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L’euro è ormai un morto che cammina. Occorre tentare una exit strategy “da sinistra”

26 Febbraio 2013 Commenti chiusi

martedì 26 febbraio 2013

Il signor euro aveva più volte rischiato l’infarto. Il dottor Draghi decise allora di metterlo in coma farmacologico. Sulla cura però indugiava, e a intervalli periodici il dilemma amletico gli si ripresentava: lasciarlo dormire o farlo morire? Draghi insisteva per la prima soluzione. Ma ad un tratto il popolo italiano ha improvvisamente optato per la seconda: ormai l’euro è solo uno zombie, un morto che cammina. Volenti o nolenti, prendiamone atto.

Vedrete che nel Direttorio della Bce l’avranno già capito. A Francoforte si accingeranno a modificare la “regola di solvibilità” della politica monetaria: il famigerato ombrello europeo contro la speculazione verrà pian piano chiuso, per poi finire in cantina [1]. La dottrina del falco Jurgen Stark, uscita dalla porta, si appresta dunque a rientrare dalla finestra. Si può star certi che il dottor Draghi dovrà accoglierla con tutti gli onori. Le più fosche previsioni di un appello di 300 economisti, pubblicato nel giugno 2010, si stanno dunque avverando [2]. La pretesa della Bce di proteggere dagli attacchi speculativi solo i paesi devoti alla disciplina dell’austerity, si è rivelata un clamoroso errore, logico e politico. L’Italia, che ha dato i lumi al Rinascimento ma anche al Fascismo, ieri ha sancito che per l’euro non resta che recitare il De Profundis. Nessuno osi affermare che ha fatto da sola: i tecnocrati europei, condizionati dagli interessi prevalenti in Germania, stavano già da tempo preparando il fosso in cui seppellire la moneta unica.

E ora? Gli eredi più o meno degni del movimento operaio novecentesco che faranno? Sapranno anticipare il corso degli eventi o preferiranno anche stavolta fungere da ultima ruota del carro della Storia? Anziché lasciarsi travolgere dall’idea ottusa della “grande coalizione”, o riesumare il giovane dinosauro liberista Renzi per suicidarsi entro un anno, sarebbe forse opportuno che il Partito democratico e la CGIL prendessero atto che non è più tempo di parlare di politiche di convergenza o magari di standard retributivo europeo [3]. I proprietari tedeschi non sono più interessati alla moneta unica, le speranze di riforma dell’Unione monetaria sono ormai vane. Il punto dirimente è dunque uno soltanto: in che modo uscire dalla zona euro.

Il più probabile, allo stato dei fatti, è il modo di “destra”, che consiste nel favorire le fughe di capitale, aprire alle acquisizioni estere del capitale bancario e degli ultimi spezzoni rilevanti di capitale industriale nazionale, e lasciare i salari completamente sguarniti di fronte a un possibile sussulto dei prezzi e soprattutto delle quote distributive. C’è motivo di prevedere che non soltanto il redivivo Berlusconi ma anche molti altri inizieranno ad ammiccare a questa soluzione. Sedicenti “borghesi illuminati”, orde di opinionisti del mainstream si affretteranno a rifarsi una verginità giudicando l’euro un ideale kantiano fin dalle origini destinato al fallimento, riesumando Milton Friedman e i cambi flessibili e dichiarandosi favorevoli alla svalutazione allo scopo di rendere il paese appetibile per i capitali esteri a caccia di acquisizioni a buon mercato. Che dunque la moneta unica se ne vada al diavolo, grideranno: l’importante è salvare il mercato unico e la libera circolazione dei capitali dalle pulsioni protezioniste dei cosiddetti populisti! Ebbene, se le cose andranno in questi termini, c’è motivo di temere che la deflagrazione della zona euro potrebbe rivelarsi una macelleria messicana. Del resto, chi un po’ ha studiato la storia economica dell’ultimo secolo sa bene che la sovranità monetaria, presa isolatamente, non è la panacea, e che non sono stati per nulla infrequenti i casi di sganciamento da un regime di cambi fissi che hanno prodotto veri e propri disastri in termini di liquidazione del capitale nazionale e distruzione degli ultimi scampoli di diritti sociali. Beninteso, non sempre è andata male, ma in alcuni casi e per alcuni soggetti è andata malissimo. Per citare solo qualche esempio: nel 1992, dopo l’uscita dallo SME, in Italia la quota salari crollò dal 62 al 54%. Nel 1994-1995, dopo i deprezzamenti, Turchia, Messico e Argentina registrarono in un anno cadute dei salari reali rispettivamente del 31%, 19% e del 5%, e dopo la svalutazione del 1998, in Indonesia, Corea del Sud e Tailandia si verificarono diminuzioni dei salari reali del 44%, 10% e 6% (dati ILO e World Bank). Per non parlare dei “fire sales” dei capitali nazionali favoriti dalla svalutazione. Il ripristino della sovranità monetaria è ormai imprescindibile, ma l’uscita “da destra” potrebbe trasformarlo in un incubo.

Questa prospettiva non costituisce però un destino inesorabile. Come abbiamo cercato di argomentare in questi mesi, c’è anche un modo alternativo di gestire l’implosione dell’eurozona, che consiste nel tentativo di costruire un blocco sociale intorno a una ipotesi di uscita dall’euro declinata a “sinistra”. Vale a dire, in primo luogo: un arresto delle fughe di capitale; accorte nazionalizzazioni al posto delle acquisizioni estere dei capitali bancari; un meccanismo di indicizzazione dei salari e di amministrazione di alcuni prezzi base per governare gli sbalzi nella distribuzione dei redditi; la proposta di un’area di libero scambio tra i paesi del Sud Europa. Insomma: la soluzione “di sinistra” dovrebbe vertere sull’idea che se salta la moneta unica bisognerà mettere in questione anche alcuni aspetti del mercato unico europeo.

Verificare se esistono le condizioni per formare una coalizione sociale intorno a una ipotesi di uscita “da sinistra” dall’euro significherebbe anche mettere alla prova il Movimento 5 Stelle. Che sebbene abbia il vento in poppa difficilmente arriverà a governare da solo, e che in ogni caso si troverà presto di fronte al bivio ineludibile di qualsiasi politica economica: dare priorità agli imprenditori e ai piccoli proprietari, oppure cercare una sintesi con gli interessi dei lavoratori subordinati.

Il 12 luglio 2012 un importante dirigente dei Democratici mi scriveva: «sono d’accordo con te e depresso per il conformismo culturale di tanti a noi vicini. Dobbiamo vederci per il piano B», dove “piano B” stava appunto per “uscita da sinistra dall’euro”. Pochi giorni dopo Draghi rimise la plurinfartuata moneta unica in coma farmacologico e il “piano B” finì nuovamente nel limbo dell’indicibile. Oggi se ne può riparlare? In tutta franchezza, anche adesso che l’euro è di nuovo in prossimità dello sfascio ho il sospetto che il PD e la CGIL non saranno in grado di compiere una tale virata. L’iceberg ormai lo vedono anche loro, e forse hanno persino capito che in gioco è la loro stessa sopravvivenza, come il destino del Pasok insegna. Ma hanno mangiato per decenni pane e “liberoscambismo”, e sono stati educati dai bignami di economia e di storia di Eugenio Scalfari, che fatica ormai persino a rammentare che alla vigilia della prima guerra mondiale imperversava non certo l’autarchia ma il gold standard e la piena libertà di circolazione internazionale dei capitali. Bisognerebbe oggi rileggere Keynes e studiare Dani Rodrik, di Harvard. Temo però che a sinistra non vi sarà nemmeno il tempo di un’autocritica, figurarsi di un cambio di paradigma [4].

Gli scomodi panni delle Cassandre iniziano a pesare davvero: speriamo, almeno stavolta, di sbagliarci.

Emiliano Brancaccio

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Intervista Samir Amin

12 Novembre 2012 Commenti chiusi

Il capitalismo entra nella sua fase senile”

 

“Il pensiero economico neoclassico è una maledizione per il mondo attuale”. Samir Amin, 81 anni, non è tenero con molti dei suoi colleghi economisti. E lo è ancor meno con la politica dei governi. “Economizzare per ridurre il debito? Menzogne deliberate”; “Regolazione del settore finanziario? Frasi vuote”. Egli ci consegna la sua analisi al bisturi della crisi economica.

 

di Ruben Ramboer

 

09/10/2012

 

Dimenticate Nouriel Roubini, alias dott. Doom, l’economista americano diventato famoso per avere predetto nel 2005 lo tsunami del sistema finanziario. Ecco Samir Amin, che aveva già annunciato la crisi all’inizio degli anni 1970. “All’epoca, economisti come Frank, Arrighi, Wallerstein, Magdoff, Sweezy ed io stesso, avevamo detto che la nuova grande crisi era cominciata. La grande. Non una piccola con le oscillazioni come ne avevamo avute tante prima, ricorda Samir Amin, professore onorario, direttore del forum del Terzo Mondo a Dakar ed autore di molti libri tradotti in tutto il mondo. “Siamo stati presi per matti. O per comunisti che desideravano quella realtà. Tutto andava bene, madama la marchesa… Ma la grande crisi è davvero cominciata a quel tempo e la sua prima fase è durata dal 1972-73 al 1980″.

 

Parliamo per cominciare della crisi degli ultimi cinque anni. O piuttosto delle crisi: quella dei subprimes, quella del credito, del debito, della finanza, dell’euro… A che punto siamo?

 

Samir Amin. Quando tutto è esploso nel 2007 con la crisi dei subprimes, tutti hanno fatto finta di non vedere. Gli europei pensavano: “Questa crisi viene dagli Stati Uniti, la assorbiremo rapidamente”. Ma, se la crisi non fosse venuta da là, sarebbe cominciata altrove. Il naufragio di questo sistema era scritto e lo era fin dagli anni 1970. Le condizioni oggettive di una crisi di sistema esistevano ovunque. Le crisi sono inerenti al capitalismo, che le produce in modo ricorrente, ogni volta in modo più profondo. Non si possono comprendere le crisi separatamente, ma in modo globale.

 

Prendete la crisi finanziaria. Se ci si limita a questa, si troveranno soltanto cause puramente finanziarie, come la deregolamentazione dei mercati. Inoltre, le banche e gli istituti finanziari sembrano essere i beneficiari principali di quest’espansione di capitale, cosa che rende più facile indicarli come unici responsabili. Ma occorre ricordare che non sono soltanto i giganti finanziari, ma anche le multinazionali in generale che hanno beneficiato dell’espansione dei mercati monetari. Il 40% dei loro profitti proviene da operazioni finanziarie.

 

Quali sono state le ragioni oggettive della diffusione della crisi?

 

Samir Amin. Le condizioni oggettive esistevano ovunque. È la sovranità “degli oligopoli o dei monopoli generalizzati” che ha posto l’economia in una crisi di accumulazione, che è allo stesso tempo una crisi di sottoconsumo ed una crisi di profitto. Solo i settori dei monopoli dominanti hanno potuto ristabilire il loro tasso di profitto elevato, distruggendo però il profitto e la redditività degli investimenti produttivi, degli investimenti nell’economia reale.

 

“Il capitalismo degli oligopoli o monopoli generalizzati” è il nome con cui lei chiama una nuova fase di sviluppo del capitalismo. In cosa questi monopoli sono diversi da quelli di un secolo fa?

 

Samir Amin. La novità è nel termine “generalizzato”. Dall’inizio del 20° secolo, ci sono stati attori dominanti nel settore finanziario e nel settore industriale, nella siderurgia, la chimica, l’automobile, ecc. Questi monopoli erano grandi isole nell’oceano delle piccole e medie imprese, realmente indipendenti. Ma, da una trentina di anni, assistiamo ad una centralizzazione sproporzionata del capitale. La rivista Fortune cita oggi 500 oligopoli le cui decisioni controllano l’intera economia mondiale, dominando a monte e a valle tutti i settori di cui non sono direttamente proprietari.

 

Prendiamo l’agricoltura. Una volta un contadino poteva scegliere tra molte imprese per le sue attività. Oggi, piccole e medie imprese agricole devono affrontare a monte il blocco finanziario di colossi bancari e monopoli di produzione dei fertilizzanti, dei pesticidi e degli OGM di cui Monsanto è l’esempio più eclatante. E, a valle, deve affrontare le catene di distribuzione e i grandi supermercati. Con questo doppio controllo, la sua autonomia e i suoi redditi si riducono sempre di più.

 

È per questo che lei preferisce parlare oggi di un sistema basato “sulla massimalizzazione di rendite monopolistiche” piuttosto che “di massimalizzazione del profitto?”

 

Samir Amin. Sì. Il controllo garantisce a questi monopoli rendite provenienti dal reddito complessivo del capitale ottenuto dallo sfruttamento del lavoro. Quest’entrate diventano imperialiste nella misura in cui questi monopoli operano nel Sud. La massimalizzazione di queste entrate concentra i redditi e le fortune nelle mani di una piccola elite a scapito dei salari, ma anche dei vantaggi del capitale non monopolistico. La disuguaglianza crescente diventa assurda. In definitiva è paragonabile ad un miliardario che possiede il mondo intero e lascia tutti nella miseria.

 

I liberali sostengono che occorre “ingrandire la torta” reinvestendo i profitti. È soltanto dopo che si può operare la divisione.

 

Samir Amin. Ma non si investe nella produzione, poiché non vi è più domanda. Le rendite sono investite dalla fuga in avanti sui mercati finanziari. L’espansione di un quarto di secolo di investimenti nei mercati finanziari non ha precedenti nella storia. Il volume delle transazioni su questi mercati è più di 2.500.000 miliardi di dollari, mentre il PIL mondiale è di 70.000 miliardi di dollari.

 

I monopoli preferiscono quest’investimenti finanziari a quelli nell’economia reale. È “la finanziarizzazione” del sistema economico. Questo tipo d’investimento è l’unico modo per continuare questo “capitalismo dei monopoli generalizzati”. In questo senso, la speculazione non è un vizio del sistema, ma un’esigenza logica di quest’ultimo.

 

È nei mercati finanziari che gli oligopoli – non soltanto le banche – fanno i loro profitti e si fanno concorrenza tra loro per questi profitti. La sottomissione della gestione delle aziende al valore delle azioni della borsa, la sostituzione del sistema pensionistico con la capitalizzazione del sistema a ripartizione, l’adeguamento dei tassi di cambio flessibili e l’abbandono della determinazione del tasso d’interesse da parte delle banche centrali lasciando questa responsabilità “ai mercati” devono essere comprese in questa finanziarizzazione.

 

La deregolamentazione dei mercati finanziari è nel mirino da qualche anno. I dirigenti politici parlano “di moralizzazione delle operazioni finanziarie” e “di sbarazzarsi del capitalismo-casinò”. La regolazione sarebbe dunque una soluzione alla crisi?

 

Samir Amin. Queste non sono che parole, frasi vuote per fuorviare l’opinione pubblica. Questo sistema è destinato a proseguire la sua pazza corsa alla redditività finanziaria. La regolazione peggiorerebbe ancor più la crisi. Dove andrebbe allora l’eccedenza finanziaria? Da nessuna parte! Comporterebbe una massiccia svalutazione del capitale, che si tradurrebbe tra l’altro in un crac di borsa.

 

Gli oligopoli o monopoli (“i mercati”) ed i loro servitori politici, non hanno dunque altro progetto che restaurare lo stesso sistema finanziario. Non è escluso che il capitale sappia restaurare il sistema esistente prima dell’autunno 2008. Ma ciò richiederà somme gigantesche delle banche centrali per eliminare tutti i crediti tossici e ristabilire il profitto e l’espansione finanziaria. E il conto dovrà essere accettato dai lavoratori in generale e dai popoli del Sud in particolare. Sono i monopoli che hanno l’iniziativa. E le loro strategie hanno sempre dato i risultati sperati, vale a dire i piani d’austerità.

 

In effetti questi piani d’austerità si succedono, a quanto pare, per ridurre i debiti degli stati. Ma si sa che ciò peggiora la crisi. I dirigenti politici sono degli imbecilli?

 

Samir Amin. Ma no! È sull’obiettivo che c’è menzogna. Quando i governi pretendono di volere la riduzione del debito, mentono deliberatamente. L’obiettivo non è la riduzione del debito, ma che gli interessi del debito continuino ad essere pagati e, preferibilmente, a tassi ancora più elevati. La strategia dei monopoli finanziari, al contrario, ha bisogno della crescita del debito: il capitale ci guadagna, sono investimenti interessanti.

 

Nel frattempo l’austerità peggiora la crisi, c’è chiaramente una contraddizione. Come diceva Marx, la ricerca del massimo profitto distrugge le basi che lo permettono. Il sistema implode sotto i nostri occhi, ma è condannato a proseguire la sua folle corsa.

 

Dopo la crisi degli anni 1930, comunque lo Stato è stato capace di superare parzialmente questa contraddizione ed è stata adottata una politica keynesiana di rilancio.

 

Samir Amin. Sì, ma quando è stata introdotta questa politica keynesiana? All’inizio, la risposta alla crisi del 1929 è stata esattamente la stessa di oggi: politiche di austerità, con la loro spirale discendente. L’economista Keynes diceva che era assurdo e che occorreva fare il contrario. Ma è soltanto dopola Seconda Guerra Mondiale che è stato ascoltato. Non perché la borghesia fosse convinta delle sue idee, ma perché ciò è stato imposto dalla classe operaia. Con la vittoria dell’Armata Rossa sul nazismo e la simpatia per la resistenza comunista, la paura del comunismo era davvero molto presente.

 

Oggi alcuni – non molto numerosi – economisti borghesi intelligenti, possono dire che le misure d’austerità sono assurde. Ed allora? Finché il capitale non sarà costretto dai suoi avversari ad allungare con l’acqua il suo vino, tutto questo continuerà.

 

Quale è il legame tra la crisi emersa da qualche anno e quella degli anni 1970?

 

Samir Amin. All’inizio degli anni 70 la crescita economica ha subito una caduta. Nel giro di qualche anno, i tassi di crescita sono scesi alla metà di quelli del trentennio glorioso: in Europa dal 5 al 2,5%, negli Stati Uniti dal 4 al 2%. Questa caduta brutale era accompagnata da una caduta di medesima ampiezza degli investimenti nel settore produttivo.

 

Negli anni 1980, Thatcher e Reagan hanno reagito con le privatizzazioni, la liberalizzazione dei mercati finanziari e una durissima politica di austerità. Ciò non ha fatto risalire i tassi di crescita, ma li ha mantenuti ad un livello molto basso. D’altra parte lo scopo dei liberali non è mai stato il ripristino della crescita che dicevano. Lo scopo era soprattutto di ridistribuire i redditi verso il capitale. Missione compiuta. Ed ora, quando in Belgio si passa dal -0,1% allo 0,1% di crescita, alcuni esultano: “La crisi è terminata!” È grottesco.

 

Lei compara gli anni 1990 e 2000 con quelli del secolo precedente: una sorta di seconda “Belle Epoque”.

 

Samir Amin. Ho fatto il parallelo tra le due lunghe crisi perché, curiosamente, cominciano esattamente con cento anni di differenza: 1873 e 1973. Inoltre, hanno gli stessi sintomi all’inizio e la risposta del capitale è stata la stessa, cioè tre serie di misure complementari.

 

In primo luogo, una centralizzazione enorme del capitale con la prima ondata dei monopoli, quelli analizzati da Hilfirding, Hobson e Lenin. Nella seconda crisi, ciò che chiamo “i monopoli generalizzati” che si sono costituiti negli anni 1980.

 

In secondo luogo, la mondializzazione. La prima grande crisi è l’accelerazione della colonizzazione, che è la forma più brutale della globalizzazione. La seconda ondata, sono i piani d’adeguamento strutturale del FMI, che si possono qualificare come ricolonizzazione.

 

Terza ed ultima misura: la finanziarizzazione. Quando si presenta la finanziarizzazione come un fenomeno nuovo, sorrido. Cosa è stato creato in risposta alla prima crisi? Wall Street ela Citydi Londra nel 1900!

 

E ciò ha avuto le stesse conseguenze. Inizialmente, per un periodo breve, sembrava funzionare, perché si pompava sui popoli, soprattutto quelli del Sud. Fu dal 1890 al 1914, la “Belle Epoque”. Si sono tenuti gli stessi discorsi “sulla fine della storia” e la fine delle guerre. La globalizzazione era sinonimo di pace e di colonizzazione per una missione civilizzatrice. Ma, a cosa ha condotto tutto ciò? Prima Guerra Mondiale, Rivoluzione Russa, crisi del 1929, nazismo, imperialismo giapponese, Seconda Guerra Mondiale, Rivoluzione Cinese, ecc. Si può dire che dopo il 1989 c’è stata una sorta di seconda “Belle Epoque”, fino al 2008, sebbene sin dall’inizio, sia stata accompagnata da guerre del Nord contro il Sud. Il capitale ha, in questo periodo, stabilito le strutture affinché gli oligopoli potessero beneficiare delle loro rendite. E, come la globalizzazione finanziaria ha condotto alla crisi del1929, harecentemente condotto alla crisi del 2008.

 

Oggi, si è raggiunto lo stesso momento determinante che annuncia una nuova ondata di guerre o di rivoluzioni.

 

Senza tanto ridere, su quest’immagine futura… Lei scrive che “un nuovo mondo sta nascendo, che può diventare di gran lunga più barbaro, ma che può anche diventare migliore”. Da che cosa dipende?

 

Samir Amin. Non ho la sfera di cristallo. Ma il capitalismo è entrato nella sua fase senile, che può causare enormi spargimenti di sangue. In questo periodo, i movimenti sociali e le proteste portano cambiamenti politici, verso il meglio o verso il peggio, fascisti o progessisti. Le vittime di questo sistema riusciranno a formare un’alternativa positiva, indipendente e radicale? Questa è oggi la sfida politica.

 

Versione ridotta di un’intervista di Samir Amin tratta da Etudes marxistes n° 99

Vedi anche Samir Amin, Uscire dalla crisi del capitalismo o uscire dal capitalismo in crisi?, Il Tempo delle ciliege, 2009.

 

La settimana prossima la seconda parte della nostra intervista a Samir Amin, sulle alternative, il ruolo della sinistra e le economie emergenti nell’offensiva contro “i monopoli generalizzati”.

 

Intervista a Samir Amin – Seconda parte

 

“Il socialismo è più che un capitalismo senza capitalisti”

 

“In questi tempi in cui il capitalismo è entrato nella sua fase senile, le proteste dei movimenti sociali portano a cambiamenti politici, in meglio e in peggio, fascisti o progressisti”. Tale era la conclusione dell’economista marxista Samir Amin nella prima parte di quest’intervista, pubblicata su Solidaire n°38. In questa seconda parte, egli affronta la questione del superamento del capitalismo in crisi. “È tempo per la sinistra di mostrare audacia! Deve costruire un fronte contro i monopoli.”

 

di Ruben Ramboer

 

23/10/2012

 

Per l’economista Samir Amin, professore onorario, direttore del Forum Del Terzo Mondo a Dakar ed autore di molte opere tradotte in tutto il mondo, “essere marxista implica necessariamente essere comunista, perché Marx non dissociava la teoria dalla pratica: l’impegno nella lotta per l’emancipazione dei lavoratori e dei popoli”. È ciò che fa Samir Amin: nella prima parte di questa intervista, analizza la crisi; qui, affronta la lotta contro l’onnipotenza dei monopoli capitalisti e per un’altra società.

 

Quali sono le caratteristiche di questo “capitalismo senile” che potrebbe, a suo giudizio, condurre “ad una nuova era di grandi spargimenti di sangue”?

 

Samir Amin. Non esistono più imprenditori creativi, ma “dei wheeler-dealers” (intriganti). La civilizzazione borghese, con il suo sistema di valori – elogio dell’iniziativa individuale, ma anche dei diritti e delle libertà liberali come della solidarietà sul piano nazionale – ha fatto posto a un sistema senza valori morali. Guardate ai criminali presidenti degli Stati Uniti, ai burattinai e tecnocrati alla testa dei governi europei, ai despoti del Sud; guardate all’oscurantismo (talebani, sette cristiane e buddisti…); alla corruzione generalizzata (nel mondo finanziario in particolare)… Il capitalismo d’oggi può essere descritto come senile e può inaugurare una nuova era di massacri. In un periodo siffatto, le proteste dei movimenti sociali portano a cambiamenti politici. Nella buona e nella cattiva sorte, fascisti o progressisti. La crisi degli anni 1930 ad esempio, ha condotto al Fronte Popolare in Francia, ma anche al nazismo in Germania.

 

Che cosa significa tutto ciò per i movimenti di sinistra attuali?

 

Samir Amin. Viviamo un’epoca dove si profila un’ondata di guerre e di rivoluzioni. Le vittime di questo sistema riusciranno a dar vita a un’alternativa positiva, indipendente e radicale? Questa è la sfida politica oggi. Occorre che la sinistra radicale prenda l’iniziativa nella costruzione di un fronte, di un blocco alternativo antimonopolista che comprenda tutti i lavoratori e produttori vittime di questa “oligarchia dei monopoli generalizzati”, di cui faccia parte la classe media, gli agricoltori, le Piccole Medie Imprese…

 

Lei afferma che la sinistra deve rinunciare a qualsiasi strategia che aiuti il capitalismo ad uscire dalla crisi.

 

Samir Amin. È tempo di mostrare audacia! Non siamo in un momento storico in cui la ricerca “di un compromesso sociale” tra capitale e lavoro, costituisca un’alternativa possibile come nel dopoguerra con la socialdemocrazia degli Stati assistenzialisti. Alcuni nostalgici si immaginano di poter “fare arretrare” il capitalismo dei monopoli alla posizione di alcuni decenni fa. Ma la storia non permette mai un ritorno al passato.

Siamo in questo momento storico e la sinistra radicale deve essere audace. Parlo della sinistra che è convinta che il sistema capitalista debba essere sostanzialmente superato. Ma anche di una sinistra che non perde di vista il socialismo, che deve essere inventato senza avere necessariamente un modello preesistente. Nei paesi del Nord, ci sono le condizioni oggettive per isolare il capitale dei monopoli. Ciò comincia con un’alleanza sociale e politica che raccoglie la stragrande maggioranza.

 

Questa audacia esiste, oggi?

 

Samir Amin. Attualmente la mancanza d’audacia a sinistra è terribile. Vi ricordate come i socialdemocratici erano contenti quando il regime sovietico è crollato e con esso i Partiti comunisti dell’Europa occidentale? Ho detto loro: “Siete stupidi. I prossimi a cadere sarete voi, il capitale ha avuto bisogno di voi soltanto perché c’era la minaccia comunista”. E, anziché radicalizzarsi, al contrario sono scivolati verso destra. Sono diventati social-liberali. Attualmente, il voto socialdemocratico o di destra, è equivalente. Tutti dicono: “Non possiamo fare nulla, è il mercato che decide, le agenzie di rating, il super partito del capitale dei monopoli.”

 

Si vedono anche segmenti importanti della sinistra radicale che accettano questo, per timore o per confusione. Allo stesso tempo c’è gente che si definisce “comunista”, considerandosi però nulla di più che l’ala sinistra della socialdemocrazia. È sempre la stessa logica di accomodamento del capitalismo. La logica del “meno peggio”, del “ce lo impone l’Europa”, argomentazione per eccellenza. “L’Europa non è buona, ma la distruzione dell’Europa sarebbe ancora peggio”. Ma di meno peggio, in meno peggio, si arriva alla catastrofe. Due anni fa, abbiamo detto ai greci, via! una piccola cura d’austerità e tutto andrà a posto! Si, ma di che giorno del mese? L’ottavo?

 

Quali potrebbero essere le parole d’ordine “dell’alleanza sociale e politica” che propone?

 

Samir Amin. L’idea generale è la creazione di un blocco antimonopolista. Occorre un progetto globale che rimetta in discussione il potere “dei monopoli generalizzati” (vedi prima parte di quest’intervista in Solidaire n° 38). Non possiamo sognare che gli individui possano cambiare il mondo solo con il miracolo della loro azione individuale, idea che si trova in molti movimenti socialisti ed in filosofi come Toni Negri. Questo blocco antimonopolista comincia col spiegare che esistono alternative alle politiche di austerità, in forma divulgativa, rompendo il discorso del capitale “di competitività e moderazione salariale”. Perché non dire l’opposto, cioè che i salari non sono sufficienti e i profitti troppo grandi?

 

Nel migliore dei casi, ciò conduce ad una leggera riduzione delle disuguaglianze…

 

Samir Amin. Non è naturalmente abbastanza. Una sinistra autentica deve ribaltare il disordine sociale prodotto dai monopoli. Strategie per garantire la massima occupazione e garantire salari adeguati, che procedano parallelamente alla crescita. È semplicemente impossibile senza espropriare i monopoli. I settori chiave dell’economia devono dunque essere nazionalizzati. Le nazionalizzazioni sono, in un primo momento, statalizzazioni, il trasferimento della proprietà del capitale privato allo Stato. Ma l’audacia consiste qui “nel socializzare” la gestione dei monopoli nazionalizzati. Prendiamo questi monopoli che controllano l’agricoltura, le industrie chimiche, le banche e la grande distribuzione. “Socializzare” significa che gli organi di gestione comprendono rappresentanti degli agricoltori, dei lavoratori dei monopoli preesistenti, certamente, ma anche delle organizzazioni di consumatori e degli enti locali (concernenti l’ambiente, ma anche la scuola, la casa, gli ospedali, l’urbanistica, il trasporto…) Un’economia socialista non si limita alla socializzazione della sua gestione. Il socialismo non è solo il capitalismo senza i capitalisti. Deve integrare la relazione tra l’uomo, la natura e la società. Continuare sulla forma che il capitalismo propone, significa ritornare a distruggere l’individuo, la natura ed i popoli.

 

Cosa si fa di Wall Street e della City?

 

Samir Amin. Occorre “una definanziarizzazione”. Un mondo senza Wall Street, per riprendere il titolo del libro di François Morin. Ciò implica imperativamente la soppressione pura e semplice dei fondi speculazioni e dei fondi pensione, diventati operatori principali nella finanziarizzazione. L’abolizione di quest’ultimi deve essere realizzata a vantaggio di un sistema di pensioni per ripartizione. Occorre riconsiderare interamente il sistema bancario. Negli ultimi decenni, il sistema bancario è diventato troppo centralizzato e solo alcuni giganti dettano legge. Di conseguenza, si potrebbe concepire “una banca dell’agricoltura”, o “una banca dell’industria” nelle quali i consigli di amministrazione eletti siano composti dai clienti e dai rappresentanti dei centri di ricerca e dei servizi per l’ambiente.

 

Come vede il ruolo di movimenti come Occupy, degli Indignati e dei Sindacati, nella lotta contro i monopoli?

 

Samir Amin. Che ci sia negli Stati Uniti un movimento come Occupy Wall Street è un segnale magnifico. Che non si accettino più quelle ingiunzioni come “non ci sono alternative” e “l’austerità è obbligatoria”, è molto positivo. Idem per gli Indignati in Europa. Ma sono movimenti che restano deboli, che non ricercano sufficienti alternative. I sindacati svolgono un ruolo importante, ma devono ridefinirsi. Le parole d’ordine di cinquanta anni fa sono superate. Cinque decenni fa, quattro lavoratori su cinque avevano un’occupazione sicura e stabile, e la disoccupazione non esisteva quasi del tutto. Oggi, solo il 40% ha un lavoro stabile, il 40% lavora con un contratto precario e il 20% è disoccupato. La situazione è radicalmente diversa. I sindacati non possono dunque limitarsi a rivendicazioni che riguardano soltanto la metà della classe dei lavoratori. È assolutamente necessario che si tenga conto del diritto dei disoccupati e dei precari. Si tratta spesso di gente d’origine immigrata, di donne e di giovani.

 

Come vede la relazione tra la lotta di classe nel Nord e nel Sud?

 

Samir Amin. I conflitti capitalismo/socialismo e nord//sud, non sono dissociabili. Il capitalismo è un sistema mondiale e le lotte politiche e sociali, se vogliono essere efficaci, devono essere condotte simultaneamente in ambito nazionale e su piano mondiale. Questo Marx voleva dire con “proletari di tutti i paesi, unitevi!”. Essere comunista vuole anche dire essere internazionalista.

È assolutamente indispensabile integrare la questione del clima, delle risorse naturali e dell’ambiente nel conflitto Nord-Sud. La proprietà privata di queste risorse e l’uso improprio del pianeta, mettono in pericolo il futuro di tutta l’umanità. L’egoismo degli oligopoli nel Nord è stato brutalmente espresso da Bush, che ha dichiarato “the American way of life is not negotiable” (lo stile di vita americano non è negoziabile). Quest’egoismo ritorna a negare al Sud l’accesso alle risorse naturali (80% dell’umanità). Credo che l’umanità non possa impegnarsi seriamente nella costruzione di un’alternativa socialista se non si cambia questo “way of life” nel Nord, cosa che non vuole dire che il Sud debba solo pazientare. Al contrario, le lotte nel Sud riducono le rendite imperialiste e indeboliscono la posizione dei monopoli nel Nord, cosa che rafforza le classi popolari del Nord nella loro lotta per la socializzazione dei monopoli. La sfida nel Nord è che allora l’opinione generale non debba limitarsi alla difesa dei suoi privilegi a scapito dei popoli del Sud.

 

Le economie di paesi emergenti come la Cina, il Brasile, la Russia e il Sudafrica, non minacciano già un po’ il potere “dei monopoli generalizzati”?

 

Samir Amin. Dal 1970 il capitalismo predomina il sistema mondiale con cinque vantaggi: il controllo dell’accesso alle risorse naturali, il controllo della tecnologia e della proprietà intellettuale, l’accesso privilegiato ai media, il controllo del sistema finanziario e monetario e, infine, il monopolio delle armi di distruzione di massa. Chiamo questo sistema ” apartheid su scala globale” (segregazione su scala mondiale).

Implica una guerra permanente contro il Sud, una guerra iniziata nel 1990 dagli Stati Uniti e i suoi alleati della NATO in occasione della prima Guerra del Golfo. Ma i paesi emergenti, soprattuttola Cina, sono intenti a decostruire questi vantaggi. Per primo, la tecnologia. Si passa dal “Made in China” al “Made by China “.La Cinanon è più l’officina del mondo per le filiali o i soci del grande capitale dei monopoli. Controlla la tecnologia per svilupparsi. In alcuni ambiti in particolare, quello del futuro dell’automobile elettrica, del solare, ecc., possiede tecnologie d’avanguardia in anticipo sull’occidente. D’altra parte,la Cinalascia che il sistema finanziario mondializzato, si distrugga. E finanzia anche la sua autodistruzione attraverso il deficit americano e costruendo in parallelo mercati regionali indipendenti o autonomi attraverso “il gruppo di Shanghai”, che comprendela Russia, ma potenzialmente anche l’India ed il Sud-est asiatico. Sotto Clinton, una relazione della sicurezza americana prevedeva anche la necessità di una guerra preventiva controla Cina. E’per farvi fronte che i cinesi hanno scelto di contribuire alla morte lenta degli Stati Uniti, finanziandone il deficit. La morte violenta di una bestia di questo genere sarebbe troppo pericolosa.

 

Ed i paesi dell’America del Sud?

 

Samir Amin. Le democrazie popolari in America latina hanno certamente indebolito la rendita imperialista. Ma avranno difficoltà ad andare più lontano nel loro sviluppo finché culleranno l’illusione di uno sviluppo nazionale capitalista autonomo. Lo si vede chiaramente in Bolivia, in Ecuador o in Venezuela. Lo si vede meno in Brasile perché è un paese molto grande, che ha risorse naturali gigantesche. Hanno iniziato la cooperazione tra loro con l’ALBA. Ma l’ALBA resta finora modesta in confronto alla cooperazione militare, economica e diplomatica del gruppo di Shanghai, che si stacca dall’economia mondiale dominata dai monopoli occidentali. Ad esempio, nulla è pagato in dollari o in euro. Il Sud America può anche “sganciarsi” dal capitalismo dei monopoli. Ha le possibilità tecniche e risorse naturali per fare commercio Sud-Sud. Cosa che era impensabile molti decenni fa.

 

Versione ridotta di un’intervista di Samir Amin tratta da Etudes marxistes n° 99

 

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Privatizzazioni, memoria corta .

25 Settembre 2012 Commenti chiusi

Crisi industriale, privatizzazioni, memoria corta della nostra classe politica…

 Di Argentino Tellini* -

  Quante volte in queste settimane, dopo le ben note vicende ILVA e Alcoa, abbiamo sentito e letto che l’Italia non ha un piano industriale da almeno 20 anni e che bisogna immediatamente adottarlo per aumentare il PIL, la produzione e rilanciare l’economia?

Tantissime, ma tantissimi lettori non sanno che gran parte della classe politica attuale è proprio stata la causa di questo male. Diciassette anni di Berlusconi hanno fatto il resto, depredando il nostro Paese di tutte le sue industrie principali, facendoci regredire da attori a comparse rispetto alle grandi democrazie europee e mondiali. Ma chi ha davvero la coscienza sporca oltre a Berlusconi ? Le vicende partono da più lontano  Prendiamo i casi più attuali: L’Alcoa e L’ILVA…. L’Alcoa si chiamava Alumix e faceva parte del gruppo Iri (quindi statale). Nel 1996 viene totalmente privatizzata dal Governo per la cifra di 196 milioni di Euro, un autentico regalo (valeva almeno il triplo), e riceve in quegli anni dallo Stato stesso agevolazioni sulle tariffe energetiche pari almeno a 2 miliardi di euro, spalmate naturalmente sulla bolletta elettrica degli italiani… Si levano pochissime voci di dissenso, cosa che diventerà la norma. Per l’ILVA di Taranto la storia si ripete ma, qualora fosse possibile, è ancor più scandalosa. Nel1995 l’industria di Taranto, che si chiama ITALSIDER, produce circa 240 milioni di euro di utili, ma l’IRI e il Governo decidono di vendere lo stesso il pezzo pregiato della siderurgia italiana e lo fanno ad un prezzo  di almeno cinque volte inferiore al prezzo del mercato (così sostengono tutti gli articoli economici del settore). Ma non è finita, questo è il minimo, il gruppo Riva, l’acquirente, apre immediatamente un contenzioso con lo Stato contestandone la valutazione patrimoniale e i conti pattuiti e  paga quindi solo la prima rata. Nessuno o pochi, anche in questo caso,  si oppongono. Nel frattempo,con i costi dei prepensionamenti a carico dello Stato (che riguardano ben 14.000 unità), il mercato dell’acciaio ha un’impennata positiva ampiamente prevista e Il Gruppo Riva,che ha acquistato l’azienda per un piatto di lenticchie e non le ha nemmeno pagate tutte, fa guadagni fantastici (si parla almeno di 800 milioni di utili in 3 anni), investendo naturalmente pochi spiccioli in ambiente e sicurezza, con i danni che ben conosciamo. Tutti fanno ancora finta di nulla, lo Stato, la politica, i sindacati, tanto da destare il legittimo sospetto che la vendita degli stabilimenti siderurgici al Gruppo Riva si sia trasformata in un’immensa mangiatoia. Ma chi erano i protagonisti di quelle privatizzazioni? Il principale attore di quei fatti  è Romano Prodi, Presidente dell’IRI per 8 anni in due mandati e artefice della vendita a quattro soldi dei principali gioielli di Stato. Un altro nome è Piero Gnudi, sovraintendente alle privatizzazioni di IRI di quegli anni e consigliere economico del ministro dell’industria nel 1995 e ora, guarda un po’, Ministro del Governo Monti . Ma qual’era il Governo di allora, del biennio 95 e 96, che diede vita ai nostri casi in questione Alcoa e ILVA ? Era il Governo Dini, ricordate, quel governo tecnico?  E da chi era appoggiato? Un po’ da tutti, compreso Lega ed anche DS e PPI, che negli anni successivi diedero vita ad un unico soggetto politico: il PD. Ministro dell’industria era un certo Alberto Clo, bolognese, ma passato alla storia solo per avere partecipato, durante il periodo del rapimento Moro, assieme all’amico e concittadino Romano Prodi, alla famosa seduta spiritica dove un’anima in pena avrebbe rivelato la parola Gradoli, cioè il nome della via di Roma in cui era tenuto prigioniero lo statista democristiano. Solo  la cosiddetta sinistra radicale, minoritaria in tutti questi anni, è sempre stata contraria alle privatizzazioni, tutti i principali attori della politica attuale, oltre ai protagonisti citati, come si è visto, hanno la coda di paglia sull’argomento, ne hanno la paternità politica, ne sono  stati proprio essi gli artefici e i suggeritori, nel migliore dei casi hanno taciuto o si sono bendati gli occhi. Berlusconi è intanto decaduto rovinosamente, ma vuole pateticamente tornare in sella, gli altri, come allora, sono tutti presenti : Casini, Fini, D’Alema, Veltroni, Tremonti e compagnia bella. L’elenco lo sappiamo bene…neanche una parola da loro sulla svendita a quattro soldi di tutte le industrie di Stato di cui sono stati i padrini politici, solo memoria corta….

 FONTE

*Argentino Tellini, ex dipendente Vinyls, autore del libro “L’isola dei cassintegrati”

 

20-09-2012

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I danni di una classe dirigente disastrosa

8 Settembre 2012 Commenti chiusi

I danni di una classe dirigente disastrosa

Guido Viale    Il manifesto   7 settembre 2012 

La Bulgariaha reso noto di non avere interesse all’ingresso nell’Unione Europea fino a che questa non avrà risolto i suoi problemi. Questa dichiarazione misura quanto il sogno di un’Europa unita, promosso dai suoi padri fondatori e condiviso da milioni di cittadini, sia stato tradito.
Non che le politiche della Comunità, poi Unione, Europea siano mai state tali da accendere l’entusiasmo dei suoi cittadini; ma la crisi scoppiata nel 2008, che ha visto le politiche europee ridursi a una corsa affannosa prima per salvare le banche responsabili del dissesto, e poi per «rassicurare» i cosiddetti mercati, cioè gli speculatori che ingrassano sui debiti pubblici dei paesi membri, ha portato le istituzioni dell’Unione a una resa dei conti. Mentre i governi si trastullano con gli spread in una serie di riunioni inconcludenti che ne evidenziano incapacità e impotenza, ma sostanzialmente la resa ai poteri della finanza internazionale, la coesione sociale della compagine europea – di cui l’economia non è che una manifestazione, e neanche la principale – ha ormai imboccato la strada della dissoluzione.
Di questo disastro che coinvolge un intero continente (e con esso il resto del mondo), e delle scelte che l’hanno provocato, l’Italia è senza dubbio l’espressione più compiuta: l’inconsistenza dei suoi governanti, si tratti di «tecnici», di politici o di clown, è lo specchio (certo deformante) di una mancanza di prospettive e di una miseria intellettuale che accomuna tutto l’establisment europeo; e non a caso, ma per la sua subordinazione senza alternative ai poteri della finanza. Che cosa sarà dell’Europa – e che cosa sarà del mondo – domani, tra dieci anni, tra venti, a metà del secolo? Nessuno di loro sa rispondere (ci mancherebbe…). Ma nemmeno si pone il problema.
La Grecia è certo più avanti di noi lungo il sentiero dello sfascio sociale e politico, ma l’Italia la sta seguendo a ruota. Il pareggio di bilancio e il fiscal compact segnano il cammino lungo un itinerario già tracciato e destinato a travolgere uno dietro l’altro tutti gli altri membri della compagine europea. D’altronde neanche la Germania, che sembra attendere sulla riva del fiume il cadavere degli altri «Stati membri» dell’Unione, sta più tanto bene.
All’intervento pubblico che in Italia, ma non solo, ha avuto nell’industria di Stato uno dei suoi strumenti principali, viene oggi imputato, sulla base dei canoni dell’ideologia liberista, lo stallo in cui è incorso lo sviluppo del «miracolo economico». Senza prendere mai in considerazione l’ipotesi che quello stallo, che ormai riguarda in misura maggiore o minore tutto il pianeta, comprese le economie «emergenti» che si sono lanciate all’inseguimento di quel modello portandolo al parossismo, sia invece riconducibile a problemi di tutt’altro genere: l’insostenibilità sociale e ambientale e la saturazione dei mercati dei beni inutili.
No, ci viene detto ora. La causa di quello stallo e dei disastri che l’accompagnano è l’intrusione di una classe politica squalificata dentro i meccanismi dell’economia, senza ricordare che quella classe politica ha avuto per più di mezzo secolo, e fino a ieri, il sostegno di tutta l’imprenditoria italiana, delle sue associazioni e dei media che l’hanno difesa in tutti i modi. Così, invece di adoperarsi per rinnovarla, il rimedio che la cultura e la pratica liberiste hanno trovato ai guai veri o presunti creati dall’intervento pubblico è stata la privatizzazione di tutto il possibile – in base all’assunto che privato è efficienza e pubblico è spreco, e che il compito del governo è bastonare i lavoratori, mentre produzione e sviluppo sono affare delle imprese – cercando di far dimenticare che a beneficiare di un intervento pubblico oneroso, devastante e arbitrario erano stati, e da sempre, non i lavoratori ai cui «privilegi» viene oggi imputato la crisi delle finanze statali, ma i grandi profittatori di quegli anni: i Moratti, i Rovelli, gli Onorato, gli Orlando; della Fiat che si è fatta costruire o cedere a spese dello Stato buona parte degli stabilimenti che ora abbandona.
Oggi possiamo toccare con mano i risultati della cura delle privatizzazioni adottata con la «svolta» degli anni ’80: i disastri dell’Ilva, dell’Alcoa, della Lucchini Sevestal, la scomparsa dell’Alfaromeo in mano alla Fiat, le autostrade in mano ai Benetton, le malversazioni dell’Eni in mano ai Ferruzzi, la sclerosi di Telecom, per non parlare dei rifiuti campani gestiti da Impregilo o dell’importazione e distribuzione di gas in mano agli eredi Ciancimino; e ancora, le Banche di interesse nazionale, accorpate, imbolsite e consegnate a una gestione «imprenditoriale» che, se venisse sottoposta a un autentico stress test, si ritroverebbe – come si ritroverà – nella stessa situazione di quelle spagnole: ripiena di crediti inesigibili dai grandi capitani dell’edilizia privata. Tutto ciò prova non solo che l’industria, le infrastrutture e le stesse funzioni dello Stato sono state svendute – per non dire regalate – ai privati; dimostra anche che la gestione privata è intervenuta solo per spremere fino all’osso quanto era ancora possibile ricavare da quei regali di Stato, per poi abbandonarli al loro destino; forse in attesa che lo Stato intervenga di nuovo, magari mobilitando la Cassa depositi e prestiti, come già sta facendo a favore dei «piani di sviluppo» del Ministro Passera.
Non basta. Oggi abbiamo un governo di «tecnici» in gran parte prelevati da quella Università che ha usato la cooptazione senza verifiche (leggi parentopoli) per soffocare le spinte innovatrici del ’68. Così abbiamo un ministro del lavoro che non sa quel che dice e quel che fa, emulo, per competenza, della Prestigiacomo; un ministro dell’istruzione che si trova a suo agio sula scia della Gelmini; un ministro della salute che si occupa delle bollicine invece che dei tumori provocati dall’Ilva. E un primo ministro che non sa che cos’è l’ambiente e che si autonomina «garante» del disastro europeo, dopo aver «garantito» mesi fa i risultati dei suoi provvedimenti (ricordiamo i “numeri” che aveva dato: Pil +11%; salari +12; consumi +8; occupazione +8; investimenti + 18…); e dopo aver confermato – tra i tanti bluff – il Tav Torino-Lione contro il parere di 360 tecnici, loro sì autentici. Per non parlare di quelli che non sono neppure professori, come Passera, che nell’ignoranza dei problemi del contesto in cui opera non è secondo a nessuno. Più tutti quelli assurti a un Ministero o a un Sottosegretariato – e non sono pochi – per ragioni di famiglia o di conoscenze (alcuni dei quali sono già stati presi con le mani nel sacco). Eccoli i veri «bamboccioni» di cui tanto si parla (altro che quelli costretti a vivere «in famiglia» perché senza lavoro e senza soldi per pagare un affitto): uomini e donne in carriera grazie alla loro adesione al liberismo. Che poi, alla prova dei fatti, fanno solo disastri: tra gli applausi della stampa e dei media di regime, trasformati in altrettante Pravde.
Ma se il «pubblico» non funziona e il privato neppure, che cosa bisogna fare? Il vero problema dell’Italia e dell’Europa non sono gli spread, ma la necessità di un ricambio radicale delle classi dirigenti: in campo politico, in campo economico e imprenditoriale, in campo accademico e culturale. Occorre creare una classe dirigente capace e disposta ad affrontare il ciclo economico, dalla produzione al consumo e al riciclo, come un bene comune; per recuperare un rapporto di reciproca fiducia con i governati che l’attuale establishment ha irrimediabilmente perduto.
Certo, non è un programma di breve periodo (nel frattempo, di fronte alle urgenze del momento, bisognerebbe che due «colossi» come Italia e Spagna, seguiti da molti altri, rinviassero le scadenze di rimborso del loro debito per costringere tutti, Merkel in testa, a correre in qualche modo ai ripari). Ma è un programma che ha la sua premessa nella mobilitazione e nelle lotte dei cittadini e dei lavoratori, il 99 per cento, colpiti dalle misure «imposte dall’Europa»; che certo già oggi non mancano, e non mancheranno domani. Ma che può trovare la strada di una sua affermazione soltanto nella creazione di nuovi istituti di democrazia partecipata, di valorizzazione dei saperi oggi misconosciuti da chi governa e da chi impiega il lavoro altrui, di conversione delle politiche industriali, orientandole verso prodotti e produzioni sostenibili, di rinnovamento della cultura, per riabilitare la solidarietà contro la competizione, la sobrietà contro lo spreco, il rispetto della natura e degli altri contro l’aggressione e il razzismo imperanti.

 

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Reddito di cittadinanza, il modello sociale europeo che l’Italia ignora

2 Aprile 2012 Commenti chiusi

Reddito di cittadinanza,

 il modello sociale europeo che l’Italia ignora

 

di Giovanni Perazzoli

 La trasmissione sullo stato sociale di Michele Santoro è stata un’altra occasione persa per parlare dello stato sociale.

Per me che vivo in Olanda appare assolutamente incomprensibile che non si ponga in Italia alcuna attenzione ai sussidi di disoccupazione europei.

I giornali parlano di un “modello tedesco” che è frutto più di fantasia che di realtà. Tanto più, allora, perché non informare l’opinione pubblica italiana che in Germania (come in tutta Europa) non sono, attenzione, coloro che sono stati licenziati ad avere dallo stato l’affitto dell’alloggio e un sussidio illimitato, ma tutte le persone maggiorenni disoccupate, indipendentemente dal fatto che abbiamo o meno mai lavorato? Il sussidio termina, in mancanza di un’occupazione, con la pensione. Non è assolutamente vero quello che scrivono i giornali italiani che sia a tempo determinato. Confondono per ignoranza o in modo intenzionale l’indennità di disoccupazione e il sussidio di disoccupazione.

 Come si fa a ignorare in Italia un aspetto così importante della vita di ogni cittadino europeo? Non me ne capacito. In Italia non si sa neanche che chi in Europa (Francia, Germania, Gran Bretagna e non solo Danimarca, Svezia…) non guadagna abbastanza ottiene un’integrazione del reddito, e anche chi lavora part time ottiene un’integrazione del reddito. Poi si scopre che in Italia il reddito medio è da miseria. E tutti si sorprendono. Ma veramente in Italia si ignora l’abc dello stato sociale? Mi pare strano da credere.

 L’esistenza di quello che di fatto è un reddito di cittadinanza in Europa spiega molte cose che in Italia vengono riproposte, lasciatemi dire, in modo del tutto assurdo. Spiega la flessibilità europea (peraltro di gran lunga minore che in Italia), spiega l’assenza di lavoro nero, spiega l’assenza delle massicce raccomandazioni, spiega anche il fatto che le persone competenti occupino in genere il posto che compete loro (mentre così non è in Italia). Non capisco perché nonostante l’Europa raccomandi dal lontano 1992 all’Italia di introdurre un reddito di cittadinanza questo non succede neanche con la crisi. E soprattutto è incomprensibile che a sinistra nessuno ne parli chiaramente. A chi giova? Evidentemente a qualcuno gioverà.

 Certo non giova agli operai che si danno fuoco, alle famiglie che resteranno senza un reddito, e senza una casa di cui Santoro mostra ogni volta il dramma. Ma senza mostrare le soluzioni che in altri paesi hanno adottato da decenni, la denuncia mi pare parziale e anche un po’ ambigua. Non mi pare che sia uno scoop scoprire quello che per diversi milioni di persone è assolutamente normale.La Franciaè stata l’ultimo paese in Europa ad adottare una forma di sussidio che di fatto è un reddito di cittadinanza ben venti anni fa. La rivista “Esprit” dedicò un numero speciale all’evento. Possibile che in Italia nessuno ne sappia nulla?

 Le persone giudicano per paragoni e confronti. Se il confronto con gli altri paesi viene loro negato non ci si può lamentare che non cambi nulla. La primavera araba è iniziata con la possibilità di guardare con la televisione e con internet fuori del recinto nazionale. Lo stesso avvenne nei paesi dell’Est.

 Forse non si vuole la democrazia europea e si guarda ad altro? In ogni caso, per scegliere bisognerebbe conoscere. Sapere che un’altra società non solo è possibile, ma già esiste da diversi decenni, impegnerebbe diversamente le forze politiche, e i sindacati. Questo sarebbe “rivoluzionario”, e sarebbe europeo. L’unico che in Italia sta ponendo con coerenza il problema del reddito di cittadinanza sul modello europeo è Maurizio Landini; temo però sia un outsider, una scheggia impazzita del sistema.

 Ichino ha detto in trasmissione che l’indennità di disoccupazione che vorrebbe introdurre il governo Monti è di qualche mese più lunga dell’indennità di disoccupazione tedesca (12 o 18 mesi). Ma non ha spiegato bene (anche perché nessuno glielo ha chiesto) che dopo l’indennità di disoccupazione in Germania (e in tutta Europa) c’è un altro sussidio, meno “ricco”, per modo dire, ma che è illimitato (ovvero limitato solo dalla pensione e, ovviamente, da una nuova eventuale occupazione) e che copre anche l’affitto dell’alloggio. Vi pare poca cosa? Vi sembra un dettaglio trascurabile? Una donna sola e disoccupata con figli ha in Germania dallo stato più di 1800 euro mensili. Non mi fermo qui sulle cifre e sulla tipologia dei benefici che hanno le persone che non lavorano nei paesi europei e in particolare in Germania: l’ho fatto nel numero in uscita su MicroMega.

Io mi chiedo sgomento: come è possibile dedicare un’intera trasmissione sullo stato sociale, far iniziarela Fornerocon la sua proposta di riforma degli “ammortizzatori sociali”, e non parlare dei sussidi di disoccupazione che esistono in Europa? Possibile che nessuno ritenga importante ricordare che è dal 1992 che l’Europa raccomanda all’Italia di adottare il reddito di cittadinanza? Possibile che nessuno abbia notato che anche nella famosa lettera della Bce (sic!) si rinnova al governo italiano l’invito a introdurre i sussidi di disoccupazione sul modello europeo e che la stessa cosa viene ripetuta nelle famose domande di chiarimento dell’Europa?

 Una breve ricerca su internet: ecco una parte del testo della raccomandazione 92/441 CEE pubblicato anche sulla Gazzetta ufficiale. Leggo:

 Ogni lavoratore della Comunità europea ha diritto ad una protezione sociale adeguata e deve beneficiare, a prescindere dal regime e dalla dimensione dell’impresa in cui lavora, di prestazioni di sicurezza sociale ad un livello sufficiente.

Le persone escluse dal mercato del lavoro, o perché non hanno potuto accedervi o perché non hanno potuto reinserirvisi, e che sono prive di mezzi di sostentamento devono poter beneficiare di prestazioni e di risorse sufficienti adeguate alla loro situazione personale.

 Poi leggo:

 (12) … il Parlamento europeo, nella sua risoluzione concernente la lotta contro la povertà nella Comunità europea (5), ha auspicato l’introduzione in tutti gli Stati membri di un reddito minimo garantito, inteso quale fattore d’inserimento nella società dei cittadini più poveri;

 O anche

 il Comitato economico e sociale, nel suo parere del 12 luglio1989 inmerito alla povertà (6), ha anch’esso raccomandato l’introduzione di un minimo sociale, concepito ad un tempo come rete di sicurezza per i poveri e strumento del loro reinserimento sociale

 E dunque l’Europa raccomanda a tutti gli stati membri:

 di riconoscere, nell’ambito d’un dispositivo globale e coerente di lotta all’emarginazione sociale, il diritto fondamentale della persona a risorse e a prestazioni sufficienti per vivere conformemente alla dignità umana e di adeguare di conseguenza, se e per quanto occorra, i propri sistemi di protezione sociale ai principi e agli orientamenti esposti in appresso.

 E questo significa che al reddito minimo garantito si può avere accesso

 senza limiti di durata, purché il titolare resti in possesso dei requisiti prescritti e nell’intesa che, in concreto, il diritto può essere previsto per periodi limitati, ma rinnovabili

 (http://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=CELEX:31992H0441:IT:HTML)

 In tutti i Paesi dell’Europa questo è realtà. Non in Italia, in Grecia e in Ungheria.

 Possibile che nessuno abbia capito che quello che manca in Italia è quella sicurezza economica che viene dalla rete dei sussidi che permette alle persone di cambiare lavoro con relativa tranquillità soprattutto da giovani? Un mio giovane amico olandese ha fatto un’infinità di mestieri; è stato, tra le altre cose, maestro di sci, ha aperto una scuola di windsurf, ha aperto un Hotel, poi lo ha chiuso e aperto una ditta di costruzioni. È questo che si chiama “flessibilità”, non la macelleria sociale che hanno in mente in Italia destra e sinistra.

 Possibile che non si capisca il significato di apertura del mercato e della protezione sociale? Non significa licenziare in massa la gente, significa fare in modo che i giovani possano sperimentare le loro possibilità e le loro idee in un mercato aperto e non controllato dalla corporazioni e dalle varie rendite (vera potenza italiana). È per questo che l’Europa chiede le liberalizzazioni, non certo per perseguitare i tassisti (una delle cose, non so se più ridicole o drammatiche, è stata la farsa sui tassisti, come se da loro dipendesse lo spread. Magari si voleva solo alzare un gran polverone e mandare tutto il resto in caciara?).

 Liberalizzare significa aprire l’accesso alle professioni senza doversi fare un tessera di partito, pagare tangenti, essere parte di un sistema di potere, di una lobby famigliare, politica, religiosa ecc. Significa che in Italia uno che vuole fare il giornalista o il notaio non debba essere figlio di un giornalista o di un notaio, significa che se vuole aprire un negozio si viene aiutati (come avviene in tutta Europa) e non ostacolati. È così difficile da capire? Aprire il mercato significa andare un po’ a vedere come si fa carriera nella televisione di stato, alla Rai. Significa andare a vedere quanti sono i figli di papà dentro le università. Magari dei papà “riformisti”. Ma veramente nessuno capisce che una cosa è la precarietà con la certezza del reddito e dell’alloggio, e un’altra è la precarietà con il niente?

Ho capito che il reddito minimo garantito è come un punto archimedeo: sembra piccolo, ma in realtà è il punto d’appoggio di due concezioni della  società completamente diverse.

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Secur-flexibility, non flex-security

27 Gennaio 2012 Commenti chiusi

 Scritto da Andrea Fumagalli – il manifesto | 27 Gennaio 2012

  In Italia sei lavoratori su 10 non sono tutelati dall’art.18. E anche quando chi è garantito può finire vittima di un licenziamento collettivo. Solo dopo aver introdotto un reddito di base si potrà parlare di riforma del lavoro. Una risposta ad Alesina e Giavazzi A leggere l’editoriale di Alesina e Giavazzi pubblicato sul Corriere della sera di domenica, uno spettro si aggira per l’Italia. È lo spettro dell’art. 18, causa di ogni male, in particolare della precarietà. Dopo anni di occultamento della realtà, Alesina e Giavazzi sono costretti ad ammettere che il numero di precari, prima della crisi (chissà dopo) ammonterebbe a 4 milioni (circa il 20% della forza-lavoro). È un dato sottostimato. Stime più complete (sulla base dei dati Isfol) arrivano, infatti, a ipotizzare, comprendendo anche tutte quelle situazioni di lavoro autonomo che nascondono in realtà forme di subalternità e eterodirezione, un numero di precari di poco inferiore ai 7 milioni (un terzo della forza lavoro), che arriva a superare il 50% per chi ha meno di 35 anni. Il numero è destinato ad aumentare, se si considera che, secondo l’Osservatorio Provinciale di un’area comunque ricca come quella di Milano, nel corso del 2010, su 10 nuovi entrati nel mercato del lavoro solo uno era con un contratto standard di lavoro (9,8%) e solo uno su tre riesce a stabilizzarsi.

Se non si può negare l’evidenza, allora è necessario trovare le ragioni. Scrivono infatti Alesina e Giavazzi: «Per un’impresa, passare un lavoratore dalla precarietà ad un contratto a tempo indeterminato significa renderlo illicenziabile, a causa appunto dell’art. 18 e questo comporta un rischio troppo elevato per l’impresa stessa». E aggiungono: «Non solo, ma un impresa non investe nella formazione di un lavoratore che dopo pochi mesi perderà: quindi la produttività dei giovani precari rimane bassa, non imparano nulla e più l’età avanza meno diventano impiegabili».

È necessario fare un minimo di chiarezza e fare un bagno di realtà. In Italia, il numero dei lavoratori formalmente protetti dall’art.18 inimprese private con più di 15 dipendenti sono poco più di 7,7 milioni (il numero delle imprese è invece poco più di 114.000, un’inezia se paragonato al numero totale delle imprese: dati Istat), poco più del 40% del totale degli addetti privati. Ciò significa che sei dipendenti privati su 10 non sono tutelati dall’art.18. Tale quota tende poi in realtà ad aumentare, se si considera che la maggior parte delle imprese con più di 15 dipendenti si concentra nella faccia dimensionale tra i 15 e i 25 addetti, laddove la presenza del sindacato è assai scarsa e quindi il controllo dell’applicazione dello Statuto dei Lavoratori più labile. Ciò significa che poco più di un terzo (comunque non la maggioranza, come sembra emergere dagli articoli di molti commentatori e economisti) della forza-lavoro privata italiana è illicenziabile?

Niente di più falso. Ciò che è impedito è solo il licenziamento individuale.La Legge223 del1991 hainfatti introdotto la possibilità di licenziamenti collettivi, anche per ragioni economiche. Al punto che le cronache economiche di questi mesi sono costellate da notizie relativi a licenziamenti. Solo per rimanere in Lombardia, basti pensare alla Jabil, alla Lares, alla Metalli, alla Nokia, all’Eutelia, alla Yamaha, alla Wagon Lits, alla Whirpool, all’Omsa solo per citare i casi più clamorosi. È evidente che il licenziamento per ragioni economiche (delocalizzazione, chiusura di stabilimento, ristrutturazione, ecc) avviene sempre in modo plurimo, non avendo senso licenziare un singolo lavoratore. È quindi pretestuoso e falso affermare che impedire il licenziamento individuale per ragioni economiche obbliga le imprese ad assumere solo tramite contratti precari. Se le imprese con più di 15 addetti assumono prevalentemente tramite contratti precari in tempo di crisi (ma non solo) è perché intendono scaricare sulla flessibilità del lavoro l’incertezza e i costi della crisi, non viceversa. Ed è proprio questa miope strategia imprenditoriale, tesa ad accrescere illusoriamente competitività via riduzione dei costi piuttosto che via aumento della qualità e della produzione, a incidere negativamente sulla dinamica della produttività. Ancora una volta Alesina e Giavazzi confondono la causa con l’effetto. La produttività in Italia è bassa perché le economie di scala dinamiche che ne stanno alla base (di apprendimento e di rete) richiedono continuità di lavoro e di reddito proprio perché possano garantire rendimenti crescenti nel tempo. Ciò significa che la scarsa produttività italiana è dovuta proprio ad un eccesso di precarietà e non è certo abrogando l’art. 18 (o introducendo gabbie salariali) che tale problema può essere risolto.

Infine, Alesina e Giavazzi chiedono che in cambio della liberalizzazione dei licenziamenti individuali le imprese partecipano in misura maggiore al finanziamento dei sussidi di disoccupazione erogati dall’Inps. È utile ricordare che già oggi il sussidio di disoccupazione viene finanziato dai contributi sociali versati dalle imprese e dai lavoratori, allo stesso modo della Cig straordinaria e delle indennità di mobilità. Si tratta di ben misera cosa in confronto al via libera ai licenziamenti! Nulla viene detto infatti riguardo ai parametri che limitano l’accesso a tali sussidi, ovvero la durata (massimo otto mesi) e l’ammontare (pari al 60% della retribuzione lorda mensile per i primi 6 mesi, al 50% per il settimo e l’ottavo mese, per un livello comunque non superiore a 858 euro mensili).

È necessario invece rovesciare il ragionamento di Alesina e Giavazzi (e anche dell’attuale governo): prima di intervenire su qualsiasi processo di riforma del mercato del lavoro, sarebbe più utile e produttivo procedere ad una razionalizzazione del sistema degli ammortizzatori sociali tramite due semplici misure: la separazione tra assistenza (a carico della fiscalità collettiva) e previdenza contributiva (a carico, tramite Inps, dei lavoratori e delle imprese) e l’introduzione di un’unica misura di reddito di base, erogato in modo individuale e incondizionato a tutti coloro che hanno un reddito inferiore ad una determinata soglia (da contrattare), indipendente dalla tipologia contrattuale, condizione professionale, stato di cittadinanza, ecc.

Solo in presenza di sicurezza sociale garantita, il mercato del lavoro potrà acquisire quella mobilità funzionale al diritto di scelta del lavoro e non all’obbligo del lavoro. Solo se sarà operativo un effettivo regime di secur-flexibility (e non flex-security), allora il problema del mantenere in vigore l’art. 18 diventerà un falso problema e avrà esclusivamente la funzione di proteggere i lavoratori da forme di discriminazione.

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TASSISTI, PARLIAMONE

21 Gennaio 2012 Commenti chiusi
 di Guido Viale   il manifesto 18 gennaio 2012
 
Il pacchetto di liberalizzazioni del governo Monti va giudicato alla luce della prospettiva di una conversione ecologica. Confrontarlo con lo stato di cose presente non ha senso: quel pacchetto non ne costituisce alcuna reale alternativa (se non in senso peggiorativo) ed entrambi (il pacchetto e l’esistente) non sono sostenibili. Dunque, non si può restare fermi né tornare indietro. Quel pacchetto conferma però l’assoluta inconsistenza del liberismo nell’affrontare i problemi: sia nel cielo dell’alta finanza (il rischio default) che sulla terra della quotidianità: professioni, orari dei negozi, ruolo delle farmacie o organizzazione dei tassisti. Cominciamo da questi ultimi. Ancora una volta l’impressione che dà il governo Monti è di non conoscere ciò di cui si occupa (ne ha già dato prova la prof. Fornero, che ha studiato per quarant’anni il sistema pensionistico ma si era dimenticata dello scivolo al prepensionamento, con decine di migliaia di persone che il governo lì per lì aveva lasciato sul lastrico).
Nessuno lo ha scritto, ma la prima misura di buon senso da adottare nei confronti dei tassisti è imporre il rilascio di scontrini fiscali emessi direttamente da un tassametro che funzioni come un registratore di cassa. Ci aveva provato Prodi al termine del suo primo governo, provocando una rivolta. Ma è una misura civile: se tutti devono pagare le tasse in base al loro reddito, lo devono fare anche i tassisti. Così si accerta finalmente quanto guadagnano e si possono modulare su questi guadagni le tariffe amministrate: i loro redditi variano molto passando dalle città grandi a quelle medie e piccole; e negli ultimi due anni sono diminuiti fortemente per tutti (le aziende, principali clienti indiretti dei taxi, li rimborsano sempre meno ai loro dipendenti). Solo così, comunque, si possono affrontare in modo sensato tutti gli altri problemi.
Primo: che cosa vuol dire liberalizzazione? Già Adriano Sofri ha fatto notare sul Foglio che non può esserci una liberalizzazione della tariffa: non si può contrattare il prezzo di un passaggio per telefono né a bordo strada prima di salire sul mezzo. D’altronde, senza tariffe di riferimento – ma questo vale anche per medici, notai, avvocati, commercialisti – non si possono neanche chiedere sconti; si corre solo il rischio di essere fregati due volte. Al più si possono istituire taxi di prima, seconda e terza categoria (puliti e con aria condizionata i primi, sporchi, scassati e con la radio Roma-Lazio a pieno volume i secondi e i terzi), con tariffe differenziate, così come Montezemolo, e dietro di lui Trenitalia, ha deciso di reintrodurre la terza e la quarta classe nei treni.
Ma questo dividerebbe solo per due o per tre il parco macchine effettivamente disponibile, aumentando in misura corrispondente i tempi di attesa. Non è certo quello che si vuole ottenere.
Dunque la liberalizzazione non va perseguita dal lato delle tariffe, ma da quello dei costi. Poiché il costo del taxi incorpora quello della licenza – che è di circa 200 mila euro a Roma e Milano e, sembra, di 300 mila a Firenze, ma è sicuramente inferiore in molte altre città, fino a poche decine di migliaia di euro nella maggior parte dei casi – l’obiettivo è azzerare il balzello della licenza, riducendo di altrettanto il costo del servizio. Ma come? Farle ricomprare ai Comuni a prezzo di mercato è impossibile (40 mila licenze per un prezzo medio di 70-80 mila euro per licenza fanno 3 miliardi!). La soluzione più spiccia è dichiararla illegittima – la compravendita delle licenze avviene “in nero” – espropriandone i detentori. Non manca chi abbia preso in considerazione questa soluzione: soprattutto tra coloro che si oppongono invece fieramente, in tutti gli altri campi, a una tassa patrimoniale (per loro). Ma un governo come quello di Monti non può farlo. Quindi ha prodotto l’idea geniale di regalare a ogni taxista una seconda licenza, che questi può vendere – o noleggiare? – rifacendosi dell’esborso effettuato. Solo che se il numero dei taxi raddoppia, la concorrenza si fa selvaggia; gli incassi crollano, le nuove licenze non valgono più niente e i tassisti vanno in rovina e scompaiono.
A mano che non pretendano più di essere dei lavoratori autonomi, e accettino di diventare dipendenti di qualche grande società di taxi che – queste sì – potrebbero comprare a pacchi le loro licenze, mettendo al lavoro dei dipendenti pagati a cottimo; o, meglio, affittare giorno per giorno, come a New York, le loro licenze a dei disgraziati che, se non corrono come bestie per quattordici ore al giorno, non riescono a incassare quanto basta per affittare la licenza anche il giorno dopo.
A ben vedere l’obiettivo di tutte le liberalizzazioni di Monti è proprio questo: mettere l’impresa capitalistica fondata sul lavoro precario in concorrenza con il lavoro autonomo per spiazzare definitivamente quest’ultimo in nome della “modernizzazione”. È lo stesso obiettivo che si prefigge con la liberalizzazione degli orari dei negozi: liquidare i negozi di vicinato gestiti in forma autonoma a favore dei supermercati e dei grandi magazzini aperti 24 ore su 24 perché basati sul lavoro precario, supersfruttato e sottopagato. Con la conseguente desertificazione non solo commerciale, ma anche generale, dei quartieri: privati, insieme al commercio, delle ragioni per frequentarne le strade. Ma anche con la conseguenza non secondaria di desertificare, cioè mandare in rovina, tutti i fornitori di prossimità e di piccole dimensioni, a favore di fornitori esteri senza qualità; come si vede già oggi negli assortimenti offerti dalla grande distribuzione finita in mani francesi: Carrefour, Auchan, ecc. Ed è lo stesso obiettivo che il governo si propone con la liberalizzazione delle professioni, abolendo addirittura le tariffe di riferimento: con la conseguenza di privilegiare i grandi studi, in mano a vere e proprie imprese capitalistiche, che ingrassano a spese del lavoro precario e dei finti stage a cui vengono sottoposti i giovani senza protezioni familiari. Tanto, una volta sgomberato il campo dai fastidiosissimi lavoratori autonomi e/o liberi professionisti, le tariffe si possono rivedere al rialzo con accordi tra big player.
Ma, per tornare ai taxi, occorre ricordare che si tratta di un servizio pubblico locale, cioè un bene comune; che la sua riconversione ecologica richiede un orientamento alla mobilità sostenibile; e che questa è data da un’integrazione intermodale tra il servizio di massa (tram, pullman e metro) lungo le linee di forza degli spostamenti urbani, e mobilità dolce o flessibile (bicicletta, car pooling, car sharing e trasporto a domanda) a integrazione e alimentazione del trasporto di massa (con percorsi casa-fermata e viceversa). Il servizio di taxi è la principale forma di mobilità a domanda. Certo ci vogliono tariffe più basse; percorsi più veloci su strade più sgombre; e più mezzi in circolazione. Ma non per lasciarli in attesa ai posteggi o in coda nel traffico di città congestionate; bensì per coprire, insieme alle altre soluzioni della mobilità sostenibile, il progressivo esautoramento della mobilità fondata sull’auto privata.
Per farlo occorre affiancare al servizio individuale di taxi quello condiviso. Sia in forme semplici: taxi incolonnati in corsie differenti, alle stazioni, agli ospedali e agli aeroporti, a seconda del settore di città che servono (e che partono solo quando sono pieni, o trascorso un certo tempo dopo la salita del primo passeggero); o che esibiscono su un grosso display la destinazione, in modo che altri passeggeri si possano aggiungere lungo la strada, condividendo il costo del passaggio. O in forme più complesse: taxi collettivi governati da un call center centrale che caricano passeggeri con origini, destinazioni e orari compatibili. Senza escludere, ovviamente, il potenziamento del taxi individuale.
Così si può contrattare a livello cittadino il graduale aumento delle licenze in corrispondenza di un aumento della domanda, misurata su una comprovata e consistente riduzione del numero di auto private in circolazione. Questa riduzione avverrà comunque; anzi, è già in corso: per la perdita del potere di acquisto della popolazione, che il prevedibile fallimento delle politiche economiche renderà esplosiva. Per questo il potenziamento del servizio taxi è strategico. Poi si dovrà compensare i tassisti per la perdita di valore delle loro licenze con sconti fiscali pluriennali tarati sui loro redditi effettivi, che finalmente saranno documentati.
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“Crescitalia”, ossessione suicida.

9 Gennaio 2012 Commenti chiusi

      3 gennaio 2012   di PAOLO CACCIARI

 Ci mancava “Crescitalia”, il nuovo slogan coniato dal professor Monti per la “fase due” del suo governo. Forse persino un nuovo brand destinato a prendere il posto nel mercato della politica di quello consunto di Forza Italia.

 Ma crescita di che? Ovviamente del “denominatore” – come familiarmente viene chiamato il Pil  da chi si intende di economia debitoria. Visto che il “numeratore”, cioè il deficit pubblico annuale (che forma il montante dello stock del “debito sovrano”), nessuno crede possa realisticamente scendere (solo per interessi lo stato italiano ha pagato lo scorso anno 75 miliardi), è indispensabile credere e far credere che sia possibile accrescere il volume monetario delle merci e dei servizi comprati e venduti in Italia. Non importa sapere quali siano queste merci, di cosa siano fatte e come siano state fabbricate, chi ne faccia uso e per soddisfare quali necessità. L’importante è che aumentino.

 In cima alle preoccupazioni dei tecnocrati che governano l’economia (quindi, come sempre, anche la politica, che ne è la fidata ancella) c’è il miraggio del “pareggio di bilancio”. Che venga raggiunto producendo cacciabombardieri o grano biologico non fa differenza. La moneta, si sa, è uno strumento tecnico neutro, indifferente all’uso che ne viene fatto. Ai banchieri interessa solo che ne giri di più. Sempre di più. I banchieri non sono né  preti, né filosofi: non spetta a loro indicare alla gente che uso fare dei soldi. Essi  sono solo i chierici del magico rito dell’autoaccrescimento del denaro: ne comprano l’uso dai risparmiatori ad un prezzo basso (tassi di interesse) e lo rivendono agli “investitori” (imprenditori, speculatori, enti pubblici… per loro fa lo stesso) ad uno più alto. Punto. Sono il lubrificante del motore dell’economia. Dove ci porti, non gli interessa.

 Anche i politici amano definirsi “laici” (oltre che moderni e democratici) e non vogliono interferire sulle libere preferenze espresse dai cittadini in veste di consumatori: l’importante è che spendano il più possibile, che lavorino di più per procurarsi il denaro necessario, che diano fondo ai loro risparmi, che si indebitino. Il “consumatore imperfetto” è il cittadino peggiore, colui che fa andare a rotoli l’economia e mette a rischio la coesione e anche l’unità del paese.

 Ma in questo ragionamento – che ci martella come un mantra dalla mattina alla sera, ogni santo giorno – ci sono varie incongruenze. Ne indico cinque. Prosegui la lettura…

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Reddito minimo.

3 Gennaio 2012 Commenti chiusi

Reddito minimo: un po’ di chiarezza

Da qualche tempo nel dibattito politico italiano ha fatto il suo ingresso il reddito minimo garantito. Ma la confusione regna sovrana, anche tra i giornalisti e gli ‘addetti ai lavori’.

di Giovanni Perazzoli

Fiat lux: anche in Italia si è scoperto il reddito minimo garantito. Però, non c’è un articolo, dei tanti che mi è capitato di leggere sui giornali, che riporti fedelmente la realtà. Certo, bisogna colmare un vuoto d’informazione decennale, e non è semplice. Un vuoto che sarebbe un errore ritenere marginale. Ma per rendersene conto, più che frequentare la sezione di partito o prepararsi un curriculum da intellettuale impegnato laureato, bisognerebbe aver lavorato come lavapiatti a Bristol, a Berlino, aver mandato i figli negli asili della Ruhr o di Lione, aver conosciuto qualche operaio della Volkswagen, o qualche madre disoccupata tedesca, sola con figli, che mensilmente, sommando i vari sussidi, può contare su un reddito di quasi 2000 euro più una casa adeguata.

Diciamo subito una cosa: il reddito minimo garantito non è, come tutti scrivono, “a tempo” in Europa. Si confonde, forse, l’indennità di disoccupazione (generalmente è un’assicurazione su base contributiva) e il reddito minimo che è finanziato dalla fiscalità generale e al quale hanno accesso tutti, sia quelli che hanno perso un lavoro, sia quelli che non lo hanno ancora trovato. Quest’ultimo sussidio non ha un limite di tempo.

Questa confusione però è strana perché, se si tratta della durata, nei giornali si prende ad esempio di reddito minimo europeo l’indennità di disoccupazione (che è limitata), mentre per la consistenza economica (più povera), si prende ad esempio il reddito minimo (che però non ha un limite).
Forse la realtà è così incredibile in Italia da produrre una sorta di inganno cognitivo.

Comunque, la ministra Fornero sembra avere le idee chiare sul tema, visto che nota come proprio i paesi che non hanno una forma di reddito minimo garantito sono quelli maggiormente in crisi. Non è infatti assolutamente un caso che sia così. Purtroppo mi pare però che le resistenze politiche che la Fornero incontra sull’introduzione del reddito minimo garantito siano molte. Del resto, non si spiegherebbe il silenzio totale del passato. Per diverse ragioni, destra, sinistra e sindacati non amano il reddito minimo garantito.

Ci sono dunque tutte le premesse perché alla fine si arrivi a una legge inutile e mediocre. Tanto più che neanche gli studiosi cercano di diradare la confusione. Al contrario, in modo ecumenico, la accrescono.

Alberto Alesina e Francesco Giavazzi, nel loro intervento sul Corriere, Dieci proposte (a costo zero) ecc. proponevano di “sostituire la cassa integrazione con sussidi di disoccupazione temporanei, ispirandosi alla flex security dei Paesi nordici”. Però la dicitura “paesi nordici” è troppo vaga. Il lettore potrebbe essere indotto a credere che si proponga il massimo della protezione sociale nord-europea, addirittura scandinava, mentre in realtà non è così. Nell’“Europa del Nord”, tolta (in parte) la Danimarca, i sussidi di disoccupazione non sono temporanei. Del resto, a questa verità si arriverebbe facilmente riflettendo su quello che ripetono da anni i leader politici europei. A sentire i Cameron, ma anche gli Schröder, parrebbe che il problema principale delle economie dei “paesi nordici” sia quello di far lavorare le persone, strappandole ai loro comodi sussidi di disoccupazione.

Se i sussidi fossero temporanei, non si capirebbe una parola (e infatti non si capisce una parola) della riforma di Cameron in Gran Bretagna (e delle relative proteste di piazza). Questa riforma non si propone certo di limitare la durata, ma di rendere la qualifica professionale un criterio meno stretto per rifiutare un lavoro proposto degli uffici di collocamento. Se, invece, per “paesi nordici” s’intende la sola, e, peraltro piccola, Danimarca, allora bisognerebbe anche aggiungere che in Danimarca è davvero difficile non trovare un lavoro. In un paese nel quale persino gli scrittori, o quasi tali, sono sovvenzionati, dove i traduttori guadagnano dieci volte quanto guadagna un traduttore italiano, lavorare ha un significato diverso da quello usuale. Insomma, un altro mondo.

Luciano Gallino nel suo Finanzcapitalismo scrive che i “lavoratori poveri” (secondo la definizione dell’Ocse) sono molti meno in Francia rispetto ad altri paesi europei solo
“grazie al reddito minimo (ridenominato dal 2009 Revenu de solidarité active) che viene erogato a soggetti inoccupati, disoccupati privi di altre fonti di reddito e occupati a basso salario”.

Solo in Francia esiste dunque il reddito minimo? È solo per questa peculiarità francese che i lavoratori poveri sarebbero largamente meno numerosi che in Gran Bretagna o in Germania? In realtà, la Francia è stata l’ultimo paese europeo ad adottare una forma di sostegno del reddito “erogato a soggetti inoccupati, disoccupati privi di altre fonti di reddito e occupati a passo salario”. Il Revenu de solidarité active (RSA) sostituisce da pochissimi anni il ben noto, almeno nel senso che qualche milione di francesi sa che cosa sia, RMI, che è stato introdotto, dopo un grande dibattito, 20 anni fa, e che ha adeguato la Francia al resto d’Europa. Tedeschi, olandesi, britannici ecc. avevano già i sussidi di disoccupazione e in molti casi, come in Germania, anche più generosi di quelli francesi. In Gran Bretagna esistono da decenni due specifici sussidi, uno rivolto ai disoccupati, l’altro all’integrazione del reddito.

Comunque, visto il disorientamento che appare sui giornali nel dar conto del reddito minimo in Europa, è utile chiarire alcuni aspetti chiave.

È sviante quantificare il reddito minimo europeo. Esso in realtà si compone di diverse voci, che possono includere il numero dei figli, le spese di gestione di una casa, le esenzioni sulle spese per i trasporti, il telefono, il riscaldamento, le scuole, la sanità, il cinema, il teatro ecc. Ho letto su un grande giornale nazionale, ad esempio, che in Germania un disoccupato percepirebbe meno di 400 euro di reddito minimo. È inesatto. Forse l’errore nasce dall’aver considerato solo una voce. Prendo il caso fatto da un programma televisivo della prima rete nazionale tedesca, che ha mostrato come una commessa con due figli percepirebbe, sommando tutti i sussidi a cui avrebbe diritto se venisse licenziata, solo 100 euro in meno rispetto al suo reddito da lavoro, ovvero qualcosa come (cito con qualche approssimazione) 1700 euro.

Ci si potrebbe chiede se conviene lavorare. Ma questo è appunto l’argomento che cavalca la destra in Europa: i sussidi, si sostiene, creano la disoccupazione, chi lavora dalla mattina alla sera guadagna poco di più di quanto percepirebbe come disoccupato. Argomento che ha qualche presa sull’elettorato, specialmente se combinato con l’argomento che a non lavorare sono gli immigrati. Poiché però il rischio di perdere il lavoro esiste per tutti, questo tipo di argomenti assume il senso di limitare l’abuso del sussidio da parte dei fannulloni intenzionali.

E qui c’è il secondo aspetto da tenere ben presente quando si parla di reddito minimo garantito in Europa. La condizione per riceverlo è dimostrare di cercare un lavoro. Ma quale tipo di lavoro? Non si è chiesto fino ad oggi di svolgere un lavoro per il quale non si sia qualificati o che sia troppo lontano da casa (si noti che in Gran Bretagna gli uffici di collocamento, che peraltro funzionano, offrivano l’uso di un’automobile al disoccupato che avesse accettato un lavoro a una distanza di 100 km dalla sua abitazione). Per ridurre la “trappola assistenziale” (vera o presunta che sia) si cerca oggi di spingere il disoccupato all’accettazione di un lavoro vicino alla propria qualifica, ma non del tutto coincidente con essa. È importante conoscere questi aspetti, perché è su questi temi che si discute di riforme del welfare in Europa. Da più di un decennio.

(23 dicembre 2011)

 

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La nostra spending review

29 Dicembre 2011 Commenti chiusi

La nostra spending review 

Guido Viale, Il manifesto  28.12.2011

   Il costo del debito pubblico italiano non è sostenibile: 85 miliardi all’anno di interessi su 1.900 miliardi di debito complessivo, che l’anno prossimo saranno probabilmente di più: 90-100; a cui dal 2015 si aggiungeranno (ma nessuno ne parla) altri 45-50 miliardi all’anno, previsti dal patto di stabilità europeo, per riportare progressivamente i debiti pubblici dell’eurozona al 60 per cento dei Pil. Ma questa è solo la parte nota del nostro debito pubblico; ce n’è un’altra “nascosta”, che forse vale quasi altrettanto e che emergerà poco per volta, mano a mano che verranno a scadenza impegni che lo Stato o qualche Ente pubblico hanno assunto per conto di operatori privati sotto le mentite spoglie di una finanza di progetto. Il Tav (treno ad alta velocità) è l’esempio e il modello più clamoroso di questo sistema; comporta per la finanza pubblica – finora, ma non è finita qui, e Passera ci si è messo di impegno – un onere nascosto di circa 100 miliardi di euro. Ma secondo Ivan Cicconi dietro le circa 20 mila Spa messe in piedi dalle diverse amministrazioni locali si nasconde un numero indeterminato di “finanze di progetto”, i cui oneri verranno alla luce poco per volta nei prossimi anni. Doppia insostenibilità. Colpa della Politica? Certamente. Ma soprattutto colpa delle privatizzazioni, che non sono un’alternativa agli sperperi della Politica, ma il loro potenziamento a beneficio della finanza privata e di profittatori di ogni risma. La vera alternativa alla cattiva politica è la trasparenza e il controllo dal basso della spesa e dei servizi pubblici: la loro riconquista come beni comuni..

 Finora gli interessi sul debito pubblico italiano sono stati pagati ogni anno, in tutto o in parte, con nuovo debito (che infatti è in larga parte il prodotto non di veri investimenti, mai fatti, ma di interessi accumulati nel corso del tempo). Ma con il pareggio di bilancio in Costituzione, quegli 85-100 e poi 130-150 miliardi all’anno, dovranno essere ricavati interamente da un taglio ulteriore della spesa pubblica o da maggiori entrate fiscali.

 Finché il sistema finanziario globale è stato stabile, il debito italiano (ora al 120 per cento del Pil) non creava problemi: era una cuccagna sia per coloro che incassavano gli interessi, sia, soprattutto, per l’evasione fiscale (120 miliardi di euro all’anno!) e la corruzione (altri 60 miliardi; altro che le pensioni troppo generose!). Quei costi e quegli ammanchi venivano infatti coperti dallo Stato, indebitandosi. Ma da quando il sistema finanziario è diventato turbolento (e nei prossimi anni lo sarà sempre di più) fare fronte a quel debito è sempre più difficile e costoso; e prima o dopo la corda si spezza. È un po’ quello che è successo con i mutui subprime; per anni hanno reso bene a chi li concedeva, a chi li rivendeva impacchettati a milioni nei cosiddetti Cdo, e a chi li ricomprava, ripartendo il rischio – come sostiene la teoria economica – su tutto il pianeta: in particolare, per quello che riguarda l’Europa, tra le banche inglesi, francesi e tedesche, che ne sono ancora oggi piene. Ma un debito non può crescere e accumularsi all’infinito; prima o dopo arriva la resa dei conti. Con i mutui subprime la si è in parte attutita e in parte nascosta finanziando a man bassa, con migliaia di miliardi di denaro pubblico, le banche che li detengono perché non fallissero. Con i debiti pubblici dei paesi dell’Europa mediterraneala Bcedi Draghi ha deciso di fare la stessa cosa: finanzia le banche a tassi scontati perché riacquistino i debiti pubblici in scadenza, a tassi cinque-sette volte maggiori. E le banche lucrano la differenza. Ma è un gioco che non può durare in eterno; nemmeno se, per miracolo,la Bcefosse autorizzata a comprare quei titoli direttamente (“stampando” – come si dice, ma le cose non stanno proprio così – moneta). Che cosa c’è, allora, alla stazione di arrivo di questo binario? O la “crescita” o il default.

 Ecco perché politici ed economisti (e gli economisti-politici) si sbracciano a snocciolare ricette inconsistenti e persino ridicole per la “crescita”. Ma quale crescita? Con il pareggio di bilancio – e in un contesto in cui gli interessi sul debito non vanno a sostenere la domanda, ma volano a gonfiare la bolla finanziaria – per tornare a crescere il Pil italiano dovrebbe aumentare a un tasso superiore all’incidenza del servizio del debito (interessi più ratei di rimborso). Ritmi cinesi (e di una Cina che non c’è più) se lo spread resta ai livelli attuali; ma anche, a partire dal 2015, se tornasse a livelli giudicati “normali”. Ma niente di questo è in vista: invece di crescere, l’Italia è già in recessione; l’Europa sta per entrarci; le economie emergenti non “tirano” più e il mondo intero sta correndo incontro a un disastro ambientale irreversibile. Per questo il default non è fantascienza ma, ahimé, una prospettiva sempre più probabile; non ci siamo abituati, ma non sarebbe né il primo né l’ultimo della storia.

 Meglio dunque prepararsi. E prepararsi vuol dire negoziare a livello europeo una ristrutturazione del debito (di molti paesi; e di molte banche; anche di quelle dei paesi più forti). E per ristrutturare i debiti bisogna sapere come si sono formati, chi li detiene, e come isolare le conseguenze più negative di un loro congelamento, di una loro riduzione (il cosiddetto haircut: taglio di capelli) o di un loro annullamento selettivo (larga parte del debito italiano è classificabile come “odioso” o “illegittimo”) a seconda delle categorie coinvolte. È l’audit del debito: un programma di indagine che dovrebbe vederci impegnati per i prossimi mesi e forse anni; ma con cui è possibile costruire in forme condivise una piattaforma alternativa di governo dell’economia. In altri paesi – in Europa, Grecia, Irlanda, Spagna; e in altri in America Latina – questo lavoro è già in corso. Da noi potrebbe assumere dimensioni più vaste e profonde. Non si tratta infatti soltanto di coinvolgere un gruppo di economisti – il più vasto possibile – disposti a impegnarsi in questo esercizio; di rivendicare l’accesso a documenti mai resi pubblici; e di diffondere i risultati della ricerca con una grande campagna di informazione. Per essere esauriente, l’audit dovrebbe ricostruirne non solo il passato – come si è formato il debito – ma scavare nel presente e, per i motivi spiegati prima, anche nel suo futuro. Cioè, portare alla luce come viene gestita la spesa pubblica nella sua dimensione operativa.

 Per condurre un audit in questo modo bisognerebbe costituire in ogni città e in ogni ente un nucleo di persone disposte e interessate a rendere pubblico – senza violare per ora alcun obbligo di riservatezza – il modo in cui concretamente si formano le decisioni relative all’erogazione della spesa in cui il loro ufficio o il loro servizio è coinvolto; e di includere in questa disamina una rappresentanza dei cosiddetti stakeholder: gli utenti, siano essi pazienti, fruitori, soggetti di registrazione o controlli, o contribuenti; le imprese che accedono a qualche servizio o che ne sono fornitori; le altre branche, correlate, della pubblica amministrazione.

 Chiunque abbia lavorato in o a contatto con organismi pubblici sa che tra le leggi che disciplinano una materia e la loro applicazione operativa c’è un’infinità di passaggi, alcuni normati in forma di regolamento, altri gestiti in modo discrezionale, alcuni del tutto inutili o facilmente semplificabili, e molti sottoposti ai condizionamenti sia di lobby legali che di attività illecite. In più, chiunque abbia lavorato in questo contesto sa che in certi ambiti una parte del personale è veramente superflua, perché l’organico risponde esclusivamente a una logica di potere della gerarchia; mentre in altri è decisamente insufficiente o insufficientemente qualificata; e che anche la mobilità interna potrebbe essere gestita molto meglio, e in modo non vessatorio, con il coinvolgimento non episodico e non condizionato sia di chi il lavoro lo svolge tutti i giorni che di chi ne fruisce o concorre al suo risultato come fornitore o utente.

 Si tratta di portare tutto questo alla luce, connettendolo, mano a mano che l’analisi procede, al contesto della elaborazione macro sul debito sviluppata dagli economisti. Una riforma democratica della spesa pubblica e del debito non può prescindere da un’operazione del genere. Ma non può prescinderne nemmeno una vera riforma della pubblica amministrazione fondata sui principi della partecipazione. Quella spending review che Brunetta ha varato interpretandola come licenza di bastonare sadicamente i lavoratori e Tremonti come programma di “tagli lineari” a cui sottoporre in modo indiscriminato e devastante tanto gli organici della pubblica amministrazione quanto la dotazione di risorse gestita da ogni servizio, i lavoratori del pubblico impiego la potrebbero prendere nelle loro mani. Per farne la base tanto di una piattaforma rivendicativa per una riorganizzazione dal basso del loro lavoro, quanto di una informazione dirompente del modo in cui si forma giorno per giorno la spesa e giorno per giorno si accumula il debito. È una proposta irrealizzabile o è il complemento irrinunciabile di un programma di conversione ecologica?

 

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