolo 189 del Dlgs 152/2006, che prevede l’istituzione di un “sistema informatico di controllo della tracciabilità dei rifiuti”. Quasi due anni dopo, il 14 gennaio 2010, entra in vigore il Dm 17 dicembre 2009, che istituisce il “Sistri”. Gli ultimi dieci mesi sono stati costellati da proroghe: il 28 febbraio cambiano i termini per l’iscrizione al Sistri; il 25 maggio viene approvato un emendamento che rinvia di circa 18 mesi l’operatività del Sistri per le imprese che occupano fino a 10 dipendenti e che producono fino a 300 chilogrammi o litri di rifiuti pericolosi; il 13 luglio, infine, l’operatività del Sistri era stata posticipata fino al primo ottobre 2010. Uno stop necessario: secondo Conftrasporto, “nemmeno un terzo dei vettori specializzati ha potuto ritirare la chiavetta Usb e soltanto un automezzo su 10 si è equipaggiato con la ‘scatola nera’ (black-box) necessaria per effettuare il controllo satellitare dei rifiuti”. 

Cercate nei cantieri edili
È il terzo comma dell’articolo 184 del “Codice dell’ambiente”, il dl 152 del 2006, a definire i rifiuti speciali, classificandoli in 12 categorie a) i rifiuti da attività agricole e agro-industriali; b) i rifiuti derivanti dalle attività di demolizione, costruzione, nonché i rifiuti pericolosi che derivano dalle attività di scavo, fermo restando quanto disposto dall’articolo 186; c) i rifiuti da lavorazioni industriali; d) i rifiuti da lavorazioni artigianali; e) i rifiuti da attività commerciali; f) i rifiuti da attività di servizio; g) i rifiuti derivanti dalla attività di recupero e smaltimento di rifiuti, i fanghi prodotti dalla potabilizzazione e da altri trattamenti delle acque e dalla depurazione delle acque reflue e da abbattimento di fumi; h) i rifiuti derivanti da attività sanitarie; i) i macchinari e le apparecchiature deteriorati ed obsoleti; j) i veicoli a motore, rimorchi e simili fuori uso e loro parti; k) il combustibile derivato da rifiuti; l) i rifiuti derivati dalle attività di selezione meccanica dei rifiuti solidi urbani.

Processi in ogni Regione
L’ultima “banda” che operava nel traffico illecito di rifiuti speciali è stata sgominata nel giugno 2010, dopo due anni di indagini coordinate dalla procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere (Ce). Quattordici persone, a cavallo tra 7 regioni italiane (Toscana, Marche, Umbria, Lazio, Abruzzo, Campania, Puglia), sono finite in carcere, con accuse di traffico di rifiuti, falso e truffa. Sono stati sequestrati 3 impianti di trattamento rifiuti a Caserta, Frosinone e Pistoia.
Dal 2002, le “attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti” sono l’unico delitto ambientale previsto nel nostro ordinamento. Fino al 10 aprile 2010, erano 151 le inchieste concluse: secondo i dati elaborati da Legambiente nel rapporto Ecomafia 2010, queste hanno coinvolto 610 aziende e portato all’arresto di 979 persone. Soprattutto, le inchieste hanno impegnato ben 73 procure (24 al Nord, 25 al Centro, 24 al Sud), coinvolgendo 19 regioni italiane.

Bonifiche e bonifici
Non si conclude la vicenda dell’area ex Sisas di Pioltello, alle porte di Milano

La notizia è ufficiale. La Daneco Impianti srl si occuperà della bonifica definitiva dell’area ex-Sisas di Pioltello-Rodano, alle porte di Milano, dopo essersela aggiudicata con un’offerta di circa 37 milioni di euro, su una base d’asta di 45milioni di euro stabilita dal bando di gara indetto il 19 luglio scorso dal Commissario delegato dal ministero dell’Ambiente. Ben 83 milioni di euro in meno rispetto ai 120 stimati inizialmente per il progetto di bonifica presentato dalla “T.R. Estate Due srl” di Giuseppe Grossi e ben 106 milioni di euro in meno rispetto ai 143 stimati per la variante al progetto di bonifica, presentato successivamente sempre dalla T.R. Estate Due srl. Un giro milionario che nell’arco di qualche anno è passato da una copertura finanziaria totalmente a carico delle pubbliche amministrazioni coinvolte, ad un impegno di investitori privati -nello specifico Gruppo Zunino e Walde Ambiente-. Imprenditori che sono in stretta trattativa con il curatore fallimentare subentrato al fallimento del 2001 della ex-Sisas, per la cessione degli impianti dietro corrispettivo di circa 4 milioni di euro, da versare a tacitazione dei creditori. Fu proprio Zunino -immobiliarista uscito (quasi) indenne dalle inchieste per le scalate su Antonveneta-Bnl-Rcs ed oggi coinvolto nello scandalo Montecity-Santa Giulia- a favorire l’ingresso nell’affaire-Pioltello di Grossi. La cronaca attuale parla di un ritiro dalle scene del “re delle bonifiche”, che tuttavia rivendicherebbe dalla Regione Lombardia una parcella di tutto rispetto: 29 milioni di euro, per non aver mai bonificato. Una richiesta che da più parti viene rigettata al mittente, con il Comune di Pioltello in prima fila. Al nuovo bando vinto dalla Daneco Impianti srl si è arrivati, quindi, in seguito alla rinuncia di Grossi all’operazione, causa -a detta dello stesso- l’indisponibilità di discariche idonee ad accogliere i rifiuti. Una linea di condotta che però potrebbe risultare inadempiente, sia dal punto di vista operativo sia dal punto di vista economico: la T.R. Estate Due srl non avrebbe mai versato la fideiussione di garanzia, pari al 50% dei costi complessivi della bonifica (circa 60milioni di euro). Nonostante questo, la società non perde credito. Infatti, in seguito alla dichiarazione dello stato d’emergenza dell’area ex-Sisas -proclamato dal Governo su richiesta del presidente della Regione Lombardia, in data 16 aprile 2010 e ai sensi della Legge n.255/92-, con un’ordinanza di protezione civile (la numero 3874 del 30 aprile 2010) viene nominato un Commissario delegato per la bonifica, l’avvocato Luigi Pelaggi, con il conseguente stanziamento di circa 70 milioni di euro.
A questo punto, i costi di tutti gli interventi sembrano essere ritornati ad uno stato di “erogazione pubblica”, ma con i privati ancora in ballo. La srl di Grossi, che sarebbe proprietaria dell’area per un atto transattivo derivante dall’Accordo di programma del 21 dicembre 2007 tra Ministero, Regione, Provincia e Comuni, potrebbe quindi disporre dei soldi dei contribuenti, tra i quali potenzialmente anche i 20 milioni di euro impegnati per le compensazioni ambientali dei Comuni di Rodano e Pioltello. Ma qualcosa non funziona e alla fine di giugno la T.R. Estate Due srl chiede di uscire dall’Accordo di programma accusando gli enti pubblici di non aver rispettato la tempistica prevista per le autorizzazioni necessarie alla bonifica. Intanto, il Commissario delegato, capo della segreteria tecnica del ministero dell’Ambiente, smentendo alcune delle osservazioni di Grossi, stila un elenco di discariche idonee ad ospitare i rifiuti della ex-Sisas (7 delle quali all’estero, tra Germania e Belgio). Dimostrazione che di impianti “compatibili” in Italia ne esistono: nello specifico tre, di cui uno in provincia di Padova e due nel torinese. Il primo a  Collegno, ovvero la discarica Barricalla spa; il secondo a Torino, ovvero la discarica La Torrazza srl. Entrambe riconducibili a Giuseppe Grossi -che quindi non uscirebbe mai dall’affare- perché controllate dalla Sadi Servizi Industriali spa, appartenente al gruppo Green Holding spa. Un sistema di scatole che sembra coinvolgere anche il commissario Pelaggi, che oltre a far parte del consiglio di amministrazione di Acea spa, siede anche in quello della Sogesid spa, società in house del ministero dell’Ambiente, coinvolta nelle progettazioni delle discariche A e B della ex-Sisas, come riportato in un’interrogazione parlamentare a risposta scritta del 30 luglio 2010 (seduta n. 362), rivolta da Alessandro Bratti a Stefania Prestigiacomo. Oggi -mentre la Regione abbandona l’ipotesi di una risoluzione consensuale del nodo dei 29 milioni di euro rivendicati dalla T.R. Estate Due srl (25 per le attività svolte e 4 per la riacquisizione dell’area) e con delibera del 29 settembre 2010 ha dato mandato ai propri legali- le comunità, con non poca preoccupazione, si interrogano sul futuro. “Ovviamente nessuna risoluzione consensuale -sostiene Gianluca Premoli, coordinatore del Comitato di Quartiere di Limito, attivo a Pioltello-, ma una soluzione definitiva per il recupero dell’area, che deve passare prima di tutto attraverso una bonifica definitiva e, successivamente, alla creazione di attività produttive, sicuramente non impattanti. Non si può rischiare di rimettere in discussione tutto”. Della stessa opinione sono i cittadini di Rodano costituitisi in un “Forum Bonifica” -coordinato da Danilo Bruschi- con l’intento di seguire l’evolversi degli eventi. “Siamo preoccupati -dicono- sia per le operazioni di bonifica, sia per il futuro dell’area. Il bando attuale, infatti, non definisce tempi certi per il trasferimento completo dei rifiuti all’esterno del sito ex-Sisas”. Una bonifica definitiva e complessa, considerando che nel polo chimico a Sud-Est di Milano sono presenti tre discariche: la A (attraversata da una tubatura del gas, altro nodo da sciogliere), la discarica B e la discarica C (già bonificata), per un totale di 290.000 tonnellate di rifiuti industriali, essenzialmente nerofumo (circa 50.000 tonnellate) -uno scarto di produzione dell’acetilene da metano, contaminato da mercurio e ftalati-, nonché idrocarburi policiclici aromatici (Ipa) e cromo esavalente, triclorometano e tricloroetilene nelle acque di falda. Una questione ecologica, “testata con mano” dalla Commissione bicamerale di inchiesta sul traffico illecito dei rifiuti alla fine di luglio, i cui componenti a margine della visita hanno parlato di “situazione ambientale critica”, aggravata dai possibili risultati di alcune “indagini delle Procure competenti che riguarderebbero illeciti di varia natura”. La Daneco Impianti srl ha quindi una grande responsabilità: rispettare la nuova scadenza del 31 marzo 2011 fissata dalla Commissione europea, pena una multa per l’Italia di 490milioni di euro.
Intanto i primi lavori sono già cominciati. E fino al termine delle operazioni di bonifica si prevede una circolazione giornaliera di circa 95 camion carichi di rifiuti.
testo e foto di Pietro Dommarco

Dai rifiuti all’acqua
Con un fatturato di 84 milioni di euro registrato nel 2009, la Daneco è una della maggiori società italiane, affermata anche sul mercato internazionale, è specializzata nell’impiantistica per la selezione, il trattamento e la termovalorizzazione dei rifiuti, e gestisce circa venti impianti in Italia, tra cui quattro centrali a biogas. È una controllata di Unendo spa (presidente è Francesco Colucci), gruppo acquisito nel 2001 da Waste Management Italia, oggi Waste Italia, partecipata al 32% dal fondo Synergo di Gianfilippo Cuneo. A presiedere la Waste Italia è Pietro Colucci, presidente Fise-Assoambiente di Confindustria, rinviato a giudizio  nell’inchiesta di Latina Ambiente. La famiglia Colucci è nota alle cronache per gli affari con la famiglia Pisante -rappresentata da Giuseppe (deceduto l’anno scorso) e Ottavio- protagonista negli anni non solo nel settore rifiuti, ma soprattutto in quello dell’acqua, per mezzo di numerose società tra le quali Siba spa, controllata per il 75% dalla multinazionale francese Veolia e per il 25% dalla Emit.

Basta bruciarli
In provincia di Treviso contro due inceneritori di rifiuti speciali
“Con questa iniziativa ci siamo assunti una responsabilità nei confronti delle imprese e del territorio che avrebbe dovuto assumersi la politica: ora tocca alla politica fare la propria parte”. L’iniziativa cui fa riferimento il presidente di Unindustria Treviso, Alessandro Vardanega, è quella relativa alla realizzazione di due inceneritori per bruciare 500mila tonnellate di rifiuti speciali non pericolosi nel territorio della provincia di Treviso. La frase chiude una lettera aperta indirizzata, dalle colonne del quotidiano locale la Tribuna, “alle comunità di Silea, Mogliano Veneto (le due località dove verrebbero realizzati gli impianti, ndr) e della provincia di Treviso”. La lettera è stata pubblicata il primo aprile 2010, tre giorni dopo le elezioni che avevano incoronato Luca Zaia alla presidenza della Regione Veneto: tra le righe, il messaggio era rivolto anche al nuovo consiglio e alla nuova giunta regionale.
Già due mesi prima, il 6 febbraio, in piena campagna elettorale, gli industriali avevano comprato una pagina su la Tribuna per chiedere “al nuovo consiglio regionale del Veneto” di approvare quanto prima “un piano per i rifiuti speciali”. Unindustria vorrebbe dar gambe al progetto, che è stato presentato nel settembre del 2005; l’amministrazione regionale, invece, pressata dai comuni, dalla Provincia di Treviso, dai Comitati riuniti “Rifiuti zero” di Treviso e Venezia (http://sommazero.blogspot.com), ha frenato la corsa con un emendamento alla Finanziaria regionale 2010, stabilendo che fino alla approvazione di un “Piano regionale per la gestione dei rifiuti speciali” non potranno essere concesse autorizzazioni per nuovi impianti di incenerimento.
Un atto politico cui non ha fatto seguito, però, nessun atto amministrativo, tanto che dalla Regione Veneto ci fanno sapere che le “domande sono in fase di istruttoria presso la Commissione valutazione impatto ambientale”, e che “non è possibile definire i tempi per la valutazione”. Per questo, a gennaio 2010, i Comitati riuniti “Rifiuti zero” avevano “intimato alla Giunta regionale” di chiudere “definitivamente l’iter autorizzativo per gli impianti di incenerimento di Silea e Mogliano”, inviando in copia la diffida anche sezione veneta della Corte dei Conti, per denunciare lo spreco di risorse pubbliche.
In ogni caso, il futuro degli inceneritori passerà per l’elaborazione del Piano per i rifiuti speciali, che tra l’altro aiuterà a far chiarezza sui numeri: “Chiedono di bruciare 500mila tonnellate di rifiuti ogni anno, ma le previsione dell’Arpav (Agenzia regionale per la prevenzione e protezione ambientale del Veneto, ndr) ci dicono che i rifiuti speciali ‘inceneribili’ sono 117mila tonnellate, sommando quelli prodotti tra le provincie di Belluno, Treviso e Venezia” spiega Lucia Tamai, una delle animatrici dei Comitati riuniti “Rifiuti zero”; Unindustria, pur non confutando il dato, spiega che a questi rifiuti potrebbero esserne aggiunti altri, recuperandoli tra quelli “oggi interrati in discariche a forte rischio ambientale”.
Alla voce incenerimento, l’Arpav certifica nell’ultimo rapporto “Produzione e gestione dei rifiuti nel Veneto”, con dati relativi al 2007, che in tutta la Regione sono stati bruciate 124mila tonnellate di rifiuti speciali, pari all’1,3% di tutti quelli gestiti. Il 60,2% ha trovato invece la via del recupero. E si potrebbe far di più: ad aprile, i Comitati hanno organizzato -in collaborazione con la Provincia di Venezia- un convegno a Mestre, dedicato al “Riciclo dei rifiuti speciali”, riunendo e raccontando “buone pratiche ed esperienze venete”. A fine novembre, un secondo appuntamento -organizzato dai Comitati “Rifiuti zero” e dalla Rete Ambiente Veneto assieme all’Assessorato all’ambiente della Regione e alle Province di Treviso, Venezia e Belluno- sarà l’occasione di parlare “Verso il Piano dei rifiuti speciali”. Oggi la partita si gioca a questo tavolo: il piano dovrà essere approvato dal consiglio regionale, ma Comuni, Province e cittadini interessati potranno partecipare all’elaborazione con osservazioni e pareri.
“Dovremo puntare a un Piano che preveda un decisivo passo in avanti verso la prevenzione e il riciclaggio totale anche dei rifiuti speciali, un Piano che escluda, in via definitiva, nuovi impianti di incenerimento” scrive il Comitato “No inceneritori” di Mogliano Veneto. Una volta realizzati gli impianti, anche se i numeri dessero ragione a chi protesta, e mancasse cioè “materia prima” locale per far funzionare gli inceneritori, Unindustria potrebbe “importare” rifiuti speciali, anche dall’estero. Secondo Lucia Tamai, nei due impianti “vogliono bruciare anche Cdr (combustibile derivante dai rifiuti, ndr): ne abbiamo 105mila tonnellate. Hanno chiesto due inceneritori per farne uno -conclude l’attivista dei Comitati “Rifiuti zero”, impiegata di banca e madre di due figli-: si sentono così potenti da poter decidere il futuro del territorio, ma la gente ha capito”. Di traverso rispetto al progetto di Unindustria si è messa, negli ultimi mesi, anche la cronaca giudiziaria nazionale: il partner tecnico scelto dagli industriali trevigiani è la Green Holding di Giuseppe Grossi; l’imprenditore è finito in carcere nell’ottobre 2009, nell’ambito di un’inchiesta sulle bonifiche nell’area milanese di Santa Giulia, con accuse che vanno dall’associazione per delinquere finalizzata alla frode fiscale, dall’appropriazione indebita, alla truffa, dal riciclaggio alla corruzione.
Grossi ha deciso di patteggiare la pena. Gh è socio con l’8,05 per cento di Iniziative ambientali srl, la società che ha presentato il progetto. Iniziative ambientali, a sua volta, è controllata per il 91,95 per cento dalla Servizi Unindustria multiutilities (Sum), dove gli industriali trevigiani sono soci di Confindustria Venezia. Green Holding attraverso la controllata Rea gestisce l’inceneritore di Dalmine, preso a modello per quelli trevigiani. Peccato che bruci solo rifiuti solidi urbani.

Sempre più affumicati
Il Polo ambientale integrato per la gestione dei rifiuti di Parma non è altro che un inceneritore. Gestito da Iren, la multiutility quotata in Borsa nata nel luglio di quest’anno dalla fusione di Iride ed Enia, costerà 180 milioni di euro e dovrebbe entrare in funzione tra un anno e mezzo.
L’impianto brucerà anche rifiuti speciali, e gli attivisti dell’Associazione gestione corretta rifiuti e risorse di Parma (gestionecorrettarifiuti.it, vedi Ae 115) vedono un rischio: “Enia costruisce un inceneritore e ci fa credere che allo stesso tempo migliorerà la differenziata. Comunque vada la raccolta dei materiali, l’inceneritore dovrà bruciare alla massima potenza. Cosa accadrà se arriviamo al 100% di raccolta differenziata? L’inceneritore brucerà il 100% di rifiuti speciali, in barba a tutte le premesse del piano provinciale dei rifiuti”. Quando si progetta un impianto del genere, infatti, chi dà i numeri -il progettista- è abituata a sparare alto. Ma a riportare Iren con i piedi per terra ci aveva già pensato, nel 2008, l’Osservatorio provinciale dei rifiuti, bocciando le previsioni dell’azienda sui quantitativi di materia prima da incenerire: “Appare sovrastimata la valutazione di Enia relativa a 60mila tonnellate di rifiuti speciali provenienti dal territorio provinciale […] da destinare allo smaltimento”; “questa previsione per gli speciali […] potrebbe determinare per il 2020 un sovradimensionamento dell’impianto, con un funzionamento a regimi ridotti”. A meno di non importare rifiuti. Per quelli solidi urbani non è possibile (anche se con l’abolizione degli ambiti territoriali ottimali, da inizio 2011 Parma potrebbe bruciare anche gli scarti prodotti a Piacenza e Reggio Emilia), mentre gli “speciali” possono sempre viaggiare. (quì)

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Hanno vinto le mamme vulcaniche

1 Novembre 2010 1 commento

Hanno vinto le mamme vulcaniche 

 31.10.2010   Guido  VialeimagesCAQ8ONYQ

 Dall’analisi della vicenda dei rifiuti campani la totale inefficienza della gestione Bertolaso: venti mesi perduti.

Le mamme vulcaniche hanno vinto: Berlusconi, Bertolaso e la loro corte dei miracoli hanno perso. Ha vinto la lotta dura. Cortei e manifestazioni a ripetizione non avevano ottenuto niente; quando sono bruciati i compattatori, Terzigno è balzata al centro dell’attenzione. Un brutto precedente per il Governo; una indicazione ineludibile per chi ha delle rivendicazioni da portare avanti.

Ora, oltre alla discarica Cava Vitiello, non si farà neppure quella di Serre: due siti su cui il governo Berlusconi si era impegnato addirittura con una legge (unico caso al mondo in cui i siti delle discariche vengono nominativamente indicati per legge). Per questo bisognerà tornare in Parlamento, abrogare la L. 213 (recepimento del DL. 90), o una parte di essa, e farne una nuova. Speriamo che questa volta la cosiddetta opposizione non dia carta bianca al governo come ha fatto nel 2008.

Ma dove porterà Berlusconi i rifiuti che non deve più sversare a Terzigno e a Serre? Poiché le discariche di Ariano Iripino e Savignano (aperte illegalmente da De Gennaro con Prodi), quella Chiaiano (aperta illegalmente da Bertolaso) e quella di Ferrandelle (già esistente, ma inutilizzata all’epoca dell’emergenza del 2008: serviva ad acutizzare la tensione per far vincere Berlusconi; infatti è in terra di camorra) sono quasi piene, bisognerebbe aprire quella del Piano del Formicoso (prevista anch’essa dalla L. 213), ancora da costruire, ma molto capiente; contro cui a suo tempo c’è già stata una mobilitazione popolare, con i sindaci e Vinicio Capossela, tanto da costringere Berlusconi a promettere (come ha cercato di fare anche a Terzigno): «Resta nella lista, ma sarà l’ultima!» Adesso torna a essere la prima.

Perché, al di fuori delle discariche, in venti mesi di poteri straordinari Bertolaso non ha fatto niente; e quello che aveva programmato è demenziale. Che cosa prescrive la L. 213/08? Politiche di riduzione: zero. Raccolta differenziata: al 50% entro il 2010 (il tempo scade!). Ma chi doveva farla? I Comuni. Con che cosa? Con fondi del commissario che non sono mai arrivati (tranne ad alcuni Comuni, che li hanno spesi bene: vedi Salerno, passato dal 7 al 70% in un anno). Ma poi, una volta che il Commissario avesse levato le tende, la palla passava alle Province, che in base alla legge regionale 40 e successive modifiche (in vigore dal marzo 2008) avrebbero dovuto gestire tutto il ciclo dei rifiuti, compreso il rilevamento del personale dei consorzi, addetti – dal 1998 – alla raccolta differenziata. In venti mesi un commissario avrebbe dovuto mettere le Province in grado di farla, la raccolta differenziata: fondi, organizzazione, impianti, personale selezionato in modo da assegnare alla gestione dei rifiuti solo quello adatto per condizioni psicofisiche ed età, destinando ad altre attività – da concordare con la Regione – gli esuberi. Invece, niente. Bertolaso se ne è andato – per poi tornare, con la sua felpa dai bordini tricolore, quattro giorni fa – lasciando dietro di sé il deserto. In compenso Maroni ha commissariato uno dei pochi (in realtà, molti) sindaci che la raccolta differenziata la facevano sul serio, perché si è rifiutato di trasferire le sue competenze a un consorzio assolutamente inefficiente.

Andiamo avanti: trattamento dei rifiuti raccolti. La legge 213 non prevede impianti di compostaggio pubblico: di quelli che già c’erano, uno, quasi pronto (S. Tammaro), era stato usato dal precedente commissario come «deposito temporaneo di rifiuti» e riempito di ecoballe che sono tutt’ora lì; gli altri due non erano mai stati collaudati e ancora oggi non sono in funzione (i comuni virtuosi nella raccolta differenziata dell’organico pagano 200 euro a tonnellata per spedire la frazione in Veneto o in Sicilia). La legge poi prevede la chiusura dei sette impianti ex CDR che dovrebbero dividere la frazione indifferenziata residua (al massimo il 50%, secondo la legge) in secco e umido, stabilizzare quest’ultimo per portarlo in discarica senza produrre odori e infestazioni di ratti, insetti e gabbiani; e avviare a «termovalolorizzazione» (cioè incenerimento) il resto: non più, quindi, di metà della metà dei rifiuti prodotti ogni giorno in Campania (che sono 7.500 tonnellate). Per legge, gli ex CDR (nuovi e costruiti con fondi Ue) avrebbero dovuto essere venduti come rottame, o trasformati in impianti di compostaggio, se un privato, dopo averli liberati dai rifiuti organici non trattati accumulati per anni sulle linee di stabilizzazione (nei cui miasmi erano costretti a lavorare gli addetti), se ne fosse assunto il rischio. Quindi?

Quindi l’intera produzione di rifiuti era destinata all’incenerimento senza selezione o pretrattamento. Per questo la legge 123 prevedeva la costruzione in Campania di ben quattro inceneritori (poi diventati cinque, quando Berlusconi si è reso conto che in un inceneritore «normale» le ecoballe non avrebbero mai potuto venir bruciate): con una capacità di incenerimento superiore a tutta la produzione di rifiuti della regione. L’incenerimento sarebbe stato finanziato dagli incentivi CIP6: quegli incentivi, già prorogati in violazione della normativa europea per l’inceneritore di Acerra (e per questo Impregilo, l’impresa costruttrice, aveva dato le sue ecoballe in pegno, come se fossero barili di petrolio, alle banche; che ora si aspettano il guadagno promesso); gli stessi incentivi che il Pd aveva poi proposto di estendere a tutti gli impianti campani (proposta subito accolta da Berlusconi).

Ma poiché gli inceneritori erano – e sono – ancora da costruire e quello di Acerra non era – e non è ancora – a norma, nel frattempo i rifiuti dovevano per forza andare in discarica; ovviamente indifferenziati, dato che gli impianti di trattamento dovevano essere chiusi. Quando si è finalmente accorto che il ferrovecchio di Acerra non avrebbe mai potuto smaltire i rifiuti giornalieri e i milioni di eco balle che gli erano destinati, Bertolaso, cambiando rotta senza cambiare la legge, ha ribattezzato «Stir» i Cdr, trasformandoli in tritattutto per sminuzzare – senza separazione – i rifiuti indifferenziati prima di mandarli in discarica o ad Acerra: «Merdaccia» chiamava questo materiale Marta Di Gennaro, la collaboratrice di Bertolaso, che li spacciava per rifiuti «stabilizzati» e che per questo era stata prima arrestata e poi salvata dalla Procura di Roma. È proprio il materiale contro cui sono insorti gli abitanti del Parco del Vesuvio.

Allora, siccome tutto sarebbe finito in discariche, la L. 213 ne prevedeva ben 11 (poi diventate 12), di cui: quattro in aree protette (cosa vietata da una precedente legge mai abrogata); due già costruite da De Gennaro, in aree geologicamente a rischio (infatti franano) e uno in area di camorra (famiglia Schiavone), dove avrebbe dovuto sorgere anche il quarto inceneritore. E poiché i rifiuti indifferenziati generano percolato (non «pergolato» come ha detto Berlusconi, che lo ha confuso con il compost), e la camorra ci infila dentro tutte le schifezze che vuole, la legge 213 prevede anche che il percolato possa essere trattato in impianti di depurazione degli scarichi civili (cosa vietata e pericolosissima) e che discariche e inceneritori potessero accogliere anche rifiuti tossici industriali: cosa che è effettivamente avvenuta. Insomma, la gestione Berlusconi-Bertolaso dell’emergenza rifiuti ha moltiplicato il disastro campano, lasciando poi la patata bollente alle Province, ormai governate in gran parte dai satrapi del «premier». E adesso, poveruomo, dove li metterà i rifiuti, per perpetrare il suo «miracolo»?

Poveri campani; altro che poveruomo! Adesso, in attesa degli inceneritori – che, parola di Berlusconi, verranno costruiti in 18 mesi, anche se non sono stati nemmeno progettati in 30 – i rifiuti non trattati e puzzolenti verranno sparpagliati in discariche esaurite – ma in cui si può sempre cercare di stipare qualcosa in più – o illegali (leggi Camorra); a partire da quella di Giugliano, adiacente al più grande deposito di ecoballe di tutta la Galassia. E Bertolaso, che è riuscito a farsi organizzare da Santoro un Anno Zero senza contraddittorio, riprenderà a devastare la Campania; come ha fatto alla Maddalena, all’Aquila, a Giampillieri e in mille altri posti. Fino a che altre mamme vulcaniche, o di pianura, non lo fermeranno: una volta per tutte.

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195.840 euro al giorno !

28 Ottobre 2010 Commenti chiusi

 

sisas_160022--180x140Sanzioni europee per le discariche: ammenda di 195.840 euro al giorno

L’Italia rinviata davanti alla Corte di giustizia Ue per tre siti contenenti rifiuti pericolosi a Rodano e Pioltello

MILANO - La Commissione europea ha deciso di rinviare l’Italia davanti alla Corte di giustizia europea per la mancata applicazione di una sentenza del 2004 riguardante tre discariche nei pressi di Milano, in cantieri già proprietà dell’azienda chimica Sisas (fallita nel frattempo), nei Comuni di Rodano e Pioltello, e contenenti rifiuti industriali. Bruxelles intende quindi chiedere «il pagamento di sanzioni pecuniarie». «Le suddette discariche – afferma l’esecutivo europeo – contengono rifiuti pericolosi e costituiscono una minaccia per l’aria e le acque locali». Su raccomandazione del commissario europeo all’Ambiente Janez Potocnik, «la Commissione sta rinviando a giudizio l’Italia e chiederà il pagamento di sanzioni pecuniarie».

MULTA MOLTO ELEVATA - Le sanzioni pecuniarie chiede dalla commissione alla Corte contro l’Italia consistono in un’ammenda giornaliera di 195.840 euro a decorrere dalla data della seconda sentenza della Corte fino all’avvenuta applicazione della decisione, più una somma forfettaria che è pari a 21.420 euro per ogni giorno trascorso dalla data della prima sentenza della Corte (2004) fino alla seconda. Se i giudici condannassero l’Italia, accogliendo le ragioni della Commissione, la multa totale risulterebbe molto elevata. Finora, a 6 anni dalla sentenza, soltanto una delle discariche è stata bonificata. «La maggior parte dei rifiuti nella seconda discarica non è ancora stata rimossa e la bonifica della terza discarica è appena cominciata», afferma ancora la Commissione Ue, motivando la scelta di deferire l’Italia alla Corte.

BONIFICHE ENTRO MARZO – Le autorità italiane prevedono che i lavori saranno ultimati entro marzo 2011. «Poiché risulta evidente che la sentenza della Corte non è stata applicata, la Commissione ha deciso di sottoporre di nuovo il caso alla Corte di giustizia europea», conclude la nota. La decisione della Commissione si basa sulla direttiva 2006/12 che «costituisce uno strumento fondamentale di tutela della salute umana e dell’ambiente contro gli effetti negativi della raccolta, del trasporto, dello stoccaggio, del trattamento e dello smaltimento dei rifiuti». La direttiva obbliga infatti gli Stati membri ad eliminare i rifiuti senza mettere in pericolo la salute umana e l’ambiente.

PERICOLO PER L’AMBIENTE – L’infrazione alle norme Ue in materia di rifiuti, rilevata nel settembre 2004 dalla Corte di giustizia europea nel cosiddetto «Polo Chimico di Pioltello-Rodano» era un fatto noto fin dal 1986, come ricorda la Commissione Ue. La maggiore responsabile dell’inquinamento è la Sisas, Società Italiana Serie Acetica Sintetica, che dopo moltissimi contenziosi nel 1998 iniziò la bonifica di una delle sue tre discariche, la cosiddetta «C», la più pericolosa. Nel 2001 la Sisas fallì e tutto rimase fermo fino al 2007, quando un’azienda privata si è dichiarata disponibile, in cambio della proprietà del sito ex-Sisas, a bonificarlo, a rimuovere completamente la discarica «C» e tutti i materiali pericolosi e nocivi che saranno rinvenuti nelle discariche «A» e «B». A fronte di questa spesa, valutabile intorno ai 120 milioni di euro, l’azienda ha chiesto di poter insediare sul territorio attività produttive (sulla sola parte di competenza del Comune di Pioltello) e del settore terziario. La sicurezza della falda è stata mantenuta utilizzando fondi a suo tempo messi a disposizione dal Governo: il Comune di Rodano nel 1999 ha introdotto misure di protezione urgenti per le acque sotterranee, al fine di mantenere artificialmente le falde ad un livello basso e quindi evitare la contaminazione delle acque. I rifiuti delle discariche rappresentano inoltre una minaccia per la qualità dell’aria.

Redazione online  Corriere della sera
28 ottobre 2010

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Legittima difesa

24 Ottobre 2010 Commenti chiusi

discaricaLa legittima difesa di Terzigno all’ultimo gradino della penitenza

di Erri De Luca da il Corriere della Sera 24 ottobre 2010

 

 

Si ordina l’apertura della più grande discarica di rifiuti in Europa nel parco Vesuviano, in zona già gravata da uguale servitù. L’atto non è firmato dal comando di piazza di una truppa di occupazione straniera, ma dall’autorità pubblica di uno stato di diritto. Fraintesa la nozione di stato sovrano, ritiene di poter ridurre dei cittadini a sudditi di un impero d’oltremare. Dopo promesse affidate alla durata delle cronache del giorno dopo, e alla misericordia del vento, l’autorità si ripresenta su piazza affidando al suo luogotenente il pacchettino di soluzioni. Evidente la sproporzione tra i due termini: le ragioni di una rivolta per legittima difesa e l’incaricato dell’affare. Un protettore civile deve proteggere con metodi civili: ha invece praticato sul posto l’invio di truppe e metodi militari. Stavolta non bastano più, nemmeno se richiamano effettivi dall’Afghanistan smonteranno la vera protezione civile decisa dai cittadini di Terzigno e di altri comuni. È interamente loro il diritto a proteggersi da comunità civile contro la discarica subìta e quella gigantesca e prossima. Già la prima è da sanare. È certo che produce danni fisici. Non solo a Terzigno, è gran parte del sistema di trattamento dei rifiuti a produrre le micidiali nanoparticelle. Si nega ufficialmente l’evidenza, perché non si adoperano, intenzionalmente, rilevazioni adatte a intercettarle. Sta di fatto che nel raggio di discariche e impianti di smaltimento si concentrano leucemie, neoplasie e altre maledizioni. Contro questa evidenza statistica e scientifica si compatta la barriera dell’omertà ufficiale, più serrata di quella mafiosa. È la dannata contropartita dell’economia dell’abbondanza: la nuova peste, prodotta dagli scarti mal trattati, che produce bubboni dentro anziché in superficie. Si fa gran caso e grancassa intorno ai pericoli della criminalità comune, si gonfiano a mongolfiera modesti episodi di cronaca nera. Si istiga un bisogno artificiale di maggior sicurezza. In questo modo si distrae e si dirotta allarme dalla nuova peste, nascosta e negata, che invece è la più rovinosa aggressione alla incolumità pubblica. A Terzigno, come già in Val di Susa, una comunità, tutta e intera, si batte per il diritto non trattabile alla vita, alla salute, all’aria, almeno quella pulita. Niente significa la promessa, con l’aiuto del vento, di liberare il naso da umori nauseanti: resta ammorbata intorno a una discarica, pure se sa di prosciutto e fichi. Terzigno si batte con unanimità di vite, età, mestieri differenti ricorrendo all’ultima risorsa dell’opposizione, dopo averle sperimentate invano tutte: la rivolta. Non cederanno, anzi. Sono arrivati all’ultimo gradino della penitenza, da lì si è schiacciati o si vince. In una rivolta c’è di tutto. Difficile scremare. Chiamano «Rotonda della Resistenza» lo svincolo che smista vie a Boscoreale. Condivido e aggiungo: No pasaràn. Non passerà l’autorità che chiama emergenza l’effetto della sua incompetenza. Non passerà l’arbitrio di degradare una comunità a lazzaretto. Non passerà nessuna misura imposta con la forza, che ormai non è giusto definire pubblica. È di parte e di una parte che ha torto. Parte lesa è Terzigno che ha preso in mano il suo destino e non se lo fa più spupazzare. Magnifica è già stata la loro pubblica respinta di indennizzi e compensi. «I figli non si pagano», dice Filumena Marturano. Così dice pure Terzigno. A Napoli intanto cresce la temperatura a dispetto dell’autunno inoltrato. Appartengo per nascita a quella gente accampata sotto un vulcano attivo. Conosciamo lunghissime pazienze e fuochi spenti. Ma quando arriva al bordo la colata di collera, la città si ritrova densa e compatta come lava. Nessun sismografo l’avverte quando è pronta e allora guai a chi tocca.

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Mi scuso a nome di…

22 Ottobre 2010 7 commenti

mi-scuso-a-nome-di-lettera-aperta-di-francesco-paolo-oreste-sui-disordini-a-terzignoMi scuso a nome di…”,

 

Toccante lettera aperta del consigliere comunale di Boscoreale, nonchè poliziotto, Francesco Paolo Oreste, sui violenti scontri tra polizia e manifestanti antidiscarica a Terzigno.

 

 

 

 

 

 

 

 

 Qualcuno deve scusarsi con Carla, comincio io.

In realtà meriterebbero delle scuse anche Angelo e tanti altri, ma per colpirti alle spalle non c’è bisogno di guardarti negli occhi, per colpire Carla sul naso invece qualcuno ha dovuto farlo per forza.

Mi scuso a nome di tutti quelli che indegnamente indossano la mia stessa divisa.

Io, quando ero piccolo, sognavo di fare il paladino della giustizia poi, da grande invece volevo semplicemente mettermi al servizio della speranza in un mondo migliore.

Altri, evidentemente, non sognavano, e sono rimasti piccoli, piccoli, così piccoli da non conoscere la differenza tra servitore e servo, piccoli e con la schiena curva, Carla, tanto da non arrivarti agli occhi, né al cuore, altrimenti non ti avrebbero mai colpita sul naso.

Mi scuso a nome loro.

Mi scuso a nome di tutti coloro che potevano trasformare in diecimila le mille persone che erano intorno a te a manifestare pacificamente. Con loro, i dieci lanciatori di pietre sarebbero diventati dieci su diecimila, ieri, invece, erano solo dieci su mille. Gli altri novemila hanno lasciato che Tu fossi lì da sola a subire, oltre la beffa, il danno.

Mi scuso a nome loro.

Mi scuso a nome di chi continuava a lanciare sassi ed ignoranza contro un nemico che non conosceva mentre tu ci dicevi che quei sassi “sporcavano” la tua protesta, erano altro da te e dal tuo no. Mi scuso a nome loro.

Mi scuso a nome di tutti i diritti che ti sono stati negati. Mi scuso per il tuo diritto alla salute, per il tuo diritto a dire pacificamente no, per il tuo diritto a vivere, sperare, esserci, parlare, vedere, ridere, sognare, andartene di sera in giro con il tuo ragazzo a divertirti e a crescere. I tuoi diritti si sono fatti derogare da leggi e decreti, senza opporsi, senza ricorsi. Ti hanno lasciata li’, al posto loro.

Mi scuso a nome loro.

 Mi scuso a nome della Verità che si è lasciata pagare come una meretrice, che si è lasciata interrare come un escremento, che si è lasciata scaricare e seppellire come il più tossico dei rifiuti, che ti ha lasciato lì da sola a gridarne il nome e le ragioni.

Mi scuso a nome suo.

 E infine, senza meno, mi scuso a nome mio, che dinanzi alla rabbia ed alla vergogna mi ero rifugiato nel silenzio.

Mi scuso a nome mio.

wasteeemergency.com  22-10-2010

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Dalla Campania agli inceneritori e un’ipotesi inquietante su Seveso.

20 Settembre 2010 4 commenti

imagesCAH7VP0Ndi Edorardo Montolli – 17 settembre 2010

Lo stivale italiano dei veleni svelato dal super-consulente delle procure. In ufficio ci va a bordo di un kajak perennemente ormeggiato tra i canneti che dalla riva degradano lentamente fino al giardino di casa. L’uomo che scende e deposita il remo ha una barba incolta bianca e il cappello alla Crocodile Dundee. Ha scelto di vivere in un suggestivo scorcio del Lago di Mantova che gli allontana i ricordi olezzanti di discariche abusive, rifiuti tossici e industrie chimiche fuorilegge, ossia tutto ciò che nel suo lavoro affronta quotidianamente. Si chiama Paolo Rabitti, 60 anni, due lauree – ingegneria e urbanistica –, innumerevoli pubblicazioni, docenze e ricerche alle spalle. Ai suoi studi si affidano i Comuni alle prese con la Tav o i comitati di cittadini preoccupati da inceneritori e aziende chimiche. Gente con cui spesso collabora gratuitamente, così, per coscienza civica, dice. 
Ma il suo nome appare soprattutto nelle più importanti inchieste ambientali, chiamato come consulente dalle Procure di mezza Italia. Dai tempi di Felice Casson per il petrolchimico di Porto Marghera, ai pm di Brescia, Ferrara, Rovigo o Grosseto, giusto per citarne alcune: e sempre per smaltimento di materiali tossici, inquinamento da emissioni di Pcb dalle acciaierie, acque devastate da scarichi illeciti. Come per il Lago Maggiore: la sua perizia per il tribunale di Torino è valsa la condanna civile per 1,6 miliardi di euro alla Syndyal, responsabile dello sversamento nelle acque di quantità industriali di Ddt. «Se ne accorsero gli svizzeri, poi fu vietata la pesca. E ancora oggi ci sono sul fondale quantità enormi di sedimenti inquinanti».

I magistrati, alle prese con un disastro ambientale dietro l’altro, per capirci qualcosa suonano al suo campanello sempre più spesso. E non poteva non essere così anche per il caso dei rifiuti in Campania: trenta ore di testimonianza nell’aula bunker, un vero record, per spiegare che «con la gestione dei rifiuti la camorra non c’entra proprio nulla». E che per contro c’entravano istituzioni e multinazionali, per le quali è diventato una sorta di incubo, un cave hominem da cui stare alla larga visto che ogni volta che ci incappano finisce a condanne e risarcimenti per i disastri commessi. «In effetti tentano spesso di etichettarmi per un ambientalista, un’etichetta comoda se si devono nascondere gigantesche magagne».
Per quelle che ha scovato in diverse città sugli affari d’oro del pattume, è stato appena nominato consulente della Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti. Un incarico, l’ennesimo, che svolge gratis. E che probabilmente avrà il suo fulcro proprio in ciò che accadde nell’area campana. Intorno a un tavolo in legno, sotto al pergolato, l’ingegnere inizia a ricostruirne la storia, attorniato dalla moglie Gloria Costani, di professione medico, da Smilla e Black, i suoi due cani e da un numero imprecisato di gatti.
«Lì la situazione era già piuttosto compromessa, perché per decenni le industrie del centro-nord vi avevano smaltito illegalmente rifiuti pericolosi, interrandoli, sversandoli nelle acque o direttamente nelle falde. Questo per delineare il quadro. Quanto allo scandalo dei rifiuti urbani, c’è un processo per truffa ai danni dello Stato e falso alla Fibe-Impregilo. In sostanza doveva gestire i rifiuti per l’intera regione, separando carta e plastica dalla componente organica. La prima sarebbe servita per produrre combustibile da bruciare negli inceneritori. La seconda doveva essere inertizzata diventando una specie di terriccio da fiori».

Invece?

«Di fatto non veniva prodotto combustibile, né – tantomeno – il terriccio. E la regione si è trovata alle prese con circa dieci milioni di tonnellate di cosiddette “ecoballe”, in barba al Commissariato ai rifiuti che avrebbe dovuto controllare».

Rifiuti uguale camorra, dicono.

«Guardi, la camorra forse è intervenuta nel business dei trasporti dei rifiuti dagli impianti alle discariche, in qualche subappalto fatto da Fibe-Impregilo che peraltro non poteva subappaltare. E forse, ma forse, la camorra si accaparrava i terreni in cui Impregilo aveva deciso di costruire le discariche. Ma di sicuro, con la gestione dei rifiuti, la camorra non c’entra assolutamente nulla, contrariamente a quanto si lascia intendere. La responsabilità è di controllori e controllati. Ed era impossibile non vedere che nelle discariche c’era una situazione da Terzo mondo, che ancora adesso nessuno racconta».

Tipo?

«Progettate per accogliere materiale inerte, e cioè il terriccio, venivano invece riempite con rifiuti organici addirittura freschi che andavano rapidamente in putrefazione e producevano enormi quantità di liquido marcio (il cosiddetto percolato) e di gas. Sicché, oltre a inquinare, puzzavano da morire. Nemmeno le coprivano tutte le sere, né tentavano di limitare almeno le quantità di percolato o di captare il gas. Risultato, il percolato tracimava, l’odore era intollerabile. E per attenuarlo, a qualcuno è venuta l’idea di piazzare spruzzini di profumo sulle recinzioni».

Sta scherzando?

«Giuro. Ho qui una foto».

Con l’intervento del Governo Berlusconi i rifiuti sono spariti d’incanto, in una manciata di giorni. E tutti si chiedono ancora oggi come sia stato possibile.

«Beh, io commento solo ciò che ho visto. E cioè il sito di Ferrandelle: hanno accatastato circa un milione di tonnellate di rifiuti in piazzole preparate in fretta e furia su un terreno quasi paludoso e senza alcun tipo di copertura. Non mi pare esattamente la panacea che hanno dipinto».

Resta il fatto che in alcune regioni del Sud l’emergenza si ripresenta periodicamente.

«Perché per funzionare il ciclo dei rifiuti necessita di amministrazioni che amministrino, controllori che controllino e aziende che facciano quello per cui sono pagate. Ma se, tanto per fare un esempio ipotetico, il politico di turno decide di mandare tutto in discarica, affida la localizzazione a un emissario della camorra, il progetto al cognato che non ne ha mai vista una, la raccolta dei rifiuti a un’azienda creata solo per assumere personale, lo smaltimento a un’altra azienda che ha interessi nei rifiuti pericolosi e la discarica a chi ci fa andar dentro di tutto e se ne infischia della corretta gestione, allora, come dire, se succede tutto questo è molto probabile che si verifichino disastri».

Per molti la soluzione starebbe nei termovalorizzatori.

«Mah, termovalorizzatore è un termine eufemistico. Secondo le leggi nazionali ed europee si deve parlare di “inceneritori con recupero di energia”. Certamente sono impianti assai vantaggiosi economicamente ed è per questo che c’è la corsa a costruirli. Peccato che in Italia l’energia prodotta incenerendo i rifiuti sia stata fatta passare alla pari di quella proveniente dal sole e dal vento. E veniva così adeguatamente sovvenzionata finché la Comunità europea ci ha tirato le orecchie, perché è evidente che non si tratta della stessa cosa. E vorrei confutare un’altra colossale bugia: non è vero che gli inceneritori non inquinino. Anche ammesso che le emissioni rientrino nei limiti di legge, moltiplicando le concentrazioni a metro cubo degli inquinanti per il numero di metri cubi di gas che escono dai camini si trovano quantità molto rilevanti. Senza contare i delinquenti che taroccano il software di controllo per simulare emissioni inferiori a quelle reali. Alcuni casi li ho constatati di persona».

E allora, la soluzione?

«Il sistema migliore è, ovviamente, non produrli».

Facile.

«Scusi, perché se compro una fetta di formaggio al supermercato mi devo portare a casa altrettanta plastica? Costa poco produrla, ma molto smaltirla, sia in termini economici che ambientali. Oltre a ridurre bisogna cercare di recuperare e riusare, visto che ogni cosa che finisce in discarica o viene incenerita provoca un impatto ambientale».

Un po’ utopistico.

«Nient’affatto. A Treviso raggiungono l’80 per cento, ripeto 80 per cento di raccolta differenziata come media annuale. Così, visto che non serve l’inceneritore per rifiuti urbani, gli industriali hanno pensato bene di chiedere di costruirne due per rifiuti speciali. E sta ovviamente succedendo un putiferio, perché la gente si sente presa in giro».

Una sensazione che si avverte spesso. Lei si è occupato del cloruro di vinile di Porto Marghera, uno dei più grandi scandali italiani, che vedeva al centro il colosso industriale Montedison.

«Già. Scoppiò tutto perché un operaio, Gabriele Bortolozzo, volle capire il motivo per cui gli amici che lavoravano con lui nel reparto in cui si produceva polivinilcloruro (Pvc) a partire dal cloruro di vinile (Cvm) fossero tutti morti di tumore. Fu grazie alla sua personale ricerca inviata alla Procura di Venezia che iniziò l’indagine di Felice Casson. Tra le carte dell’inchiesta sul Petrolchimico di Brindisi trovai un documento del 1974 (che poi depositai agli atti del processo di Marghera) in cui un dirigente di Montedison affermava che le aziende sapevano che il Cvm fosse cancerogeno molto prima della scoperta ufficiale del 1973, ma che l’avevano tenuto segreto. E in un secondo documento del 1977 (che mi fu anonimamente imbucato nella cassetta della posta) un altro dirigente Montedison scrisse che non bisognava fare le manutenzioni agli impianti. E questi sono solo due esempi, per dare l’idea di una vicenda incredibile».

Pare incredibile anche ciò che è accaduto con lo sversamento in mare del petrolio della BP. Barack Obama l’ha paragonato all’11 settembre…

«È certamente un disastro ambientale di proporzioni terrificanti, ma è anche la dimostrazione che l’estrazione del petrolio comincia a essere troppo difficile. Le conseguenza sull’ambiente non sono per ora compiutamente valutabili. Si pensa che gli effetti dureranno molte decine di anni. D’altra parte, il caso americano ha fatto riemergere anche la questione dello sversamento nel delta del Niger che da decenni, nel silenzio generale, sta devastando l’ecosistema. O meglio: negli anni Ottanta il poeta Ken Saro-Wiwa si fece portavoce delle rivendicazioni della popolazione. Ma finì impiccato».

Anche lei è tra quelli che sostengono la necessità di passare alle energie rinnovabili?

«Credo che sfruttarle sia un dovere morale, oltre che una necessità contingente. Se, invece di riempire le tasche dei padroni degli inceneritori con i contributi destinati alle energie rinnovabili, i soldi fossero stati usati per incentivare la ricerca e l’installazione degli impianti il nostro Paese sarebbe sicuramente all’avanguardia».

Lei non si fida del nucleare?
«Il ministro che più spingeva per le centrali nucleari era Scajola. Veda lei».

È degli incidenti che tutti hanno paura. In fondo qui siamo nella terra della diossina di Seveso, dell’Icmesa dei disinfettanti… Seveso, la Chernobyl italiana…
«Posso raccontarle a questo proposito una storia cui lavoro da molto tempo? Sa, ci sto scrivendo un libro».

Prego
.
«A seguito del disastro del 1976 all’Icmesa, la commissione della Regione Lombardia stilò un rapporto secondo il quale “sembra” che parte delle 1.600 tonnellate di materiale asportato dalla fabbrica subito dopo il disastro venne smaltita in un inceneritore del  Mare del Nord, inceneritore che però non fu indicato. Scrisse proprio così, “sembra”. Il resto del materiale rimasto nel reattore, e cioè 41 fusti di diossina e triclorofenolo, fu affidato a tale Bernard Paringaux, persona che si disse legata ai servizi segreti e che avrebbe dovuto smaltirli in una discarica controllata in Francia. Paringaux li mostrò in tv, solo che i fusti erano più piccoli di diametro rispetto a quelli che erano partiti. Ne nacque un giallo che si risolse solo molto tempo più tardi, quando fu spiegato che erano stati smaltiti probabilmente vicino alle ex miniere di sale della Ddr. Probabilmente. Di fatto, nessuno seppe mai nemmeno in questo caso né dove, né se a essere effettivamente smaltiti furono i fusti partiti dalla sede dell’Icmesa. Perché la verità è questa: che nessuno sa dove siano finiti. E questo è il primo punto. Il secondo è che la diossina provoca il sarcoma, un tumore il cui tempo di latenza si aggira intorno ai dieci anni».

E quindi?

«Lei lo sapeva che Mantova è la città con la più elevata frequenza di sarcomi in Italia rispetto alle popolazioni della zona industriale?».

Non seguo il paragone.

«Ce ne accorgemmo io e mia moglie che, essendo medico di base, notò che buona parte di questi tumori colpivano pazienti che abitavano vicino al vecchio inceneritore della città. Che oggi è vecchio, ma che nel 1980 era stato inaugurato come il più moderno inceneritore per rifiuti tossico-nocivi d’Europa. Scrivemmo un report. E in effetti l’Istituto superiore della Sanità promosse uno studio approfondito, constatando che chi abitava vicino all’inceneritore di Mantova aveva una probabilità ben trenta volte superiore al resto della città di sviluppare il sarcoma. Ed è una circostanza stranissima, perché in nessun altro luogo dove è presente un inceneritore per tossico-nocivi è mai stato evidenziato un aumento dei sarcomi. Circostanza della quale infatti sono stato chiamato a relazionare poco tempo fa alla Gordon and Mary Cain Foundation a Philadelphia».

La questione comincia a farsi inquietante.
«All’epoca di Seveso non esistevano strumenti per capire quanta diossina potesse essere entrata nel sangue della popolazione. Ne furono congelati alcuni campioni che vennero analizzati anni più tardi dalla Cdc (Center for Diseases Control) di Atlanta, praticamente l’Istituto superiore della sanità degli Stati Uniti. Tempo dopo, per sintetizzare, fu chiesto di analizzare il sangue dei mantovani. La clinica del lavoro di Milano stilò un rapporto in cui concludeva che il livello di diossina nel loro sangue a campione era medio-basso. Invece non era vero.
A seguito di un’interrogazione parlamentare di Casson, rivide drasticamente il proprio parere e in un cosiddetto “consensus report” assieme all’Istituto Superiore di Sanità sostenne che il livello di diossina era medio-alto. Ecco, il problema è questo. Che non è possibile, o almeno non c’è una spiegazione scientifica, che lo giustifichi. Visto che qui il polo chimico è chiuso da vent’anni. Come del resto l’inceneritore, sigillato nel lontano 1992. La domanda è: da dove arrivava la diossina che provoca i sarcomi nel sangue dei mantovani?».

Sta dicendo che i fusti di Seveso vennero smaltiti da queste parti, a Mantova?

«No. Sto facendo alcune constatazioni scientifiche su coincidenze attualmente senza risposte. La prima è che Mantova ha inspiegabilmente questa elevata concentrazione di sarcomi. La seconda è che chi abita vicino all’inceneritore ormai fermo da diciotto anni aveva inspiegabilmente probabilità trenta volte più alte di ammalarsi di sarcoma rispetto al resto della popolazione di Mantova, quasi che lì si fosse bruciata diossina. La terza è che in nessun’altra città che abbia avuto un inceneritore per rifiuti tossico-nocivi c’è mai stata correlazione statistica così diretta con i sarcomi. La quarta è l’assolutamente inspiegabile livello medio-alto di diossina nel sangue dei mantovani. E la quinta è che – purtroppo – nessuno sa che fine abbiano fatto i 41 fusti e gli altri rifiuti di Seveso: quelli che la stessa commissione della Regione Lombardia scrisse soltanto che “sembra” siano stati smaltiti nel Mare del Nord, e la cui sorte è dunque avvolta nel mistero. E poi c’è un sesto elemento…».

Cioè?

«I sarcomi a Mantova hanno iniziato a manifestarsi alla fine degli anni Ottanta, con i consueti dieci anni di latenza. E cioè più o meno dieci anni dopo l’incidente dell’Icmesa, a 150 chilometri da qui. Lo ricordo bene perché venni ad abitare in questa zona alla fine degli anni Settanta. E osservai nel mio giardino un fenomeno che non avevo mai visto prima e che mi colpì profondamente, anche perché non lo rividi più».

Quale?

«Era il mese di maggio. E dagli alberi caddero le foglie».

Edoardo Montolli

Tratto da: IL maschile de Il Sole 24 ore

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Manuale per vivere meglio

17 Settembre 2010 Commenti chiusi

imagesNel corso degli ultimi decenni, in quasi tutto il mondo «sviluppato», i redditi da lavoro dipendente hanno subito una riduzione di circa dieci punti percentuali di Pil a favore dei redditi da capitale e dei compensi professionali.

 L’aumento delle differenziazioni salariali e la diffusione del precariato ha reso questa redistribuzione ancora più iniqua, moltiplicando la schiera dei senza salario e dei working poor, cioè di coloro che pur lavorando non riescono a raggiungere un reddito sufficiente per vivere decentemente. La crisi ha messo in luce – e continuerà a farlo per anni – la profondità di questa trasformazione.

 Una parte dell’impoverimento delle classi lavoratrici era stato a lungo occultato con l’indebitamento (mutui, acquisti a rate, carte di credito, «prestiti d’onore», usura) sul cui traffico è ingrassata la finanza internazionale con i suoi beneficiari, poi messi in salvo dalle misure anticrisi degli Stati.

Questo processo ha alterato profondamente la struttura industriale del mondo. La produzione dei beni di consumo più popolari ha progressivamente abbandonato i paesi già industrializzati, per trasformare la Cina e gran parte del Sud-est asiatico in un’area manifatturiera al servizio del resto del mondo. In compenso è enormemente cresciuto, al servizio dei ceti politici, manageriali e professionali più ricchi o di autentici rentier, ormai diffusi in tutti i paesi del mondo, un consumo opulento costituitosi in un vero e proprio comparto, denominato per l’appunto «lusso», che riunisce indifferentemente gioielli, abbigliamento, pelletteria, arredamento, auto, imbarcazioni, aerei personali, resort turistici, case e uffici principeschi, a cui è stato in larga parte delegato il compito di sostenere produzione e occupazione nei paesi di più antica industrializzazione: una sorta dei «keynesismo» di seconda generazione, in cui a sostenere la domanda non è più la spesa pubblica, ma quella dei ricchi.

 Questa nuova allocazione delle risorse dà la misura dei guasti, in gran parte irreversibili, di un trentennio di liberismo. Difficilmente un aumento dei redditi popolari e della conseguente domanda di prodotti di consumo potrebbero avere effetti sostanziali su produzione e occupazione nei paesi di più antica industrializzazione; a meno di promuovere un processo di riterritorializzazione che, insieme alla rilocalizzazione degli impianti, investa contestualmente anche i modelli di consumo, gli stili di vita e la tipologia dei beni e dei servizi prodotti.

  Come eliminare gli sprechi

 È altamente improbabile, comunque, che nei prossimi anni si possa assistere a un sostanziale recupero salariale, visti gli attuali rapporti di forza, che in tutto il mondo hanno messo alle corde il lavoro dipendente: grazie alla facilità con cui le produzioni possono essere delocalizzate in paesi con salari e protezioni ambientali più basse (e con un interventismo di Stato più elevato: vedi il caso Fiat Serbia); ma anche ai flussi migratori messi in moto dalla globalizzazione: sia dell’informazione e dei trasporti che quella della miseria. Caso mai è più probabile che continui il trend di deflazione salariale attuale.

 Pertanto, senza sminuire l’importanza di mantenere aperto il fronte della lotta per il salario, la difesa delle condizioni di vita dei percettori di redditi bassi – o di nessun reddito; o di qualche forma di assistenza progressivamente erosa dallo strangolamento del welfare state – va probabilmente affrontata con altri mezzi: soprattutto attraverso una riconversione dei modelli di consumo che non riduca l’accesso ai beni di base irrinunciabili – o che addirittura lo migliori – limitando però gli esborsi monetari, i consumi superflui e gli sprechi.

È ovvio che di questo indirizzo possono e dovrebbero diventare un punto di riferimento tutti coloro che hanno conservato una maggiore possibilità di aggregazione, e che in moti casi sono anche i più direttamente colpiti: cioè gli operai delle fabbriche, in particolare di quelle investite dalla crisi o sul punto di esserlo. Ma le loro battaglie potranno avere esiti positivi se riusciranno a mettere in moto processi che coinvolgano anche altre fasce sociali.

 Innanzitutto, trasformazioni in questa direzione potranno avere tanto più successo quanto più le entità associative troveranno sostegno, legittimazione e supporti tecnici ed economici da parte delle amministrazioni locali; e, naturalmente, quanto più riusciranno a sviluppare una interlocuzione, legata a precise convenienze, con una parte, almeno, dell’imprenditoria: a partire da quella impegnata nel sistema distributivo e nel comparto agricolo, ma senza trascurare l’artigianato – soprattutto quello di manutenzione – e, attraverso processi più mediati, anche la grande impresa di produzione e di servizio. Il meccanismo che accomuna i diversi processi è, o parte, dallo stesso problema: aggregare domanda.

  La politica dei vuoti a rendere

 Cominciando dalle cose più semplici: la nostra spesa quotidiana è composta in larga misura da imballaggi inutili e costosi (Coldiretti ha calcolato, per una serie di items di largo consumo, che spesso l’imballaggio assomma a un terzo del valore del prodotto e a volta lo supera: la quarta settimana di salario se ne va direttamente nel cassonetto). Buone pratiche dal successo ormai consolidato dimostrano che molti di questi imballaggi, destinati a inquinare l’ambiente sotto forma di rifiuti e ad aggravare i bilanci dei Comuni (e degli utenti che pagano la Tia o la Tarsu) sotto forma di servizi di igiene urbana, possono essere eliminati con circuiti di vuoto a rendere o, in molti casi, con la vendita alla spina. Dove gli enti locali si sono impegnati a promuovere questi sistemi, diffusione e accettazione sono state più rapide. Lo stesso vale per l’usa e getta, dalle stoviglie ai gadget ai pannolini.

 Tra il campo e il negozio l’intermediazione dei prodotti freschi assorbe fino a quattro quinti del prezzo finale. I Gas (Gruppi di acquisto solidale) hanno dimostrato che in molti casi è possibile instaurare rapporti diretti con gli agricoltori, garantendo la qualità biologica del prodotto, un maggior ricavo per i produttori e un risparmio per i consumatori. Un vantaggio analogo – anche se con minori controlli – lo offrono i farm market (mercati aperti alla vendita diretta da parte dei produttori agricoli). In entrambi i casi i Comuni possono giocare un ruolo centrale, innanzitutto nell’autorizzare, ma anche nel promuovere e sostenere, entrambi i processi.

 Gli acquisti dei Gas, che sono una forma di auto-organizzazione dal basso, possono progressivamente estendersi a una gamma molto più ampia di prodotti, compresi molti beni durevoli: forse non tutte le intermediazioni possono essere facilmente bypassate; ma una convenzione con distributori disponibili, specie se promossa o garantita da un’amministrazione locale, può alleggerire notevolmente i ricarichi.

 Da oltre un anno il mercato dell’energia è stato liberalizzato. Certo gli utenti non possono seguire giorno per giorno i corsi del kWh per scegliere di volta in volta il fornitore più economico. Ma quello che non può fare il singolo lo può fare per conto di tutti un’associazione; specie se a promuoverla o a garantirla è un Ente locale in grado di mettere a disposizione anche le competenze specifiche necessarie; magari ingaggiando o costituendo una Esco (Energy Saving Company, cioè una società autorizzata a svolgere operazioni del genere). La stessa operazione si può fare contrattando direttamente anche le bollette telefoniche e di connessione con i provider informatici.

 E veniamo agli interventi più pesanti: costi e consumi di riscaldamento e condizionamento (e persino quelli di illuminazione) possono venir contenuti drasticamente con interventi sulle apparecchiature, sull’impiantistica e sugli involucri degli edifici, tutte cose che oggi sono incentivate e che potrebbero fruire di un Ftt (finanziamento tramite terzi) se eseguiti su larga scala. Una modalità che può azzerare i costi di installazione, ma a cui nessun privato ha la possibilità di accedere singolarmente. Un’iniziativa dell’Ente locale per promuovere l’accesso a questa opportunità in forma associata potrebbe sortire risultati rilevanti. Ovviamente il primo a mettere in ordine i propri edifici e impianti (anche per il suo effetto dimostrativo) dovrebbe essere l’Ente locale stesso, magari imponendo lo stesso intervento ai soggetti su cui può avere voce in capitolo: a partire dagli ospedali, grandi consumatori di energia per riscaldamento, raffrescamento, forza motrice e sterilizzazione.

 Questo discorso vale a maggior ragione per il ricorso alle fonti rinnovabili; solare termico per acqua sanitaria e preriscaldamento dei locali, fotovoltaico, ma anche eolico (dove ce ne sono le condizioni), minieolico e biogas nelle aziende agricole e negli stabilimenti sparsi sul territorio.

 L’auto (acquisto, assicurazione, carburante, manutenzione, parcheggio e multe) divora da un terzo alla metà dei redditi bassi. Si dice che nessuno è disposto a staccarsi da questa sua protesi, e in parte è vero. Ma un servizio efficiente di mobilità di linea e personalizzata, promuovendo e organizzando car pooling, car sharing e trasporto a domanda, può permettere, soprattutto a chi l’auto propria o due auto in famiglia non può più permettersele, di farne a meno: con risparmi sostanziali.

  Recuperare i beni dismessi

 Una grande risorsa è infine nascosta nel mercato dell’usato, oggi marginalizzato da un cumulo di divieti e dalle stigmate dell’esclusione. La quantità di beni durevoli avviati alla discarica o alla rottamazione senza essere né consunti né inutilizzabili è immensa. Qui il ruolo delle amministrazioni pubbliche può essere centrale. Sia per autorizzare raccolta, selezione, riabilitazione e commercio dei beni oggi destinati a ingrossare il flusso dei rifiuti (si pensi solo a quello che arriva nelle stazioni ecologiche), sia per legittimare e riconoscere un merito sociale a chi pratica, in qualsiasi posizione lungo la filiera del riuso, il recupero dei beni dismessi.

 Strettamente legate alla estensione del riuso sono la capacità e la possibilità di riparare e di tenere in esercizio i beni durevoli che si guastano. Una capacità che può essere insegnata e diffusa: sia facendo riacquistare a ciascuno di noi, nei casi più semplici, una manualità a cui abbiamo rinunciato da tempo; sia creando le condizioni perché, nei casi più complessi, un esercito di artigiani sia disponibile a costi accettabili a prendersi cura dei beni da riparare; per permetterci di continuare a usarli, o per cederli a chi è disposto a riusarli.

 È questo un grande bacino occupazionale, da tempo trascurato, ma che, oltre a ridurre gli sprechi, ha il vantaggio di riunire nella stessa persona manualità, attenzione (e persino amore) per le cose che ci circondano e competenze tecniche anche di altissimo livello: gli elementi essenziali del paradigma dell’«uomo artigiano» (Richard Sennett) in cui si concretizza la figura di lavoratore che ci porterà fuori, in positivo, dall’era fordista. Oltretutto, la presenza e l’accessibilità di reti diffuse e capillari di riparatori possono indurre una parte dell’apparato industriale a riconsiderare come fattori competitivi durata e riparabilità dei beni messi in commercio. Due caratteristiche oggi totalmente sacrificate all’alimentazione dei mercati di sostituzione; ma due formidabili fonti di risparmio per il consumatore.

Guido Viale   il manifesto, 18/8/2010

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Servizi, Veleni e Betoniere

18 Maggio 2010 2 commenti

Palmi (RC): dalle acque emerge e si spiaggia una betoniera       

bettonieraCapita che il mare in Calabria restituisca tesori dell’antichità. Capita, sempre in Calabria, che il mare possa essere il teatro di strani e inquietanti traffici, come nel caso delle navi dei veleni. Ma, in Calabria, capita anche il mare restituisca “relitti” inaspettati. Sulla spiaggia  della Tonnara di Palmi, in provincia di Reggio Calabria, è da qualche ora, comparsa una betoniera con tanto di camion ancora agganciato. A seguito del ritrovamento sono state avvisate le autorità competenti che stanno effettuando dei rilievi.  Sul caso probabilmente verrà presto aperto un fascicolo d’indagine. L’incredibile spiaggiamento, infatti, potrebbe anche celare retroscena imprevedibili. Per questo sarà necessario tentare di rispondere alla prima domanda che viene in mente, la più ovvia: che ci faceva una betoniera sotto le acque calabresi?

Lunedì 17 Maggio 2010 17:32   Fonte : strill.it  Claudio Cordova

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Navi dei veleni, Pecorella: “No riscontri presenza in Calabria

Nessun riscontro sulla presenza delle cosiddette ‘navi dei veleni’ in Calabria, ma la conferma di un ruolo dei servizi segreti nello smaltimento dei rifiuti che la commissione parlamentare d’inchiesta sulle attività illecite legate al ciclo dei rifiuti, approfondirà nei prossimi mesi. Ad annunciarlo è lo stesso presidente della commissione Gaetano Pecorella, a margine di un convegno sulle ecomafie a Bologna. “Gran parte o una parte delle dichiarazioni di Francesco Fonti (il pentito della ‘ndrangheta che ha raccontato la storia delle navi con rifiuti tossici, ndr) non hanno trovato riscontro – ha chiarito Pecorella – e sono anche viziate da interne contraddizioni cioe’ il mutamento di versioni nel tempo”. Tuttavia per il parlamentare c’é un dato “evidente perché riscontrato da altri auditi e da elementi obiettivi”, e cioé che “in qualche misura, per un certo periodo, i servizi segreti hanno gestito lo smaltimento dei rifiuti pericolosi – ha spiegato – e questo è un settore che approfondiremo, perché ha una sua logica nel senso che i rifiuti pericolosi venivano prodotti dalle aziende di Stato e a un certo punto bisognava eliminarli”. Anche illegalmente? “In quel momento non c’era un sistema diverso – ha ammesso – ad esempio i fanghi radioattivi dove sono finiti?”

29 Aptile 2010. Fonte : tele reggio calabria .it

carrette_del_mareNavi dei veleni: scovate le prove

Il capitano Natale De Grazia aveva individuato la rotta giusta: ben 180 affondamenti sospetti (Adriatico, Ionio e Tirreno). Lo hanno ammazzato gli apparati italici di sicurezza, vale a dire lo Stato che poi gli ha conferito una medaglia d’oro al valore per tentare di smacchiarsi la coscienza. Correva l’anno 1995, per l’esattezza a cavallo fra il 12 e 13 dicembre. L’amico Francesco Neri, magistrato integerrimo e generatore in quel periodo remoto dell’inchiesta sulle navi dei veleni rischia grosso dopo la recente bomba a Reggio Calabria.

Lui non ha neppure la scorta. Non è un politicante da strapazzo e non tesse affari con le mafie intercontinentali. A me la tutela della Polizia di Stato è stata assegnata il 22 dicembre 2009 dal ministero dell’Interno. Non l’avevo richiesta e volentieri ne faccio a meno, purché sia tutelata effettivamente la mia famiglia.

Da alcuni mesi ci stanno pressando in ogni modo e avvertiamo il loro fiato sul collo. A distanza di dieci mesi non sappiamo nulla in merito alle indagini giudiziarie sugli attentati del 2009. Ora ignoti nottetempo hanno manomesso l’auto di famiglia.

E’ un segnale? Cosa vogliono dirmi? Sempre nella stessa nottata ignoti hanno rubato l’auto ad un caro amico nonché collaboratore di Terra Nostra.

Scusi Berlusconi, ma che razza di tutela è se siamo effettivamente in balia degli eventi e in anticipo conoscono i miei spostamenti nonché i punti deboli di persone care? Tranquilli boiardi di stato. La famigerata inchiesta sulle “navi dei veleni” è in dirittura d’arrivo, autofinanziata in toto.

La mole di scoperte e di materiali faticosamente analizzati sul campo, i riscontri in mare, gli impedimenti governativi, le barriere istituzionali hanno allungato i tempi prefissati a dicembre. A fine settembre sarà pubblicato il rovente dossier.

Sia ben chiaro: le navi a perdere hanno ormai superato quota 200; e non sono relitti bellici della prima o seconda guerra mondiale. Abbondano i container colmi di rifiuti chimici oltre a scorie radioattive e quant’altro la bulimia del profitto a tutti i costi ha saputo realizzare sulla pelle degli ignari esseri umani.

L’ultimo riscontro probante smaschera il professor avvocato Gaetano Pecorella, gran sodale del presidente del consiglio Silvio Berlusconi, ma soprattutto presidente della commissione “ecomafie”. Vale a dire il garante ambientale e sanitario dei cittadini. In questo caso difesa a parole, poiché lo stesso Pecorella aiuta in realtà gli ecomafiosi.

Da alcuni mesi ho stabilito un contatto con la segreteria dell’ammiraglio Raimondo Pollastrini, comandante generale della Guardia costiera. Non è possibile intervistarlo personalmente, forse si fa prima con il presidente Napolitano o magari con l’unto del signore. L’alto graduato pretende le domande prima del colloquio. Incredibile.

Comunque, sono stati sottoposti 23 quesiti in materia di inabissamenti nel Mediterraneo. Risposte? Nessuna. Il 10 maggio in Roma a Maricogecap non c’era nessun ufficiale per fare il punto della situazione. A stento sono riuscito a colloquiare telefonicamente con il comandante Vittorio Alessandro.

Addirittura a Reggio Calabria, tale Antonio Ranieri, in forza alla direzione marittima mi ha impedito di visionare il registro pubblico dei sinistri in mare. Caso unico in tutte le guardie costiere d’Italia.

Cosa nasconde questo ufficiale reo del disastro a base di idrocarburi di nave Eden V?

La censura non è altro che il modo concreto per il discorso dell’ordine di travestire, escludere, eludere o negare quei contenuti che rischierebbero di mettere in pericolo la sua legittimità, le sue certezze, il suo potere. Vero ministri in carica ancora per poco? Che singolare coincidenza.

Stanotte l’ennesima sorpresa intimidatoria, mentre il ministro Prestigiacomo – rea di aver insabbiato il fenomeno a Cetraro – non ha accettato il contraddittorio pubblico nella televisione ormai controllata dal boss di Arcore.

Attenzione, per dirla con Brecht: “il nemico marcia alla nostra testa”.

 

 Fonte :  italiaterranostra.it  di Gianni Lannes     14 maggio, 2010

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