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Archivio per la categoria ‘Africa’

Nessuna giustizia per gli italiani uccisi da Mubarak?

11 Marzo 2011 Commenti chiusi

Nessuna giustizia per gli italiani uccisi da Mubarak?

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Sebastiano CONTI, Giovanni CONTI, Daniela BASTIANUTTI, Paola BASTIANUTTI, Daniela MAIORANA, Rita PRIVITERA.

 giovedì, 10 marzo 2011 FONTE

Sono i nomi dei sei italiani morti nell’attentato di Sharm el Sheikh del 23 luglio 2005. Oggi sappiamo che ad ordinare l’attentato fu Gamal, il figlio del dittatore Mubarak,  e che ad eseguirlo furono elementi del regime di Mubarak. E lo sappiamo da fonte di prima mano, i documenti con i quali l’ordine di compiere la strage si è fatto strada nella burocrazia del regime.

Alle famiglie dei sei e a quelle dei numerosi feriti italiani nell’attentato è invece stato detto che i loro cari sono morti per colpa di al Qaeda. Probabilmente molti di loro ne sono ancora convinti e con loro chi ne conserva il ricordo, visto che la notizia non ha avuto grande rilevanza. La famosa al Qaeda d’Egitto. E mai nome fu più azzeccato, visto che sempre dietro la stessa sigla il governo ha nascosto anche il recente attentato alla chiesa copta di Alessandria e che l’organizzazione, ora è dimostrato, è esistita solo nella propaganda del regime egiziano.

Sarebbe il caso che qualche giornalista si recasse presso i parenti delle vittime a raccogliere le loro reazioni, cogliendo l’occasione per informarli qualora non siano aggiornati. Ma sarebbe soprattutto il caso che il governo italiano si attivasse in loro favore. 

Sia nel senso di fungere da stimolo e garanzia per le indagini in Egitto, che costituendosi parte attiva e sostenendo quei familiari delle vittime che volessero prendere parte al processo per chiedere giustizia o avanzare richieste risarcitorie nei confronti del governo egiziano o del ricchissimo leader e di suo figlio. I quali, anche se ormai in disgrazia, dispongono sicuramente d’ingenti patrimoni sequestrabili in Italia o nell’Unione Europea. 

Se non accade è solo perché il governo abdica ai suoi doveri morali nei confronti dei parenti delle vittime, perché è stato complice fino all’ultimo (e anche oltre) di Mubarak, che come tale è depositario di imbarazzanti verità sugli affari italiani in Egitto. 

Tutte cose che per Berlusconi e Frattini valgono molto di più della giustizia per i parenti delle vittime, italiane e no, del dittatore. Si chiami Mubarak, Ben Alì o Gheddafi non fa differenza, gli affari con quei corrottissimi regimi devono restare riservati come i nomi di quanti ne hanno tratto vantaggio mentre altri italiani erano mandati a morire, a Sharm el Sheikh come in Iraq e in Afghanistan, uccisi da nemici che i nostri stessi alleati hanno provveduto a impersonare.

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Santi (?) silenzi

28 Febbraio 2011 4 commenti

Santi silenzi

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Scritto da francesco peloso il 28 feb 2011 in Fonte

 Benedetto XVI tace: da giorni, da settimane, da quasi due mesi. Ogni intervento pubblico, ogni udienza del mercoeldì e ogni angelus, si attende la parola del Papa sulle rivolte del Nord Africa; in primo luogo parole di misericordia e di umanità per le vittime. E poi di sostegno alle popolazioni povere, ai profughi rimasti imprigionati nel conflitto libico. Si spera che pronunci dall’alta cattedra che presiede, un appello al dialogo fra mondi e culture diverse, che rilanci i rapporti con quel mondo islamico in così tumultuoso cambiamento.  Ma il Papa tace. La Segreteria di Stato tace, la Chiesa è in silenzio, almeno quella rinchiusa nella cittadella vaticana. Così è stato, ancora, all’angelus di ieri.

Al contrario la macchina della burocrazia vaticana va avanti come se niente fosse: le udienze si susseguono, i documenti dei vari dicasteri escono uno dopo l’altro sugli argomenti più svariati: sabato scorso, il Papa, neanche a dirlo, è tornato a parlare di aborto. Niente di nuovo, si dirà. Questa volta se l’è presa con quello terapeutico. Ecco cosa ha detto Benedetto XVI:

I medici, in particolare, non possono venire meno al grave compito di difendere dall’inganno la coscienza di molte donne che pensano di trovare nell’aborto la soluzione a difficoltà familiari, economiche, sociali, o a problemi di salute del loro bambino. Specialmente in quest’ultima situazione, la donna viene spesso convinta, a volte dagli stessi medici, che l’aborto rappresenta non solo una scelta moralmente lecita, ma persino un doveroso atto ‘terapeutico’ per evitare sofferenze al bambino e alla sua famiglia, e un ‘ingiusto’ peso alla società. Su uno sfondo culturale caratterizzato dall’eclissi del senso della vita, in cui si è molto attenuata la comune percezione della gravità morale dell’aborto e di altre forme di attentati contro la vita umana, si richiede ai medici una speciale fortezza per continuare ad affermare che l’aborto non risolve nulla, ma uccide il bambino, distrugge la donna e acceca la coscienza del padre del bambino, rovinando, spesso, la vita famigliare.

L’eclissi della vita: già, è una visone sempre più strabica e strumentale quella della Santa Sede. L’ossessione bioetica supportata da affermazioni pretestuose e ipocrite come quella che “si è attenuata la comune percezione della gravità morale dell’aborto” – e trovi il Papa o qualcuno dei suoi collaboratori una donna che non abbia sofferto enormemente per un ‘interruzione di gravidanza – rimane il simulacro della presenza pubblica della Chiesa. La vita degli uomini e delle donne, la storia dei popoli, la domanda di giustizia, i problema del nostro tempo, e anche il più classico dei temi ecclesiali di quest’epoca – il dialogo interreligioso – sono ormai di fatto cancellati dall’agenda vaticana, citati di volta in volta solo come contentino per l’opinione pubblica.

Non basta, dunque, in questo senso, qualche pronunciamento del rappresentante vaticano alle Nazioni Unite sulla crisi del Nord Africa per dare una spolverata alla coscienza dell’istituzione universale. La realpolitik prevale su tutto, i timori dell’ora presente inducono al silenzio. E’ un po’ lo schema seguito in altre occasioni, il dibattito su Pio XII, non a caso, è ancora aperto e certo Pacelli si trovò in difficoltà ben maggiori negli anni delle Seconda guerra mondiale. Il dilemma dei silenzi, il nodo del rapporto con le contraddizioni del mondo, sono ancora lì. La questione irrisolta si gioca fra diplomazia, Vangelo e tutela dell’istituzione. Si aggiunga che forse, in quest’occasione, una parola di pace non era poi tanto compromettente per la Santa Sede.

Categorie:Africa Tag:

L’Italia è il maggiore esportatore europeo di armamenti al regime di Gheddafi.

23 Febbraio 2011 Commenti chiusi

L’Italia non solo è uno dei principali partner

commerciali della Libia, ma è il maggiore esportatore

europeo di armamenti al regime di Gheddafi.

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Giorgio Beretta

I Rapporti dell’Unione europea sulle esportazioni di materiali e sistemi militari (qui l’ultimo rapporto e un’analisi) certificano che nel biennio 2008-2009 l’Italia ha autorizzato alle proprie ditte l’invio di armamenti alla Libia per oltre 205 milioni di euro che ricoprono più di un terzo (il 34,5%) di tutte le autorizzazioni rilasciate dall’UE (circa 595 milioni di euro). Tra gli altri paesi europei che nel recente biennio hanno dato il via libera all’esportazione di armi agli apparati militari di Gheddafi, figurano la Francia (143 milioni di euro), la piccola Malta (quasi 80 milioni di euro), la Germania (57 milioni), il Regno Unito (53 milioni) e il Portogallo (21 milioni).

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Categorie:Africa, Guerre Tag:

Acqua: bene comune universale !

22 Marzo 2010 Commenti chiusi

bosci--180x140Nella giornata mondiale dell’acqua
i Boscimani «festeggiano» 8 anni senza

Dal 2002 il Botswana ha cementato un pozzo per cercare di allontanarli dalla loro terra

Ognuno celebra la Giornata Mondiale dell’Acqua come può. Istituita dalle Nazioni Unite nel 1992, ogni 22 marzo si ripete questa ricorrenza e l’Onu, secondo lo statuto, invita in questa data tutte le nazioni membre alla promozione di attività concrete per la salvaguardia e la diffusione di questo elemento primario all’interno dei loro Paesi.

OTTO ANNI SENZA ACQUA – Ma questo 22 marzo 2010, lontano dalla sede dell’Onu, si celebra un’altra ricorrenza. Molto meno ufficiale e lontana dai riflettori: i Boscimani delle tribù Gana e Gwi del Botswana compiono otto anni senza poter accedere a una regolare fonte d’acqua nella Central Kalahari Game Reserve. Nel tentativo di indurli ad abbandonare la riserva, loro terra ancestrale, nel 2002 il governo del Botswana aveva infatti smantellato e cementato il pozzo da cui i Boscimani dipendevano per gli approvvigionamenti dell’acqua. Il motivo è quello di non volere vincoli nello sfruttamento delle riserve di diamanti e del turismo. Nonostante la sentenza dell’Alta Corte del Botswana che nel 2006 sancì il diritto costituzionale dei Boscimani a vivere nella riserva, il governo ha continuato a negare loro il permesso di rimettere in funzione il pozzo, anche se i Boscimani si erano dichiarati disposti a procurarsi da soli il denaro necessario a coprirne i costi. Mentre costringeva i Boscimani a sopravvivere in condizioni limite, il governo autorizzava l’apertura di un complesso turistico nelle loro terre, dotato di piscina, e faceva scavare pozzi per abbeverare gli animali selvatici. I Boscimani che hanno cercato di portare cibo e acqua dall’esterno sono stati arrestati. Una donna, Qoroxloo Duxee, è morta per disidratazione ai primi di novembre nei pressi del villaggio di Metsiamenong, dove alcuni Boscimani continuano a resistere a ogni tentativo di sfratto da parte del governo. In giugno, Qoroxloo aveva rilasciato un’intervista alla Bbc: «Quando ero giovane, gli uomini cacciavano e noi avevamo l’acqua. Vivevamo bene e le persone morivano solo di vecchiaia».

L’ONU CHIEDE AL GOVERNO DI RIAPRIRE IL POZZO – Il trattamento riservato ai Boscimani dal governo è stato recentemente condannato dal Relatore Speciale delle Nazioni Unite James Anaya sui popoli indigeni, che lo ha accusato di non esser riuscito a rispettare “i relativi standard internazionali sui diritti umani”. Nel dossier si constata anche che i Boscimani rientrati nella riserva dopo la sentenza «devono affrontare condizioni di vita dure e pericolose a causa dell’impossibilità di accedere all’acqua», e si sollecita il governo a riattivare il loro pozzo come «questione della massima urgenza». «Il continuo rifiuto del governo di permettere ai Boscimani l’uso del pozzo è niente di meno che una premeditata malvagità» ha commentato Stephen Corry, direttore generale di Survival International, associazione che tutela la sopravvivenza delle culture indigene nel Mondo. «Tutto quello che i Boscimani chiedono è solo di poter accedere al loro pozzo, così come facevano prima di essere illegalmente sfrattati dalle loro terra».

Fonte: Il corrire della sera (on line) 21 marzo 2010

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