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Archivio per la categoria ‘Politica’

Contro il feticcio della legalità

28 Ottobre 2012 Commenti chiusi

                                                     di Aldo Giannuli

Avevo appena finito di scrivere il pezzo sugli eccessi del giustizialismo che è arrivata la polemica sugli sgomberi del Lambretta e delle case di San Siro operati dalla questura milanese subito dopo i quali, gli occupanti di San Siro, hanno protestato entrando a Palazzo Marino. La cosa, ovviamente, determinato una levata di scudi verso i soliti centri sociali che sono violenti, ricorrono a forme di lotta inaccettabili ecc. sia da parte della destra (e sin qui ci siamo) sia da parte di molti esponenti del Pd che hanno sostenuto che nessuna solidarietà dovesse darsi agli sgomberati, perché non sono accettabili forme di lotta illegali mentre la legalità è un valore assoluto da difendere. In astratto la difesa della legalità è un punto di vista condivisibile, e tanto più in un momento in cui la legalità è quotidianamente violata dai poteri forti della finanza, da una casta politica di farabutti e tangentari, dalla grande criminalità organizzata ecc. Ma è proprio questa l’occasione migliore per rimarcare la difesa di questo valore? Ed in concreto come stanno le cose? Prosegui la lettura…

Categorie:Milano, Politica Tag:

I danni di una classe dirigente disastrosa

8 Settembre 2012 Commenti chiusi

I danni di una classe dirigente disastrosa

Guido Viale    Il manifesto   7 settembre 2012 

La Bulgariaha reso noto di non avere interesse all’ingresso nell’Unione Europea fino a che questa non avrà risolto i suoi problemi. Questa dichiarazione misura quanto il sogno di un’Europa unita, promosso dai suoi padri fondatori e condiviso da milioni di cittadini, sia stato tradito.
Non che le politiche della Comunità, poi Unione, Europea siano mai state tali da accendere l’entusiasmo dei suoi cittadini; ma la crisi scoppiata nel 2008, che ha visto le politiche europee ridursi a una corsa affannosa prima per salvare le banche responsabili del dissesto, e poi per «rassicurare» i cosiddetti mercati, cioè gli speculatori che ingrassano sui debiti pubblici dei paesi membri, ha portato le istituzioni dell’Unione a una resa dei conti. Mentre i governi si trastullano con gli spread in una serie di riunioni inconcludenti che ne evidenziano incapacità e impotenza, ma sostanzialmente la resa ai poteri della finanza internazionale, la coesione sociale della compagine europea – di cui l’economia non è che una manifestazione, e neanche la principale – ha ormai imboccato la strada della dissoluzione.
Di questo disastro che coinvolge un intero continente (e con esso il resto del mondo), e delle scelte che l’hanno provocato, l’Italia è senza dubbio l’espressione più compiuta: l’inconsistenza dei suoi governanti, si tratti di «tecnici», di politici o di clown, è lo specchio (certo deformante) di una mancanza di prospettive e di una miseria intellettuale che accomuna tutto l’establisment europeo; e non a caso, ma per la sua subordinazione senza alternative ai poteri della finanza. Che cosa sarà dell’Europa – e che cosa sarà del mondo – domani, tra dieci anni, tra venti, a metà del secolo? Nessuno di loro sa rispondere (ci mancherebbe…). Ma nemmeno si pone il problema.
La Grecia è certo più avanti di noi lungo il sentiero dello sfascio sociale e politico, ma l’Italia la sta seguendo a ruota. Il pareggio di bilancio e il fiscal compact segnano il cammino lungo un itinerario già tracciato e destinato a travolgere uno dietro l’altro tutti gli altri membri della compagine europea. D’altronde neanche la Germania, che sembra attendere sulla riva del fiume il cadavere degli altri «Stati membri» dell’Unione, sta più tanto bene.
All’intervento pubblico che in Italia, ma non solo, ha avuto nell’industria di Stato uno dei suoi strumenti principali, viene oggi imputato, sulla base dei canoni dell’ideologia liberista, lo stallo in cui è incorso lo sviluppo del «miracolo economico». Senza prendere mai in considerazione l’ipotesi che quello stallo, che ormai riguarda in misura maggiore o minore tutto il pianeta, comprese le economie «emergenti» che si sono lanciate all’inseguimento di quel modello portandolo al parossismo, sia invece riconducibile a problemi di tutt’altro genere: l’insostenibilità sociale e ambientale e la saturazione dei mercati dei beni inutili.
No, ci viene detto ora. La causa di quello stallo e dei disastri che l’accompagnano è l’intrusione di una classe politica squalificata dentro i meccanismi dell’economia, senza ricordare che quella classe politica ha avuto per più di mezzo secolo, e fino a ieri, il sostegno di tutta l’imprenditoria italiana, delle sue associazioni e dei media che l’hanno difesa in tutti i modi. Così, invece di adoperarsi per rinnovarla, il rimedio che la cultura e la pratica liberiste hanno trovato ai guai veri o presunti creati dall’intervento pubblico è stata la privatizzazione di tutto il possibile – in base all’assunto che privato è efficienza e pubblico è spreco, e che il compito del governo è bastonare i lavoratori, mentre produzione e sviluppo sono affare delle imprese – cercando di far dimenticare che a beneficiare di un intervento pubblico oneroso, devastante e arbitrario erano stati, e da sempre, non i lavoratori ai cui «privilegi» viene oggi imputato la crisi delle finanze statali, ma i grandi profittatori di quegli anni: i Moratti, i Rovelli, gli Onorato, gli Orlando; della Fiat che si è fatta costruire o cedere a spese dello Stato buona parte degli stabilimenti che ora abbandona.
Oggi possiamo toccare con mano i risultati della cura delle privatizzazioni adottata con la «svolta» degli anni ’80: i disastri dell’Ilva, dell’Alcoa, della Lucchini Sevestal, la scomparsa dell’Alfaromeo in mano alla Fiat, le autostrade in mano ai Benetton, le malversazioni dell’Eni in mano ai Ferruzzi, la sclerosi di Telecom, per non parlare dei rifiuti campani gestiti da Impregilo o dell’importazione e distribuzione di gas in mano agli eredi Ciancimino; e ancora, le Banche di interesse nazionale, accorpate, imbolsite e consegnate a una gestione «imprenditoriale» che, se venisse sottoposta a un autentico stress test, si ritroverebbe – come si ritroverà – nella stessa situazione di quelle spagnole: ripiena di crediti inesigibili dai grandi capitani dell’edilizia privata. Tutto ciò prova non solo che l’industria, le infrastrutture e le stesse funzioni dello Stato sono state svendute – per non dire regalate – ai privati; dimostra anche che la gestione privata è intervenuta solo per spremere fino all’osso quanto era ancora possibile ricavare da quei regali di Stato, per poi abbandonarli al loro destino; forse in attesa che lo Stato intervenga di nuovo, magari mobilitando la Cassa depositi e prestiti, come già sta facendo a favore dei «piani di sviluppo» del Ministro Passera.
Non basta. Oggi abbiamo un governo di «tecnici» in gran parte prelevati da quella Università che ha usato la cooptazione senza verifiche (leggi parentopoli) per soffocare le spinte innovatrici del ’68. Così abbiamo un ministro del lavoro che non sa quel che dice e quel che fa, emulo, per competenza, della Prestigiacomo; un ministro dell’istruzione che si trova a suo agio sula scia della Gelmini; un ministro della salute che si occupa delle bollicine invece che dei tumori provocati dall’Ilva. E un primo ministro che non sa che cos’è l’ambiente e che si autonomina «garante» del disastro europeo, dopo aver «garantito» mesi fa i risultati dei suoi provvedimenti (ricordiamo i “numeri” che aveva dato: Pil +11%; salari +12; consumi +8; occupazione +8; investimenti + 18…); e dopo aver confermato – tra i tanti bluff – il Tav Torino-Lione contro il parere di 360 tecnici, loro sì autentici. Per non parlare di quelli che non sono neppure professori, come Passera, che nell’ignoranza dei problemi del contesto in cui opera non è secondo a nessuno. Più tutti quelli assurti a un Ministero o a un Sottosegretariato – e non sono pochi – per ragioni di famiglia o di conoscenze (alcuni dei quali sono già stati presi con le mani nel sacco). Eccoli i veri «bamboccioni» di cui tanto si parla (altro che quelli costretti a vivere «in famiglia» perché senza lavoro e senza soldi per pagare un affitto): uomini e donne in carriera grazie alla loro adesione al liberismo. Che poi, alla prova dei fatti, fanno solo disastri: tra gli applausi della stampa e dei media di regime, trasformati in altrettante Pravde.
Ma se il «pubblico» non funziona e il privato neppure, che cosa bisogna fare? Il vero problema dell’Italia e dell’Europa non sono gli spread, ma la necessità di un ricambio radicale delle classi dirigenti: in campo politico, in campo economico e imprenditoriale, in campo accademico e culturale. Occorre creare una classe dirigente capace e disposta ad affrontare il ciclo economico, dalla produzione al consumo e al riciclo, come un bene comune; per recuperare un rapporto di reciproca fiducia con i governati che l’attuale establishment ha irrimediabilmente perduto.
Certo, non è un programma di breve periodo (nel frattempo, di fronte alle urgenze del momento, bisognerebbe che due «colossi» come Italia e Spagna, seguiti da molti altri, rinviassero le scadenze di rimborso del loro debito per costringere tutti, Merkel in testa, a correre in qualche modo ai ripari). Ma è un programma che ha la sua premessa nella mobilitazione e nelle lotte dei cittadini e dei lavoratori, il 99 per cento, colpiti dalle misure «imposte dall’Europa»; che certo già oggi non mancano, e non mancheranno domani. Ma che può trovare la strada di una sua affermazione soltanto nella creazione di nuovi istituti di democrazia partecipata, di valorizzazione dei saperi oggi misconosciuti da chi governa e da chi impiega il lavoro altrui, di conversione delle politiche industriali, orientandole verso prodotti e produzioni sostenibili, di rinnovamento della cultura, per riabilitare la solidarietà contro la competizione, la sobrietà contro lo spreco, il rispetto della natura e degli altri contro l’aggressione e il razzismo imperanti.

 

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A caldo: che cos’è questo golpe?

20 Maggio 2012 Commenti chiusi

 Intanto, non è un golpe. Non c’è bisogno di un golpe.

 

 

 

 

 

 

 

 

In Europa, il golpe è démodé da almeno quarant’anni. E’ assodato che si possono ottenere gli stessi risultati con più discrezione e gradualità. Il che non vuol dire con meno violenza: è solo un altro uso della violenza, più dosato, capillare, diversificato.
In questo momento, come altre volte è successo, diversi poteri costituiti comunicano tra loro in un linguaggio allusivo e cifrato, linguaggio fatto di attentati, provocazioni, bombe che uccidono nel mucchio, pacchi-bomba e bombe-pacco, sigle multi-uso in calce a volantini di rivendicazione bizzarri e pieni di errori marchiani.
Cosa esattamente si stiano dicendo questi poteri costituiti, questi settori di capitalismo italiano e internazionale, forse non lo sanno nemmeno loro. Appunto, è un linguaggio allusivo, tipicamente mafioso, e nemmeno loro ne colgono tutte le sfumature.
Sulla sostanza, però, sul nucleo di senso di questi messaggi, in diversi cominciamo ad avere sospetti. Si parla già, benché ancora timidamente, di una nuova “strategia della tensione”, un nuovo “stabilizzare destabilizzando”.
E chissà se è una semplice coincidenza che negli ultimi tempi si sia ricominciato a depistare sulla strategia della tensione degli anni ’60-’70: Piazza Fontana fu un po’ colpa anche degli anarchici etc.

Il fine diretto o indiretto di ogni atto della strategia della tensione è criminalizzare i movimenti, o comunque ostacolarne le lotte, renderne più difficile lo sviluppo. Una società civile ansiosa e impaurita, nonché mobilitata sulla base della paura, è una società che tira la carretta a capo chino, più disposta a delegare scelte cruciali, più disposta ad accettare politiche che si annuncino ansiolitiche e senz’altro meno disposta a recepire le istanze dei movimenti. Movimenti che il potere addita all’opinione pubblica come piantagrane contrari al blocco d’ordine, pardon, alla “concordia nazionale”.

Per ottenere questo scopo, non è necessario che tutti gli attentati e scoppi di violenza siano attribuiti ai movimenti, agli anarchici, agli estremisti, ai “rossi” e via elencando. In passato, ha funzionato molto bene la cornice concettuale degli “opposti estremismi”: quello rosso e quello nero. E per passare su ogni differenza e contraddizione col caterpillar della “concordia nazionale”, va bene più o meno qualunque matrice o attribuzione.

La “strategia della tensione” è sempre una strategia di controrivoluzione preventiva.
Perché si renda necessaria una controrivoluzione, non è necessario che il pericolo immediato da scongiurare sia una rivoluzione. In Italia, è palese, non stiamo per fare la rivoluzione.
Perché si renda necessaria una controrivoluzione, è sufficiente il timore da parte dei padroni che una crisi di sistema possa avere uno sbocco nella direzione “sbagliata”. E per comprendere di quale direzione possa trattarsi, forse dovremmo distogliere lo sguardo dal nostro ombelico e guardare all’Europa.

In diversi paesi d’Europa e tuttavia non ancora in Italia, i movimenti sociali e le lotte dei lavoratori, dopo due-tre anni di intensa agitazione di piazza, sembrano aver trovato espressione – seppure imprecisa e transitoria – sul terreno politico strettamente inteso. Il terreno, fino a poco tempo fa del tutto squalificato, della competizione elettorale.
In Francia, in Grecia e in parte in Germania, gli elettori hanno sconfessato la gestione tardoliberista della crisi da parte della “Trojka” (Banca centrale Europea, Unione Europea, Fondo Monetario Internazionale) e delle classi dirigenti che ne portano avanti le politiche di smantellamento dei diritti e repressione poliziesca.
Gilles Deleuze diceva che la parte interessante di qualunque processo non è il suo inizio, che è sempre discreto e “mimetizzato” nello stato di cose presenti, ma la metà del suo percorso, quando gli elementi innovativi si staccano dallo sfondo col quale si confondevano, e diventano palesi.
Forse oggi, in diversi paesi d’Europa e tuttavia non ancora in Italia, siamo alla metà di un percorso: si sta facendo manifesta una ricomposizione anticapitalista o, quantomeno, di sinistra antiliberista. Sembra lontana la “corsa al centro”, ed è sempre più evidente che tale centro non esisteva; nessun esponente di sinistra che abbia un minimo di sale in zucca cerca più il voto dei “moderati”, ed è sempre più chiaro che i “moderati” non esistono; da più parti, anche se non ancora in Italia, vengono dismesse etichette sterilizzanti come “centrosinistra” e i suoi corrispettivi. Dove le sinistre si presentano come… di sinistra, e dicono chiaro e tondo che il loro avversario è di destra, ottengono risultati impensabili fino a poco tempo fa.
Di contro, anche il “centrodestra” perde ovunque, a scapito di movimenti di estrema destra che non annacquano le loro proposte reazionarie. La “corsa al centro” sembra davvero finita.
N.B. Si è parlato molto di Marine Le Pen e di Alba Dorata, ma nell’ultima tornata elettorale continentale, la sinistra-sinistra ha nel complesso guadagnato più della destra-destra. Andate a contare e sommare i voti, poi chiedetevi come mai dai resoconti dei media non si capiva.

E’ vero, i risultati elettorali sono sempre una fotografia sgranata e distorta di quel che accade, ma anche fotografie di quel genere permettono di capire alcune cose.
La ricomposizione non consiste principalmente nell’incollare con lo sputo pezzi di ceto politico residuale, non passa per alleanze meramente elettorali come quelle che si sono praticate in Italia e qualcuno ancora si auspica. No, la ricomposizione è sociale, avviene prima nelle lotte, ed è leggibile dopo nello spostamento a sinistra dell’asse politico registrato dalle consultazioni elettorali.

Il processo di ricomposizione è iniziato sottotraccia nel 2010 con la “primavera” dei movimenti studenteschi in diversi paesi, con la grande battaglia per fermare la controriforma delle pensioni in Francia (“Je lutte des classes!“), l’avvio della resistenza di massa alla “debitocrazia” in Grecia, il referendum islandese per la remissione del debito, ed è proseguito nel 2011 con le grandi ondate di scioperi in Gran Bretagna, la radicalizzazione del movimento di massa in Grecia e vaste, multiformi mobilitazioni come quella del movimento 15 Maggio in Spagna, esplose sulla scia delle “primavere arabe” e in una seconda fase sospinte per retroazione dal movimento Occupy nordamericano che avevano ispirato.

Bisogna studiare i timori dei poteri costituiti per capire la forza potenziale dei movimenti, anche e soprattutto quando i movimenti tendono a sottovalutarsi. Capita che facciamo più paura di quanto siamo disposti a credere. In Italia, qualcuno – qualcuno di altolocato – teme il contagio della ricomposizione di classe europea e planetaria. Teme uno sbocco antiliberista della crisi.
In apparenza, sembrerebbe un timore infondato.

E’ vero, veniamo anche noi da due-tre anni di lotte di piazza, in scuole e università, sui luoghi di lavoro, e assistiamo alla rapida putrefazione delle forze politiche che ci hanno governati negli ultimi tre-quattro lustri. Vista in astratto, sarebbe una situazione favorevole. Nel concreto, invece, paghiamo un sistematico avvelenamento dei pozzi, decenni di frantumazione del legame sociale, il suicidio della sinistra politica e, last but not least, il lungo equivoco del controberlusconismo (“Va bene tutto purché se ne vada Berlusconi”). Equivoco che ha illuso una gran parte di italiani sulla vera natura del governo Monti, regalando a quest’ultimo una “luna di miele” che ci ha fatto accumulare ulteriore ritardo rispetto agli altri paesi.

E’ il vecchio, citatissimo apologo della rana nell’acqua che bolle. E’ un esperimento che vi chiediamo di non tentare, fidatevi e basta. Se infili la rana quando l’acqua già bolle, reagirà e salterà fuori. Devi posarla nella pentola quando l’acqua è ancora fredda, e scaldarla pian piano. E’ l’unica maniera per lessarla viva.
Per imporre questa gradualità, è indispensabile cambiare le parole, usare parole che nascondano l’ideologia, lo scontro in atto, le forze in campo. Le parole devono suonare “neutre” e far pensare a processi il più possibile oggettivi. Gli attuali ministri sono quasi tutti banchieri, ma è proibito dire che è un “governo di banchieri”. O meglio: poiché lo ha detto la Lega, se lo dici anche tu ti danno subito del leghista. Non si può dire che è un governo di banchieri: è un governo “tecnico”, perciò neutro, apolitico.
E’ come quando chiami l’idraulico: che c’è di “ideologico” nel riparare un guasto allo scarico del lavandino? E’ tutto oggettivo, no? Il tubo è rotto, chiamo il tecnico, il tecnico lo ripara.

E così, anche sulla scia del controberlusconismo, il governo più dogmatico, ideologico e asservito alla finanza della storia della Repubblica è riuscito a presentarsi come super partes, e a descrivere le sue “ricette” come le uniche scientificamente giuste e quindi da applicare senza discussioni. Compreso l’abominio – con l’avallo del solito PD – del pareggio di bilancio nella Costituzione.

Altro esempio di strategia “desoggettivante” è l’espressione: “i mercati”. Ce lo chiedono i mercati.  L’espressione rimanda a un funzionamento oggettivo e ferreamente razionale dell’economia, una logica ineludibile alla quale dovremmo uniformarci, perché “è l’unica cosa da fare”, “non c’è alternativa”.
Ultimi esempi di neolingua: “austerità” e “rigore”. Termini che un tempo indicavano due virtù – su per giù: l’accontentarsi di poco e un’inflessibile coerenza etica – ora indicano due obblighi a cui deve sottostare la parte debole della società, affinché quella forte possa restare ricca. Oggi “austerità” significa rinunciare ad assistenza e servizi sociali, e “rigore” significa tagliare la spesa pubblica… ma solo quella destinata a certi usi (ammortizzatori sociali) e non ad altri (si veda il caso del TAV Torino-Lione, col suo gigantesco sperpero di soldi dei contribuenti).

La “luna di miele” col governo Monti parrebbe finita, la vecchia classe politica è fortemente delegittimata e presa d’assalto dalle inchieste giudiziarie, ma per ora il malcontento – a differenza di quanto avviene altrove – è capitalizzato da un movimento ambiguo e privo di memoria, “né di destra né di sinistra”, che su alcuni temi è antiliberista e su altri è liberista, su alcuni temi è libertario e su altri autoritario, su alcuni è egualitario e su altri addirittura razzista, ed è di proprietà di un leader carismatico cresciuto nella stessa industria dell’entertainment e della pubblicità che ci aveva dato Berlusconi.

La situazione è questa, ed è grama. Eppure, come si diceva sopra, c’è chi teme uno sbocco antiliberista della crisi, e sta attuando strategie di controrivoluzione preventiva.
Davvero è possibile anche in Italia avviare una ricomposizione? Davvero è possibile far capire che tutte le lotte  sono la stessa lotta?
Cerchiamo di interpretare i timori del potere, ascoltiamo gli sfoghi dei suoi esponenti.
Nei giorni scorsi è stato detto che il movimento No Tav è “la madre di tutte le preoccupazioni”.
Da sette mesi, il cantiere del TAV – con l’avallo del solito PD – è stato dichiarato “sito di interesse strategico nazionale”, ovvero zona militare, con pesanti conseguenze per chi ne viola i confini.
Negli ultimi due anni, il movimento No Tav è stato il principale bersaglio di provocazioni “controinsorgenti”, e si è cercato in ogni modo di trascinarlo in un dibattito pubblico artefatto e pieno di trabocchetti, a colpi di “brodo di coltura”, “fiancheggiatori”, “pericoli di derive armate” etc. Repressione, arresti, lunghe prigionie in condizioni umilianti, con provvedimenti sproporzionati come la censura della posta… E’ di appena due giorni fa la notizia che Giorgio Rossetto e Luca Cientanni sono passati dal carcere agli arresti domiciliari.
Sul movimento No Tav si sono sperimentate le tattiche di controrivoluzione preventiva che vediamo e vedremo all’opera su scala nazionale.
E’ importante continuare a seguire gli eventi in e intorno alla Val di Susa. Se davvero ci sarà una ricomposizione, passerà anche da quel patrimonio di esperienze, da quella resistenza lunga vent’anni. La quieta tenacia di cui il movimento No Tav ha dato prova dev’essere di ispirazione per tutti noi, per resistere alla nuova “stabilizzazione destabilizzante”, alla stagione delle bombe che ha già svoltato l’angolo.

FONTE

 

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Dato che è importante esserci, in Val di Susa, ciascuno con la sua specificità e portando il suo contributo, e a maggior ragione è importante esserci in questa fase, noi saremo là nel week-end (sabato 26 e domenica 27), insieme ad altri narratori, e ci saremo da narratori. E’ quel che sappiamo fare. L’iniziativa, nata da un’idea di Serge Quadruppani, si chiama “Una montagna di libri. Contro il TAV in Valle di Susa”. Nel corso delle due giornate leggeremo brani “in tema” a Bussoleno, Chiomonte, Giaglione e in Clarea, davanti ai reticolati del cantiere “di interesse strategico nazionale”. Ecco il manifesto della due-giorni:

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Elezioni, Grillo e galline in fuga

9 Maggio 2012 Commenti chiusi

 

Grillo ed il boom del Movimento 5 stelle

di Aldo Giannuli       7 maggio 2012

Come era nell’aria, Grillo ed il suo movimento hanno ottenuto uno strepitoso successo alle amministrative sfondando nelle città del Nord e sembra avviato ad un notevole successo nazionale che potrebbe anche superare il 10%. Va detto che nei centri minori il movimento esiste poco anche al nord e che nel sud (anche in una grande città come Palermo)  si attesta su percentuali assai inferiori. Va però considerato l’effetto “valanga” che può determinarsi con questo risultato e che la credibilità dei partiti ormai sta sprofondando nei numeri negativi. La crisi inizia a mordere e chiede atteggiamenti radicali, mentre l’esperimento di Monti sembra avviato ad un malinconico declino.  Questo sta creando una forte reazione da parte dei partiti (cosa del tutto comprensibile) che cercano di esorcizzare il fantasma con l’accusa di demagogia antipolitica ecc. Un numero di varietà già visto e fallito conla Lega20 anni fa. Ma Grillo raccoglie antipatia anche da Sel, Rifondazione ed Idv (che ne temono la concorrenza) e dall’estrema sinistra dei centri sociali e del sindacalismo di base che non ne apprezzano le sortite di destra e l’esasperato legalismo. Lasciamo perdere il Pd, ma anche la sinistra parlamentare che aspira a rientrare in Parlamento, farebbe meglio ad interrogarsi sul perché in Germania, Francia, Portogallo, Grecia, Spagna, Islanda la sinistra anticapitalistica aumenta i suoi voti ed oltrepassa spesso l’8%, mentre in Italia non si schioda dal 5% e sostanzialmente non supera il trauma del 2008. Il M5s inizialmente composto da una buona fetta di simpatizzanti di sinistra delusi (parlo del Vaffa day di 5 anni fa), ha poi aggiunto componenti assai diverse ed il movimento è cresciuto a “macchie di Leopardo”: con percentuali elevate in Piemonte (dove ha influito la protesta no Tav) ed a Bologna (dove si sentiva l’effetto degli errori del Pd nella scelta dei candidati sindaci), ed ora dilaga negli altri centri settentrionali. Grillo sta tentando anche lo “sfondamento” sull’elettorato leghista squassato dagli scandali e per questo ha accentuato alcuni accenti discutibili (il corteggiamento agli evasori fiscali, la frase infelice sulla mafia).

Siamo in presenza di un movimento che ha molti punti di contatto con quelli del “punto di confusione”di cui abbiamo detto nell’articolo precedente.
In primo luogo, siamo esattamente in un momento di crisi frontale del sistema politico, che tocca il grado più basso della sua credibilità e questo non avviene solo in Italia, ma, per effetto della crisi, anche in molti altri paesi europei, nei quali, infatti, si stanno affacciando movimenti di protesta di tipo populista. E, come abbiamo detto, è esattamente in questi momenti che si manifestano movimenti caratterizzati da elevata disomogeneità interna ed accomunati dalla protesta verso il sistema.

E, infatti, va considerata la forte eterogeneità sociale del M5s: ormai il ruscello degli inizi sta diventando un torrente in piena che mescola giovani esacerbati per il furto di futuro che stanno subendo e pensionati ai limiti della sussistenza, lavoratori autonomi esasperati dalla pressione fiscale ed evasori incalliti,  cittadini disgustati dei privilegi da satrapi dei nostri politici e furbetti che fanno conto di avviare una facile carriera politica con una manciata di voti personali,  lavoratori precari che non si sentono rappresentati dai sindacati e padroncini che odiano i sindacati perché ostacolano lo sfruttamento dei lavoratori, valligiani xenofobi e pezzi di movimenti antimafia. Insomma di tutto un po’ ed anche del contrario di tutto. In qualche modo, è lo stesso Grillo (come spesso succede ai leader carismatici) ad incoraggiare queste confluenze eterogenee, mescolando elementi di discorso politico di sinistra (come la richiesta di maggiore partecipazione democratica o la difesa dei beni comuni contro le privatizzazioni) con elementi fungibili tanto a destra che a sinistra e condotti spesso in modo ambiguo (la critica al sistema finanziario,  la protesta contro la  corruzione, l’ ambientalismo, il richiamo al principio di legalità ecc.) con discorsi propriamente  di destra (le sparate contro gli immigrati –imperdonabili-, le strizzate d’occhio agli evasori fiscali, qualche uscita infelice in tema di omosessuali o di lotte operaie).

In terzo luogo il discorso di Grillo presenta un tratto tipico del populismo: la speranza, del tutto infondata, di trovare soluzioni semplici ed immediate a problemi complessi. Intendiamoci: il più delle volte i movimenti populisti partono da esigenze giustissime cui, troppo spesso, politici ed intellettuali “di corte” rispondono con discorsi speciosamente complicati ed incomprensibili per respingere quelle domande. Questo è vero, ma non significa che quelle esigenze possano essere soddisfatte con ricette semplici. Accade allora che il bisogno di una comunicazione immediatamente comprensibile anche dagli strati meno colti della società spinga a semplificare indebitamente il discorso, prospettando soluzioni miracolistiche, ottime per mobilitare ma inefficaci o irrealizzabili, con l’esito finale che l’attenzione si sposta sempre di più dalla credibilità del discorso a quella del leader.

Fuori discussione l’onestà personale di Grillo e il suo desiderio di servire il paese e la democrazia senza aspirazioni personali di carriera (ha ripetuto spesso di non essere disposto a candidarsi e penso gli si possa credere). Il punto è un altro: le dinamiche oggettive del “punto di confusione” che possono spingere un movimento anche lontano dalle intenzioni di chi lo ha promosso. Ne deriva che il necessario sforzo di rifiutare una dimensione minoritaria e di omogeneizzare domande politiche potenzialmente confliggenti fra loro, piuttosto che unificarsi intorno ad una strategia politica –che richiede una operazione culturale di alto profilo- finisce per trovare il suo punto di convergenza nella funzione del leader.

E questo apre la strada a diversi esiti “pericolosi”: se è vero che Grillo (per ragioni di età,  per il suo modo di porsi più come “testimonial” che come capo del movimento, per le sue caratteristiche di disinteresse personale e di ispirazione democratica, nonostante qualche caduta come quelle ricordate) non va in questa direzione, è anche vero che il carattere poco strutturato del M5s (altro punto di contatto con i movimenti protestatari del “punto di confusione”) potrebbe obbligarlo a svolgere controvoglia questo ruolo oppure costringerlo ad inseguire il suo stesso movimento che potrebbe sfuggirgli di mano. E il meno che possa accadere è che finisca per regalarci altri Scilipoti, Razzi, De Gregorio e via di questo passo. L’assenza di una cultura politica omogenea e al livello dell’ampiezza dei consensi raccolti potrebbe rivelarsi determinante in questo senso.

D’altra parte, non è affatto detto che le cose debbano andare in questo modo e che l’unica alternativa sia fra la nascita di un pericoloso movimento populista di destra ed il fallimento del movimento. Anzi, nonostante le citate deprecabili uscite di Grillo, va detto che questo movimento ha in sé notevoli potenzialità di segno opposto che sarebbe sciocco non vedere.

In secondo luogo c’è un aspetto ambiguo del discorso di Grillo che però non è detto debba sciogliersi per forza in senso negativo. Parliamo delle sue campagne sulla finanza che ormai risalgono a circa 10 anni, quando ancora la crisi non si era manifestata. E qui la sinistra deve farsi una autocritica da saio penitenziale ed autoflagellazione: il Pd è da sempre il cavalier servente dei poteri finanziari, “spalmato” sui desiderata dei maggiori gruppi bancari del paese ed incapace di dire qualcosa di sensato sulla crisi, Vendola ha deciso che non è un argomento di cui valga la pena di occuparsi e parla d’altro (esattamente come i Verdi ecc.) e Ferrero, su questo come sul resto, apre bocca per dare aria ai denti. Quanto alla base della sinistra (dal Pd al sindacato e ai centri sociali) dobbiamo costatare che è affetta da una crisi di rigetto nei confronti del tema: si intuisce che il nemico stia lì, ma ci si rifiuta con decisione di capire come funzioni la cosa. Un rifiuto “di pancia” che non ammette sforzi di testa; e me ne accorgo sia quando mi capita qualche dibattito con sindacalisti (che se la prendono con la “cattiveria” delle banche) sia a lezione, quando cerco di spiegare ai miei studenti il nesso fra globalizzazione e finanziarizzazione e vedo facce da sala d’attesa del dentista. Posso anche capire che il tema risulti ostico ai più, con le sue formule esoteriche ed i suoi astrusi calcoli: d’accordo, ma se la sinistra non capisce che è su questo terreno che ci si sta scontrando, la battaglia è persa.

Grillo lo fa in modo discutibile: senza un minimo di dimensione di classe del fenomeno ed in compagnie molto poco raccomandabili di estrema destra. D’accordo, ma ha riempito il vuoto lasciato dagli altri. Il problema è: perché la sinistra ha smesso di capire il mondo ed ha perso la sua cultura politica che aveva il suo cuore proprio nella critica dell’economia politica? E questo è proprio grave per quelli che pretendono di essere gli eredi di Karl Marx (che nella tomba starà facendo i salti mortali).
L’M5s non va assunto come un avversario pregiudiziale o, all’opposto, come l’Arca della salvezza su cui imbarcarsi. Niente demonizzazioni e niente esaltazioni. Anche in questo caso vale l’aurea regola: “Humanas actiones nec ridere nec lugere neque detestari, sed intelligere”.

Si tratta di un movimento in formazione e, come tale, aperto a diversi possibili esiti: non è detto che l’albero debba necessariamente cadere da destra, anzi, intelligenza vorrebbe che ci impegnassimo a farlo cadere da sinistra, sciogliendo le ambiguità in senso progressista e di classe.
Bisogna mantenere un atteggiamento critico: respingere le uscite inaccettabili come quelle sull’immigrazione, ma valorizzare i punti di contatto, cogliere ogni occasione di convergenza per spingere il M5s a definire una sua cultura politica in senso libertario, democratico, egualitario.

Ma per fare questo occorre avere idee chiare e proposte forti: siamo in grado di dire questo dello stato in cui versa tutta la sinistra?

 

Galline in fuga

 di PIERLUIGI SULLO   8 maggio 2012

 

Doveva accadere e sta accadendo. Con la sorprendente rapidità di un evento catastrofico a lungo previsto – temuto o desiderato – ma che per la sua entità spaventa. Atterrisce perché non si vede come e cosa si potrebbe ricostruire sugli edifici che stanno crollando. Il sistema della politica moderna – non solo i partiti, che ne sono una protesi, ma la forma stessa della democrazia liberale – si sta sbriciolando: è questo il senso dello sciame di elezioni – scosse telluriche – che ha investito l’Europa nello scorso fine settimana.

Ignacio Ramonet ha coniato un neologismo (i tempi sono tali che nominare le cose è sempre più arduo): “austeritarismo”, una fusione tra “austerità”, religione degli Stati nazionali complici e vittime dei “mercati”, e “autoritarismo”, ossia il regime politico in cui non ci si sente, e non si è, precisamente vittime di una dittatura, bensì di un complesso di norme e poteri, apparentemente legittimi, che però perseguono uno scopo senza tenere in nessun conto le correnti di pensiero e i movimenti della società, dei cittadini in generale. L’austerità, ossia il trasferimento di ricchezza dalla società alla speculazione finanziaria, illusorio mezzo di “stabilità”, è il contenuto; la politica dei “tecnici”, in Italia e non solo, è la forma. Il fine e il mezzo.

Ma questa tenaglia ha stritolato non solo i redditi e la protezione sociale, la tutela ambientale e i residui canali attarverso cui i cittadini potevano dialogare – o confliggere – con le istituzioni. Ha soprattutto disarticolato la rappresentazione della democrazia, cancellato in pochi mesi qualche decennio di ostinata elaborazione di tecniche del consenso, di marketing elettorale, l’ammasso di “talk show”, “spin doctor”, ricerca del voto “moderato” (cioè passivo e immobile), alternanze e maggioritario, che ha sostenuto la cosiddetta “seconda repubblica” in Italia, e in generale i sistemi politici europei, negli ultimi vent’anni. I partiti sono odiati non solo, o non soprattutto, perché i loro dirigenti sono bugiardi, incapaci, perché la macchina della “politica” drena grandi quantità di denaro ed è fondamentalmente corrotta, ma proprio perché di colpo si è mostrata la loro inutilità.

La Francia sembra un’eccezione: al ballottaggio tra Sarkozy e Hollande ha votato l’eccezionale percentuale dell’80 per cento. E a vincere è stato un politico di lungo corso del Partito socialista.La Franciaè un paese in cui lo spirito repubblicano e il prestigio dello Stato sono tuttora grandissimi, e che può sperare di restare nel piccolo numero degli Stati nazionali in grado di far fronte alla finanza globale (speranza vana, probabilmente). Ma anche lì il voto al Front national e quello al Front de gauche – insieme quasi un terzo dell’elettorato – avevano segnalato, in modo opposto, al primo turno, che le formazioni più grandi, quelle che alternativamente prendono la maggioranza, sono lesionate: Sarkozy e Hollande, insieme, valgono non più del 60 per cento di quelli che vanno a votare.

E questo è un primo tratto comune alle elezioni nei diversi paesi europei: il bipolarismo, lungamente coltivato comne il migliore dei sistemi politici possibili, non funziona più. In Grecia, Nuova democrazia, la destra, e il Pasok, la sinistra, che per quarant’anni hanno dominato la scena, insieme raccolgono circa il 30 per cento. In Italia è più difficile dire: elezioni amministrative con battaglioni di liste civiche di ogni genere, incluse quelle fasulle create dai partiti. Ma è indubbio che il partito berlusconiano sia crollato, che il “terzo polo” sia disperso come un formicaio preso a calci (ogni segmento insegue il suo piccolo interesse locale), mentre il Pd sembra “tenere”, ma solo dove si allea con i più critici del governo Monti o presenta candidati diversi da quelli che spontaneamente sceglierebbe. C’è un piccolo comune il cui voto dovrebbe far riflettere Bersani e i suoi: Avigliana, paese di origine di Fassino, in Val di Susa, dove l’attuale sindaco di Torino e il precedente, Chiamparino, hanno spedito una lettera a tutte le famiglie per invitarle a votare per il candidato Pd-Pdl. Ha vinto il candidato No Tav. La “grande coalizione”, la lista chiamata appunto “Grande Avigliana”, ha perso disastrosamente.

Avigliana è – nel suo piccolo – un modello. Ovunque, gli elettori hanno cercato altre possibilità più efficaci e affidabili dei partiti tradizionali. A Genova c’era il candidato Doria, che ha quasi vinto al primo turno, ma il Pd si è fermato al 23 per cento. A Parma non ci si fidava del politico già presidente della provincia, candidato del centrosinsitra, e moltissimi hanno votato per il candidato grillino. Eccetera. Il “movimento 5 stelle” è l’effetto, prima di tutto, di questa fuga dai partiti verso qualunque cosa apparisse come alternativo, incluso perfino un vecchio navigatore come Leoluca Orlando a Palermo. I grillini, in più, offrono due caratteristiche in evidente contraddizione tra loro: la prima è la verticalità del guru, del lider maximo, lo stesso Beppe Grillo; la seconda è il fatto che liste e candidati sono effettivamente frutto dei territori, hanno conoscenza e sapienza locali, la loro orizzontalità è rassicurante. In questo caso, le due qualità dei “cinque stelle” si sono alimentate a vicenda. Offrendo un approdo ad elettori Pd delusi e ad elettori leghisti delusi, ma anche degli altri partiti. Ela Lega, l’”anti-partito” della seconda repubblica, ha pagato il pegno dell’essere diventata un pezzo di potere come gli altri, con gli stessi vizi: è fin troppo ovvio.

Ma questa fuga dai partiti, che ricorda il bellissimo film di animazione intitolato “Chicken run”, galline in fuga, si approfondisce quando più profonda è la crisi sociale. In Grecia è un fenomeno clamoroso: si vota per chiunque tranne per chi ha approvato “memorandum” ed altri strumenti di tortura sociale.La Grecia, paese di dieci milioni di abitanti, conta in questo momento, a causa dell’”austeritarismo”, 400 mila bambini denutriti. Non basta, questo numero, per concludere che i partiti, i governi, sono nel migliore dei casi dei pericolosi incapaci?

Perciò ci si ribella. Di fatto, si smantellano i sistemi politici ormai percepiti come nemici. E se in Francia ha votato l’80 per cento, al ballottaggio, in Italia la partecipazione al voto – municipale, per di più – è scesa del 7 per cento, dopo essere scesa di altro 7 per cento nelle elezioni precedenti. In Grecia non hanno votato più di quattro elettori su dieci. Altra via di fuga: non mi serve, è nocivo, quindi non voto più.

Il terremoto è talmente profondo e repentino da spaventare anche chi – come noi – da anni segnala la crisi della democrazia rappresentativa, che è stata, nel bene e nel male, la pietra angolare della vita sociale dal1947 aoggi. L’ignoto fa paura. Quel che appare è che il discorso pubblico – i politici chiamati a commentare eternamente le elezioni in tutte le televisioni, ciechi, sordi e preoccupati soprattutto di fingere il passato – suona falso come una moneta bucata, che le alternative rispecchiano bruscamente, quasi brutalmente, la caduta di fiducia e di senso del voto, che affronteremo una infinita transizione verso chissà cosa.

 

 

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