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Archivio per la categoria ‘Immigrazione’

Per Yusuf

20 Aprile 2011 Commenti chiusi

Per Yusuf

 

di Stefano Liberti e Andrea Segre   FONTE  20 aprile 2011 – 19:26

Pochi minuti fa ci ha chiamato Yusuf Aminu Baba.

E’ un ragazzo nigeriano di 30 anni. Migrante.

E’ il protagonista di A sud di Lampedusa, il documentario che abbiamo girato insieme 5 anni fa nel deserto del Niger.

Da allora ogni tanto ci chiama, per salutarci.

Questa volta la telefonata non era uguale alle altre.

Ci ha detto: “Sono a Zuwarah, sulla costa libica, tra poche ore partirò per Lampedusa. Pregate per me. Ho bisogno delle vostre preghiere e dell’aiuto di Dio”.

Gli abbiamo detto: “Non partire, è pericoloso”. Lui ci ha detto: “Stare qui è più pericoloso”.

Yusuf partirà. Forse è già partito mentre leggete queste righe. Chissà se mai arriverà o se finirà come molti altri inghiottito dal Mediterraneo.

E dall’indifferenza.

Non c’è più spazio per strategie diversive. Dobbiamo essere chiari e definitivi: la vita umana ha per noi europei ancora un valore indipendentemente dall’origine etnica?

Dobbiamo solo rispondere a questa domanda. Se la risposta è sì, c’è un’unica cosa da fare: avviare immediatamente tutte le procedure per organizzare corridoi umanitari che aiutino i profughi a fuggire dalla guerra in Libia anche via mare.

Se invece non lo facciamo e lasciamo che il loro destino sia la Libia o il rischio mortale del barcone, allora abbiamo risposto no a questa domanda.

La tv libica ha informato gli stranieri africani presenti nel territorio nazionale che possono lasciare la Libia come e quando vogliono. Tutti coloro che vogliono fuggire lo possono fare. Come lo fanno?

O via terra verso Tunisia ed Egitto.

O via mare verso l’Italia.

Partono.

Partono comunque.

Partono perché il regime che è stato nostro grande amico fino a due mesi fa e che oggi in modo confuso bombardiamo, dopo averli sfruttati, detenuti, isolati, deportati, ora li fa partire.

Cosa dobbiamo fare?

Fregarcene e farli morire, facendo finta che la nostra strategia politica degli ultimi anni sia stata un grande successo disturbato da un incidente di percorso non previsto? E’ un’opzione, ma allora dobbiamo dirlo chiaramente: la storia della nostra civiltà è cambiata, la vita umana non ha valore in sé. Oppure, se ancora crediamo al valore della vita umana, tentiamo di attivare quella che dalla seconda guerra mondiale a oggi è la naturale conseguenza di un conflitto: aiutare i civili a fuggire, dare un rifugio ai civili, indipendentemente dalla loro razza, dalla loro religione e dalla loro cultura. Azione umanitaria, così si chiama: umanitaria (chiediamo scusa, ma è diventato necessario spiegarlo).

Si dirà: “Eh, ma come si fa? Gheddafi non ci lascia farlo”. E’ una scusa inaccettabile. Tutti gli sforzi diplomatici, attraverso le istituzioni internazionali, vanno attivati. E va fatto pubblicamente: i cittadini europei, italiani in testa, devono sapere che i governi stanno cercando di salvare quelle vite umane. E’ una questione culturale e civile imprescindibile per il futuro della nostra dignità. Se ci saranno motivi concreti d’impedimento, se ne discuterà. Ma intanto se vogliamo rispondere sì a quella domanda questo è ciò che bisogna tentare di fare subito: traghetti umanitari dalla Libia per aiutare i profughi a fuggire.

Che ne pensa il PD, il più grande partito di opposizione progressista in Italia? Ha il coraggio a pochi giorni dalle elezioni amministrative di rispondere sì a questa domanda?

Se lo ha, si faccia portavoce di questa richiesta umanitaria fondamentale. Se pensa di avere dei rischi elettorali in un Paese ormai scavato dall’intolleranza seminata ovunque dalla piccolezza leghista, lo faccia anche solo con uno slogan umanamente minimo, ma almeno evidente: “Partono comunque, salviamoli”.

E’ l’ultimo stadio. Proviamo a non rinunciarci.

Mentre leggete queste righe Yusuf potrebbe essere già partito. Arriverà a Lampedusa o finirà in fondo al mare? Provate solo un secondo a porvi questa domanda e vedrete che dietro ce n’è un’altra, che investe nel profondo la nostra cultura e interroga il futuro che vorremmo consegnare ai nostri figli: ha ancora un valore la vita umana?

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Paradossi

18 Aprile 2011 7 commenti

Riace, il paese che chiede più immigrati.

Mandateli quì,ne abbiamo bisogno”

di Attilio Bolzoni – «la Repubblica». 15 aprile 2011

E 40 sindaci calabresi seguono l´esempio: fermiamo lo spopolamento. Nello stesso mare dove ripescarono i famosi Bronzi, molti anni dopo arrivarono anche loro. E a Riace, la vita non fu più la stessa. E non certo per merito o per colpa di quella magnifica coppia di statue greche. Erano stati loro a cambiare tutto.
Loro erano curdi. Ma poi loro diventarono afgani e palestinesi, diventarono etiopi, eritrei, somali, serbi e albanesi, egiziani, siriani, iracheni, iraniani. Tutti «nuovi cittadini» di un piccolo paese appena sopra la Locride dei sequestri e delle nefandezze mafiose, tutti che hanno trovato casa e lavoro in una delle terre più povere da questa parte del Mediterraneo.

Ne sono passati almeno 6mila da lì. E ne vogliono ancora di naufraghi, profughi, rifugiati. Anche quelli che stanno sbarcando in queste settimane sugli scogli di Lampedusa. Le porte di Riace sono sempre aperte. Questa è una storia alla rovescia, una di quelle che non ha niente da spartire con gli egoismi e le ossessioni dei tanti Nord d´Italia o d´Europa. Questa è la storia di un borgo che non è morto perché sono arrivati «gli altri».

Passa il mondo da Riace. E un po´ di mondo, qui si è fermato per sempre. Su 1800 abitanti quasi 300 erano stranieri e adesso sono italiani. I Bronzi li tirarono su nel 1972 e sembrava che Riace dovesse trasformarsi in una Rimini del basso Jonio.

Tutti che parlavano di turismo, tutti che volevano costruire alberghi e palazzi per onorare e sfruttare la miracolosa pesca di quelle statue di straordinaria fattura, poi però i due guerrieri restarono soli in un museo a Reggio e Riace perse metà della popolazione. Tutti emigrati. Ogni anno un paese sempre più deserto, sempre più povero.

Fino a quando un barcone quasi si rovesciò a duecento metri dalla costa.

«Io passavo di là, dalla statale e ho visto una folla di uomini e di donne e di bambini che usciva dall´acqua, per me fu come un´apparizione», ricorda Domenico Lucano, allora ragazzo e oggi sindaco di Riace. Era il 1 luglio 1998. Nelle case abbandonate dai calabresi che erano andati a lavorare fra il Canada e l´Australia trovarono riparo trecento curdi. I primi. Perché poi Riace è diventata una piccola grande capitale multietnica. Ieri con gli sbarchi dei popoli in fuga dall´Asia e oggi con quelli dei popoli in fuga dall´Africa. Benvenuti a tutti. Anche agli ultimi.

Proprio questa mattina Domenico Lucano e gli altri 40 sindaci della Locride chiederanno ufficialmente al governo «che sono pronti ad ospitare i migranti di Lampedusa».

Sono gli unici che non si rivoltano perché glieli piazzano nel loro paese, anzi loro li vogliono. È l´esempio di Riace. È l´altra Italia che è a una cinquantina di chilometri dalla Rosarno della «caccia al negro» di un anno fa e che non è sfuggita a un elogio – un editoriale – dell´Osservatore Romano.

«Ciascun emigrato per noi è una speranza, qui abbiamo bisogno di loro, loro hanno riportato alla vita il nostro paese», racconta il sindaco che viene ormai chiamato da tutti «Mimmo dei curdi» o «Lucano l´afgano». Il centro storico si è ripopolato anno dopo anno, sbarco dopo sbarco.

Il giorno dopo il permesso di soggiorno, tutti ritirano la carta d´identità all´ufficio anagrafe del Comune. Tutti residenti. E tutti con un lavoro.

Fanno i falegnami, i panettieri, fanno i pastori, i ceramisti, gli agricoltori. In paese gira anche una moneta speciale («È un bonus in attesa di alcuni contributi comunitari che arrivano sempre in ritardo», spiega Lucano) con il volto di Gandhi sulle banconote da 50 euro, quello di Martin Luther King su quelle da 20, Peppino Impastato e Che Guevara sui tagli da 10 euro.

Sono ticket che poi si trasformano in soldi veri. La convivenza con gli italiani di Calabria è perfetta. Un miscuglio di razze e un modello che ha attirato anche il regista de Il Cielo sopra Berlino Wim Wenders, che un anno fa ha girato un cortometraggio «sull´utopia di Riace».

 

 

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Tutto è cominciato con quella visione di Mimmo, il mare e i naufraghi. E tutto è cominciato anche con il «laboratorio Badolato», l´esperimento di far rinascere con l´arrivo di altri curdi un altro paese calabro voluto tanti anni fa da Tonino Perna, docente di sociologia economica all´Università di Messina. Sull´esperimento di Badolato è risorto Riace.

«In mezzo a tanti disastri, c´è anche una civiltà del Meridione che è questa», dice Perna che spiega poi come etiopi ed eritrei ed afgani abbiano «occupato» nella sua Calabria terre abbandonate per coltivare i campi come una volta. Dopo Badolato Riace, dopo Riace anche il paese di Caulonia ha i suoi «nuovi cittadini». Dopo Caulonia adesso altri comuni calabresi vogliono «gli altri». Ve l´avevamo detto che questa era una storia alla rovescia.

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Come bestie feroci.

13 Aprile 2011 3 commenti

pante_b1Bisogna respingere gli immigrati, ma non possiamo sparargli, almeno per ora”.       roberto castelli

                                                                                         

Hitler ha sbagliato tutto: se fosse vissuto nei giorni nostri avrebbe mandato dei tedeschi coi barconi a invadere il mondo e nessuno avrebbe potuto fermarli perchè ‘beh, ci sono le ragioni umanitarie’.           francesco speroni

Un’altra strage: morti 65 eritrei, i superstiti accusano la Nato.

FONTE

Abbandonati in mare per settimane. E lasciati morire di stenti al largo di Tripoli. Come nell’agosto del 2009, è successo di nuovo. Sono ancora eritrei. Stavolta i morti sono 65 e tra le navi accusate di omissione di soccorso ci sono pure i mezzi militari della Nato che incrociano al largo di Tripoli. Nessuno ha fatto niente. La denuncia è di quelle che fanno rabbrividire e arriva direttamente dagli unici superstiti dell’ultimo naufragio avvenuto di fronte alle coste libiche. Sette eritrei, che dal centro di detenzione di Twaisha a Tripoli hanno contattato la diaspora eritrea di Roma e hanno dato l’allarme tramite l’agenzia Habeshia. Il gommone era partito da Tripoli il 25 marzo con 72 passeggeri a bordo, in gran parte eritrei. L’ultima richiesta d’aiuto tramite una chiamata dal telefono satellitare risaliva al 26 marzo nel tardo pomeriggio. In quella occasione l’agenzia Habeshia girò l’allarme alla Guardia costiera di Roma che riuscì a localizzare il segnale del satellitare a circa 60 miglia a nord di Tripoli. Poi il nulla. Per giorni gli eritrei di Roma hanno sollecitato un intervento ma non è stato fatto niente. Fino al pomeriggio del 12 aprile, quando dalla Libia è arrivata la telefonata dei 7 superstiti. Raccontano della morte per stenti di 65 dei 72 passeggeri, comprese donne e bambini. Uno dopo l’altro, dopo due settimane alla deriva. E raccontano di essere stati abbandonati in mare da diverse navi militari, probabilmente quelle della Nato impegnate nelle missioni militari in Libia. E di un elicottero che – raccontano – li ha sorvolati e ha gettato loro delle bottiglie d’acqua, senza però dare l’allarme. Visto che si sono salvati soltanto raggiungendo la costa libica trasportati dalle correnti marine, per poi essere arrestati.
Per l’ennesima volta non è il mare ad uccidere. Ma le omissioni di soccorso dei mezzi militari di fronte alle coste libiche. E adesso la Nato faccia chiarezza. Noi quando abbiamo percorso la rotta Malta Misratah due settimane fa su un peschereccio libico carico di aiuti umanitari, siamo stati fermati tre volte dalle navi della coalizione militare. Possibile che le barche dirette a Lampedusa siano divenute trasparenti ai loro radar?
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senza pudore

7 Aprile 2011 Commenti chiusi

Proposta leghista: tassa dell’1% sulle rimesse degli extracomunitari

barca_immigrati Roma-“Sarà l’unica tassa gradita agli italiani, perché non la pagheranno loro”. Gianluca Buonanno, vulcanico deputato della lega nord, nonché sindaco di Varallo Sesia, spiega così la proposta di legge di cui è primo firmatario; propone di tassare dell’uno per cento le transazioni finanziarie degli stranieri che vivono in Italia, ossia i soldi che i non comunitari mandano fuori dal territorio nazionale. “Considerando che ammontano a circa 8 miliardi di euro l’anno -spiega- sarebbe un bel bottino. Ottanta milioni di euro che finirebbero nelle casse delle associazioni di volontariato”. Ma che soprattutto sarebbero sottratti a quegli immigrati che Bonanno vede come “furbi che piangono miseria qui e poi magari si fanno la casa nel loro Paese”.  

Corriere della sera 07-04-2011

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Quando fummo braccia

8 Maggio 2010 3 commenti

Enzo Del Re  Nuova scena  Povera gente

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Rospo, locusta, pipistrello, analfabeta, ubriacone. Nei Paesi dove arrivò “l’Orda” così venivano visti i lavoratori italiani

Da “Il viaggio più lungo – L’Odissea dei migranti italiani” di Gian Antonio Stella, che Rizzoli manda in libreria questa settimana, riportiamo alcune delle voci di un dizionario che gli italiani dovrebbero tenere bene a mente.

ALCOOL

Quello del vino è uno dei tanti «vizi» rinfacciati ai nostri emigranti. Come in tutti gli stereotipi c’era qualcosa di vero. Nell’Italia povera di un tempo il vino era spesso un integratore alimentare. Il consumo di vino pro-capite annuo, oggi intorno ai 50 litri, era nel primo decennio del Novecento di 126. Mandare i figli a scuola dopo aver dato loro una scodella di vino con la polenta vecchia era un’abitudine diffusissima, soprattutto nelle aree più povere dove veniva coltivata la vite. «La Rivista Veneta di scienze mediche» scriveva che in provincia di Venezia, «una delle città più sifilizzate d’Italia», su 12.000 scolari delle elementari «soltanto3000 non bevono, 9000 bevono regolarmente vino e la metà ne abusa».

ANALFABETI

Ai nostri emigrati è stato per molto tempo rinfacciato di essere più ignoranti rispetto a quelli di altri Paesi europei. I dati, del resto, non lasciano dubbi. Stando ai censimenti la percentuale di analfabeti nel nostro Paese, ancora del 21 per cento nel 1931, negli anni della Grande Emigrazione era spaventosa: 67,3 per cento nel 1881; 73 per cento nel 1871; 78 per cento al momento dell’Unità d’Italia nel 1861. Uno studio sulle liste passeggeri dei transatlantici di Ira A. Glazier e Robert Kleiner, del resto, dice tutto: su due navi a caso arrivate negli Usa nel 1910, gli immigrati analfabeti sbarcati dall’italiana «Madonna» erano il 71 per cento, quelli russi scesi dalla «Lithuania» il 49 per cento: 22 punti in meno. Quanto ai lavoratori specializzati, i nostri erano 7 su 100, i russi 40.

BABIS

Rospi. Uno dei nomignoli dati agli italiani in Francia alla fine dell’Ottocento.

BAT

Pipistrello. Soprannome insultante dato ai nostri emigranti in certe zone degli Stati Uniti alla fine dell’Ottocento e ripreso dal giornale «Harper’s Weekly» per spiegare come molti americani vedessero gli italiani «mezzi bianchi e mezzi negri» così come i pipistrelli sono mezzi uccelli e mezzi topi.

CHIANTI

Ubriacone (nomignolo dato ai nostri emigranti in Usa, con un riferimento al vino toscano che per gli americani rappresentava tutti i vini rossi italiani, chiamati «dago red».

FINESTRE

«Gli italiani tengono le finestre spalancate per tutta la domenica, dal primo mattino fino a sera. Le loro stanze sono affollate per tutto il giorno. Fanno tutto con le finestre aperte, anche vestirsi, come i selvaggi. Siedono intonando da mattina a sera canzoni oscene e alcuni giocano a carte sulle note dei loro strumenti d’ottone. La cara domenica ci viene guastata da questo indicibile e vergognoso comportamento. Abbiamo l’impressione di esserci trasferiti in una regione selvaggia». (Denuncia di un abitante del quartiere Petersberg del 1893)

GIOPPINO

Poche cose come la storia dei gioppini ricordano quanto l’Italia della Grande Emigrazione fosse un Paese molto povero. I gioppini erano le più popolari marionette bergamasche quando la provincia di Bergamo, oggi ricca, era ridotta in condizioni miserabili. Tutti i gioppini avevano i «tri gos», i tre gozzi, una malattia comunissima tra i montanari piemontesi, lombardi e veneti, sulla quale i bergamaschi trovarono il coraggio di ironizzare. Era causata dalla cattiva alimentazione e in particolare dall’ipotiroidismo dovuto al bere, senza alcuna integrazione, acqua del tutto priva di iodio. Sarebbe bastato del normale sale marino a sanare la piaga. Ma costava troppo e la gente usava sale da salgemma.

IGIENE

«La verità si è che nella maggior parte dei nostri operai non è per nulla sviluppato il sentimento della pulizia e della decenza, che le loro condizioni di vita all’estero rispecchiano fedelmente le loro condizioni di vita in patria. L’operaio che viene dalla Basilicata o dal Napoletano, dove abita in piccole, poverissime case simili ad alveari, talvolta scavate sotto terra (…); o dalle campagne venete e lombarde, ove abita in casolari intessuti di fango e vimini; o dalle pendici alpine; (…) l’operaio, dico, che arriva da queti luoghi, ha dei bisogni limitatissimi da soddisfare; egli non sente nessuna necessità di elevarsi un po’. (…) Domandate un po’ a questi operai perché vivono così male ed essi vi risponderanno invariabilmente che a casa loro vivevano assai peggio.» (Gli italiani in Germania, rapporto del 15 novembre 1914 del regio ispettore dell’Emigrazione Giacomo Pertile)

JIM ROLLINS

Era un giovane nero dell’Alabama processato nel 1922 per il reato di «miscegenation » (mescolanza di razze) con l’accusa di avere avuto rapporti sessuali con una donna bianca. Condannato in primo grado, Rollins fece ricorso in appello: «Non era bianca, era italiana». Il giudice, come ricorda la studiosa Bénédicte Deschamps nel suo saggio Le racisme anti-italien aux États-Unis, nella raccolta del 2000 curata da Michel Prum, Exclure au nom de la race, gli diede ragione. Spiegando nella sentenza che «non si poteva assolutamente dedurre che ella fosse bianca, né che fosse lei stessa negra o discendente da un negro».

KATZELMACHER

«Fabbricacucchiai» nel senso di stagnaro, artigiano di poco conto ma anche «fabbricagattini» forse perché gli emigrati figliavano come gatti. Nomignolo appiccicato ai nostri emigrati in Austria e Germania.

LOCUSTE

«[Sono] briganti, lazzaroni, fannulloni, corrotti nell’anima e nel corpo. (…) Se il boicottaggio vale a qualcosa, è in questo caso degli italiani che debbasi applicare. Siamo certi che i nostri capitalisti non ricaveranno beneficio alcuno dall’importazione di queste locuste.» («Australian Workman», 24 ottobre 1890).

NOMI

Nel mondo ci sono 6 Crotone, 5 Pavia, 4 Siena, 5 Como, 20 Palermo, 33 Firenze, 27 Verona e 44 Roma. («Gazzetta del Sud», 21 luglio 2000, citando «Focus»).

RIMPATRIO

«Le nostre leggi sul rimpatrio sono inesorabili e in molti casi disumane. (…) Ho visto centinaia di persone (…)costrette a ritornare nei Paesi di provenienza, senza soldi, e a volte senza giacche sulle spalle. Ho visto famiglie separate, che non si erano mai riunite: madri separate dai loro figli, mariti dalle loro mogli, e nessuno negli Stati Uniti, nemmeno il Presidente in persona, poteva evitarlo». (Edoardo Corsi, All’ombra della Libertà, 1935)

Da il Fatto Quotidiano del 6 maggio

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