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Ricominciare dopo il collasso

8 Aprile 2013 Commenti chiusi
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Invisibili. Vivere e morire all’Ilva di Taranto

30 Novembre 2012 Commenti chiusi

fonte Posted on ottobre 31, 2012  (Recensione)

Circa vent’anni fa Emilio Riva ebbe in regalo dallo Stato l’ILVA di Taranto, e vi impose il suo ordine.
Si liberò del vecchio blocco operaio – forte, cosciente, compatto -  sostituendolo con giovani desindacalizzati, e ci riuscì con una certa destrezza, barattando il prepensionamento dei vecchi con l’assunzione dei loro figli. Spezzò le ultime resistenze sindacali di quella che fu l’orgoglio della forza operaia del sud, rinchiudendo i riottosi nella palazzina LAF, in un casermone vuoto, a guardare i muri spogli.
Riva si inventò  molto prima dell’era Marchionne “la fabbrica del futuro”, in realtà molto più simile alle ferriere del primo ‘900, se non fosse che rispetto ad allora la soggettività operaia è più debole. Cosa è successo in seguito dentro l’ILVA dei Riva ce lo raccontano Fulvio Colucci e Giuse Alemanno, con una cronaca redatta alla vigilia delle ultime vicende giudiziarie.
…Mi ha confessato di essere in cura dallo psicologo perché i capi lo martellano. Mi ha detto: Sai, ho sfiorato il suicidio. I deboli sono sotto pressione. Sanno che possono essere presi di mira. Chi è più debole non reagisce nei confronti dei capi, finisce per fare sedici ore di lavoro. Dice che ha sentito una voce, che si è visto sull’orlo del burrone. Che ha avuto paura di perdere l’equilibrio sulla passerella”.  “Non mi davano niente da fare per tutto il giorno quando ero in punizione….. ma mi nascondevo perché alla fine potevano chiedermi: perché non lavori ? E la colpa sarebbe ricaduta su di me. Volevano che li seguissi come un cane. Ma io non sono un cane.
Non è un ricordo dei tempi della palazzina LAF,  è la realtà di oggi. Nonostante la condanna per mobbing, Riva non ha cambiato metodi. Del resto perché dovrebbe ?  Funzionano !!!
Gli operai descritti da Colucci trasudano rassegnazione, paura, rimozione del loro vissuto, diffidenza verso tutto ciò che è esterno, rancore verso la “città”,  indifferente alla loro condizione, ai loro morti. Rancore in parte giustificabile, se si pensa che patron Riva s’è comprato mezza Taranto: istituzioni, clero … . L’altra mezza no … non quella che porta i figli avvelenati dall’ILVA ad oncologia pediatrica. Rancore, dicevo,  giustificabile solo in parte, perché è come se gli operai intervistati si aspettino che la loro salvezza debba venire da fuori dei cancelli dell’ILVA, e non da una propria assunzione di responsabilità, dalla presa d’atto che se non sono loro i primi a prendere nelle mani il loro futuro difficilmente qualcuno lo farà al loro posto.
Se togli le eccezioni – di cui sto libro non parla – la maggioranza tace (“se si sa che parli all’esterno, il primo sbaglio che fai, paghi”). E questo non le fa onore, anche a fronte del disastro ambientale che il siderurgico riversa sulla città. Ad alzare la voce sono padri e mogli degli operai ammazzati. Una lotta per la giustizia condotta  con poca solidarietà, scontrandosi contro un muro di gomma: “Dì ai ragazzi che la vita di mio figlio vale un anno di carcere con pena sospesa. Anzi, dì loro che in galera, dai e dai, ci finirò io”. Una lotta che nasce fuori dalla fabbrica da chi ha trovato il coraggio dopo aver perso ciò che amava di più. Non nasce dall’interno,  non nasce prima che ci scappi il morto.
Mai un giovane lavoratore si lamenterà perché l’azienda infrange le regole, anzi: A disposizione – raccontano – c’è tutto quello che la legge prevede dal punto di vista della sicurezza personale: dal casco, alla tuta, ai guanti”.  Strana concezione della sicurezza: i dispositivi di protezione individuale – secondo le leggi e la scienza antinfortunistica – dovrebbero essere l’ultima precauzione da prendere, dopo aver agito sull’organizzazione del lavoro, sulla sicurezza intrinseca degli impianti, sulla salubrità degli ambienti.
Nulla di questo c’è all’ILVA: “I lavoratori dell’appalto sembrano gli ultimi degli ultimi, a volte vedo capisquadra che che approfittano di quelli delle ditte sottomettendoli. C’è chi lavorava con i jeans, chi ha indossato la tuta marrone. Con la polvere, di notte, è ancora più invisibile. Rischia di essere schiacciato da camion e auto…. Ora stanno lì: africani, indiani, turchi. Lavorano indossando quello che trovano: entrano nel forno, smantellano i refrattari, senza maschere. E’ venuta l’ASL, ha fatto i controlli. L’amianto è stato smantellato da un’azienda specializzata. Gli extracomunitari sono andati allo sbaraglio. Il forno è diventato una torre di babele ed è pericoloso, se non ci capiamo”.
“Io ogni giorno faccio cinque chilometri a piedi, con la polvere; certe volte mi esce il sangue dal naso perché la polvere nel naso si indurisce. … Arriviamo allo spogliatoio divorati dalla polvere, la polvere è come una estrema unzione.”
“Mi hanno impressionato i lavoratori sulle passerelle  a 90 metri di altezza. Vai giù e nemmeno ti accorgi che sei morto. … Agli ingegneri segnaliamo tutto. I carriponte sono pericolosi, rischiano di cadere con un peso di 50 tonnellate. Se cadono è una strage.…Chi si trova sul fronte del fuoco, o ad altezze così è più chiuso, non ha voglia di parlare. Mi sono trovato vicino alla ghisa liquida quando prende fuoco, una bomba che fa tremare tutto in un raggio di chilometri. Lo scoppio è improvviso, lo senti davvero nelle viscere. Ti stordisce, ti afferra, ti svuota” .
Le conseguenze di questa situazione si vedono, o meglio si contano: 45 infortuni mortali dal 1993, l’ultimo – Claudio Marsella – due giorni fa .Gli autori ricordano Silvio Murri, Paolo Franco, Pasquale D’Ettorre, Antonio Alagni, Gjoni Arjan, in rappresentanza di una lunga serie di lutti.
Come dicevo, il libro non parla di chi fra gli operai ha alzato la testa, di quelli come Massimo Battista, che insieme ad altri colleghi venne licenziato  il 7 luglio del 2005 per aver promosso uno  sciopero sulla mancanza di sicurezza. Nel 2007 il giudice ne dispose il reintegro, e da allora è stato confinato in una struttura lontana dallo stabilimento a “contare le barche che passano”. Massimo, assieme ad altri, ha dato vita al  “Comitato Cittadini e Lavoratori liberi e pensanti”, ridando dignità alla sua classe, rompendo il muro di silenzio per voltare pagina su un’altra storia. Potessi suggerire un titolo mi piacerebbe chiamarla: “VISIBILI: lottare per non morire all’ILVA di Taranto”.
Il libro:: Fulvio Colucci e Giuse Alemanno, Invisibili. Vivere e morire all’Ilva di Taranto, Edizioni Kurumuny, 2011, 111 p.
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Apologo sull’onestà nel paese dei corrotti

5 Novembre 2012 Commenti chiusi

di Italo Calvino*

 

C’era un paese che si reggeva sull’illecito. Non che mancassero le leggi, né che il sistema politico non fosse basato su principi che tutti più o meno dicevano di condividere. Ma questo sistema, articolato su un gran numero di centri di potere, aveva bisogno di mezzi finanziari smisurati (ne aveva bisogno perché quando ci si abitua a disporre di molti soldi non si è più capaci di concepire la vita in altro modo) e questi mezzi si potevano avere solo illecitamente cioè chiedendoli a chi li aveva, in cambio di favori illeciti. Ossia, chi poteva dar soldi in cambio di favori in genere già aveva fatto questi soldi mediante favori ottenuti in precedenza; per cui ne risultava un sistema economico in qualche modo circolare e non privo d’una sua armonia.

 

Nel finanziarsi per via illecita, ogni centro di potere non era sfiorato da alcun senso di colpa, perché per la propria morale interna ciò che era fatto nell’interesse del gruppo era lecito; anzi, benemerito: in quanto ogni gruppo identificava il proprio potere col bene comune; l’illegalità formale quindi non escludeva una superiore legalità sostanziale. Vero è che in ogni transizione illecita a favore di entità collettive è usanza che una quota parte resti in mano di singoli individui, come equa ricompensa delle indispensabili prestazioni di procacciamento e mediazione: quindi l’illecito che per la morale interna del gruppo era lecito, portava con se una frangia di illecito anche per quella morale. Ma a guardar bene il privato che si trovava a intascare la sua tangente individuale sulla tangente collettiva, era sicuro d’aver fatto agire il proprio tornaconto individuale in favore del tornaconto collettivo, cioè poteva senza ipocrisia convincersi che la sua condotta era non solo lecita ma benemerita.

 Il paese aveva nello stesso tempo anche un dispendioso bilancio ufficiale alimentato dalle imposte su ogni attività lecita, e finanziava lecitamente tutti coloro che lecitamente o illecitamente riuscivano a farsi finanziare. Perché in quel paese nessuno era disposto non diciamo a fare bancarotta ma neppure a rimetterci di suo (e non si vede in nome di che cosa si sarebbe potuto pretendere che qualcuno ci rimettesse) la finanza pubblica serviva a integrare lecitamente in nome del bene comune i disavanzi delle attività che sempre in nome del bene comune s’erano distinte per via illecita. La riscossione delle tasse che in altre epoche e civiltà poteva ambire di far leva sul dovere civico, qui ritornava alla sua schietta sostanza d’atto di forza (così come in certe località all’esazione da parte dello stato s’aggiungeva quella d’organizzazioni gangsteristiche o mafiose), atto di forza cui il contribuente sottostava per evitare guai maggiori pur provando anziché il sollievo della coscienza a posto la sensazione sgradevole d’una complicità passiva con la cattiva amministrazione della cosa pubblica e con il privilegio delle attività illecite, normalmente esentate da ogni imposta.

 Di tanto in tanto, quando meno ce lo si aspettava, un tribunale decideva d’applicare le leggi, provocando piccoli terremoti in qualche centro di potere e anche arresti di persone che avevano avuto fino a allora le loro ragioni per considerarsi impunibili. In quei casi il sentimento dominante, anziché la soddisfazione per la rivincita della giustizia, era il sospetto che si trattasse d’un regolamento di conti d’un centro di potere contro un altro centro di potere.

Cosicché era difficile stabilire se le leggi fossero usabili ormai soltanto come armi tattiche e strategiche nelle battaglie intestine tra interessi illeciti, oppure se i tribunali per legittimare i loro compiti istituzionali dovessero accreditare l’idea che anche loro erano dei centri di potere e d’interessi illeciti come tutti gli altri.

 

Naturalmente una tale situazione era propizia anche per le associazioni a delinquere di tipo tradizionale che coi sequestri di persona e gli svaligiamenti di banche (e tante altre attività più modeste fino allo scippo in motoretta) s’inserivano come un elemento d’imprevedibilità nella giostra dei miliardi, facendone deviare il flusso verso percorsi sotterranei, da cui prima o poi certo riemergevano in mille forme inaspettate di finanza lecita o illecita.

 

In opposizione al sistema guadagnavano terreno le organizzazioni del terrore che, usando quegli stessi metodi di finanziamento della tradizione fuorilegge, e con un ben dosato stillicidio d’ammazzamenti distribuiti tra tutte le categorie di cittadini, illustri e oscuri, si proponevano come l’unica alternativa globale al sistema. Ma il loro vero effetto sul sistema era quello di rafforzarlo fino a diventarne il puntello indispensabile, confermandone la convinzione d’essere il migliore sistema possibile e di non dover cambiare in nulla.

 

Così tutte le forme d’illecito, da quelle più sornione a quelle più feroci si saldavano in un sistema che aveva una sua stabilità e compattezza e coerenza e nel quale moltissime persone potevano trovare il loro vantaggio pratico senza perdere il vantaggio morale di sentirsi con la coscienza a posto. Avrebbero potuto dunque dirsi unanimemente felici, gli abitanti di quel paese, non fosse stato per una pur sempre numerosa categoria di cittadini cui non si sapeva quale ruolo attribuire: gli onesti.

 

Erano costoro onesti non per qualche speciale ragione (non potevano richiamarsi a grandi principi, né patriottici né sociali né religiosi, che non avevano più corso), erano onesti per abitudine mentale, condizionamento caratteriale, tic nervoso. Insomma non potevano farci niente se erano così, se le cose che stavano loro a cuore non erano direttamente valutabili in denaro, se la loro testa funzionava sempre in base a quei vieti meccanismi che collegano il guadagno col lavoro, la stima al merito, la soddisfazione propria alla soddisfazione d’altre persone. In quel paese di gente che si sentiva sempre con la coscienza a posto loro erano i soli a farsi sempre degli scrupoli, a chiedersi ogni momento cosa avrebbero dovuto fare. Sapevano che fare la morale agli altri, indignarsi, predicare la virtù sono cose che trovano troppo facilmente l’approvazione di tutti, in buona o in malafede. Il potere non lo trovavano abbastanza interessante per sognarlo per sé (almeno quel potere che interessava agli altri); non si facevano illusioni che in altri paesi non ci fossero le stesse magagne, anche se tenute più nascoste; in una società migliore non speravano perché sapevano che il peggio è sempre più probabile.

 

Dovevano rassegnarsi all’estinzione? No, la loro consolazione era pensare che così come in margine a tutte le società durante millenni s’era perpetuata una controsocietà di malandrini, di tagliaborse, di ladruncoli, di gabbamondo, una controsocietà che non aveva mai avuto nessuna pretesa di diventare la società, ma solo di sopravvivere nelle pieghe della società dominante e affermare il proprio modo d’esistere a dispetto dei principi consacrati, e per questo aveva dato di sé (almeno se vista non troppo da vicino) un’immagine libera e vitale, così la controsocietà degli onesti forse sarebbe riuscita a persistere ancora per secoli, in margine al costume corrente, senza altra pretesa che di vivere la propria diversità, di sentirsi dissimile da tutto il resto, e a questo modo magari avrebbe finito per significare qualcosa d’essenziale per tutti, per essere immagine di qualcosa che le parole non sanno più dire, di qualcosa che non è stato ancora detto e ancora non sappiamo cos’è.

 

* da Repubblica, 15 marzo 1980 e in “Romanzi e racconti, volume terzo, Racconti e apologhi sparsi”, Meridiani, Mondadori

 

Nota biografica – Italo Calvino nasce a Santiago de Las Vegas (Cuba) nel 1923 e si trasferisce con la famiglia nel 1925 a San Remo. Si unisce ai partigiani durante la II Guerra Mondiale e, in questo contesto, nasce la sua prima opera “I sentieri dei nidi di ragno” (1947). Successivamente diventa un attivista del Pci, una militanza politica proseguita fino al 1956. Considerato uno dei più interessanti autori contemporanei, negli anni Settanta comincia a collaborare come editorialista al “Corriere della sera” prima e “la Repubblica” poi. Muore a Castiglione della Pescaia nel 1985. Tra le sue opere, la trilogia dei Nostri Antenati “Il cavaliere inesistente”, “Il barone rampante”, “Il visconte dimezzato”, “Marcovaldo”, “Le cosmicomiche”, “Se una notte d’inverno un viaggiatore”, fino al saggio “Lezioni americane” uscito postumo nel 1989.

 

 

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A caldo: che cos’è questo golpe?

20 Maggio 2012 Commenti chiusi

 Intanto, non è un golpe. Non c’è bisogno di un golpe.

 

 

 

 

 

 

 

 

In Europa, il golpe è démodé da almeno quarant’anni. E’ assodato che si possono ottenere gli stessi risultati con più discrezione e gradualità. Il che non vuol dire con meno violenza: è solo un altro uso della violenza, più dosato, capillare, diversificato.
In questo momento, come altre volte è successo, diversi poteri costituiti comunicano tra loro in un linguaggio allusivo e cifrato, linguaggio fatto di attentati, provocazioni, bombe che uccidono nel mucchio, pacchi-bomba e bombe-pacco, sigle multi-uso in calce a volantini di rivendicazione bizzarri e pieni di errori marchiani.
Cosa esattamente si stiano dicendo questi poteri costituiti, questi settori di capitalismo italiano e internazionale, forse non lo sanno nemmeno loro. Appunto, è un linguaggio allusivo, tipicamente mafioso, e nemmeno loro ne colgono tutte le sfumature.
Sulla sostanza, però, sul nucleo di senso di questi messaggi, in diversi cominciamo ad avere sospetti. Si parla già, benché ancora timidamente, di una nuova “strategia della tensione”, un nuovo “stabilizzare destabilizzando”.
E chissà se è una semplice coincidenza che negli ultimi tempi si sia ricominciato a depistare sulla strategia della tensione degli anni ’60-’70: Piazza Fontana fu un po’ colpa anche degli anarchici etc.

Il fine diretto o indiretto di ogni atto della strategia della tensione è criminalizzare i movimenti, o comunque ostacolarne le lotte, renderne più difficile lo sviluppo. Una società civile ansiosa e impaurita, nonché mobilitata sulla base della paura, è una società che tira la carretta a capo chino, più disposta a delegare scelte cruciali, più disposta ad accettare politiche che si annuncino ansiolitiche e senz’altro meno disposta a recepire le istanze dei movimenti. Movimenti che il potere addita all’opinione pubblica come piantagrane contrari al blocco d’ordine, pardon, alla “concordia nazionale”.

Per ottenere questo scopo, non è necessario che tutti gli attentati e scoppi di violenza siano attribuiti ai movimenti, agli anarchici, agli estremisti, ai “rossi” e via elencando. In passato, ha funzionato molto bene la cornice concettuale degli “opposti estremismi”: quello rosso e quello nero. E per passare su ogni differenza e contraddizione col caterpillar della “concordia nazionale”, va bene più o meno qualunque matrice o attribuzione.

La “strategia della tensione” è sempre una strategia di controrivoluzione preventiva.
Perché si renda necessaria una controrivoluzione, non è necessario che il pericolo immediato da scongiurare sia una rivoluzione. In Italia, è palese, non stiamo per fare la rivoluzione.
Perché si renda necessaria una controrivoluzione, è sufficiente il timore da parte dei padroni che una crisi di sistema possa avere uno sbocco nella direzione “sbagliata”. E per comprendere di quale direzione possa trattarsi, forse dovremmo distogliere lo sguardo dal nostro ombelico e guardare all’Europa.

In diversi paesi d’Europa e tuttavia non ancora in Italia, i movimenti sociali e le lotte dei lavoratori, dopo due-tre anni di intensa agitazione di piazza, sembrano aver trovato espressione – seppure imprecisa e transitoria – sul terreno politico strettamente inteso. Il terreno, fino a poco tempo fa del tutto squalificato, della competizione elettorale.
In Francia, in Grecia e in parte in Germania, gli elettori hanno sconfessato la gestione tardoliberista della crisi da parte della “Trojka” (Banca centrale Europea, Unione Europea, Fondo Monetario Internazionale) e delle classi dirigenti che ne portano avanti le politiche di smantellamento dei diritti e repressione poliziesca.
Gilles Deleuze diceva che la parte interessante di qualunque processo non è il suo inizio, che è sempre discreto e “mimetizzato” nello stato di cose presenti, ma la metà del suo percorso, quando gli elementi innovativi si staccano dallo sfondo col quale si confondevano, e diventano palesi.
Forse oggi, in diversi paesi d’Europa e tuttavia non ancora in Italia, siamo alla metà di un percorso: si sta facendo manifesta una ricomposizione anticapitalista o, quantomeno, di sinistra antiliberista. Sembra lontana la “corsa al centro”, ed è sempre più evidente che tale centro non esisteva; nessun esponente di sinistra che abbia un minimo di sale in zucca cerca più il voto dei “moderati”, ed è sempre più chiaro che i “moderati” non esistono; da più parti, anche se non ancora in Italia, vengono dismesse etichette sterilizzanti come “centrosinistra” e i suoi corrispettivi. Dove le sinistre si presentano come… di sinistra, e dicono chiaro e tondo che il loro avversario è di destra, ottengono risultati impensabili fino a poco tempo fa.
Di contro, anche il “centrodestra” perde ovunque, a scapito di movimenti di estrema destra che non annacquano le loro proposte reazionarie. La “corsa al centro” sembra davvero finita.
N.B. Si è parlato molto di Marine Le Pen e di Alba Dorata, ma nell’ultima tornata elettorale continentale, la sinistra-sinistra ha nel complesso guadagnato più della destra-destra. Andate a contare e sommare i voti, poi chiedetevi come mai dai resoconti dei media non si capiva.

E’ vero, i risultati elettorali sono sempre una fotografia sgranata e distorta di quel che accade, ma anche fotografie di quel genere permettono di capire alcune cose.
La ricomposizione non consiste principalmente nell’incollare con lo sputo pezzi di ceto politico residuale, non passa per alleanze meramente elettorali come quelle che si sono praticate in Italia e qualcuno ancora si auspica. No, la ricomposizione è sociale, avviene prima nelle lotte, ed è leggibile dopo nello spostamento a sinistra dell’asse politico registrato dalle consultazioni elettorali.

Il processo di ricomposizione è iniziato sottotraccia nel 2010 con la “primavera” dei movimenti studenteschi in diversi paesi, con la grande battaglia per fermare la controriforma delle pensioni in Francia (“Je lutte des classes!“), l’avvio della resistenza di massa alla “debitocrazia” in Grecia, il referendum islandese per la remissione del debito, ed è proseguito nel 2011 con le grandi ondate di scioperi in Gran Bretagna, la radicalizzazione del movimento di massa in Grecia e vaste, multiformi mobilitazioni come quella del movimento 15 Maggio in Spagna, esplose sulla scia delle “primavere arabe” e in una seconda fase sospinte per retroazione dal movimento Occupy nordamericano che avevano ispirato.

Bisogna studiare i timori dei poteri costituiti per capire la forza potenziale dei movimenti, anche e soprattutto quando i movimenti tendono a sottovalutarsi. Capita che facciamo più paura di quanto siamo disposti a credere. In Italia, qualcuno – qualcuno di altolocato – teme il contagio della ricomposizione di classe europea e planetaria. Teme uno sbocco antiliberista della crisi.
In apparenza, sembrerebbe un timore infondato.

E’ vero, veniamo anche noi da due-tre anni di lotte di piazza, in scuole e università, sui luoghi di lavoro, e assistiamo alla rapida putrefazione delle forze politiche che ci hanno governati negli ultimi tre-quattro lustri. Vista in astratto, sarebbe una situazione favorevole. Nel concreto, invece, paghiamo un sistematico avvelenamento dei pozzi, decenni di frantumazione del legame sociale, il suicidio della sinistra politica e, last but not least, il lungo equivoco del controberlusconismo (“Va bene tutto purché se ne vada Berlusconi”). Equivoco che ha illuso una gran parte di italiani sulla vera natura del governo Monti, regalando a quest’ultimo una “luna di miele” che ci ha fatto accumulare ulteriore ritardo rispetto agli altri paesi.

E’ il vecchio, citatissimo apologo della rana nell’acqua che bolle. E’ un esperimento che vi chiediamo di non tentare, fidatevi e basta. Se infili la rana quando l’acqua già bolle, reagirà e salterà fuori. Devi posarla nella pentola quando l’acqua è ancora fredda, e scaldarla pian piano. E’ l’unica maniera per lessarla viva.
Per imporre questa gradualità, è indispensabile cambiare le parole, usare parole che nascondano l’ideologia, lo scontro in atto, le forze in campo. Le parole devono suonare “neutre” e far pensare a processi il più possibile oggettivi. Gli attuali ministri sono quasi tutti banchieri, ma è proibito dire che è un “governo di banchieri”. O meglio: poiché lo ha detto la Lega, se lo dici anche tu ti danno subito del leghista. Non si può dire che è un governo di banchieri: è un governo “tecnico”, perciò neutro, apolitico.
E’ come quando chiami l’idraulico: che c’è di “ideologico” nel riparare un guasto allo scarico del lavandino? E’ tutto oggettivo, no? Il tubo è rotto, chiamo il tecnico, il tecnico lo ripara.

E così, anche sulla scia del controberlusconismo, il governo più dogmatico, ideologico e asservito alla finanza della storia della Repubblica è riuscito a presentarsi come super partes, e a descrivere le sue “ricette” come le uniche scientificamente giuste e quindi da applicare senza discussioni. Compreso l’abominio – con l’avallo del solito PD – del pareggio di bilancio nella Costituzione.

Altro esempio di strategia “desoggettivante” è l’espressione: “i mercati”. Ce lo chiedono i mercati.  L’espressione rimanda a un funzionamento oggettivo e ferreamente razionale dell’economia, una logica ineludibile alla quale dovremmo uniformarci, perché “è l’unica cosa da fare”, “non c’è alternativa”.
Ultimi esempi di neolingua: “austerità” e “rigore”. Termini che un tempo indicavano due virtù – su per giù: l’accontentarsi di poco e un’inflessibile coerenza etica – ora indicano due obblighi a cui deve sottostare la parte debole della società, affinché quella forte possa restare ricca. Oggi “austerità” significa rinunciare ad assistenza e servizi sociali, e “rigore” significa tagliare la spesa pubblica… ma solo quella destinata a certi usi (ammortizzatori sociali) e non ad altri (si veda il caso del TAV Torino-Lione, col suo gigantesco sperpero di soldi dei contribuenti).

La “luna di miele” col governo Monti parrebbe finita, la vecchia classe politica è fortemente delegittimata e presa d’assalto dalle inchieste giudiziarie, ma per ora il malcontento – a differenza di quanto avviene altrove – è capitalizzato da un movimento ambiguo e privo di memoria, “né di destra né di sinistra”, che su alcuni temi è antiliberista e su altri è liberista, su alcuni temi è libertario e su altri autoritario, su alcuni è egualitario e su altri addirittura razzista, ed è di proprietà di un leader carismatico cresciuto nella stessa industria dell’entertainment e della pubblicità che ci aveva dato Berlusconi.

La situazione è questa, ed è grama. Eppure, come si diceva sopra, c’è chi teme uno sbocco antiliberista della crisi, e sta attuando strategie di controrivoluzione preventiva.
Davvero è possibile anche in Italia avviare una ricomposizione? Davvero è possibile far capire che tutte le lotte  sono la stessa lotta?
Cerchiamo di interpretare i timori del potere, ascoltiamo gli sfoghi dei suoi esponenti.
Nei giorni scorsi è stato detto che il movimento No Tav è “la madre di tutte le preoccupazioni”.
Da sette mesi, il cantiere del TAV – con l’avallo del solito PD – è stato dichiarato “sito di interesse strategico nazionale”, ovvero zona militare, con pesanti conseguenze per chi ne viola i confini.
Negli ultimi due anni, il movimento No Tav è stato il principale bersaglio di provocazioni “controinsorgenti”, e si è cercato in ogni modo di trascinarlo in un dibattito pubblico artefatto e pieno di trabocchetti, a colpi di “brodo di coltura”, “fiancheggiatori”, “pericoli di derive armate” etc. Repressione, arresti, lunghe prigionie in condizioni umilianti, con provvedimenti sproporzionati come la censura della posta… E’ di appena due giorni fa la notizia che Giorgio Rossetto e Luca Cientanni sono passati dal carcere agli arresti domiciliari.
Sul movimento No Tav si sono sperimentate le tattiche di controrivoluzione preventiva che vediamo e vedremo all’opera su scala nazionale.
E’ importante continuare a seguire gli eventi in e intorno alla Val di Susa. Se davvero ci sarà una ricomposizione, passerà anche da quel patrimonio di esperienze, da quella resistenza lunga vent’anni. La quieta tenacia di cui il movimento No Tav ha dato prova dev’essere di ispirazione per tutti noi, per resistere alla nuova “stabilizzazione destabilizzante”, alla stagione delle bombe che ha già svoltato l’angolo.

FONTE

 

***

Dato che è importante esserci, in Val di Susa, ciascuno con la sua specificità e portando il suo contributo, e a maggior ragione è importante esserci in questa fase, noi saremo là nel week-end (sabato 26 e domenica 27), insieme ad altri narratori, e ci saremo da narratori. E’ quel che sappiamo fare. L’iniziativa, nata da un’idea di Serge Quadruppani, si chiama “Una montagna di libri. Contro il TAV in Valle di Susa”. Nel corso delle due giornate leggeremo brani “in tema” a Bussoleno, Chiomonte, Giaglione e in Clarea, davanti ai reticolati del cantiere “di interesse strategico nazionale”. Ecco il manifesto della due-giorni:

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OCCUPYAMO PIAZZA AFFARI – NO DEBITO

26 Marzo 2012 Commenti chiusi

 

Il 31 marzo a Milano, ore 14, manifestazione nazionale dalla Bocconi a Piazza Affari. Contro Monti e il governodella BCE in Italia e in Europa, solidarietà a chi lotta.


Comitato promotore Occupyamo Piazza Affari

L’APPELO

Occupyamo Piazza Affari

I loro affari non devono più decidere sulle nostre vite

 

Contro le politiche antisociali

del governo Monti e della Bce!

Per una società fondata sui diritti civili e sociali,

sul pubblico, sull’ambiente e sui beni comuni!

Misure “lacrime e sangue” sono la ricetta del governo delle banche e della finanza che, con il sostegno del centro-destra e del centro-sinistra, è ormai in carica da oltre tre mesi. Il massacro sociale del governo Monti dilagherà se verrà applicato il trattato europeo deciso dai governi Merkel, Sarkozy e Monti. Ora vogliono cambiare la Costituzione, senza consultare i cittadini e imponendo il pareggio di bilancio. Ora vogliono imporre un trattato, il fiscal compact, che impone la schiavitù del debito per vent’anni. Per vent’anni dovremo sacrificare i diritti sociali e quelli delle lavoratrici e dei lavoratori, per pagare il debito agli stessi affaristi e speculatori che l’hanno creato.

Una crisi del sistema capitalista da cui le classi dominanti non riescono ad uscire. L’individuazione di “medici” come Monti in Italia o Papademos in Grecia, che in realtà non fanno che aggravare la malattia scaricando sui lavoratori e sulle classi popolari il peso della iniqua distribuzione del reddito con il conseguente peggioramento delle condizioni di vita e l’eliminazione di diritti conquistati con anni di lotte. Per questo diciamo NO alla precarietà e alla messa in discussione dell’articolo 18, alla distruzione dello stato sociale, dei diritti, della civiltà e della democrazia. Per questo diciamo NO alla distruzione dell’ambiente, alle grandi opere, alla Tav.

Negazione della democrazia e repressione sono gli strumenti con cui le classi dominanti stanno cercando di fermare e dividere il movimento popolare che va opponendosi al dilagare della precarizzazione e della disoccupazione di massa: lo abbiamo visto in questi giorni in Val di Susa, ma anche contro molte lotte operaie e di resistenza sociale.

Chiediamo ai giovani e alle donne, alle lavoratrici e ai lavoratori,

ai precari, ai pensionati e ai migranti,

ai movimenti civili sociali e ambientali, alle forze organizzate,

di organizzare insieme una risposta a tutto questo

con una grande manifestazione nazionale a Milano il prossimo 31 marzo!

Unire le lotte per un’opposizione sociale e politica di massa, capace di incidere e contare, dal territorio, alla scuola e all’università, alle lotte per il lavoro: dalla Argol di Fiumicino alla Wagon-Lits di Milano, alla Alcoa di Portovesme, alla Fincantieri, alla Esselunga, alla Sicilia, alla Fiat e alle lotte dei migranti. Vogliamo manifestare assieme a tutti i popoli europei, schiacciati dalle politiche di austerità e dal liberismo, in particolare al popolo greco, sottomesso ad una tirannide finanziaria che sta distruggendo il paese.

Vogliamo un diverso modello sociale ed economico in Italia e in Europa, fondato sul pubblico, sull’ambiente e sui beni comuni, per riconvertire il sistema industriale con tecnologie e innovazione, per la pace e contro la guerra, per lo sviluppo della ricerca sostenendo scuola pubblica e università, per garantire il diritto a sanità, servizi sociali e reddito per tutti, lavoro dignitoso, libertà e democrazia.
Il 31 marzo tutte e tutti in piazza a Milano:
ore 14.00 manifestazione nazionale dalla Bocconi a Piazza Affari
Occupyamo Piazza Affari! Costruiamo il nostro futuro!

Appello “Occupyamo Piazza Affari”

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La recessione

17 Dicembre 2011 Commenti chiusi

La recessione

Rivedremo calzoni coi rattoppi
rossi tramonti sui borghi
vuoti di macchine
pieni di povera gente che sarà tornata da Torino o dalla Germania
I vecchi saranno padroni dei loro muretti come poltrone di senatori
e i bambini sapranno che la minestra è poca e che cosa significa un pezzo di pane
E la sera sarà più nera della fine del mondo e di notte sentiremmo i grilli o i tuoni
e forse qualche giovane tra quei pochi tornati al nido tirerà fuori un mandolino
L’aria saprà di stracci bagnati
tutto sarà lontano
treni e corriere passeranno ogni tanto come in un sogno
E città grandi come mondi saranno piene di gente che va a piedi
con i vestiti grigi
e dentro gli occhi una domanda che non è di soldi ma è solo d’amore
soltanto d’amore
Le piccole fabbriche sul più bello di un prato verde
nella curva di un fiume
nel cuore di un vecchio bosco di querce
crolleranno un poco per sera
muretto per muretto
lamiera per lamiera
E gli antichi palazzi
saranno come montagne di pietra
soli e chiusi com’erano una volta
E la sera sarà più nera della fine del mondo
e di notte sentiremmo i grilli o i tuoni
L’aria saprà di stracci bagnati
tutto sarà lontano
treni e corriere passeranno
ogni tanto come in un sogno
E i banditi avranno il viso di una volta
con i capelli corti sul collo
e gli occhi di loro madre pieni del nero delle notti di luna
e saranno armati solo di un coltello
Lo zoccolo del cavallo toccherà la terra leggero come una farfalla
e ricorderà ciò che è stato il silenzio il mondo
e ciò che sarà.

Pier Paolo Pasolini  ( 1974 )

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La grande menzogna del debito pubblico

13 Novembre 2011 Commenti chiusi

di  

Valerio Evangelisti

Le vecchie formule marxiane vanno riviste. Secondo Marx, è noto, si passava storicamente dalla formula originaria M-D-M (merce – denaro – merce) a D-M-D (denaro-merce-denaro). Non ipotizzava che si potesse giungere alla formula attualmente vigente: D-D (denaro-denaro).
Eppure è a questo che siamo. Si parla di crisi dovuta al debito. Debito di chi e verso chi? Tutti i paesi più sviluppati sono indebitati l’uno con l’altro. Attraverso le banche, e soprattutto le banche centrali. Questo non significa che la “crisi” delle loro popolazioni somigli a quella degli africani oppressi dalla siccità, degli asiatici costretti allo schiavismo lavorativo, dei sudamericani condannati a una miseria ancestrale. Ogni passo verso quei “modelli” deriva, più che dalla crisi finanziaria, dai mezzi messi in campo per uscirne.

Dunque, quando diciamo “crisi”, di cosa stiamo parlando? Di calcoli astratti, che con la produzione non hanno niente a che fare. Di pure cifre, per un ammontare fino a otto volte superiore a quello dell’economia reale: l’economia concreta, fatta di produzione di beni di consumo e di investimento. E nemmeno questo è sufficiente, a spiegare i giochi forsennati in atto. Se davvero il calcolo del debito avesse un senso, al primo posto verrebbero gli Stati Uniti, seguiti dal Giappone. La Grecia, tanto demonizzata, si collocherebbe a distanza.
Da qualche parte l’ho già detto. I Paesi ricchi di materie prime, di risorse umane e materiali, sono tra i più miserabili della terra. L’avvenire del mondo si gioca invece, in un poker assurdo, tra i Paesi del D-D. Quel che conta è il bluff, l’accumularsi di valori virtuali. La differenza dal gioco? Non è affatto previsto che si scoprano mai le carte.
Come uscirne è ignorare le fiches. Contano quanto il denaro a Monopoli. Se non si gioca, vale nulla. Se si continua a giocare, fingendo che sia reale uno scenario assurdo, ci si trova ad aggirarsi per Vicolo Corto o Vicolo Stretto, mentre altri hanno in mano Viale dei Giardini o Parco della Vittoria. Rovesciamo la scatola, gettiamo il denaro fittizio. Chi dirige il gioco entrerà in crisi. E’ l’unico che meriti di esserlo, in crisi.

Quando il demenziale ingranaggio dell’economia finanziaria si imbroglia, come accade periodicamente, tutti parlano di “crisi di sistema”, intendendo il sistema capitalistico. Ebbene, toglietevi ogni illusione. Il capitalismo non entra mai in crisi finale da solo, senza una spinta energica che lo butti gambe all’aria. L’unico meccanismo che, dall’interno, possa metterlo in ginocchio, si chiama caduta tendenziale del saggio di profitto. In effetti è un processo distruttivo, ma a lungo o lunghissimo termine, legato al costo sempre maggiore dei beni strumentali necessari a produrre e alla saturazione dei mercati – o perché si produce troppo o perché si restringono le aree di espansione.
Ma il capitalismo possiede armi efficaci per rallentare la caduta. Per esempio investire i guadagni in comparti diversi da quello della produzione di beni. In passato fu l’edilizia, oggi è la finanza (per fare un esempio, gli attuali margini di profitto della Fiat provengono da investimenti finanziari). Oppure la guerra, per cercare di conquistare aree in cui espandersi. O ancora la guerra interna contro le classi subalterne, a cui sottrarre reddito per costringerle a una totale subordinazione e all’accettazione, in ordine sparso, della rinuncia a diritti elementari.
Finanza, guerra, compressione sociale. Chi non associa questi tre strumenti (più tutta una varietà di altri minori) non coglie l’assieme dei fattori che delineano il presente. Si limiterà dunque a lamentare il presunto “signoraggio bancario”, la cattiveria degli speculatori (la speculazione non è un epifenomeno, ma l’anima stessa della finanza), l’egoismo degli Stati, la rapacità delle banche (che non sono mai state enti di beneficenza). Si concentrerà su disfunzioni locali, problemi di calcolo spicciolo, rapporti difficili tra Stati. Il tutto per eludere il problema di fondo. Non esiste una via d’uscita confortevole e riformista dal marasma attuale, anche perché il sistema gode di ottima salute. Anzi, approfitta dell’occasione per rafforzare istituzioni sottratte al controllo dal basso, ricatta, fa balenare false verità. Mette l’una contro l’altra addirittura etnie e religioni. Come diceva il saggio Orwell in 1984:
- La guerra è pace
- La libertà è schiavitù
- L’ignoranza è forza.
Fateci caso: sono slogan che, infiorettati e dissimulati sotto spoglie “ragionevoli”, vengono ripetuti venti volte al giorno.
Quanto al compito dell’antagonismo, è di rompere la macchina, non di aggiustarla. Si accavallano le proposte per “uscire dalla crisi”, e il manifesto – per fare un esempio – ne espone una al giorno. Regolare il mercato azionario, controllare le banche, ricalibrare le imposte, proclamare piccoli default locali, non proclamarli, differenziare le monete, scindere le aree europee, inventare nuovi titoli, ecc. A che scopo? Dichiarato o inespresso che sia, è quello di “tornare come prima”. Ma proprio “prima” radicava la contraddizione.
Simili faccende vanno lasciate ai padroni del vapore. Bisogna concentrarsi sull’offensiva dal basso, e state certi che, quanto più sarà spietata, tanto più chi è in alto proporrà riforme. Che ci pensino loro, a dettagliarle. Lo hanno sempre fatto. A seconda del livello di scontro vi si adeguano e cercano frettolose soluzioni. Lasciarsi coinvolgere in sterili dibattiti, preferire un governo a un altro, significa già riconoscere la legittimità di un assetto complessivamente malato. Non uscire dai recinti del sistema.
La parola d’ordine più giusta udita finora – in tutto il mondo – è “Noi il debito non lo paghiamo”. Punto e basta. Al resto pensi chi comanda, o crede ancora di comandare.
Luigi XVI, prima che gli fosse chiesto alcunché, riconobbe la sovranità dell’Assemblea Nazionale, la soppressione dei privilegi della nobiltà, la Convenzione. Si mise persino la coccarda tricolore sul cappello, prima di perdere la testa. Il fatto è che aveva paura.
Le piazze francesi, a quei tempi, erano piuttosto affollate. Ed esuberanti.
Bisogna che chi siede in alto abbia paura. E che chi sta in basso abbia coraggio. Molto

Sto incitando alla lotta violenta? Non è mia intenzione. Dalla mia penna, in ogni caso, non uscirà una sola parola contro chi, ai limiti della disperazione, sfoga la propria rabbia. Lo farà in forme piacevoli o spiacevoli, razionali o istintive. L’intelligenza collettiva, per crescere, va per tentativi. Finché non si forma una volontà comune, un abbozzo di progetto. Siamo agli esordi, gli infantilismi (ipotetici) vanno messi in conto. A me basta che tre punti siano chiari a tutti:
- No alla guerra, comunque giustificata. La guerra è scontro fra gente che ha gli stessi interessi, manovrata da una minoranza che ha interessi diversi.
- No a ogni potere politico-economico sottratto al controllo di chi vi è sottoposto. Tale è oggi l’ordinamento europeo;
- No all’annichilimento della cultura diffusa sotto il peso della falsa informazione e di una scuola venduta al migliore offerente.
In definitiva:
La pace è pace, e nulla giustifica azioni militari in cui, inevitabilmente, si macellano innocenti in nome di niente. Per non parlare dei costi.
La libertà è democrazia diretta, che non potrebbe sussistere senza l’eguaglianza.
La vera forza è la cultura, specie in un tempo in cui il sapere detto immateriale è diventato diretto fattore produttivo.
Ho così capovolto il monito orwelliano.
Ma, stabiliti i principi generali, è possibile passare al terreno pratico? Penso di sì. Sarà il tema della seconda parte.

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Signornò.

16 Luglio 2011 Commenti chiusi

 Soldati contro le missioni farsa in città   

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Fonte: il manifesto | 16 Luglio 2011

  Signornò, Signore! I militari impiegati nelle strade Milano per l’operazione Strade Sicure adesso si sono stufati di vestire i panni dell’armata Brancaleone per compiacere il ministro della difesa Ignazio La Russa. Non ne possono più di giocare agli spaventapasseri per coprire l’inutile operazione di facciata con cui il ministero della difesa ha deciso di pattugliare le strade di mezza Italia. Ed è significativo il fatto che la «rivolta» stia per scoppiare proprio a Milano, la città di Giuliano Pisapia, il sindaco che per primo ha espresso più di una perplessità sull’utilizzo dei militari in città, tanto più che per ritorsione La Russa l’altro giorno ha annunciato che 350 soldati saranno spostati in 14 località di vacanze.

Si sono presentati in trenta nello studio legale Zaccaglino di via Fontana 18, di fianco al Tribunale di Milano, per denunciare la miseria operativa in cui sono costretti a prestare servizio. Sapevano che quello studio ha una specifica preparazione nel campo del diritto penale militare. Sono soldati di grande esperienza. Provengono dall’ottavo reggimento guastatori di Legnago (Vr), sono i commilitoni del primo caporal maggiore Roberto Marchini, l’ultima vittima della guerra in Afghanistan. La quarantesima. Hanno respirato la polvere a Kabul, rischiato la vita in Iraq, mangiato foglie in Somalia. Ma non sono più disposti a tacere, perché adesso si sentono abbandonati a se stessi, a far la guardia al nulla a due passi dal Duomo, da maggio fino alla fine di agosto. Per questo hanno deciso di parlare anche a nome di quei 150 soldati che non se la sono sentita di rivolgersi direttamente a uno studio legale.

I loro racconti sono desolanti. Alloggi degni dell’italietta con i buchi nelle scarpe appena uscita dalla seconda guerra mondiale: otto docce (di cui sei rotte) per 170 unità di militari di truppa, soffitti ammuffiti e bagni inguardabili. Ma questo è niente. Per spostarsi dall’ospedale militare alle postazioni assegnate, i militari sono costretti a percorrere a piedi circa 2 chilometri senza mezzi e chi vuole servirsi dell’autobus deve pagarsi il biglietto di tasca propria. Ma c’è di peggio. Perché la cosa che fa imbestialire un militare che ci crede è l’assoluta insensatezza delle missioni che sulla carta dovrebbero essere più delicate. «Non ci sono mai pervenute informazioni – si legge su una nota riservata agli avvocati dello studio Zaccaglino – da parte dei nostri superiori gerarchici riguardanti le particolarità del servizio vero e proprio che si andava a svolgere sui siti, come ad esempio sensa dirci che a breve ci sarebbe stato un cambio di console americano senza renderci noto neanche il volto di quest’autorità in modo quantomeno da poterla riconoscere nel momento in cui ci si mostrava davanti». Devono proteggere il console e non l’hanno mai visto nemmeno in fotografia. Non hanno nemmeno una cartina e non conoscono la città, non esiste briefing pre o post turno. Vengono sbattuti in mezzo alla strada come degli scappati di casa, senza sapere cosa fare.

Anche l’equipaggiamento dei soldati di La Russa è a dir poco inadeguato (e fortunatamente inservibile): un fucile mitragliatore che ha una gittata da 1,5 km e un giubbotto antiproiettile da 12 chili, in una città come Milano. Decisamente più pericolose le jeep scassate: «Ragazzi mi raccomando fate attenzione perché questo mezzo non frena», queste le rassicuranti parole con cui un maresciallo si è rivolto a un militare durante il primo giorno della missione Strade Sicure.

Acqua ce n’è col contagocce e in caso di richiesta supplementare i militari aspettano il rifornimento per più di un’ora, magari facendo la guardia di fronte a un bar. Ma l’aspetto più tragicomico riguarda l’impossibilità di utilizzare il bagno durante alcuni turni di guardia. «Fatto presente più di una volta, così veniva risposto da un comandante di plotone: Scusa ma perché tu quando sei in missione in Afghanistan come fai se devi pisciare? Piscia nella bottiglia dell’acqua che hai in dotazione e se devi cacare sali sul mezzo e falla all’interno! E giocare all’emergenza fino a farsela sotto per le strade di Milano, non tra le mine in Afghanistan, deve essere troppo, anche per persone abituate ad eseguire sempre gli ordini e a rispettare le gerarchie militari.

«Questa è la dimostrazione che la missione è solo un’operazione di immagine – spiega l’avvocato dei militati ribelli – ma questi sono ragazzi seri e non ci stanno ad essere utilizzati in questo modo».

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11 Giugno 2011 Commenti chiusi
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Torino-Lione per la Tav non c’è traffico

15 Febbraio 2011 Commenti chiusi

tav-binari-pezzodi Daniele Martini      dal Fatto Quotidiano del 10 febbraio 2011

Uno studio dell’Università Bicocca di Milano rivela che sta sparendo il passaggio di merci tra Italia e Francia: solo quest’anno il traffico è diminuito del 46 per cento. Una tendenza che si registra ormai da anni.
Alla vigilia dell’apertura del primo cantiere italiano della Tav Torino-Lione alla Maddalena di Chiomonte prevista per l’inizio della primavera, uno studio pubblicato dall’Università Bicocca di Milano sui flussi di traffico tra l’Italia e i paesi transalpini gela gli entusiasmi dei favorevoli alla realizzazione dell’opera. Quel documento, preparato da Andrea Debernardi, e redatto utilizzando soprattutto fonti ufficiali della Confederazione svizzera, arriva a una conclusione sorprendente: rispetto al 2008, nel 2009 (ultimi dati disponibili) per i traffici ferroviari dell’Italia “verso la Francia, più che di una battuta d’arresto sarebbe meglio parlare di ‘colpo di grazia’, con il rischio che l’inizio dei lavori del nuovo tunnel di base coincida con la sostanziale sparizione del traffico merci ferroviario”.Secondo lo studio la causa dell’arretramento dei traffici italo-francesi non è la crisi economica in atto che ovviamente incide, ma in maniera non determinante. Il calo registrato non solo è veramente di proporzioni notevoli (meno 46,2 per cento), ma “accentua una tendenza al decremento già manifestatasi negli ultimi tempi”. La riprova è che la contrazione riguarda anche le frontiere austriaca e svizzera, ma in questo caso essa interrompe solo un andamento di crescita in atto da anni. Per quanto riguarda la frontiera italo-francese, invece, il livello degli scambi ferroviari è diminuito in modo continuo negli anni e ora è a meno di un quarto rispetto al massimo del 1997, ed è appena il 7 per cento del traffico complessivo.Stando così le cose diventa sempre più stringente la domanda avanzata non solo dai no-Tav più estremi, ma anche da numerosi economisti, politici ed esperti di trasporti, e cioè: ma ne vale la pena? Ha un senso nelle condizioni attuali della finanza pubblica italiana spendere almeno 12 miliardi di euro in 12/15 anni, secondo la più recente valutazione ufficiale fornita dal commissario di governo, Mario Virano, cifra che secondo altri tecnici andrebbe corretta al rialzo fino a 15 e addirittura 20 miliardi? Una somma, cioè, da due a tre volte superiore al costo del ponte di Messina.Esattamente un anno fa nove esperti, Andrea Boitani, Bruno Manghi, Luca Mercalli, Marco Ponti, Rémy Prud’Homme, Francesco Ramella, Pippo Ranci, Carlo Scarpa e Francesco Silva, si chiedevano quale sarebbe potuto essere il beneficio dell’opera. Rispondendo che “gli studi disponibili mostrano che la ricaduta della Tav Torino-Lione sul sistema economico italiano ed in particolare piemontese sarebbe assai limitata. La linea Torino-Lione consentirebbe una riduzione dei tempi di spostamento di persone e merci (circa un’ora) verso la Francia, ma si tratta di una quota intorno all’1 per cento dei movimenti che si effettuano in Piemonte e meno dello 0,1 per cento su scala nazionale”. Con i nuovi dati della Bicocca sotto gli occhi, i nove esperti probabilmente oggi rincarerebbero la dose di scetticismo.Sentito dal Fatto, il commissario Virano dice di conoscere i dati sul calo verticale dei traffici merci tra Italia e Francia e li considera corretti, ma ovviamente non cambia opinione sulla necessità di portare avanti la nuova ferrovia di cui è diventato una specie di padre putativo. Dice che per una grande opera come la Torino-Lione bisogna avere il coraggio di pensare in grande, con una prospettiva di decenni, e che il calo degli scambi di cui si parla è invece imputabile a condizioni strutturali e contingenti che sarebbero modificate in meglio, appunto, dall’entrata in esercizio del nuovo tracciato. Il commissario cita ad esempio Cavour e una sua mappa delle ferrovie italiane quasi sovrapponibile ai tracciati attuali, redatta intorno al 1850 con fiducia nell’avvenire, quando l’Italia era tutta da inventare.Secondo Virano il calo dei traffici tra Torino e Lione è dovuto soprattutto ai lavori in corso da 5 anni sugli 11 chilometri del Fréjus, il vecchio tunnel inaugurato 141 anni fa e di cui si sta abbassando il piano dei binari per consentire il transito dei carri con i container. In base a queste novità il commissario annuncia che un gruppo di esperti sta rivedendo i calcoli costi-benefici dell’opera.L’autore dello studio pubblicato dalla Bicocca obietta, però, che il traffico merci era già calato del 45 per cento prima che cominciassero i lavori sulla linea del Frejus e che l’andamento degli scambi alla frontiera francese “presenta una chiara specificità, che non sembra completamente imputabile a fattori infrastrutturali”. Secondo Debernardi sono essenzialmente quattro i motivi della ulteriore caduta dei flussi: la mancanza di operatori in concorrenza con i due incumbent (Fs italiane e Sncf francesi), la cronica debolezza commerciale delle Ferrovie italiane nel settore cargo, l’entrata in servizio 3 anni fa del tunnel svizzero di Lotschberg che ha attratto quantità notevoli di traffico e l’assenza di locomotive politensione sulla linea. “C’è il rischio – conclude Debernardi – che la Tav diventi una cattedrale nel deserto dei traffici”.

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