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Archivio per la categoria ‘Guerre’

Vola il prezzo degli F-35

17 Ottobre 2012 Commenti chiusi

Fonte: Eleonora Martini – il manifesto | 17 Ottobre 2012

Decollano verticalmente i prezzi dei cacciabombardieri che l’Italia ha programmato di acquistare. Per pagare, si risparmia sulla scuola pubblica
DIFESA Il segretario generale del ministero ammette: «Ci costeranno il doppio»
Debertolis rettifica i dati ufficiali del governo presentati alla Camera nel febbraio scorso La notizia ora è ufficiale: i 90 cacciabombardieri Lockheed Martin F-35 che l’Italia ha deciso di comperare costeranno più del doppio di quanto dichiarato dal ministero della Difesa in un’audizione ufficiale alla Camera nello scorso febbraio. Lo ha ammesso con nonchalance lo stesso segretario generale del ministero della Difesa e direttore nazionale degli Armamenti, il generale Claudio Debertolis, raccontando in un’intervista pubblicata dal magazine Analisi Difesa i dettagli del nuovo programma italiano di acquisto del Joint Strike Fighter, dopo il taglio di 41 unità deciso a febbraio dal governo Monti. Prosegui la lettura…
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Pentole, coperchi e lepre di pezza ?

8 Maggio 2011 Commenti chiusi

imagesCAL9SJKJE’ passata una settimana dall’uccisione di Osama Bin Laden.

Del racconto che ci viene propinato dal presidente Obama e da tutto l’apparato politico –militare USA si notano delle enormi incongruenze non facilmente comprensibili.

Posto quindi un articolo di Aldo Giannuli che secondo me  perlomeno pone domande che oggi in pochi sembra vogliano porsi.

Luciano               FONTE

La morte di Osama Bin Laden: le pentole, i coperchi e la nebbia di guerra.

Le stravaganze della versione ufficiale sulla morte di BinLaden sono tali e tante da far dubitare che il morto sia effettivamente lui, ma anche che la Cia non sia più in grado di fare un’operazione decente (se l’aggettivo si può usare in un contesto di questo tipo).
Va bene: il delitto perfetto non esiste e il diavolo fa le pentole ma non i coperchi, ma qui si esagera: possibile che non fosse possibile ricomporre il cadavere e fare una foto presentabile? E perchè tanta fretta di ucciderlo e disperdere il corpo in mare?  E poi tutte quelle versioni aggiustate, pasticciate, smentite, rabberciate!
Troppi errori in una volta sola.
A meno che il morto non sia lui e questa non sia una sceneggiata. Questo farebbe tornare i conti: la foto non c’è perchè si teme che un eventuale fotomontaggio possa essere svelato  e così il corpo è stato fatto sparire per  evitare esami imbarazzanti e c’è stata fretta di “ucciderlo” perchè, ovviamente, non si poteva portare davanti alle telecamere un sosia. Insomma tutto quadrerebbe. O quasi.
Ma questo comporta il rischio di una smentita di Osama, che magari tira fuori un altro video, con prove inoppugnabili della sua esistenza in vita; per cui o c’è un accordo fra le parti o il capo di Al Quaeda è già morto da tempo. E, in effetti, era la soluzione che abbiamo dato per maggiormente probabile nell’esame dell’articolo precedente.

Tutto a posto? Forse. Eppure un velo di inverosimiglianza rimane su questa versione (e, infatti, avevamo detto che ad un esame più approfondito le cose sarebbero potute cambiare): “fabbricare” una falsa morte di un personaggio così “celebre” non è cosa facile, neppure se il personaggio in questione è già morto da tempo. Se il personaggio è vivo c’è bisogno della sua complicità e si è sempre esposti al rischio di un suo ricatto (ve l’immaginate se fra due anni, Osama rispunta fuori e dice “mi credevate morto? Ma no, sono sempre qui fra voi!”). Dovrebbe essere d’accordo anche la sua organizzazione e ci sarebbe sempre il rischio di terzi che, scavando, possano scoprire come stanno le cose. Tutto sarebbe più semplice se il personaggio fosse già morto e la sua organizzazione lo avesse taciuto, per continuare a sfruttare la sua immagine e spingere l’avversario verso un falso obiettivo. Oggi non potrebbe più dire la verità per non smentirsi e sarebbe costretta a stare al gioco. Sino ad un certo punto, però, perchè Osama non compariva più da anni e sarebbe possibile sostenere una sua morte relativamente recente, di cui non si è data notizia per non fare un favore ai “crociati”.
Un po’ tirata, ma, se accompagnata da qualche riscontro, avrebbe comunque l’effetto di mettere fortemente in dubbio la versione americana.

Il problema più grosso sarebbe quello di non poter sapere se terzi sanno qualcosa della “prima” morte del capo di Al Quaeda. Immaginiamo  cosa potrebbe accadere se i servizi russi, cinesi, iraniani o di chi vi pare, siano riusciti a sapere o, almeno, ad aver sentore, a suo tempo, della morte di Osama: per gli americani sarebbe un rischio troppo forte. E peggio ancora: se Osama è morto e questa è una sceneggiata, i servizi pakistani sanno tutto, per cui devono essere stati complici, ma, allora, sarebbe stato meglio farli partecipare alla “cattura ed uccisione” di Bin Laden e non esporli all’attuale situazione che li vede accusati di collusione con il terrorismo.

Insomma, come la si volta, fabbricare dal nulla una falsa morte è difficile e rischioso.
Peraltro, l’operazione continuerebbe ad avere una serie di “pecche” che la rendono pasticciata e poco credibile.
E va bene che la Cia ha avuto un processo di decadenza professionale molto serio, ma qui stiamo facendo gli straordinari: è una storia troppo sgangherata per quello che resta uno dei servizi segreti più potenti del Mondo e non è possibile che siano tutti rimbecilliti a questo punto. Troppi errori tutti insieme per essere credibile che si tratti di errori.

C’è una soluzione più lineare e  meno romanzesca: gli errori non sono errori, ma voluti depistaggi per confondere le acque. Per dirla con il  gergo sei servizi: siamo di fronte ad una operazione di “nebbia di guerra”. E la partecipazione al tutto di una vecchia conoscenza come Pieczenik (Ciao Steve, Chi si rivede!), il vero regista del caso Moro ed uno dei massimi esperti di guerra psicologica, è una firma chiarissima sotto questa ipotesi.
Mi spiego meglio: diamo per buono che Bin Laden sia effettivamente morto qualche giorno fa, ucciso dagli americani. Naturalmente, questo non  vuol dire che l’individuazione del suo covo e l’azione siano poi andate come ci si racconta. Anzi, probabilmente sono andate in modo assai diverso e con molti più pasticci di mezzo. Ed i depistaggi servono a distrarre la nostra attenzione da questo aspetto della vicenda. Avete presente la finta lepre di pezza che fa correre i cani al cinodromo? Ecco: stiamo correndo dietro ad una lepre di pezza mentre ci stanno distraendo dalle vere questioni da capire: come e quando hanno scoperto il covo e perchè questo accade ora.

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Hanno la faccia come il c…o

26 Aprile 2011 Commenti chiusi

«Il nucleare è il futuro, il referendum lo avrebbe

bloccato per troppi anni»

ITALY-FRANCE-MMIGRATION-BERLUSCONI-SARKOZYRedazione online  26 aprile 2011corriere della sera

Berlusconi e la scelta della moratoria: «Così l’opinione pubblica può tranquillizzarsi dopo Fukushima»

«I contratti Enel-Edf vano avanti, l’energia atomica destino ineluttabile»

«Il nucleare è il futuro, il referendum  lo avrebbe bloccato per troppi anni»

Berlusconi e la scelta della moratoria: «Così l’opinione pubblica può tranquillizzarsi dopo Fukushima»

MILANO – Cosa ha spinto il governo a decidere per lo stop al nucleare? La necessità di evitare il referendum che, sull’onda di quanto accaduto in Giappone, avrebbe bloccato per troppo tempo la corsa dell’Italia all’atomo, nella convinzione assoluta che l’energia atomica rappresenti «il futuro». È stato lo stesso Silvio Berlusconi a spiegare l’opnione sua e dell’esecutivo da lui guidato nel corso della conferenza stampa a Villa Madama con il presidente francese Nicolas Sarkozy. «In Italia – ha detto il premier – l’accadimento giapponese ha spaventato moltissimi cittadini». Alla luce di ciò, ha voluto precisare il presidente del Consiglio, «se fossimo andati al referendum, il nucleare non sarebbe stato possibile per molti anni». Da qui la decisione della moratoria, ha aggiunto Berlusconi, decisa perché «dopo uno o due anni si possa avere un’opinione pubblica più favorevole».

«DESTINO INELUTTABILE» – Quanto accaduto a Fukushima «ha spaventato gli italiani – ha detto il Cavaliere -, come dimostrano anche i nostri sondaggi» e la decisione di una moratoria sul nucleare è stata presa anche per permettere all’opinione pubblica di «tranquillizzarsi»: un referendum ora avrebbe portato ad uno stop per anni del nucleare in Italia. Il capo del governo ha anche aggiunto che il nostro Paese ha stipulato contratti fra EdF e Enel, «che restano in piedi e non vengono abrogati, anzi – ha sottolineato il premier – stiamo decidendo di portare avanti contratti come quello sulla formazione che è molto importante. La posizione del governo italiano sul nucleare è una posizione di buon senso per non aver rigettato quello che è un destino ineluttabile».

POLEMICHE – Le parole di Berlusconi sul nucleare hanno sollevato numerose polemiche. Per Nichi Vendola le dichiarazione del Cavaliere «sono l’immediata conferma, se mai ce ne fosse stato bisogno, dell’intenzione del governo di voler prendere in giro gli italiani, calpestando in modo arrogante e cialtronesco, il loro diritto ad esprimersi su una questione, come quella dell’energia nucleare, da cui dipende la sicurezza ambientale e la sopravvivenza delle generazioni future del nostro Paese» ha detto il governatore, leader di Sinistra Ecologia Libertà. L’Idv e il Pd sono convinti che, con le sue parole, il premier si sia «smascherato» e che proprio alla luce di quanto affermato al capo del governo il referendum resta valido. Il presidente del Consiglio ha «svelato l’imbroglio» sul nucleare, ha detto il leader dell’Italia dei valori Antonio Di Pietro. «Berlusconi ha confessato, oggi abbiamo la prova dell`imbroglio, da noi denunciato sin dal primo momento. Non vuole rinunciare al nucleare, ma vuole solo bloccare il referendum perché ha paura del risultato delle urne» ha aggiunto l’ex pm.

 

Il ministro: «Non c’è bisogno
del voto, il mandato è pieno»

frattini01gANTONELLA RAMPINO 26-04-2011 la stampa

La decisione, racconta il ministro degli Esteri, era nell’aria. «E’ stata comunicata da Berlusconi ad Obama col quale era in agenda una telefonata, e poi al premier britannico Cameron e al segretario della Nato Rasmussen, ma è maturata nel colloquio di quasi due ore, la settimana scorsa, col presidente del Consiglio di Transizione di Bengasi». In quella visita, sia Jalil che Al Isawi agli interlocutori istituzionali avevano ripetuto: lo sappiamo che i bombardamenti della Nato possono avere dei «danni collaterali», in una guerra ci sono sempre vittime civili, «ma non c’è nessuna possibilità di soluzione pacifica in Libia, Gheddafi non se ne andrà mai». Ora, aggiunge Frattini, «l’Italia partecipa a pieno titolo alla missione, in condizioni di parità in quanto a impegni e responsabilità».

Ministro, per la prima volta nella storia della Repubblica italiana, l’Italia decide di partecipare a bombardamenti sia pure in una missione Nato e su mandato dell’Onu. Ci sarà un dibattito con voto del Parlamento?
«Abbiamo avuto dal Parlamento un mandato pieno ad applicare la risoluzione 1973 dell’Onu, che autorizza a fare tutto quello che è necessario per proteggere la popolazione libica. La risoluzione è chiarissima, ed è in quell’ambito che continuiamo ad operare: non occorre alcun voto. Il ministro La Russa ed io abbiamo preso l’impegno a riferire sulla missione, ed è quello che faremo davanti alle Commissioni esteri e difesa».

Intende dire che il tipo di bombardamenti che effettueranno i caccia italiani a suo avviso non richiede un voto parlamentare?
«Bombarderemo obiettivi mirati, per esempio batterie anticarro, carrarmati, depositi di munizioni. Obiettivi pianificati dalla Nato, che ce li indicherà di volta in volta. Prima, a bombardare erano 12 Paesi, adesso sono 13».

C’è il rischio di vittime civili. Siete sicuri che l’opinione pubblica italiana lo accetterà?
«La situazione di Misurata è sotto gli occhi del mondo. Di Misurata, e non solo: sono in corso bombardamenti violentissimi delle truppe di Gheddafi contro la popolazione libica in tutto l’Ovest del paese. Le stragi continuano indiscriminate, e la Nato ha bisogno di maggiori forze, ha chiesto più impegno all’Italia. E così pure i libici del Consiglio di Transizione».

Quando è stata presa quella decisione, visto che le pressioni della Nato duravano da settimane?
«Sabato scorso, quando è stato informato il presidente della Repubblica, che è solidale con la decisione».

Non è un mistero che ad esser contrario fosse Berlusconi, data anche la posizione della Lega. Quand’è che il presidente del Consiglio, che ai corrispondenti esteri ha raccontato di aver avuto l’impulso di dimettersi quando sono cominciati i bombardamenti contro Gheddafi, ha cambiato idea?
«La decisione è maturata durante la visita di Jalil a Roma. Mai vi considereremo invasori, ci ha detto. A Berlusconi ha fatto un discorso assai toccante. Signor presidente – gli ha detto – voi vi siete fatti ingannare dalla retorica di Gheddafi, ma noi che siamo i libici di Bengasi, i libici che dovrebbero odiare di più gli italiani, riconosciamo che voi non ci avete solo colonizzato: avete costruito il nostro Paese. E’ per questo ha continuato – che abbiamo bisogno di voi, proprio di voi, adesso: aiutateci».

E la contrarietà della Lega? Non rischiate di indebolire la missione pur di non affrontare, con un voto in Parlamento, il dissenso politico?
«Si tratta di resistenze che andranno chiarite tra Berlusconi e Bossi. La Lega è preoccupata da un’ondata di immigrazione anomala. Quando sarà chiaro che è Gheddafi ad organizzare i barconi, il dissenso rientrerà. Tra l’altro, quei barconi spinti in mare con ogni mezzo arricchiscono il dossier della Corte penale internazionale contro Gheddafi, perché sono anche quelli crimini contro l’umanità».

Categorie:Guerre, Nucleare Tag:

Per Yusuf

20 Aprile 2011 Commenti chiusi

Per Yusuf

 

di Stefano Liberti e Andrea Segre   FONTE  20 aprile 2011 – 19:26

Pochi minuti fa ci ha chiamato Yusuf Aminu Baba.

E’ un ragazzo nigeriano di 30 anni. Migrante.

E’ il protagonista di A sud di Lampedusa, il documentario che abbiamo girato insieme 5 anni fa nel deserto del Niger.

Da allora ogni tanto ci chiama, per salutarci.

Questa volta la telefonata non era uguale alle altre.

Ci ha detto: “Sono a Zuwarah, sulla costa libica, tra poche ore partirò per Lampedusa. Pregate per me. Ho bisogno delle vostre preghiere e dell’aiuto di Dio”.

Gli abbiamo detto: “Non partire, è pericoloso”. Lui ci ha detto: “Stare qui è più pericoloso”.

Yusuf partirà. Forse è già partito mentre leggete queste righe. Chissà se mai arriverà o se finirà come molti altri inghiottito dal Mediterraneo.

E dall’indifferenza.

Non c’è più spazio per strategie diversive. Dobbiamo essere chiari e definitivi: la vita umana ha per noi europei ancora un valore indipendentemente dall’origine etnica?

Dobbiamo solo rispondere a questa domanda. Se la risposta è sì, c’è un’unica cosa da fare: avviare immediatamente tutte le procedure per organizzare corridoi umanitari che aiutino i profughi a fuggire dalla guerra in Libia anche via mare.

Se invece non lo facciamo e lasciamo che il loro destino sia la Libia o il rischio mortale del barcone, allora abbiamo risposto no a questa domanda.

La tv libica ha informato gli stranieri africani presenti nel territorio nazionale che possono lasciare la Libia come e quando vogliono. Tutti coloro che vogliono fuggire lo possono fare. Come lo fanno?

O via terra verso Tunisia ed Egitto.

O via mare verso l’Italia.

Partono.

Partono comunque.

Partono perché il regime che è stato nostro grande amico fino a due mesi fa e che oggi in modo confuso bombardiamo, dopo averli sfruttati, detenuti, isolati, deportati, ora li fa partire.

Cosa dobbiamo fare?

Fregarcene e farli morire, facendo finta che la nostra strategia politica degli ultimi anni sia stata un grande successo disturbato da un incidente di percorso non previsto? E’ un’opzione, ma allora dobbiamo dirlo chiaramente: la storia della nostra civiltà è cambiata, la vita umana non ha valore in sé. Oppure, se ancora crediamo al valore della vita umana, tentiamo di attivare quella che dalla seconda guerra mondiale a oggi è la naturale conseguenza di un conflitto: aiutare i civili a fuggire, dare un rifugio ai civili, indipendentemente dalla loro razza, dalla loro religione e dalla loro cultura. Azione umanitaria, così si chiama: umanitaria (chiediamo scusa, ma è diventato necessario spiegarlo).

Si dirà: “Eh, ma come si fa? Gheddafi non ci lascia farlo”. E’ una scusa inaccettabile. Tutti gli sforzi diplomatici, attraverso le istituzioni internazionali, vanno attivati. E va fatto pubblicamente: i cittadini europei, italiani in testa, devono sapere che i governi stanno cercando di salvare quelle vite umane. E’ una questione culturale e civile imprescindibile per il futuro della nostra dignità. Se ci saranno motivi concreti d’impedimento, se ne discuterà. Ma intanto se vogliamo rispondere sì a quella domanda questo è ciò che bisogna tentare di fare subito: traghetti umanitari dalla Libia per aiutare i profughi a fuggire.

Che ne pensa il PD, il più grande partito di opposizione progressista in Italia? Ha il coraggio a pochi giorni dalle elezioni amministrative di rispondere sì a questa domanda?

Se lo ha, si faccia portavoce di questa richiesta umanitaria fondamentale. Se pensa di avere dei rischi elettorali in un Paese ormai scavato dall’intolleranza seminata ovunque dalla piccolezza leghista, lo faccia anche solo con uno slogan umanamente minimo, ma almeno evidente: “Partono comunque, salviamoli”.

E’ l’ultimo stadio. Proviamo a non rinunciarci.

Mentre leggete queste righe Yusuf potrebbe essere già partito. Arriverà a Lampedusa o finirà in fondo al mare? Provate solo un secondo a porvi questa domanda e vedrete che dietro ce n’è un’altra, che investe nel profondo la nostra cultura e interroga il futuro che vorremmo consegnare ai nostri figli: ha ancora un valore la vita umana?

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RESTIAMO UMANI

15 Aprile 2011 4 commenti

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Guerra

21 Marzo 2011 1 commento

Libia: parlare chiaro

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Di Rossana Rossanda, da il manifesto, 9 marzo 2011

 Al “manifesto” non riesce di dire che la Libia di Gheddafi non è né una democrazia né uno stato progressista, e che il tentativo di rivolta in corso si oppone a un clan familiare del quale si augura la caduta. Non penso tanto al nostro corrispondente, persona perfetta, mandato in una situazione imbarazzante a Tripoli e che ha potuto andare – e lo ha scritto – soltanto nelle zone che il governo consentiva, senza poter vedere niente né in Cirenaica, né nelle zone di combattimento fra Tripoli e Bengasi.

Perché tanta cautela da parte di un giornale che non ha esitato a sposare, fino ad oggi, anche le cause più minoritarie, ma degne? Non è degno che la gente si rivolti contro un potere che da quarant’anni, per avere nel 1969 abbattuto una monarchia fantoccio, le nega ogni forma di preoccupazione e di controllo? Non sono finite le illusioni progressiste che molti di noi, io inclusa, abbiamo nutrito negli anni sessanta e settanta? Non è evidente che sono degenerate in poteri autoritari? Pensiamo ancora che la gestione del petrolio e della collocazione internazionale del paese possa restare nelle mani di una parvenza di stato, che non possiede neanche una elementare divisione dei poteri e si identifica in una famiglia?

Ho proposto queste domande sul “manifesto” del 24 febbraio, senza ottenere risposta. Non è una risposta la nostalgia di alcuni di noi per un’epoca che ha sperato una terzietà nelle strettoie della guerra fredda. Né la nostalgia è sorte inesorabile degli anziani; chi ha più anni è anche chi ha più veduto come cambiano i rapporti di forza politici e sociali ed è tenuto a farsi meno illusioni. E se in più si dice comunista, a orientarsi secondo i suoi principi proprio quando precipitano equilibri e interessi.

Non che siamo solo noi, manifesto, a non sapere che pesci prendere davanti ai movimenti della sponda meridionale del Mediterraneo. Il governo francese ha fatto di peggio. Quello italiano ha consegnato al governo libico gli immigranti che cercavano di sbarcare a Lampedusa e dei quali non si ha più traccia. L’Europa, convinta fino a ieri che dire arabo significava dire islamista dunque terrorista, prima ha appoggiato alcuni despoti presunti laici – Gheddafi gioca ancora questa carta – poi si è rassicurata nel vedere le piazze di Tunisi e del Cairo zeppe di folle non violente, ha accolto con piacere l’appoggio alle medesime da parte dell’esercito tunisino e egiziano, e teme soltanto una invasione di profughi.

Ma la Libia non è né l’Egitto né la Tunisia. L’esercito è rimasto dalla parte del potere e la situazione s’è di colpo fatta drammatica. Ma chi, se non l’ottusità di Gheddafi, è responsabile se l’opposizione è diventata aspra, scinde la Cirenaica, cerca armi e il conflitto diventa guerra civile? Tra forze e ad armi affatto sproporzionate? E chi se non noi lo deve denunciare? Chi, se non noi, deve divincolarsi dal dilemma o ti lasci bombardare o di fatto chiami a una terza «guerra umanitaria», giacché gli Usa non desidererebbero altro? Sembra che la capacità di ragionare ci sia venuta meno.

La sinistra non può molto. Il “manifesto”, ridotti come siamo al lumicino, non può nulla se non alzare la voce con chiarezza e senza equivoci. C’è un’area enorme che si dibatte in una sua difficile, acerba emancipazione, che ha bisogno di darsi un progetto – non dico che dovremmo organizzare delle Brigate Internazionali, ma mi impressiona che nessuno abbia voglia di offrire a questo popolo un aiuto. Ricordate le corse giovanili degli anni sessantotto e settanta a Parigi, a Lisbona, a Madrid e a Barcellona? Dall’altra parte del Mediterraneo non ha fretta di andar nessuno, salvo i tour operator impazienti che finisca presto. Almeno su a chi dare simpatie e incoraggiamento non dovremmo esitare. Non noi.

Cremaschi: no alla guerra, sempre

 pilo_bigGiorgio Cremaschi 21-03-2011

Non penso che si debba cambiare idea. Siamo stati contro la guerra in Iraq, che pure avveniva per spodestare un dittatore più feroce di Gheddafi, che aveva gasato il suo popolo. Siamo contro la guerra in Afghanistan che, tra l’altro, non ha alcuna via d’uscita. Non vedo la diversità delle argomentazioni oggi per sostenere l’intervento militare delle potenze occidentali in Libia.

 Tra l’altro un vecchio principio, evidentemente dimenticato, delle Nazioni Unite stabiliva che eventuali interventi militari non potessero essere in alcun modo svolti da paesi coinvolti in occupazioni militari o precedenti conflitti nella stessa area. Francia, Gran Bretagna, Italia, sono le principali potenze coloniali del Nord Africa e un loro intervento è quanto di più stupido e controproducente ci possa essere a sostegno della causa democratica.

 Se poi a questo si aggiunge la confusione dell’iniziativa, che è passata dalla “no fly zone” al bombardamento di tutti i siti militari, naturalmente con l’assicurazione che non vi sono danni ai civili, non si può non vedere la solita guerra umanitaria che si impantana nelle sue contraddizioni. E nella contraddizione principale e cioè che la guerra non può essere usata per affermare diritti e libertà. Lo è stato nel passato, è vero, e infatti continuamente si fa richiamo alle guerre antifasciste. Ma da allora il mondo è cambiato e non c’è stata una sola guerra in questi ultimi sessant’anni che non sia stata macchiata alla radice da interessi che con l’antifascismo e la democrazia non c’entrano nulla.

 Ancora una volta, peraltro, scopriamo la catastrofe della sinistra italiana di fronte ai grandi eventi. Dopo mesi di mobilitazione contro Berlusconi, improvvisamente c’è l’unità nazionale per fare la guerra e, semmai, si criticano i dubbiosi e i recalcitranti nella maggioranza di Governo. Così tutta la dialettica politica che c’è in Europa pare oggi racchiusa tra le posizioni filotedesche della Lega e quelle filofrancesi e americane di La Russa e Frattini. Questa ennesima dimostrazione di inutilità della sinistra italiana porterà altri danni e, ancora una volta, mostrerà il vuoto di proposte e di iniziativa che c’è di fronte a Berlusconi.

 Siamo stati e siamo senza reticenze e dubbi contro Gheddafi, e siamo contro i bombardamenti e la guerra. Dovrebbero essere questi due punti fermi. Il fatto che non lo siano, che si oscilli tra l’uno e l’altro, è l’ennesimo segno di una crisi della sinistra italiana che, nelle prove di fondo – vedi il Kossovo –, non è in grado di dire e fare nulla di diverso da tutti gli altri.

 

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L’apartheid tra ebrei

8 Marzo 2011 Commenti chiusi

Israele: l’apartheid tra ebrei arriva

all’asilo

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C’è un asilo nido comunale diviso in due a Gerusalemme, che serve da un lato le famiglie degli ebrei ortodossi e dall’altra quella dei meno ortodossi o per niente religiosi. Fino a pochi giorni fa i bambini dei due lati si mescolavano allegramente durante le ore passate in giardino, che condividevano giocando.

Poi il fanatismo dei grandi ha rovinato tutto e per venire incontro alle proteste degli ortodossi, il giardino è stato diviso in due da una rete (nella foto). Incidentalmente dalla parte degli ortodossi è rimasta la fontanella e la buca con la sabbia.

Alcuni dei genitori ortodossi intervistati dalla stampa non avevano problemi, ma per quasi tutti era intollerabile che con l’arrivo del caldo i loro virgulti si mescolassero ai bambini mezzi nudi degli altri. Un grosso problema è anche quello rappresentato dal fatto che i bambini non ortodossi non indossano la Kippah e molti genitori si sono detti preoccupati, perché i bambini a tre anni già notano queste differenze e potrebbero porre domande scomode ai genitori, che evidentemente non hanno risposte adatte.

L’avanzare dell’estremismo ebraico e del fanatismo religioso in Israele sembra inarrestabile, con l’appoggio al governo di Netanyahu i partiti estremisti e razzisti hanno ottenuto grandi vantaggi e sono passati all’incasso, reclamando sempre più spazi riservati e arrivando ad imporre le regole dell’ortodossia religiosa in molti aspetti della vita degli israeliani, anche di quelli non religiosi. a961f9fae4319044d8eac103fe864042_small

Ha fatto rumore il caso del segregazionismo di genere sugli autobus, con gli ortodossi che arrivano ad aggredire le donne che non siedono in fondo agli autobus che attraversano i loro quartieri, così come le numerose aggressioni alle donne con abbigliamento considerato non abbastanza “modesto”, ma la realtà è quella di interi quartieri controllati da una vera e propria polizia della morale che vigila e interviene quando qualcuno sgarra. Roba da Iran. Ancora peggio va nelle colonie, dove gli estremisti sono giunti a pretendere il diritto di giudicare chi ha il diritto di abitare sulle terre rubate ai palestinesi.

E non va bene nemmeno in Israele in generale, con gli ortodossi e gli ultra-ortodossi che si insinuano nell’esercito e ne corrompono la relativa laicità e con il tentativo di far passare una legge che riservi al rabbinato ortodosso (che già ha il monopolio dei matrimoni in Israele) il delicato compito di stabilire chi è ebreo e quindi intitolato al passaporto israeliano.

Per l’asilo sembra proprio che non ci sia niente da fare, nonostante le vibranti proteste dei genitori “secolarizzati”. Pare anzi che nonostante la presenza della rete i bambini continuino a comunicare e a guardarsi e nemmeno questo non va bene. Per questo è già previsto che sulla rete finirà un telone a nascondere finalmente i figli dei peccatori dagli occhi di quelli dei timorati di Dio. Poi magari se il tempo o i giochi dei bambini apriranno dei varchi nel telo si penserà a un bel muro in cemento armato.

L’aumento del segregazionismo, sempre più praticato anche tra gli stessi ebrei, è sintomo evidente di una società malata e sempre più avvelenata da estremismi e fanatismi. Il governo cerca di canalizzare la furia dei fanatici verso i palestinesi e appena può bombarda Gaza, ma non basta.

Gli ortodossi vogliono di più, pretendono case e sussidi, vogliono occupare sempre più spazio, nei Territori Occupati come in Israele. Colonizzano quartieri e insediamenti, che poi vogliono interdire a chiunque non si conformi ai loro buffi costumi e alle loro bizzarre prescrizioni. Cercano d’imporre nuove leggi e non rispettano quelle che non apprezzano e ultimamente si sono fatti notare per posizioni sempre più razziste, come le pubbliche esortazioni a non affittare a non-abbastanza-ebrei e quello rivolto alle ragazze, a non frequentare lo stesso genere di gentaglia corrotta.

Non si fanno mancare niente, nemmeno le manifestazioni violente al termine delle quali accusano la polizia di essere nazista. Lo possono fare perché invece sono tollerati, se la polizia rispondesse loro come risponde agli arabi e ai palestinesi le manifestazioni sarebbero finite sul nascere. Ma loro sono pii e agiscono secondo i dettami di Dio.

Poco importa che a smentire tanta santità escano frequenti scandali sessuali e altre storie molto poco edificanti che coinvolgono stimati rabbini, il clero è ovunque identico e ovunque gode della fede di persone che nemmeno l’evidenza riesce a smuovere, molti di questi passano per martiri agli occhi dei fedeli, proprio come da noi.

Niente di nuovo, i fanatismi religiosi producono ovunque gli stessi frutti avvelenati, ma senza una decisa inversione di tendenza e una rivoluzione culturale, il paese sembra davvero destinato a trasformarsi in un novello Israelistan.

Categorie:Guerre Tag:

L’Italia è il maggiore esportatore europeo di armamenti al regime di Gheddafi.

23 Febbraio 2011 Commenti chiusi

L’Italia non solo è uno dei principali partner

commerciali della Libia, ma è il maggiore esportatore

europeo di armamenti al regime di Gheddafi.

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Giorgio Beretta

I Rapporti dell’Unione europea sulle esportazioni di materiali e sistemi militari (qui l’ultimo rapporto e un’analisi) certificano che nel biennio 2008-2009 l’Italia ha autorizzato alle proprie ditte l’invio di armamenti alla Libia per oltre 205 milioni di euro che ricoprono più di un terzo (il 34,5%) di tutte le autorizzazioni rilasciate dall’UE (circa 595 milioni di euro). Tra gli altri paesi europei che nel recente biennio hanno dato il via libera all’esportazione di armi agli apparati militari di Gheddafi, figurano la Francia (143 milioni di euro), la piccola Malta (quasi 80 milioni di euro), la Germania (57 milioni), il Regno Unito (53 milioni) e il Portogallo (21 milioni).

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Tabula Rasa

21 Novembre 2010 Commenti chiusi

Nella provincia afgana di Kandahar le truppe Usa radono al suolo tutte le case, a volte interi villaggi, abbandonati dai civili sfollati, per neutralizzare eventuali trappole esplosive

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Le migliaia di sfollati fuggiti nelle scorse settimane dai distretti rurali attorno a Kandahar, dove da fine settembre è in corso l’offensiva militare americana Dragon Strike, non avranno più una casa a cui tornare, perché le loro abitazioni abbandonate vengono deliberatamente demolite dalle truppe Usa per neutralizzare mine e trappole esplosive che i guerriglieri talebani possono avervi nascosto, e che hanno già provocato decine di vittime tra le fila americane.

Complessi di edifici e spesso interi villaggi disabitati vengono rasi al suolo ricorrendo all’uso di bulldozer blindati, artiglieria pesante e aviazione. Vengono sistematicamente demoliti anche tutti i muri di cinta, i ponti sui canali e i muretti divisori tra i campi, dove il nemico potrebbe nascondersi per tendere imboscate. Per la stessa ragione, non vengono risparmiati nemmeno i filari di alberi, abbattuti a sventagliate alzo zero di mitra pesanti.

Secondo quanto scrive il New York Times, nei distretti di Arghandab, Zhari e Panjwai le forze statunitensi hanno già distrutto centinaia di abitazioni civili, forse migliaia.
”Non abbiamo cifre precise sugli edifici abbattuti, ma si tratta di un numero elevatissimo”, ha detto Zalmai Ayubi, portavoce del governatore della provincia di Kandahar, Tooryalai Wesa.

Il colonnello Webster Wright, portavoce delle forze alleate a Kandahar, sostiene che le demolizioni finora sono state 174: una stima che lo stesso quotidiano newyorkese giudica assai riduttiva rispetto alle denunce delle autorità locali.

Il governatore del distretto di Zhari, Karim Jan, ha parlato di centinaia di richieste di risarcimento solo nel suo territorio. Shah Muhammed Ahmadi, il suo omologo del distretto di Arghandab, ha riferito di almeno 130 case distrutte nel territorio di sua competenza, di cui 40 nel solo villaggio abbandonato di Khosrow, praticamente raso al suolo da una salva di 35 missili Himras. ”Altri interi villaggi sono stati distrutti perché pieni di trappole”.

Secondo Abdul Rahim Khan, un anziano capo tribale di Panjwai, in realtà le truppe Usa distruggono case e villaggi abbandonati anche senza avere la certezza che siano minati.
D’altronde, gli stessi ufficiali militari americani interpellati dal Times ammettono che ”perlustrare edifici vuoti è troppo rischioso”. Meglio raderli al suolo.

“Laddove fanno il deserto, lo chiamano pace”, scriveva Publio Cornelio Tacito nell’Agricola, a proposito delle truppe dell’Impero Romano.

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Bombe e Dollari.

11 Ottobre 2010 Commenti chiusi

140936984-d8ffa59f-48d7-469c-b231-93beba1f94b6LA BEFFA E IL DANNO: PIÙ RISCHI PER I SOLDATI PRESENTI NEL PAESE. POLEMICA NEGLI USA

Spie e talebani tra le fila dei contractors.

 Scandalo in Afghanistan: uomini vicini alla guerriglia assunti e pagati dalle aziende chiamate dal Pentagono

WASHINGTON – Lo scandalo ha dell’incredibile. Tra le guardie delle basi militari e dei convogli militari in Afghanistan assunte dai contractor privati del Pentagono vi sono talebani, spie iraniane, miliziani dei signori della guerra, narcotrafficanti, criminali e via di seguito. Che non solo vengono stipendiati, ma sovente ricevono anche ingenti bustarelle per garantire la sicurezza delle basi e dei convogli stessi. Così in pratica il Pentagono finisce per finanziare indirettamente gli insorti, ed esporre i soldati americani ad attacchi e attentati dall’interno, come è già avvenuto.

MR. WHITE E MR. PINK – Lo ha scoperto la Commissione alle forze armate del Senato nel corso di una lunga inchiesta sui 26 uomini dei contractor privati. I casi più clamorosi denunciati dalla Commissione in un rapporto riguardano la base di Shindad presso Herat nello Afganistan occidentale e la base di Adraskan in una zona contigua. A Shindad l’Armor group, un contractor inglese, assoldò all’inizio del 2007 due capi milizie di cui il Pentagono non conobbe mai il nome, ribattezzati Mr. White e Mr. Pink da un film di gangster di Quentin Tarantino. Nel corso di un anno e mezzo, oltre a fomentare la guerriglia contro gli Stati Uniti, i due combatterono l’uno contro l’altro. Alla fine, Mr. Pink uccise Mr. White, e passò ai talebani. Ma l’Armor group non licenziò i suoi uomini, né quelli di Mr. White. Anzi affidò questi ultimi a Mr. White 2, il figlio. Un brutto giallo, che sfociò in una strage. Nell’agosto del 2008, la Dia, il servizio segreto del Pentagono, apprese che ad Aribazad, presso Shindad, era in corso una riunione dei leader talebani. Il villaggio venne bombardato, e si scoprì che Mr. White 2, che morì sotto le bombe, stava incontrando il Mullah Sadeq. Una operazione proficua, che eliminò alcuni capi guerriglia e che costrinse l’Armor group a cambiare molte guardie. Ma il bombardamento fece anche 90 vittime circa tra i civili, scatenando un’ondata d’antiamericanismo in parti dell’Afganistan e spingendo il presidente afgano Hamid Karzai a prendere le distanze dal Pentagono.

SPIE E SOLDATI – Ad Adraskan, dove la Eod Technology, un noto contractor americano, presidiava la base con forze locali, non ci furono perdite di vite umane. Ma sempre la Dia si accorse che alcune guardie erano spie iraniane, e altre informavano i talebani dei movimenti delle truppe Usa. Secondo il rapporto della Commissione del Senato, casi analoghi si verificarono e si verificano ancora altrove. Attualmente, per evitarlo, afferma il rapporto, i contractor assumono soldati e poliziotti afgani. Una prassi egualmente nociva, perché assottiglia le fila delle forze addestrate dal Pentagono, e ritarda il giorno in cui esse potranno stabilizzare il Paese.

«DOLLARI AL NEMICO» – Il capo della Commissione, il senatore democratico Carl Levin, ha protestato che è scandaloso che i contractor non vengano controllati dal Pentagono, e ha chiesto che ne sia subito ridotto il numero: «Il nemico intasca dollari Usa – ha ammonito – e i nostri ragazzi corrono più pericoli». Il ministro della difesa Robert Gates ha risposto di avere preso già provvedimenti: «Gli insorti non riceveranno più aiuti del genere» ha assicurato. Il “boom” dei contractor in Afganistan, come quello precedente in Iraq, è un’eredità dell’amministrazione Bush. Per non mandare molti più uomini al fronte, cosa a cui l’America si sarebbe opposta, Bush creò veri eserciti paralleli di guardie private.

Ennio Caretto   Corriere della sera     

08 ottobre 2010

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