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Archivio per la categoria ‘Nucleare’

Hanno la faccia come il c…o

26 Aprile 2011 Commenti chiusi

«Il nucleare è il futuro, il referendum lo avrebbe

bloccato per troppi anni»

ITALY-FRANCE-MMIGRATION-BERLUSCONI-SARKOZYRedazione online  26 aprile 2011corriere della sera

Berlusconi e la scelta della moratoria: «Così l’opinione pubblica può tranquillizzarsi dopo Fukushima»

«I contratti Enel-Edf vano avanti, l’energia atomica destino ineluttabile»

«Il nucleare è il futuro, il referendum  lo avrebbe bloccato per troppi anni»

Berlusconi e la scelta della moratoria: «Così l’opinione pubblica può tranquillizzarsi dopo Fukushima»

MILANO – Cosa ha spinto il governo a decidere per lo stop al nucleare? La necessità di evitare il referendum che, sull’onda di quanto accaduto in Giappone, avrebbe bloccato per troppo tempo la corsa dell’Italia all’atomo, nella convinzione assoluta che l’energia atomica rappresenti «il futuro». È stato lo stesso Silvio Berlusconi a spiegare l’opnione sua e dell’esecutivo da lui guidato nel corso della conferenza stampa a Villa Madama con il presidente francese Nicolas Sarkozy. «In Italia – ha detto il premier – l’accadimento giapponese ha spaventato moltissimi cittadini». Alla luce di ciò, ha voluto precisare il presidente del Consiglio, «se fossimo andati al referendum, il nucleare non sarebbe stato possibile per molti anni». Da qui la decisione della moratoria, ha aggiunto Berlusconi, decisa perché «dopo uno o due anni si possa avere un’opinione pubblica più favorevole».

«DESTINO INELUTTABILE» – Quanto accaduto a Fukushima «ha spaventato gli italiani – ha detto il Cavaliere -, come dimostrano anche i nostri sondaggi» e la decisione di una moratoria sul nucleare è stata presa anche per permettere all’opinione pubblica di «tranquillizzarsi»: un referendum ora avrebbe portato ad uno stop per anni del nucleare in Italia. Il capo del governo ha anche aggiunto che il nostro Paese ha stipulato contratti fra EdF e Enel, «che restano in piedi e non vengono abrogati, anzi – ha sottolineato il premier – stiamo decidendo di portare avanti contratti come quello sulla formazione che è molto importante. La posizione del governo italiano sul nucleare è una posizione di buon senso per non aver rigettato quello che è un destino ineluttabile».

POLEMICHE – Le parole di Berlusconi sul nucleare hanno sollevato numerose polemiche. Per Nichi Vendola le dichiarazione del Cavaliere «sono l’immediata conferma, se mai ce ne fosse stato bisogno, dell’intenzione del governo di voler prendere in giro gli italiani, calpestando in modo arrogante e cialtronesco, il loro diritto ad esprimersi su una questione, come quella dell’energia nucleare, da cui dipende la sicurezza ambientale e la sopravvivenza delle generazioni future del nostro Paese» ha detto il governatore, leader di Sinistra Ecologia Libertà. L’Idv e il Pd sono convinti che, con le sue parole, il premier si sia «smascherato» e che proprio alla luce di quanto affermato al capo del governo il referendum resta valido. Il presidente del Consiglio ha «svelato l’imbroglio» sul nucleare, ha detto il leader dell’Italia dei valori Antonio Di Pietro. «Berlusconi ha confessato, oggi abbiamo la prova dell`imbroglio, da noi denunciato sin dal primo momento. Non vuole rinunciare al nucleare, ma vuole solo bloccare il referendum perché ha paura del risultato delle urne» ha aggiunto l’ex pm.

 

Il ministro: «Non c’è bisogno
del voto, il mandato è pieno»

frattini01gANTONELLA RAMPINO 26-04-2011 la stampa

La decisione, racconta il ministro degli Esteri, era nell’aria. «E’ stata comunicata da Berlusconi ad Obama col quale era in agenda una telefonata, e poi al premier britannico Cameron e al segretario della Nato Rasmussen, ma è maturata nel colloquio di quasi due ore, la settimana scorsa, col presidente del Consiglio di Transizione di Bengasi». In quella visita, sia Jalil che Al Isawi agli interlocutori istituzionali avevano ripetuto: lo sappiamo che i bombardamenti della Nato possono avere dei «danni collaterali», in una guerra ci sono sempre vittime civili, «ma non c’è nessuna possibilità di soluzione pacifica in Libia, Gheddafi non se ne andrà mai». Ora, aggiunge Frattini, «l’Italia partecipa a pieno titolo alla missione, in condizioni di parità in quanto a impegni e responsabilità».

Ministro, per la prima volta nella storia della Repubblica italiana, l’Italia decide di partecipare a bombardamenti sia pure in una missione Nato e su mandato dell’Onu. Ci sarà un dibattito con voto del Parlamento?
«Abbiamo avuto dal Parlamento un mandato pieno ad applicare la risoluzione 1973 dell’Onu, che autorizza a fare tutto quello che è necessario per proteggere la popolazione libica. La risoluzione è chiarissima, ed è in quell’ambito che continuiamo ad operare: non occorre alcun voto. Il ministro La Russa ed io abbiamo preso l’impegno a riferire sulla missione, ed è quello che faremo davanti alle Commissioni esteri e difesa».

Intende dire che il tipo di bombardamenti che effettueranno i caccia italiani a suo avviso non richiede un voto parlamentare?
«Bombarderemo obiettivi mirati, per esempio batterie anticarro, carrarmati, depositi di munizioni. Obiettivi pianificati dalla Nato, che ce li indicherà di volta in volta. Prima, a bombardare erano 12 Paesi, adesso sono 13».

C’è il rischio di vittime civili. Siete sicuri che l’opinione pubblica italiana lo accetterà?
«La situazione di Misurata è sotto gli occhi del mondo. Di Misurata, e non solo: sono in corso bombardamenti violentissimi delle truppe di Gheddafi contro la popolazione libica in tutto l’Ovest del paese. Le stragi continuano indiscriminate, e la Nato ha bisogno di maggiori forze, ha chiesto più impegno all’Italia. E così pure i libici del Consiglio di Transizione».

Quando è stata presa quella decisione, visto che le pressioni della Nato duravano da settimane?
«Sabato scorso, quando è stato informato il presidente della Repubblica, che è solidale con la decisione».

Non è un mistero che ad esser contrario fosse Berlusconi, data anche la posizione della Lega. Quand’è che il presidente del Consiglio, che ai corrispondenti esteri ha raccontato di aver avuto l’impulso di dimettersi quando sono cominciati i bombardamenti contro Gheddafi, ha cambiato idea?
«La decisione è maturata durante la visita di Jalil a Roma. Mai vi considereremo invasori, ci ha detto. A Berlusconi ha fatto un discorso assai toccante. Signor presidente – gli ha detto – voi vi siete fatti ingannare dalla retorica di Gheddafi, ma noi che siamo i libici di Bengasi, i libici che dovrebbero odiare di più gli italiani, riconosciamo che voi non ci avete solo colonizzato: avete costruito il nostro Paese. E’ per questo ha continuato – che abbiamo bisogno di voi, proprio di voi, adesso: aiutateci».

E la contrarietà della Lega? Non rischiate di indebolire la missione pur di non affrontare, con un voto in Parlamento, il dissenso politico?
«Si tratta di resistenze che andranno chiarite tra Berlusconi e Bossi. La Lega è preoccupata da un’ondata di immigrazione anomala. Quando sarà chiaro che è Gheddafi ad organizzare i barconi, il dissenso rientrerà. Tra l’altro, quei barconi spinti in mare con ogni mezzo arricchiscono il dossier della Corte penale internazionale contro Gheddafi, perché sono anche quelli crimini contro l’umanità».

Categorie:Guerre, Nucleare Tag:

L’urlo del compagno sindaco

3 Aprile 2011 Commenti chiusi

L’urlo del compagno sindaco   

images   Nessun controllo per entrare nella zona «evacuata», dove centinaia di persone, tra volontari, precettati e «condannati» cercano di fermare quella che potrebbe ancora diventare la maggiore catastrofe atomica della storia. Basta ascoltare il sindaco della devastata Minami Soma, che ama Gramsci e Berlinguer: «Il nostro tsunami si chiama nucleare».  In viaggio da Minami Soma alla centrale, tra macerie e cavalli radioattivi. Il premier Naoto Kan in visita agli sfollati si ferma a trenta chilometri

Fonte: Pio d’Emila – il manifesto | 03 Aprile 2011

MINAMI SOMA – Katsunobu Sakurai, sindaco di Minami Soma, era stato chiaro. «Qui lo tsunami deve ancora cominciare. Quello che è successo finora è nulla, rispetto a quello che succederà! Venite a trovarci e vedrete con i vostri occhi la tragedia che stiamo vivendo». L’appello, dieci lunghi minuti affidati a Youtube, era rivolto anche e soprattutto alla stampa, colpevole di informarsi al telefono per paura di essere contaminata. Noi eravamo in zona, siamo andati a trovarlo. E abbiamo avuto più fortuna del collega del Times, che incrociamo sul piazzale del municipio. «Pare sia occupato, oggi non può riceverci», ci dice il collega, che viene da Pechino. Noi ci proviamo lo stesso. Lavorare per la televisione, a volte, aiuta. Anche se è difficile che, apparendo su Sky Tg24, la gente di Minami Soma possa trarne un vantaggio immediato. Alla fine però la parola magica è quella del Manifesto. Già perché Katsunobu Sakurai è un vecchio (si fa per dire, ha 56 anni) compagno, avido di Gramsci e innamorato di Berlinguer, che a suo tempo ha anche conosciuto. E così, ci riceve immediatamente, omaggiandoci di una copia di Akahata, l’organo del Pc giapponese il cui segretario, Kazuo Shii, ha nei giorni scorsi «estorto» al premier Kan l’impegno a rivedere l’intero piano energetico nazionale. Minami Soma, 70 mila abitanti di cui 50 mila, al momento, «in stato di necessità», come lo stesso Sakurai li definisce, si trova nella zona a cavallo tra i 20 e i 30 chilometri dalla centrale. Un comune vastissimo, diviso in due. Da una parte la vita, pur tra mille difficoltà, continua. Dall’altra è finita. «Ma ci sono ancora molte persone che ci vivono – spiega Sakurai, che ci riceve nella sala consiliare trasformata in deposito di derrate alimentari – persone terrorizzate che non osano mettere la testa fuori di casa, ma che oramai non hanno più viveri per andare avanti». Il problema, spiega Sakurai, è il divieto (che in realtà è un consiglio, in quanto non viene applicato in modo coercitivo) di uscire. «Non solo la gente non esce di casa, nessuno vuole portar loro cibo e altre forme di assistenza. Siamo stati costretti a lanciare un appello, chiedendo ai volontari di venire comunque qui, assumendosene la responsabilità, e darci una mano». Un po’ come quello che succede per i molti cadaveri (qualcuno dice mille, ma si tratta di numeri non confermati) che ancora sono abbandonati sulle coste di Fukushima. Cadaveri che nessuno vuole toccare e che stanno marcendo perché si ritiene possano essere radioattivi. «Il nostro tsunami, quello da sempre annunciato e oramai vicinissimo, si chiama centrale nucleare» spiega il sindaco. Non capita spesso di sentire un giapponese, tantomeno con incarico pubblico, parlare così. «Lo so che la stragrande maggioranza dei giapponesi, compresi quelli che in questo momento soffrono a causa del terremoto e dello tsunami dell’11 marzo, la pensano in modo diverso. Per loro l’emergenza è un’altra, e posso capirli. Molti non vedono l’ora che la centrale riparta, perché ne collegano l’esistenza alla corrente elettrica, che in molte zone manca ancora. Ma non si rendono conto che la centrale non è la soluzione del problema. E il problema». Non ha tempo, e se ne duole, il sindaco, per portarci all’interno della zona evacuata (si fa per dire, avevamo già verificato, il giorno prima, che c’è gente che ancora ci vive), e tantomeno alla centrale dove, oramai da tre settimane, un’armata brancaleone fatta da dirigenti senza scrupoli, esperti improvvisati (ai quali nelle ultime ore si sono aggiunti, non si capisce bene in che numero e «peso», i francesi dell’Areva), «volontari» più o meno precettati e lavoratori «a perdere», gli oramai famosi «zingari nucleari» disposti a farsi contaminare pur di avere un lavoro. Cerca di ritardare l’Apocalisse, per «locale» che sia o sarà, annunciata e probabilmente già iniziata. «Pensavo di farci un salto io, alla centrale – spiego al sindaco ben sapendo di provocarlo – visto che tra un po’ arriva il premier Naoto Kan, a portare la sua solidarietà…». «Lascialo perdere quello. Sai come lo chiamiamo oramai? Sokkari-kan (sorta di onomatopeismo che da il senso della vacuità, ndr). Se aspettiamo lui stiamo freschi. E poi, non va mica alla centrale, va al J-Village, a fare la passerella con le autorità locali e con quei farabutti della Tepco. Se avesse coraggio la farebbe subito la nazionalizzazione. Le nazionalizzazioni non si annunciano. Si fanno». Dispiaciuti, ma non troppo, di aver fatto arrabbiare il sindaco, decidiamo di andarci noi, alla centrale maledetta. Toccata e fuga, tanto per vedere che aria (nel vero senso della parola) tira, visto che il premier Kan si ferma a una trentina di chilometri, al J- Village appunto, la «Coverciano» del Giappone che per il momento ha sfrattato Zaccheroni e i suoi «samurai blu» (la chiamano così la nazionale di calcio, qui). Indossata la tuta bianca radioprotettiva rientro nella zona «proibita», dopo essermi aggiornato, sul sito on line del governo, sui livelli di radiazione. Andiamo dagli 0.9 microsievert l’ora da dove siamo, a Minami Soma, a 98 mcrosievert l’ora al cancello della centrale (ieri erano più di 100). Considerato che sono in macchina e in tutto ci metterò, tra andata e ritorno, un paio di ore, si può fare. (Al ritorno mi farò sottoporre a un controllo, se sembra tranquillizzante, ho accumulato appena 5.5 cpm, in poche ore, mi dicono, non resta traccia). La zona evacuata è assolutamente di «Libero accesso». Ora è sparita anche la pattuglia di polizia che c’era ieri. Solo cartelli, francamente ridicoli «Zona pericolosa. Accesso regolamentato» (non «vietato»!). Cerco di non fermarmi, anche se è difficile, ogni tanto, non restare colpiti dai segni della triplice sciagura. Questa è la zona del Giappone che le ha subite tutte e tre: terremoto (che ogni tanto si fa sentire), tsunami ed emergenza nucleare. Il risultato è un deserto di macerie, sul lato mare, ma anche di una vita interrotta, sospesa, una sorta di «fermo immagine». C’è un vento fortissimo, che fa muovere tutto, ma non c’è vita. Perfino gli alberi sembrano finti. Nessuno, ma proprio nessuno, per strada. Qualche veicolo, ne ho contati una decina chiaramente «privati», tutti gli altri, un andirivieni continuo di camion, pulmini, veicoli militari, procedono a passo d’uomo. Tutti quelli che vedo hanno le tute, più o meno come la mia, che qualcuno nota per il suo «design» (viene dall’Esercito italiano). Mi accorgo tuttavia di avere una mascherina un po’ leggera, e di non avere fissato con il nastro adesivo le varie giunture. Me lo fa notare un vigile del fuoco a cui chiedo di verificare il livello di radiazione, a 15 chilometri dalla centrale, siamo a 8 microsievert l’ora. La centrale, nascosta come tutte le centrali nucleari del Giappone (ci sarà un motivo) mi appare all’improvviso. E in fondo a un lungo viale alberato, curatissimo. In tempo di «pace», le centrali fanno di tutto per migliorare la loro immagine, e ricevono migliaia di visitatori. Ma ora siamo in guerra. Mi accodo, per non farmi vedere fino all’ultimo, dietro a un pulmino di «zingari». Li ho visti cambiarsi e bardarsi in un piazzale, e li ho seguiti, anche per non sbagliare strada visto che il navigatore mi segna percorsi non più praticabili. A cento metri dai cancelli mi fermo. Vado avanti? Gli agenti di guardia mi hanno già notato, mi fanno cenno di avanzare. Già. E che gli dico? Che voglio farmi un giro all’interno? E se poi mi trattengono, quanti cpm mi becco? Meglio di no. Giusto il tempo di fare un po’ di riprese, a prudente distanza e senza scendere dalla macchina e, mentre stanno già venendo verso di me, mi dileguo. Non si sa mai. Senza veicolo di riferimento davanti, sulla via del ritorno mi perdo più volte, il navigatore è impazzito, segna strade che non ci sono e forse non ci saranno ma più. Finisco perfino in una fattoria. Ci sono dei cavalli, chiaramente abbandonati. Ma ancora chiusi, nel recinto. Hanno lo sguardo triste, tristissimo. Se le stanno beccando tutte le radiazioni, sin dal primo giorno. Non ci penso due volte. Scendo dalla macchina, e apro il recinto. Se devono morire, che muoiano liberi.

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Zingari dell’atomo

26 Marzo 2011 Commenti chiusi

 “Zingari dell’atomo, altro che eroi”.

Parla un operaio di Fukushima, costretto a rischiare la vita

images 32Scritto sabato, 26 marzo, 2011 FONTE

Vorrei innanzitutto scusarmi con chi segue questo blog per essermi eclissato al momento della triplice tragedia che ha colpito il Giappone, paese dove ho passato più della metà della mia vita. Tra impegni professionali e personali non sono stato capace di aggiornare anche questo blog.

Cerco di riprendere da oggi, nella speranza che questa “precaria stabilità” non precipiti in una catastrofe (nucleare) ripetutamente annunciata e per ora, scongiurata 

Nei giorni scorsi, passati in giro per il Tohoku, la vasta regione a nord di Tokyo colpita prima dal sisma, poi dallo tsunami, infine dall’emergenza nucleare, sono stato anche a Fukushima. Ero lì, ad esempio, la sera del 21 marzo , il giorno in cui il governo ha rilevato tracce di radioattività (minime) in alcune partite di latte e in alcuni tipi di verdure. La sera, abbimao fatto una diretta per Sky Tg24 da un centro di accoglimento per gli sfollati della “zona calda” situato a Kawamata, 42 chilometri dalla centrale. Quasi tutti vecchi e bambini. Ma anche qualche giovane. Compresi alcuni operai della centrale maledetta. Le loro case, situate nei villaggi presso la centrale,  sono state distrutte dallo tsunami, e hanno dovuto rifugiarsi aldiqua della zona evacuata. Ma la mattina, prendono un autobus e vanno a lavorare. Come questo giovane papà di 3 figli, che chiameremo Manabu (non vuole essere identificato, ha paura di perdere il posto). Ma non è un eroe. E’ un lavoratore forzato. Se rifiutasse di lavorare, perderebbe il posto, già di per se precario. Li chiamano “nuclear gypsies”, zingari dell’atomo. Girano da una centrale all’altra, a seconda del lavoro che c’è. Lavoro “sporco”. Lavoro in cui si giocano la vita. 

Penso di essere stato tra i primi ad aver parlato degli “eroi” di Fukushima. Ma evidentemente mi sono sbagliato. A differenza di Tokaimura, la centrale dove nel 1999 si verificò un gravissimo incidente tenuto di fatto nascosto per una settimana, dove vennero utilizzati, per ripulire le perdite radioattive, i cosiddetti “nuclear gypsies”, operai non specializzati che essendo pagati a cottimo finivano per lavorare senza protezione per muoversi meglio e finire prima, questa volta la TEPCO aveva spiegato che nella centrale erano rimasti solo i dipendenti diretti, dirigenti e operai specializzati. Tutti volontari. Ma stando al racconto di Manabu, non è così. A fare il lavoro sporco sono ancora loro, gli “zingari dell’atomo”. “Non è vero che non ha paura. Ho il terrore. Ma la mia famiglia è qui e qui c’è solo questo lavoro. Prendere o lasciare”.

L’ennesima menzogna della TEPCO,  di questa gente senza scrupoli, ripetutamente condannata, in passato, per false dichiarazioni, omessi controlli e violazioni di procedure. Se ne sono accorti tutti oramai, in Giappone, dal governo (si narra di polemiche furibonde) alla Commissione Nazionale per la Sicurezza Nucleare , il cui presidente, Hidehiko Nishiyama, ha annunciato un repulisti generale, dopo la crisi.

Speriamo che ci sia, un dopo. E che porti, o meglio, cominci, con la chiusura di tutte, ma proprio tutte le centrali nucleari. Nessuno, tanto meno i poveri, eroici giapponesi, deve  più vivere con questo maledetto incubo.

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APOCALISSE

19 Marzo 2011 Commenti chiusi

L’APOCALISSE È GIÀ QUI

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di Guido Viale su Il Manifesto 19-03-2011

Apocalisse significa rivelazione. Che cosa ci rivela l’apocalisse scatenata dal maremoto che ha colpito la costa nordorientale del Giappone?
Non o non solo – come sostengono più o meno tutti i media ufficiali – che la sicurezza (totale) non è mai raggiungibile e che anche la tecnologia, l’infrastruttura e l’organizzazione di un paese moderno ed efficiente non bastano a contenere i danni provocati dall’infinita potenza di una natura che si risveglia. Il fatto è, invece, che tecnologia, infrastrutture e organizzazione a volte – e per lo più – moltiplicano quei danni, com’è successo in Giappone, dove la cattiva gestione di una, o molte, centrali nucleari si è andata ad aggiungere ai danni dello tsunami.
Non è stato lo tsunami a frustrare anche le migliori intenzioni di governanti, manager, amministratori e comunicatori: l’apocalisse li ha trovati intenti a mentire spudoratamente su tutto, di ora in ora; cercando di nascondere a pezzi e bocconi un disastro che di ora in ora la realtà si incarica di svelare. È un’intera classe dirigente, non solo del nostro paese, ma dell’Europa, del Giappone, del mondo, che l’apocalisse coglie in flagrante mendacio, insegnandoci a non fidarci mai di nessuno di loro. Solo per fare un esempio, e il più “leggero”: Angela Merkel corre ai ripari fermando tre, poi sette, poi forse nove centrali nucleari che solo fino a tre giorni fa aveva imposto di mantenere in funzione per altri vent’anni. Ma non erano nelle stesse condizioni di oggi anche tre giorni fa? E dunque: c’era da fidarsi allora? E c’è da fidarsi adesso?
Per chi non ha la possibilità o la voglia di sviluppare un pensiero critico e si lascia educare dai media, sono gli scienziati e i tecnici a poterci e doverci guidare lungo la frontiera dello sviluppo. I risultati di quella guida sono ora lì davanti ai nostri occhi. L’apocalisse ci rivela invece che sono gli artisti, con la loro sensibilità e il loro disinteresse, a instradarci verso la scoperta del futuro. Leggete Terra bruciata di James Ballard o, meglio ancora, La strada di Cormac McCarthy; o andate a vedere il film tratto da questo romanzo. Vi ritroverete immediatamente immersi in panorami che oggi le riprese televisive della costa nordorientale del Giappone ci mettono davanti agli occhi. E con McCarthy potrete rivivere anche il senso di abbandono, di terrore, di sconforto, di inanità che solo una irriducibile voglia di sopravvivere a qualunque costo e il fuoco di un legame affettivo indissolubile riesce a sconfiggere.
L’apocalisse ci rivela che la normalità – quella che ha contraddistinto la vita di molti di noi per molti degli anni passati, ma che non è stata certo vissuta dai miliardi di esseri umani che hanno fatto le spese del nostro “sviluppo” e del nostro finto “benessere” – è finita o sta per finire per sempre. È finita per il Giappone – e non solo per le popolazioni sommerse dallo tsunami – che ora deve fermare le sue fabbriche, sospendere le sue esportazioni, far viaggiare a singhiozzo i suoi treni, chiudere le pompe di benzina, spegnere le luci, bloccare tutti o quasi i suoi reattori nucleari; senza sapere con che cosa sostituirli e senza sapere se e quando potrà riprendersi da un colpo del genere (un destino simile a quello che potrebbe far piombare di colpo la Francia nelle condizioni di un paese “sottosviluppato” se solo le accadesse un incidente analogo). I tanti programmi di «rinascita del nucleare» varati negli ultimi anni – che sono la risposta più irresponsabile e criminale alla crisi economica mondiale – si rivelano una truffa: il tentativo di far credere che con l’atomo consumi, sviluppo ed “emersione” di paesi che annoverano miliardi di abitanti possano riprendere e continuare a crescere come prima. Tant’è che quei programmi stavano andando avanti – e forse verranno mantenuti ancora per un po’ – soltanto nei paesi senza nemmeno la parvenza della democrazia (tra cui l’Italia). Ma adesso tutti, o quasi, si dovranno fermare.
Ma non saranno rose e fiori neanche per i paesi che viaggiano a petrolio, metano e carbone, come il nostro. Il Medio Oriente è in fiamme e se – o meglio, quando – crollerà il regno saudita, anche il petrolio arriverà con il contagocce. Soprattutto in Italia; ma anche in Europa. E allora addio sogni di gloria per l’industria automobilistica: non solo quelli di Marchionne (che sono un mero imbroglio), ma anche per quelli di tutta l’Europa. Per non parlare degli Stati Uniti: a giugno dovranno rinnovare una parte del loro debito, che è ben più serio e in bilico di quelli di tutti i paesi dell’Unione europea messi insieme; ma forse nessuno lo vorrà più comprare. Il che significa che un nuovo crack planetario è alle porte.
Insomma, niente sarà più come prima. Era già stato detto all’indomani dell’11 settembre; ma poi ciascuno ha continuato a fare quello che faceva prima. Comprese le guerre; compresa le speculazioni finanziarie e la reiterazione della crisi che essa si porta dietro; e che è stata invece trattata come «un incidente di percorso», da cui riprendere al più presto la strada di prima, discettando sui decimali di Pil che da un momento all’altro potrebbero invece precipitare di un quinto o di un terzo.
Quello che l’apocalisse dello tsunami in Giappone ci rivela è la “normalità” di domani. L’apocalisse è già tra noi, in quello che facciamo tutti i giorni e soprattutto in quello che non facciamo. Dobbiamo imparare ad attraversare e a vivere dentro un panorama devastato, dove niente o quasi funziona più: non solo per il crollo o il degrado delle sue strutture fisiche; o per l’intasamento della loro “capacità di carico”; ma anche e soprattutto per la manomissione delle linee di comando, per la paralisi delle strutture organizzate, per la dissoluzione dello spirito pubblico calpestato dalle menzogne e dall’ipocrisia di chi comanda.
Volenti o nolenti saremo obbligati a cambiare il nostro modo di pensare e dovremo studiare come riorganizzare le nostre vite in termini di una maggiore sobrietà; e in modo che non dipendano più dai grandi impianti, dalle grandi strutture, dalle grandi reti, dai grandi capitali, dalle grandi corporation che li controllano e dalle organizzazioni statali e sovrastatali che ne sono controllate: tutte cose che possono venir meno, o cambiare improvvisamente aspetto dall’oggi al domani.
Dobbiamo adoperarci per mettere a punto strumenti di autogoverno a livello territoriale, in un raggio di azione che sia alla portata di ciascuno, in modo da avvicinare le risorse fisiche alle sedi della loro trasformazione e queste ai mercati del loro consumo e alle vie del loro recupero: perché solo di lì si può partire per costruire delle reti sufficientemente ampie e flessibili che siano in grado di far fronte a una improvvisa crisi energetica, alle molte facce della crisi ambientale, a una nuova crisi finanziaria che è alle porte, al disfacimento del tessuto economico e alla crisi occupazionale che si aggrava di giorno in giorno; e persino a una crisi alimentare che potrebbe farsi improvvisamente sentire anche in un paese del “prospero” Occidente. Le fonti rinnovabili, l’efficienza e il risparmio energetici, il riciclo totale dei nostri scarti, un’agricoltura a chilometri zero, la salvaguardia e il riassetto del nostro territorio, ma soprattutto uno stile di vita più sobrio e restituito alla socievolezza sono i cardini e la base materiale di una svolta del genere. Va bene tutto ciò che va in questa direzione; anche le piccole cose. Va male tutto ciò che vi si oppone: soprattutto la rinuncia a un pensiero radicale.

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Nucleare, segreti e bugie

14 Marzo 2011 13 commenti

Nucleare, segreti e bugie       di Debora Billi  FONTE

257493869-anteprima-480x360-276258Ieri sera ho scoperto il MOX. E soprattutto, ho scoperto che le famigerate “centrali di terza generazione”, quelle che ci dicono taanto sicure, sono spesso alimentate a MOX. Guardate cosa dice Wikipedia delle centrali di terza generazione:

Il target in termini di sicurezza per questi reattori è di 10^8 anni/reattore senza incidenti con danneggiamento grave del nocciolo; in altri termini un reattore costruito all’epoca della scomparsa dei dinosauri in teoria avrebbe meno del 50% di probabilità di essere soggetto ad un guasto di entità tale da causare un disastro ambientale.
Insomma, una centrale a MOX avrebbe dovuto scampare metà dei disastri dal giurassico ad oggi. Invece il reattore in questione, quello che è esploso stanotte (nella foto), è durato meno di un anno dalla sua conversione. Sai che risate si stanno facendo i dinosauri, che per parte loro sono durati milioni di anni e, cominciamo a sospettare, hanno camminato sulla terra per molto più tempo di quanto non riusciremo a fare noi.
A questo punto, credo che abbiamo un serio, serissimo problema di informazione. E quando dico serissimo, intendo dire che ne va della nostra stessa vita.
Quando accadde il disastro di Chernobyl, tutti si affrettarono a sostenere che era per via della segretezza sovietica, della dittatura comunista che teneva il popolo all’oscuro di tutto, del menefreghismo russo che non si preoccupò neppure di avvisare i vicini di casa. Se non fosse stato per gli svedesi che rilevarono le radiazioni, il mondo neppure avrebbe saputo nulla.
Beh, non mi pare che a conti fatti tutti gli altri si stiano comportando molto meglio dei bolscevichi. Il governo giapponese ci sta dimostrando molto bene come si comporterebbe qualsiasi governo al mondo in caso di incidente nucleare. Qualsiasi governo, a prescindere dal colore e dal grado di democrazia: tacere, confondere, minimizzare, sviare, lasciar trapelare col contagocce. Eppure avrebbero il dovere, sia per i propri cittadini già stremati e decimati da un terremoto e da uno tsunami di proporzioni bibliche, sia per gli abitanti del resto del pianeta, di chiarire e mostrare la situazione per ciò che è. Invece, segreti e bugie.

Nessuno vuole toccare queste maledette centrali, inclusa la stampa. E’ comprensibile che una buona parte dei giornalisti si stia dando ad una fuga precipitosa (inclusi alcuni inviati della RAI, a quel che so), ma chi resta avrebbe il dovere di cercare di saperne di più. Invece non solo non trapela un bel nulla, ma non si riesce neppure a capire come diavolo siano fatte queste centrali e che differenza ci sia tra il reattore 1, il reattore 3 e gli altri reattori che stanno creando problemi in Giappone. Un graficuccio, una mappina, due disegnini?

Infine, gli “esperti”. E’ buffo come, quando si parla di nucleare, tutti invochino “gli esperti”: pare che non si abbia diritto di esprimere un’opinione senza vantare almeno una laurea in fisica o in ingegneria. Poi, si accende la TV e si ascoltano alcuni di questi scienziati parlare per omissioni, fare propaganda, tacere i problemi e esaltare le grandi innovazioni di sicurezza. Come, fino a ieri sera, le magnifiche “centrali di terza generazione” che vanno a MOX. Aggiungo che questa parola, MOX, ho dovuto cercarmela da sola perché non un esperto si è degnato neppure di menzionarla.

A questo punto è doverosa la conclusione del cittadino qualunque. Siccome non è possibile aspettarsi che qualcuno ci dica la verità su queste centrali, siccome qualsiasi informazione sul nucleare è trattata alla stregua di propaganda di guerra sia da governi democratici che dalla stampa che da autorevoli scienziati, non possiamo che dire NO. Perché non siamo messi in grado di formarci un’opinione basata su fatti credibili.

E perché non possiamo affidare la nostra vita, ciecamente e come pecoroni, ad una manica di bugiardi

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Il bello del nuovo nucleare.

9 Febbraio 2011 Commenti chiusi

Nucleare a Flamanville, operai immigrati  in regime

di semischiavitù

 centrale-nucleaire-epr-flamanville_259di Andrea Bertaglio  8 febbraio 2011  Il fatto quotidiano

 

 

Il deteriorarsi delle condizioni di vita e di lavoro è avvenuto a causa dei ritardi accumulati e del continuo aumento dei costi presso il cantiere della futura centrale. Ma anche alla parziale privatizzazione di Edf e al dilagante fenomeno dei subappalti. Operai tenuti in semi-schiavitù. Siamo nel cantiere della nuova centrale atomica di Flamanville, nella Bassa Normandia, dove un terzo dei 3.200 addetti è immigrato da Romania e Bulgaria. La denuncia parte da un’inchiesta del quotidiano France Soir e parla di lavoratori sottopagati, costretti a lavorare anche più di 15 ore al giorno e alloggiati in bungalow fatiscenti.È l’altra faccia del nucleare di nuova generazione, lo stesso che, ritenuto un “modello” sia dal governo che dal Vaticano, dovrebbe approdare anche in Italia. Prosegui la lettura…

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Ma il nucleare conviene ?

11 Aprile 2010 Commenti chiusi

ENERGIA NUCLEARE: UNA SCELTA IMPOSSIBILE  
di Angelo Baracca, dipartimento di Fisica Nucleare, Università di Firenzecentrale nucleare

L’Italia Torna al Nucleare?, Milano, Jaca Book, 2008

[AGGIORNAMENTO MARZO 2010]

1. L’Italia ha bisogno delle centrali nucleari?

Premessa: le centrali nucleari producono solo energia elettrica, che è meno di un quinto dei consumi totali di energia praticamente in tutti i paesi. La domanda di energia elettrica presenta notevoli oscillazioni in diverse ore del giorno, con picchi e minimi della domanda, oltre che variazioni stagionali, o in situazioni eccezionali (ondate di freddo o di caldo).
1.1 – È vero che l’Italia importa energia elettrica, a prezzi molto bassi, dalla Francia, ma anche dalla Svizzera e l’Austria: ma perché?
In realtà l’Italia ha un’eccedenza di potenza elettrica installata rispetto alla domanda superiore a tutti i paesi europei: nel 2008 potenza installata 96.670 MW a fronte di 56.800 MW di domanda, eccedenza 41 % (superiore al 2006: 88.300 MW contro 55.600 MW, eccedenza 37 %).
Ma il sistema elettrico italiano è inefficiente, da quando il settore è stato privatizzato i costi dell’energia elettrica in Italia sono tra i più alti d’Europa, per cui conviene mantenere delle centrali spente o a basso regime e comperare energia dall’estero: gli imprenditori hanno convenienza a costruire nuovi impianti a gas, redditizi anche se funzionano a pieno carico pochi mesi all’anno.
Da parte sua la Francia, con la scelta di produrre il 78 % dell’energia elettrica dal nucleare (ma tutti i governi francesi si sono ben guardati dal privatizzare EDF, Electricité de France) ha un sistema elettrico molto rigido: le centrali nucleari non si possono regolare per seguire la variazione della domanda con la flessibilità degli altri sistemi di generazione, per cui per coprire la domanda di picco la Francia produce in ore di minimo un surplus di energia elettrica, che vende a prezzi molto bassi. Per contro, in situazioni eccezionali deve comperare energia che, essendo energia di picco, paga molto cara (anche se il bilancio è positivo).
Peraltro la Francia importa più petrolio dell’Italia, ed ha anzi i consumi di petrolio pro capite più alti d’Europa. Il nucleare quindi non ha nulla a che fare con la bolletta petrolifera! (La Francia importa meno gas di noi: ma questo è legato al fatto che, per sostenere la produzione elettronucleare, utilizza ancora il riscaldamento domestico elettrico).
1.2 – L’Italia quindi non ha urgente bisogno di più energia elettrica: dai dati precedenti risulta che sono stati installati in soli due anni (2206 – 2008) nuovi impianti a gas per 8.370 MW, molto più dei 6.400 MW delle 4 centrali nucleari che il governo vorrebbe costruire, con costi enormemente superiori, e in non meno di 10 anni dall’avvio dei lavori, previsti per il 2012-2013!
La Germania è leader mondiale nell’energia solare; anche la Spagna ha incentivato le energie rinnovabili, sviluppando capacità tecnologiche e commerciali. L’Italia rimane il fanalino di coda nelle energie rinnovabili. Ed è il paese degli sprechi: enormi sprechi pubblici di energia – dal sistema di trasporto su gomma e le autostrade, al deplorevole isolamento degli edifici, all’agricoltura – la cui razionalizzazione ed eliminazione costituirebbe la maggiore fonte di energia, con grandi vantaggi economici, ambientali, occupazionali e sociali!
1.3 – Costi e tempi di costruzione delle centrali nucleari sono fuori controllo. Il reattore francese EPR in costruzione a Olkiluoto (Finlandia) avrebbe dovuto entrare in funzione nel 2009, con un costo di circa 3 miliardi di Euro: ma la sua costruzione ha incontrato una quantità enorme di problemi tecnici, che hanno allungato i tempi di costruzione di almeno 3 anni (oggi si prevede fine 2012), e quasi raddoppiato i costi (più 2 miliardi e mezzo ad oggi). Analoghi problemi si sono presentati per l’altro reattore in costruzione a Flamanville (Francia).
I ritardi e l’aumento dei costi dei reattori EPR in costruzione in Finlandia e in Francia sono attribuibili in grande misura all’inadeguatezza delle imprese di quei paesi per soddisfare i requisiti tecnici eccezionali richiesti per il nucleare (saldature, acciaio, cemento, ecc.), rispetto agli altri impianti. Si può immaginare come le imprese italiane sarebbero in grado di soddisfare questi livelli tecnologici (ricordate l’Italcementi, che ha fornito cemento scadente per le grandi opere!), e quindi i ritardi e gli aumenti dei costi diventerebbero ancora maggiori: la Spagna ha senza dubbio coinvolto maggiormente la propria industria, sostenendo costi enormemente inferiori con maggiore profitto. Ricordiamo che le tratte dell’Alta Velocità ferroviaria in corso di realizzazione in Italia hanno costi tra le 5 e le 10 volte superiori alle tratte costruite all’estero!
1.4 – A questo si aggiunga che, dopo il Referendum del 1987, con costume tipicamente italiano sono state dissennatamente eliminate o riconvertite molte delle competenze e delle strutture che si erano accumulate durante lo sviluppo degli sfortunati programmi nucleari degli anni 60-80. Oggi ENEA ed ENEL hanno poco personale dipendente esperto nel nucleare, in gran parte prossimo alla pensione, ed il resto è costituito da personale a contratto a tempo determinato. Ricostituire le competenze e le strutture necessarie richiederebbe 15 anni, mentre i provvedimenti recenti del governo vanno verso una distruzione dell’Università e della ricerca pubbliche!
1.5 – Abbiamo invece ancora una pesante eredità dei pur modesti programmi nucleari del passato, irrisolti dopo 20 anni! (Quattro centrali da smantellare, combustibile esaurito ancora da ritrattare, scorie nucleari disseminate in siti non idonei, ecc.: ricordiamo tutti le vicende di Scanzano Ionico, dove il precedente Governo Berlusconi voleva d’imperio localizzare il deposito nazionale definitivo per le scorie  nucleari). D’altra parte, la localizzazione di una centrale nucleare, ovunque sia, solleva una forte opposizione popolare.
La legislazione raffazzonata da questo governo per la ripresa del nucleare presenta aspetti allarmanti, che stravolgono la normativa internazionale, tant’è che molte Regioni hanno fatto ricorso alla Corte Costituzionale. La nascente Agenzia per la sicurezza nucleare (ASN) si configura non come ente indipendente, ma dipendente dal Governo, che vuole sveltire delicate procedure autorizzative, riducendone tempi e modi rispetto agli altri paesi, che pure hanno maggiore esperienza in campo nucleare (i reattori già licenziati in paesi OCSE o con cui l’Italia ha accordi bilaterali, Francia e USA, sono sostanzialmente approvati; le procedure autorizzative per una centrale nucleare sono surrettiziamente estese anche a strutture destinate allo stoccaggio del combustibile e dei rifiuti radioattivi, edificabili nello stesso sito, che richiederebbero un’altra autorizzazione; si precostituisce così la possibilità che queste strutture non vengano sottoposte a VIA in quanto i rifiuti sono prodotti nello stesso sito, con l’aggravante che questi depositi temporanei potrebbero, col tempo, diventare definitivi; ecc.).
Allarma da questo punto di vista l’orientamento del Governo di localizzare le nuove centrali proprio nei siti delle vecchie (Caorso, Garigliano, Trino Vercellese), che già avevano le autorizzazioni, scavalcando d’un colpo anche il problema dello smantellamento delle vecchie centrali.
Non si dimentichi poi che tutto il territorio italiano è a rischio sismico.
1.6 – L’eventuale avvio dei lavori di costruzione di una centrale nucleare in Italia (non prima del 2012-2013) metterà in moto enormi somme di denaro, lucrosi appalti per i “soliti noti” (Impregilo, ecc.) coinvolti nelle grandi opere, dal Ponte sullo Stretto, all’Alta Velocità, agli inceneritori, oltre che gli interessi della malavita organizzata. Per molti anni le opere saranno civili (cemento, acciaio, ecc.), prima che compaiano componenti nucleari. Questo è il vero affare (come per il Ponte).

2. Motivi generali contro l’energia nucleare

2.1 – Il legame tra energia nucleare “civile” e militare non solo è inscindibile (dual-use), ma i programmi civili non si sarebbero sostenuti senza i programmi militari, i cui costi complessivi non si sapranno mai, ma sono senza dubbio superiori almeno di un fattore 10 rispetto ai programmi civili: a fronte della costruzione di poche centinaia di reattori di potenza nel mondo, sono stati costruiti un numero maggiore di reattori militari, e ben 130.000 bombe atomiche (con tutto il sistema, molto più costoso, di missili, bombardieri, sommergibili, sistemi di controllo e di allarme, satelliti, radar, ecc.). Il confronto con la Francia non regge anche perché la Francia ha sviluppato un potente arsenale nucleare militare, nel quale ha potuto scaricare molti costi del nucleare civile (l’utente francese paga probabilmente un sovrappiù per il nucleare occultato nelle imposte per le spese militari).
La realizzazione di programmi di rilancio di centrali nucleari di potenza, e la diffusione di questa tecnologia ad altri paesi, non può che aggravare i rischi di proliferazione militare (richiamati solo quando si tratta dell’Iran o della Corea del Nord: il Brasile ha già realizzato, senza nessuna contestazione, il processo di arricchimento dell’uranio che si contesta a Tehran). D’altra parte, l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, IAEA, già oggi denuncia una carenza di fondi per i compiti di controllo della tecnologia nucleare civile in tutto il mondo.
2.2 – Salute. Molte ricerche hanno ormai dimostrato in modo incontestabile che tra le popolazioni che vivono nei pressi delle centrali vi sono aumenti di leucemie infantili ed altre malattie. Rilasci di radioattività sono evidentemente comuni anche in condizioni di normale funzionamento. A poco valgono gli argomenti che queste possono essere inferiori al fondo naturale di radioattività, perché per sconvolgere i meccanismi genetici e biochimici bastano dosi bassissime: che si aggiungono con effetti sinergici a tutti gli altri fattori inquinanti (questi vanno considerati nel loro complesso, e non separatamente). È provato anche il preoccupante aumento di tumori nella popolazione mondiale. L’inquinamento radioattivo dell’atmosfera terrestre è grave fin dai tempi dei test nucleari, anche se sottaciuto o negato dalle autorità e dalla comunità scientifica.
Né va dimenticato che l’estrazione del minerale di uranio causa tumori e altre malattie nei lavoratori, e provoca devastazione e inquinamento radioattivo diffuso nella regione circostante
2.3 – Un argomento portato dai sostenitori del nucleare è che esso sarebbe esente da emissioni di CO2. Questo è vero per la sola parte della reazione a catena nel nocciolo del reattore. Ma tutte le altre parti del ciclo del combustibile (estrazione del minerale, trasporto, estrazione dell’Uranio, arricchimento, custodia o ritrattamento del combustibile esaurito, ripristino delle miniere) e della centrale (costruzione, smantellamento, gestione delle scorie radioattive) producono CO2 (l’impianto di arricchimento di Paducah, nel Kentucky, utilizza due centrali a carbone da 1.000 MW; questo impianto ed un altro a Portsmouth, Ohio, rilasciano il 93 % di tutto il gas clorofluorocarburo, CFC, emesso annualmente negli USA, anch’esso un gas serra, responsabile inoltre della distruzione della fascia di ozono stratosferico). Ma se anche, allo stato attuale, il ciclo nucleare emette meno CO2 del carbone, e anche del gas, se si tiene conto che il nucleare copre solo il 6 % della domanda di energia primaria mondiale (e tra il 2 % e il 3 % dei consumi finali di energia), anche un obiettivo di modestissimo abbattimento delle emissioni di CO2 richiederebbe la costruzione di un migliaio di centrali nucleari, con costi di migliaia di miliardi, che sembrano difficilmente compatibili con la situazione economica mondiale.
In ogni caso l’entità delle emissioni del ciclo nucleare cambierà radicalmente quando si saranno esauriti i giacimenti più ricchi di Uranio, la cui durata è valutata in 50-60 anni al ritmo attuale di utilizzo: quando si dovrà ricorrere a giacimenti o matrici in cui esso è meno concentrato, aumenteranno le quantità di minerale (radioattivo!) da smuovere, trasportare e trattare, aumenteranno vertiginosamente anche le emissioni di CO2, v. figura.
2.4 – L’Uranio è una fonte esauribile al pari del petrolio (v. sopra): sembra assolutamente inconsistente la progettazione di nuove centrali con tempi di vita operativa di 60 anni, quando l’Uranio economicamente ed energicamente utilizzabile si esaurirebbe prima, ai ritmi attuali! Vi sono grandissime quantità di Uranio nella crosta terrestre, ma per concentrazioni decrescenti l’energia necessaria per l’estrazione diventerebbe maggiore di quella contenuta nell’Uranio estratto.
2.5 – Gli argomenti ai punti precedenti si riflettono ovviamente in modo pesante anche sui costi del nucleare. Anche qui i sostenitori del nucleare considerano di solito solo i costi di costruzione della centrale (che già, come si è detto, lievita enormemente rispetto alle previsioni) e del combustibile (il cui commercio è, come per il petrolio, in mano a un ristretto numero di imprese private, ed è stato soggetto negli ultimi anni a grossi aumenti di costi). Le esperienze concrete di smantellamento di centrali nucleari e di ripristino di miniere sono poche, per cui le previsioni sono molto aleatorie, ma indubbiamente i costi sono molto alti, anche se differiti (ma con il tempo gli aumenti dei costi sono la norma): è stato calcolato che lo smantellamento del parco nucleare mondiale (compresi i siti militari) costerebbe mille miliardi!
Un fatto che taglia la testa al toro è che negli USA, dove le imprese elettriche sono private, non sono state commissionate nuove centrali da 30 anni! In ogni caso le imprese e gli investitori disposti a costruire centrali nucleari lo faranno solo se avranno forti incentivi e garanzie economiche dallo Stato. Il clamoroso voltafaccia di Obama deve essere letto come prova della grande forza della lobby nucleare, e dimostra che il nucleare non si può sviluppare senza forti sovvenzioni statali!
È assai dubbio che la situazione economica mondiale lascerà effettivi spazi per gli enormi investimenti necessari per promuovere grandi programmi nucleari.
2.6 – Il problema dei residui del ciclo nucleare (scorie, combustibile esaurito) è irrisolto in tutti i paesi del mondo, e non si prospettano soluzioni semplici ed economiche in tempi prevedibili. Ancora una volta la Francia dimostra l’insostenibilità dei problemi creati dal nucleare: migliaia di tonnellate di rifiuti radioattivi a bassa attività sono stati sparsi su tutto il territorio, vi sono state probabilmente esportazioni illegali in altri paesi. Il progetto USA del deposito di Yucca Mountain è definitivamente fermo, dopo anni di lavoro e ingenti spese. I residui radioattività a lunga vita dovrebbero essere condizionati per 300.000 anni! Un tempo tale che qualsiasi pretesa di garanzia non può avere nessun fondamento scientifico.
2.7 – Rimane poi il problema della sicurezza. Le conseguenze di inaudita gravità dell’incidente di Chernobyl (1986) gravano e graveranno ancora sull’intera umanità, anche se nel ventennale le Agenzie internazionali hanno fatto irresponsabilmente a gara per minimizzarne la portata: d’altra parte i bambini americani hanno ancora nei denti lo Stronzio-90 prodotto dai test nucleari nell’atmosfera degli anni ’50 e ’60; mentre l’uso e l’abuso dei famigerati proiettili ad “uranio impoverito” hanno liberato nell’atmosfera ulteriore e persistente pulviscolo di microparticelle radioattive. Negli ultimi anni non sono cessati gli incidenti in centrali nucleari in Francia, Spagna, Germania, Slovacchia, Giappone: anche se vengono sistematicamente sminuite dalle autorità.
Bisogna ricordare anche che si hanno informazioni allarmanti sulla sicurezza del reattore EPR.
2.8 – I sostenitori del nucleare ci promettono reattori di 4a Generazione, di nuova concezione, con caratteristiche tali da risolvere tutti i problemi creati da questa tecnologia. Purtroppo tali centrali sono ancora a livello di ricerca (dopo decenni!), non entreranno in funzione prima del 2030-2040! Sembra per lo meno estremamente scorretto promettere oggi le caratteristiche future di una tecnologia talmente complessa, che potrà riservare sorprese, difficoltà e problemi assolutamente inaspettati nel corso della sua realizzazione. Si può ricordare che già il colossale progetto dei reattori veloci al Plutonio sviluppato dalla Francia (con la partecipazione al 30 % dell’Italia; ma la Francia aveva l’interesse principale per le bombe!) si è rivelato un clamoroso fallimento, con la chiusura definitiva di Superphoenix, che avrebbe invece dovuto essere il prototipo per un reattore commerciale.
Fonte: www.progettohumus.it/

 

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