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Archivio per la categoria ‘Beni Comuni’

Tempi da «homo oeconomicus»

5 Ottobre 2012 Commenti chiusi
Fonte: Giuseppina Ciuffreda, il manifesto | 05 Ottobre 2012
 
Colpisce negli economisti, nei banchieri e nei manager delle grandi imprese l’assenza di empatia. Mario Monti intervistato da Lilli Gruber prima di diventare primo ministro parlando della Grecia si entusiasmava (si fa per dire) per come quel paese stesse facendo in poco tempo un lavoro di dieci anni. Tanto che la giornalista, interdetta, ha dovuto ricordargli le sofferenze dei greci. E Marchionne, il global manager per eccellenza, va oltre anche nei toni. Ma non è un atteggiamento di personalità particolari. «Dobbiamo competere, tagliare la spesa sociale, bloccare i salari, chiudere fabbriche non competitive, poter licenziare, lavoro flessibile, mobilità, non più imprese nane…» sono frasi comuni. Non c’è mai cenno alle migliaia di esseri umani, milioni nel mondo, colpiti dai loro piani, soltanto numeri, diagrammi, percentuali, algoritmi, bilanci, teorie. Non è un loro problema. E questa discutibile opinione è diventata verità rivelata. Domanda: quale contesto culturale ha formato questa élite che oggi decide della nostra vita? Non è infatti l’attività economica o finanziaria in sé che conduce ad esiti disumani. Mercanti e imprenditori nei secoli hanno fatto anche altro e Adam Smith, il padre nobile del libero mercato, non ha scritto solo i testi sacri dell’economia. La complessità si è dissolta ed è diventato un luogo comune che un bravo tecnico non deve avere emozioni (il televisivo dottor House insegna). Un noto saggio di Milton Friedman pubblicato sul New York Times magazine nel 1970 chiarisce la mutazione con un linguaggio che non dà spazio ad equivoci: la responsabilità sociale delle imprese è verso gli azionisti-proprietari e consiste nell’aumentare i profitti. Degli ultimi e di chi non ce la fa, si può occupare la filantropia. Uno scritto che, come tutti i suoi, colpisce per l’aridità dell’animo. Stuart Mill, altro padre dei liberali, ricordava il ruolo fondamentale che la poesia di Wordsworth, cantore del paesaggio meraviglioso del Lake District, aveva avuto nella sua vita, risvegliando le sue emozioni e aprendolo alle emozioni degli altri. Ottocento romantico. Oggi è il tempo tutto dell’Homo oeconomicus. Questa visione impoverita della vita ha condizionato in Occidente l’educazione familiare e le politiche scolastiche: la letteratura, l’arte, la poesia, la storia non producono profitti quindi non servono e la logica contabile dei governi, di destra e di sinistra, le ha ridotte drasticamente. Ma anche le discipline tecniche degradano: la matematica più apprezzata fornisce algoritmi per speculare in Borsa. Martha Nussbaum ha studiato a fondo il sistema d’istruzione degli Stati Uniti, dove insegna legge ed etica, e da anni si batte contro la tendenza a tagliare gli studi classici, discipline che ritiene invece fondanti per un’educazione alla vita civile. L’abbandono della cultura umanistica, sostiene, limita lo sviluppo di una sensibilità simpatetica e quella capacità di pensiero e immaginazione che ci rendono umani. Senza di questi la democrazia non può esistere perché «è costruita sul rispetto e sulla cura, a loro volta costruiti sulla capacità di vedere le altre persone come esseri umani e non come oggetti» (M.N.«Non per profitto»).
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VENDESI.

28 Settembre 2011 Commenti chiusi

Chi vuol svendere i monumenti

per i beni comunidi Salvatore Settis

La Repubblica, 28 settembre 2011

Saldi di fine stagione per paesaggio e patrimonio artistico. Nell´Italia devastata dal berlusconismo e dal secessionismo leghista, impoverite non sono solo le nuove generazioni, condannate alla disoccupazione o al precariato perpetuo. Impoverito è lo Stato, cioè noi tutti, borseggiati da chi governa il Paese svuotando il nostro portafoglio proprietario di cittadini e i valori di una Costituzione fondata sul bene comune. Questa erosione del patrimonio e dei principi della Repubblica ha preso la forma della rapina. Rapina, letteralmente, a mano armata: armata dei poteri residui dello Stato, cinicamente usati per smontare lo Stato e spartirsi il bottino.

Nel grande (e irrealizzato) progetto che si incarnò nella Costituzione del 1948, l´idea di un´Italia giusta, libera e democratica s´impernia sulla condivisione di beni comuni, intesi come proprietà di tutti i cittadini e garanzia di attuabilità del disegno costituzionale. Tali sono prima di tutto i beni del Demanio, elemento costitutivo di uno Stato sovrano; tali sono i beni pubblici indirizzati a scopo di utilità sociale (per esempio per scuole, ospedali, musei); tale è l´ambiente e il paesaggio, scenario della nostra vita individuale e sociale e strumento di salute fisica e mentale (o di patologie); tale è il patrimonio artistico come memoria storica. Di qui l´articolo 9 della Costituzione, secondo cui «la Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione», e deve farlo in modo identico dalle Alpi alla Sicilia. Essenziale alla legalità repubblicana, questo principio si lega ai «doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale» (art. 2), al «pieno sviluppo della personalità umana» (art. 3), alla tutela della salute «come fondamentale diritto dell´individuo e interesse della collettività» (art. 32). Il bene comune non comprime, ma limita i diritti di privati e imprese: alla proprietà privata deve essere «assicurata la funzione sociale» (art. 42), la libertà d´impresa «non può svolgersi in contrasto con l´utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana» (art. 41). Contro questa architettura di valori è in atto un feroce attacco. Smontando l´art. 41 si vuole una libertà d´impresa senza limiti: e dunque anche in contrasto con l´utilità sociale, anche se calpesta sicurezza, libertà, dignità umana. L´indegna farsa del “federalismo demaniale” già devasta l´orizzonte dei beni comuni.

Un esempio, Agrigento. Atto I: il 4 agosto la Regione Sicilia annuncia che lo Stato ha ceduto alla Regione la Valle dei Templi, che diviene «patrimonio dei siciliani». Atto II: il 31 agosto il sindaco mette all´asta la Valle dei Templi, con l´idea di «cederla ai privati, affittarla a grandi multinazionali, a griffe internazionali». Ma di chi erano i templi di Agrigento prima della “legittima restituzione ai siciliani”? Erano di tutti gli italiani, dai siciliani ai veneti; come le Dolomiti (ufficialmente valutate 866.294 euro) erano proprietà dei veneti, ma anche dei siciliani. Lo spezzatino dei beni pubblici, ridistribuiti su base regionale o comunale per favorire il secessionismo leghista, svuota il portafoglio proprietario degli italiani, ci rende tutti più poveri.

Massimo simbolo della cultura italiana della tutela è l´ordine del Real Patrimonio di Sicilia del 21 agosto 1745, che simultaneamente impose la conservazione delle antichità di Taormina e dei boschi del Carpinetto ai piedi dell´Etna: prima norma al mondo in cui la tutela del paesaggio e quella del patrimonio artistico sono tutt´uno, secondo una linea che giungerà fino alla Costituzione. Eppure la Regione «intende privatizzare, per far cassa, il patrimonio boschivo e forestale siciliano» (La Sicilia, 23 agosto). In questa generale devastazione, il depotenziamento delle Soprintendenze mediante il blocco delle assunzioni e il taglio dei fondi (ne ha scritto su queste pagine, l´8 settembre, Francesco Erbani) colpisce la tutela alla radice.

Ma che cosa c´è da aspettarsi da un Ministero che ormai espressamente invita non a proteggere il paesaggio, ma a genuflettersi davanti alle imprese? Lo dice chiaro e tondo un documento del 13 ottobre 2010, che in materia di autorizzazione paesaggistica invita sfacciatamente i soprintendenti a «pervenire ad espressioni di pareri la cui formulazione si configura come una prescrizione di buone maniere», evitando come la peste «pareri che siano in contrapposizione alle proposte progettuali».

Esempio estremo di questa deriva (auto)distruttiva è, nella Toscana un tempo “rossa”, la vicenda di uno scavo archeologico a San Casciano in Val di Pesa. Importanti resti di edifici ad uso abitativo e agrario di età etrusca e romana, ancora inediti, sono emersi durante i lavori per l´estensione di uno stabilimento della multinazionale Laika Caravans. Fino a pochi anni fa una scoperta come questa avrebbe comportato la salvaguardia dei reperti in situ, e obbligato la ditta a spostare altrove i suoi capannoni. Ma il Comune (governato da una giunta di “sinistra”) ha adottato la cultura delle “buone maniere”, cioè della resa alle imprese, e ha stretto con Laika un accordo per sfrattare l´archeologia in favore dei capannoni, smontando fattoria etrusca e villa romana per spostarle in un “parco archeologico” fasullo che i comitati locali hanno subito battezzato “archeopatacca”. Il modello è chiaro: si applica all´area archeologica lo scambio di volumetrie già previsto da perfidi codicilli del recente decreto sviluppo, il principio di «libera cubatura in libero Stato», secondo il quale ogni terreno, anche inedificabile, è per sua natura dotato di una “capacità edificatoria” virtuale che può formare oggetto di diritti, essere venduta o scambiata con nuove edificazioni. Così, ha commentato Il Sole (24 agosto), «in nome della giustizia economica, sui terreni agricoli piomberanno d´incanto milioni di euro di nuove cubature». Anche sui terreni archeologici, a quel che pare: basta rimontare i ruderi altrove, come assemblando mattoncini Lego. Alla cultura della tutela si sostituisce il più volgare mercatismo parassitario, e sfrattare gli Etruschi diventa una virtù. Interessante principio: che anche i Templi di Agrigento, finalmente “restituiti ai siciliani” a cui gli italiani li avevano rubati, possano essere smontati e trasferiti da una multinazionale, regalando ai “legittimi proprietari” qualche scampolo di “capacità edificatoria”?

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La Terra

21 Settembre 2011 Commenti chiusi

La Terra 

disastri 

di  Giorgio  Nebbia

 FONTE

 Nel capitolo 25 del libro biblico del Levitico Dio dice chiaramente al suo popolo che la terra è sua e che chi ha accumulato ricchezze, coltivando la terra, ogni 50 anni deve ridividerle fra tutto il popolo. Non devono aver dato molto retta a Dio i suoi seguaci, perché, col passare del tempo qualcuno, un re, si è dichiarato padrone di tutte le terre e ha messo a coltivarle, sotto il suo comando, i suoi servi che gli dovevano dare la maggior parte dei raccolti. In seguito il re si è dato alla dolce vita spendendo più di quello che ricavava vendendo i frutti della terra e ha dovuto vendere una parte dei suoi terreni a qualcuno dei suoi servi che aveva fatto buon uso del salario; il nuovo padrone si è messo a coltivare la terra facendo lavorare i servi più poveri.

 A poco a poco, sotto il re, si è formata una nuova classe di piccoli o grandi proprietari terrieri che, grazie alla nuova ricchezza, sono diventati principi e capi, ciascuno dei quali, per pagare i propri lussi, ha dovuto a sua volta vendere una parte della terra; si è così arrivati all’attuale frazionamento delle terre coltivabili, in piccoli o grandi pezzetti. Fino a quando i pezzetti sono diventati così piccoli o così sterili che le rese agricole sono diminuite e le terre sono state abbandonate.

Gli economisti del Settecento consideravano che la fonte della ricchezza e del benessere era costituita dalla terra; gli economisti dell’Ottocento consideravano che la fonte dei valori andava cercata nelle fabbriche; quelli del Novecento hanno creduto che la fonte dei valori stesse nel capitale, cioè nei soldi. Nel frattempo sono aumentati la popolazione mondiale e la richiesta di alimenti, l’unica cosa che non può essere ricavata dalle miniere o dalle fabbriche ma che può essere fornita soltanto dalla terra. Così, già dal tempo della grande crisi degli anni trenta del Novecento, chi possedeva i capitali ha comprato, con la scusa di aumentare le produzioni, vaste estensioni di terre espropriando o mandando via le popolazioni che dalla propria terra traevano cibo e sussistenza. 

Alcuni scrittori hanno cercato, con le proprie opere, di mostrare gli effetti perversi di questo sradicamento dei popoli dalla terra. Margaret Mitchell nel romanzo “Via col vento” (1937) racconta che, dopo la guerra di secessione americana (1861-1865), i capitalisti degli stati del Nord compravano a prezzi stracciati le terre dei “signori” del Sud. Il vecchio O’Hara ricorda alla figlia Rossella, che vorrebbe adeguarsi alle nuove regole economiche: “La terra è la sola cosa per cui valga la pena di vivere e morire, la sola cosa che duri”. Il libro “Furore” (1939) di John Steinbeck racconta il dramma delle famiglie di piccoli agricoltori che, negli anni della grande crisi degli anni trenta, vengono cacciate via dalle loro piccole proprietà dalle banche con cui si erano indebitate e sono costrette a migrare verso terre lontane o ostili a cercare lavoro da salariati. Riccardo Bacchelli, nel libro “Il mulino del Po” (1939), racconta la storia dei piccoli agricoltori del Polesine costretti, dal nuovo padrone delle loro terre, a diventare salariati.

In questi anni della crisi finanziaria del Duemila la fonte di denaro viene cercata ancora di più nella terra; grandi gruppi multinazionali, con la complicità di governanti corrotti e approfittando della miseria dei nativi, stanno comprando, soprattutto nei paesi africani e asiatici, grandissime estensioni di terre i cui abitanti, piccoli agricoltori e interi villaggi, sono costretti, letteralmente per sopravvivere, a migrare o a vendere a basso prezzo il proprio lavoro. Vari studi recenti mostrano che, investendo i propri capitali, queste imprese trasformano le terre in grandi pascoli per l’allevamento “industriale” del bestiame da carne o in colture intensive di piante “energetiche”, capaci di produrre alcol come surrogato della benzina, o biodiesel, per rispondere alle crescenti richieste di carburanti alternativi a quelli del petrolio, per “sfamare” i quasi mille milioni di automezzi che circolano nel mondo.

Una situazione ben riflessa da frasi come “La banda degli hamburger”, per indicare chi distrugge le foreste per dare altra carne a chi è già obeso, o “Togliere il pane di bocca ai poveri per far funzionare i SUV dei ricchi”. Ironicamente alcune di queste operazioni, come la crescente richiesta di biocarburanti “rinnovabili”, sono fatte nel nome dell’ecologia e dell’ambiente, senza tenere conto che, oltre al costo umano e sociale di chi perde le proprie terre e il proprio villaggio, ci rimette anche la stessa natura perché la transizione comporta enormi consumi di acqua, di concimi, di pesticidi, provoca perdita di biodiversità. L’eccessivo sfruttamento intensivo dei suoli con monocolture si traduce ben presto in perdita della fertilità, in erosione del suolo, in frane e alluvioni: azioni che neutralizzano i presunti vantaggi ambientali. La natura, infatti, offre le proprie ricchezze soltanto a condizione che la si tratti secondo le sue proprie leggi, ben diverse da quelle del puro profitto del capitale.

 

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La grande svendita

24 Maggio 2010 3 commenti
Valutazione critica del “federalismo demaniale”, e preoccupazione per il larghissimo consenso bipartisan.

vendesi_Federare vuol dire unire: unificare più stati in uno. In Italia significa dividere ciò che si era unito 150 anni fa. L’argomento principale è che quello Stato non funziona. Su questo quasi tutti sono d’accordo, infatti pochissimi si dicono contrari al federalismo all’italiana. Alcuni perché vogliono uno Stato che funzioni diversamente: anzi, differenziatamente, senza preoccuparsi di unificare condizioni, diritti, opportunità, ricchezze ma anzi rafforzandole. Altri perché hanno perso la fiducia che questo Stato (quello nato dal Risorgimento e modificato dalla Resistenza) possa essere reso migliore, e quindi subiscono il trend “federalista”. Magari questi altri cercano di ridurre la negatività del federalismo dei padani: meglio uno Stato separato in due come propone Giorgio Ruffolo, che lo “spezzatino federalista”. Ma il primo provvedimento dal quale si comprende che cos’è che sta marciando spiega tutto: qual è il disegno che si sta attuando, la strategia che domina, l’egemonia che ha coinvolto quasi tutti. Parliamo del federalismo demaniale.

Il suo obiettivo è ridurre il peso dello Stato, trasferire poteri dall’Italia alle sue parti periferiche ritenute, giustamente, più deboli nella resistenza contro l’obiettivo finale: la privatizzazione di tutto ciò che è privatizzabile, la riduzione a merce di tutto ciò che merce ancora non è ma che tale può diventare. La Repubblica è stata disegnata dalla Costituzione come un sistema di poteri equilibrato tra Stato, Regione e poteri locali (province e comuni). Negli ultimi decenni queste ultime istituzioni sono state pesantemente indebolite: se ne sono accresciute le funzioni e ridotte le risorse. Oggi sono adoperabili, proprio per la loro procurata povertà, come grimaldelli per cedere patrimoni pubblici a soggetti privati.

Preoccupa l’accordo sostanziale che si è raggiunto ieri nella commissione parlamentare, dove Di Pietro ha accettato tutto e il PD si è astenuto di malavoglia. Preoccupa il larghissimo consenso espresso anche dalle opposizioni parlamentari all’obiettivo della priorità della “valorizzazione economica” su qualunque altro obiettivo. I “miglioramenti” introdotti dagli oppositori sembrano costituire argini troppo deboli per porre i beni comuni al riparo dell’impetuosa marea della speculazione; sono già in moto le pratiche per abbatterli con procedure amministrative “facilitate” o con il coinvolgimento dei comuni nella “valorizzazione immobiliare”.

E preoccupa l’accettazione comune della liceità, per raggiungere quest’obiettivo, di alienare beni pubblici, di spezzettare beni strutturalmente unitari, e addirittura di modificare le destinazioni dei beni trasferiti derogando alla pianificazione urbanistica: privando così la collettività anche del potere di intervenire nelle decisioni sul territorio. Anche questo, la pianificazione democratica del territorio e delle città, è un bene comune che stanno liquidando.

Autore: Salzano Edoardo     il manifesto, 21 maggio 2010

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Le porte girevoli degli affari privati.

19 Aprile 2010 Commenti chiusi

portagirevoleSe crolla il muro tra pubblico e privato 

 Ormai “le amministrazioni pubbliche sono diventate come le porte girevoli degli affari privati”, per accedere alla liquidazione dei beni comuni. 

 La festa del convegno confindustriale di Parma è stata parzialmente rovinata dall’assenza di Silvio Scaglia. Il titolo del convegno era Libertà e benessere e il manager di Fastweb era la persona più adatta per dimostrare la bontà del binomio. Libertà, perché attualmente costretto in istituto di pena. Benessere perché avrebbe potuto fare una vera lezione alla plaudente platea su come fosse stato possibile costruire l’impressionante arricchimento di pochi sfruttando ricchezza pubblica costruita in decenni di investimenti pubblici e di immense capacità tecniche e professionali. Di come sia stato possibile appropriarsi e saccheggiare i beni comuni, le città e il territorio.

 Silvio Scaglia e Francesco Micheli, il primo manager Omnitel e il secondo finanziere, fondano alla fine di giugno del 1999 la Astico srl con capitale sociale di 20 milioni di lire (10 mila euro circa). Il 30 luglio l’impresa cambia nome e nasce e-biscom. Il 4 ottobre il capitale sociale viene aumentato a 38 miliardi di lire (19,6 milioni di euro). Il 22 dicembre nuovo aumento di capitale a 24 milioni di euro mediante emissione di circa 11 milioni di azioni del valore nominale di 25 euro: la valutazione della società arriva pertanto pari a 1 miliardo e 223 milioni di euro.

 Come è stato possibile? Semplice, lucrando sui beni pubblici. Il 29 luglio 1999 era stato infatti concluso un accordo con Aem, storica azienda del comune di Milano. Era nata nel 1910 nel solco della nascente cultura delle municipalizzate. Decine e decine di anni di investimenti, dalle dighe in Valtellina a gigantesche infrastrutture tecnologiche. Il povero ranocchio da 10 mila euro, dunque, convola a giuste nozze con un gigante, il secondo fornitore di energia in Italia. Poi si quota in borsa e il gioco è fatto. Per raggiungere l’apice del capolavoro, il 21 marzo 2000 e-biscom viene nuovamente capitalizzata attraverso l’emissione di oltre 10 milioni di azioni del valore nominale di 160 euro: essa vale 7,7 miliardi di euro. In nove mesi si è passati da 10 mila euro a 7,7 miliardi di euro sfruttando una ricchezza pubblica costruita con giganteschi investimenti pubblici.

 Una lezione così sarebbe stata accolta con ovazioni dai cinquemila intervenuti, perché i prossimi affari di cui vogliono appropriarsi sono quello dell’acqua e quello del patrimonio immobiliare dello Stato. Per compiere l’ultimo assalto, possiedono tutte le pedine di comando, ad iniziare dalla pubblica amministrazione. Le riforme Bassanini, insieme alla legge sull’elezione diretta del sindaco del 1993, hanno cancellato ogni possibilità di controllo. Ormai le amministrazioni pubbliche sono diventate come le porte girevoli degli alberghi: si entra e si esce con molta eleganza, tanto nessuno obietta nulla. Stefano Parisi, city manager (una terminologia nata dalle leggi di riforma delle amministrazioni pubbliche dopo tangentopoli) della giunta Albertini al momento della conclusione dell’accordo tra Aem e e-biscom, nel 2004 diventa amministratore delegato e direttore generale di Fastweb. Sergio Scarpelli, assessore del comune diventa nel 2001 direttore delle relazioni esterne della stessa Fastweb.

 La politica è ormai asservita e anche chi, come il consigliere comunale di Milano Basilio Rizzo, denunciò con forza l’indegno imbroglio venne lasciato solo. Ha dunque ragione Guglielmo Ragozzino ad affermare sul manifesto di sabato scorso che è soltanto dalla società civile e dai movimenti di resistenza che essa esprime che può venire una vera alternativa. La politica è ormai incapace di leggere questi fenomeni strutturali e di costruire una cultura differente. E la vicenda della privatizzazione dell’acqua può diventare l’occasione per ricostruire il profilo di un’alternativa sempre più urgente per fermare il saccheggio dei beni comuni.

 Fonte:  Berdini Paolo su Il Manifesro del 14.04.2010

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Lettera del benefattore che paga la mensa ai bambini di Adro.

13 Aprile 2010 68 commenti

mensa15639891Io non ci sto

 

Sono figlio di un mezzadro che non aveva soldi ma un infinito patrimonio di dignità. Ho vissuto i miei primi anni di vita in una cascina come quella del film “L’albero degli zoccoli”. Ho studiato molto e oggi ho ancora intatto tutto il patrimonio di dignità e inoltre ho guadagnato i soldi per vivere bene. E’ per questi motivi che ho deciso di rilevare il debito dei genitori di Adro che non pagano la mensa scolastica.

A scanso di equivoci, premetto che:
- Non sono “comunista”. Alle ultime elezioni ho votato per FORMIGONI. Ciò non mi impedisce di avere amici dì tutte le idee politiche. Gli chiedo sempre e solo la condivisione dei valori fondamentali e al primo posto il rispetto della persona.
- So perfettamente che fra le 40 famiglie alcune sono di furbetti che ne approfittano, ma di furbi ne conosco molti. Alcuni sono milionari e vogliono anche fare la morale agli altri. In questo caso, nel dubbio sto con i primi. Agli extracomunitari chiedo il rispetto dei nostri costumi e delle nostre leggi, ma lo chiedo con fermezza ed educazione cercando di essere il primo a rispettarle. E tirare in ballo i bambini non è compreso nell’educazione.

Ho sempre la preoccupazione di essere come quei signori che seduti in un bel ristorante se la prendono con gli extracomunitari. Peccato che la loro Mercedes sia appena stata lavata da un albanese e il cibo cucinato da un egiziano. Dimenticavo, la mamma è a casa assistita da una signora dell’Ucraina.

Vedo attorno a me una preoccupante e crescente intolleranza verso chi ha di meno. Purtroppo ho l’insana abitudine di leggere e so bene che i campi di concentramento nazisti non sono nati dal nulla, prima ci sono stati anni di piccoli passi verso il baratro. In fondo in fondo chiedere di mettere una stella gialla sul braccio agli ebrei non era poi una cosa che faceva male.

I miei compaesani si sono dimenticati in poco tempo da dove vengono. Mi vergogno che proprio il mio paese sia paladino di questo spostare l’asticella dell’intolleranza di un passo all’anno, prima con la taglia, poi con il rifiuto del sostegno regionale, poi con la mensa dei bambini, ma potrei portare molti altri casi.

Quando facevo le elementari alcuni miei compagni avevano il sostegno del patronato. Noi eravamo poveri, ma non ci siamo mai indignati. Ma dove sono i miei compaesani, ma come è possibile che non capiscano quello che sta avvenendo?
Che non mi vengano a portare considerazioni “miserevoli”. Anche il padrone del film di cui sopra aveva ragione. La pianta che il contadino aveva tagliato era la sua. Mica poteva metterla sempre lui la pianta per gli zoccoli. (E se non conoscono il film che se lo guardino..)

Ma dove sono i miei sacerdoti. Sono forse disponibili a barattare la difesa del crocifisso con qualche etto di razzismo. Se esponiamo un bel rosario grande nella nostra casa, poi possiamo fare quello che vogliamo?
Vorrei sentire i miei preti “urlare”, scuotere l’animo della gente, dirci bene quali sono i valori, perché altrimenti penso che sono anche loro dentro il “commercio”.

Ma dov’è il segretario del partito per cui ho votato e che si vuole chiamare “partito dell’amore”. Ma dove sono i leader di quella Lega che vuole candidarsi a guidare l’Italia.
So per certo che non sono tutti ottusi ma che non si nascondano dietro un dito, non facciano come coloro che negli anni 70 chiamavano i brigatisti “compagni che sbagliano”.

Ma dove sono i consiglieri e gli assessori di Adro? Se credono davvero nel federalismo, che ci diano le dichiarazioni dei redditi loro e delle loro famiglie negli ultimi 10 anni. Tanto per farci capire come pagano le loro belle cose e case.
Non vorrei mai essere io a pagare anche per loro. Non vorrei che il loro reddito (o tenore di vita) Venga dalle tasse del papa di uno di questi bambini che lavora in fonderia per 1200 euro mese (regolari).

Ma dove sono i miei compaesani che non si domandano dove, come e quanti soldi spende l’amministrazione per non trovare i soldi per la mensa. Ma da dove vengono tutti i soldi che si muovono, e dove vanno?
Ma quanto rendono (o quanto dovrebbero o potrebbero rendere) gli oneri dei 30.000 metri cubi del laghetto Sala. E i 50.000 metri della nuova area verde sopra il Santuario chi li paga? E se poi domani ci costruissero? E se il Santuario fosse tutto circondato da edifici? Va sempre bene tutto?
Ma non hanno il dubbio che qualcuno voglia distrarre la loro attenzione per fini diversi. Non hanno il dubbio di essere usati? E’ già successo nella storia e anche in quella del nostro paese.

Il sonno della ragione genera mostri.

Io sono per la legalità. Per tutti e per sempre. Per me quelli che non pagano sono tutti uguali, quando non pagano un pasto, ma anche quando chiudono le aziende senza pagare i fornitori o i dipendenti o le banche. Anche quando girano con i macchinoni e non pagano tutte le tasse, perché anche in quel caso qualcuno paga per loro.
Sono come i genitori di quei bambini. Ma che almeno non pretendano di farci la morale e di insegnare la legalità perché tutti questi begli insegnamenti li stanno dando anche ai loro figli.

E chi semina vento, raccoglie tempesta!

I 40 bambini che hanno ricevuto la lettera di sospensione servizio mensa, fra 20/30 anni vivranno nel nostro paese. L’età gioca a loro favore. Saranno quelli che ci verranno a cambiare il pannolone alla casa di riposo. Ma quei giorno siamo sicuri che si saranno dimenticati di oggi?
E se non ce lo volessero più cambiare? Non ditemi che verranno i nostri figli perché il senso di solidarietà glielo stiamo insegnando noi adesso. E’ anche per questo che non ci sto.

Voglio urlare che io non ci sto. Ma per non urlare e basta ho deciso di fare un gesto che vorrà dire poco, ma vuole tentare di svegliare la coscienza dei miei compaesani.

Ho versato quanto necessario a garantire il diritto all’uso della mensa per tutti i bambini, in modo da non creare rischi di dissesto finanziario per l’amministrazione, in tal modo mi impegno a garantire tutta la copertura necessaria per l’anno scolastico 2009/2010.
Quando i genitori potranno pagare, i soldi verranno versati in modo normale, se non potranno o vorranno pagare il costo della mensa residuo resterà a mio totale carico. Ogni valutazione dei vari casi che dovessero crearsi è nella piena discrezione della responsabile del servizio mensa.

Sono certo che almeno uno di quei bambini diventerà docente universitario o medico o imprenditore o infermiere e il suo solo rispetto varra la spesa.
Ne sono certo perché questi studieranno mentre i nostri figli faranno le notti in discoteca o a bearsi con i valori del “grande fratello”.

Il mio gesto è simbolico perché non posso pagare per tutti o per sempre e comunque so benissimo che non risolvo certo i problemi di quelle famiglie.
Mi basta sapere che per i miei amministratori, per i miei compaesani e molto di più per quei bambini sia chiaro che io non ci sto e non sono solo.

Molto più dei soldi mi costerà il lavorio di diffamazione che come per altri casi verrà attivato da chi sa di avere la coda di paglia. Mi consola il fatto che catturerà soltanto quelle persone che mi onoreranno del loro disprezzo.
Posso sopportarlo. L’idea che fra 30 anni non mi cambino il pannolone invece mi atterrisce.

Ci sono cose che non si possono comprare. La famosa carta di credito c’è, ma solo per tutto il resto.

Un cittadino di Adro

Fonte:   Il manifesto

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Acqua: bene comune universale !

22 Marzo 2010 Commenti chiusi

bosci--180x140Nella giornata mondiale dell’acqua
i Boscimani «festeggiano» 8 anni senza

Dal 2002 il Botswana ha cementato un pozzo per cercare di allontanarli dalla loro terra

Ognuno celebra la Giornata Mondiale dell’Acqua come può. Istituita dalle Nazioni Unite nel 1992, ogni 22 marzo si ripete questa ricorrenza e l’Onu, secondo lo statuto, invita in questa data tutte le nazioni membre alla promozione di attività concrete per la salvaguardia e la diffusione di questo elemento primario all’interno dei loro Paesi.

OTTO ANNI SENZA ACQUA – Ma questo 22 marzo 2010, lontano dalla sede dell’Onu, si celebra un’altra ricorrenza. Molto meno ufficiale e lontana dai riflettori: i Boscimani delle tribù Gana e Gwi del Botswana compiono otto anni senza poter accedere a una regolare fonte d’acqua nella Central Kalahari Game Reserve. Nel tentativo di indurli ad abbandonare la riserva, loro terra ancestrale, nel 2002 il governo del Botswana aveva infatti smantellato e cementato il pozzo da cui i Boscimani dipendevano per gli approvvigionamenti dell’acqua. Il motivo è quello di non volere vincoli nello sfruttamento delle riserve di diamanti e del turismo. Nonostante la sentenza dell’Alta Corte del Botswana che nel 2006 sancì il diritto costituzionale dei Boscimani a vivere nella riserva, il governo ha continuato a negare loro il permesso di rimettere in funzione il pozzo, anche se i Boscimani si erano dichiarati disposti a procurarsi da soli il denaro necessario a coprirne i costi. Mentre costringeva i Boscimani a sopravvivere in condizioni limite, il governo autorizzava l’apertura di un complesso turistico nelle loro terre, dotato di piscina, e faceva scavare pozzi per abbeverare gli animali selvatici. I Boscimani che hanno cercato di portare cibo e acqua dall’esterno sono stati arrestati. Una donna, Qoroxloo Duxee, è morta per disidratazione ai primi di novembre nei pressi del villaggio di Metsiamenong, dove alcuni Boscimani continuano a resistere a ogni tentativo di sfratto da parte del governo. In giugno, Qoroxloo aveva rilasciato un’intervista alla Bbc: «Quando ero giovane, gli uomini cacciavano e noi avevamo l’acqua. Vivevamo bene e le persone morivano solo di vecchiaia».

L’ONU CHIEDE AL GOVERNO DI RIAPRIRE IL POZZO – Il trattamento riservato ai Boscimani dal governo è stato recentemente condannato dal Relatore Speciale delle Nazioni Unite James Anaya sui popoli indigeni, che lo ha accusato di non esser riuscito a rispettare “i relativi standard internazionali sui diritti umani”. Nel dossier si constata anche che i Boscimani rientrati nella riserva dopo la sentenza «devono affrontare condizioni di vita dure e pericolose a causa dell’impossibilità di accedere all’acqua», e si sollecita il governo a riattivare il loro pozzo come «questione della massima urgenza». «Il continuo rifiuto del governo di permettere ai Boscimani l’uso del pozzo è niente di meno che una premeditata malvagità» ha commentato Stephen Corry, direttore generale di Survival International, associazione che tutela la sopravvivenza delle culture indigene nel Mondo. «Tutto quello che i Boscimani chiedono è solo di poter accedere al loro pozzo, così come facevano prima di essere illegalmente sfrattati dalle loro terra».

Fonte: Il corrire della sera (on line) 21 marzo 2010

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Acqua, terra e beni comuni Ribellarsi è giusto

17 Marzo 2010 Commenti chiusi

Acqua, terra e beni comuni Ribellarsi è giusto

Verso la manifestazione del 20 marzo

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manifestazione nazionale per la ripubblicizzazione dell’acqua. Lo faremo con l’obiettivo di bloccare la privatizzazione della gestione del servizio idrico messa in campo con l’approvazione del decreto Ronchi da parte del Governo Berlusconi e per cacciare dai nostri territori le Multinazionali.

Veolia, Hera, Eniacqua, Acea, Acqua Latina, sono l’esempio di come la gestione privata o la finta gestione pubblica attraverso SPA rappresentino la mercificazione di una risorsa fondamentale come l’acqua, per renderla inaccessibile, costosa e insalubre.

IL 20 marzo è inoltre un appuntamento importante per ribadire la centralità della difesa di tutti i beni comuni in quest’epoca di crisi.

Le grandi Multinazionali, infatti, ancor di più tentano di arricchirsi attraverso lo sfruttamento delle risorse naturali – acqua, aria e territorio – oppure attraverso la realizzazione di grandi opere utili per fare profitti ma dannose per le comunità e i territori.

La speculazione immobiliare e la cementificazione, il Business degli inceneritori, la Tav, la costruzione della nuova base Usa al Dal Molin, sono alcuni esempi di come grandi interessi privati puntino a fare rendita a discapito delle nostre città, dei nostri territori, delle nostre vite.

Nel farlo hanno trovato l’appoggio dei governi nazionali di centrodestra e di centrosinistra, che con commissariamenti, deroghe, decreti sui grandi eventi, abuso nell’impiego della protezione civile hanno predisposto un vero “stato di eccezione” che ha spianato la strada a questo scempio.

 

Ma hanno trovato anche l’opposizione determinata delle comunità locali, che hanno realizzato lotte determinate, sperimentato nuovi legami solidali e nuove forme di partecipazione politica.

Dentro le diverse battaglie per i beni comuni è contenuta un’ altra idea di società, di economia.

Una idea che valorizza il “comune”, inteso come ciò che sfugge sia alla speculazione privata che alla burocrazia della proprietà statale, perché contempla i beni a disposizione della cooperazione collettiva, che non hanno prezzo, che producono ricchezza per tutti.

Una idea che crede nella democrazia, ma non come liturgia del momento elettorale, ma come autogoverno delle comunità, discussione e confronto continui alla luce dell’interesse generale.

Una idea locale e globale, come abbiamo dimostrato partecipando alle mobilitazioni di Copenaghen, che parla del superamento della precarietà climatica.

Una idea che giustifica la nostra ribellione.

Per questo saremo in piazza con un grosso striscione con scritto “ Acqua terra e beni comuni. Ribellarsi è giusto”.

Action-diritti in movimento, Roma

Presidio permanente di Chiaiano e Marano contro la privatizzazione dell’acqua, Napoli

Comitato contro la privatizzazione dell’acqua 3° municipalità, Napoli

Comitato civico cambiamo Mugnano, Napoli

Presidio No dal Molin, Vicenza

Comitato 20 marzo, Padova

Comitato Bellunese Acqua Bene Comune

Comitato Acqua Bene Comune, Treviso

Esc, atelier autogestito, Roma

Associazione Ya Basta

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