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Lettera al ministro Maroni.

13 Luglio 2010 1 commento

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Signor Ministro,

abbiamo letto le Sue dichiarazioni riguardo la richiesta di indagine per verificare i fatti accaduti durante la manifestazione degli aquilani a Roma del 7 luglio scorso. Chi Le scrive è l’assemblea dei cittadini del presidio di Piazza Duomo, promotrice di quella manifestazione. La presente è per portare alla Sua conoscenza degli elementi in grado di aiutare lo svolgimento dell’inchiesta.

Abbiamo sentito il capo della Digos di Roma, il Questore di Roma e anche il capo della Polizia, dott. Manganelli, evocare la presenza di elementi esterni a noi estranei che avrebbero agito da agenti provocatori. La informiamo che di quel che è accaduto gli unici responsabili siamo noi, cittadini aquilani, madri, padri, figlie e figli. Di questo CI ASSUMIAMO TUTTI UNITI PIENA E UNICA RESPONSABILITA’. Tutto il resto sono delle assolute falsità.

Riteniamo nostro diritto far sentire la nostra voce pacificamente nei palazzi dove si vuol negare il futuro alla nostra terra e ai nostri figli. Questo diritto lo difendiamo, siamo determinati e uniti, senza mai retrocedere, con i nostri Sindaci e i nostri gonfaloni, sempre con le mani alzate, con i volti ben visibili e armati solamente della bandiera neroverde della nostra città (tutte rigorosamente con asta di plastica leggera). Tutti i filmati possono testimoniarlo.

Noi non abbiamo nulla da nascondere. Sfidiamo chiunque a dimostrare il contrario. I dirigenti del suo Ministero che affermano il contrario, a cominciare dal dott. Manganelli, o sono male informati o, molto probabilmente, agitano inesistenti spettri per coprire i propri errori. In entrambi i casi riteniamo che incarichi così delicati non possano essere più ricoperti da persone che mentono per coprire le proprie responsabilità screditando le Istituzioni che rappresentano.

Per questo Le chiediamo di procedere alla loro immediata sostituzione.

Siamo a Sua completa disposizione, se riterrà utile ascoltarci nell’ambito dell’inchiesta che ci auguriamo sia rapida e approfondita. Rileviamo comunque che l’attenzione data dal governo – e conseguentemente da molti mezzi di informazione – agli incidenti e alle presunte provocazioni, rappresenti solo uno spostamento dell’attenzione rispetto ai problemi e alle richieste di cui i cittadini manifestanti erano portatori: cioè il loro SOS Ricostruzione (che significa Sospensione delle tasse, Occupazione, Sostegno all’economia), e soprattutto la necessità di una legge organica sul terremoto che stabilisca tempi e finanziamenti certi e che possa consentire di riprogettate il futuro del territorio. Tutti problemi sui quali nessuna risposta è stata data dal governo.

Dal tendone di Piazza Duomo, i cittadini dell’Assemblea le porgono Distinti Saluti

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Dopo un anno dal terremoto.

6 Aprile 2010 2 commenti

Aquila terremotoTerremotati di serie B

Anita, sfollata di 83 anni, occupa la caserma Campomizzi.

Quando si dice “nomen omen”, il destino nel nome… Anita, aquilana di 83 anni, ha proprio la tempra della garibaldina: dopo mesi da sfollata, da sola in una stanza d’albergo sulla costa abruzzese, tre giorni fa ha occupato una stanza di una caserma dell’Aquila, dove sono ospitati altri terremotati. La struttura Campomizzi è però da settimane al centro di una contesa e di un’assurda pretesa: quella di farvi entrare, nei posti letto liberi, non altri terremotati ancora fuori città ma universitari in affitto, per i quali in un anno non sono state trovate altre soluzioni migliori di questo odioso compromesso.

Il risultato di queste scelte politiche è quello di aver creato l’ennesima guerra tra poveri. I cittadini senza casa si chiedono infatti perché abbiano maggiore diritto degli studenti fuorisede, rispetto alle migliaia di sfollati sparsi su tutto il territorio abruzzese, per i quali tra l’altro vengono spese somme che potrebbero essere risparmiate e impiegate nella ricostruzione. Dall’altro lato gli stessi universitari vengono strumentalizzati in questo braccio di ferro, loro malgrado. Eppure – sia per gli studenti sia per gli altri cittadini – sarebbero bastati, come era stato chiesto dai comitati civici fin dall’estate scorsa, i moduli provvisori e le case mobili, che non hanno nulla a che vedere con i container e che una volta terminata l’emergenza del post-terremoto all’Aquila sarebbero potuti servire altrove.

La storia di Anita è quella di migliaia di aquilani, soprattutto anziani, ancora sfollati sulla costa, dove i media non arrivano e che per questo restano un esercito di invisibili. Anita è scampata al terremoto, salvata da un “giovane angelo” – come lei lo chiama – di nome Leonardo. La casa di questa signora, in pieno centro, è inagibile. Come molti altri, anziani e non, una volta chiuse le tendopoli è stata “deportata”. Lei non aveva figli ai quali unirsi e nell’assegnazione della destinazione (perché di questo si è trattato, non di scelta) non è stato considerato che all’Aquila ha un fratello, una sorella e i nipoti. Oltre ai ricordi di tutta una vita.

A Montesilvano (Pescara) è stata mandata completamente sola. Perché per lei, e per moltissimi altri, non c’è ancora posto nella “sfida gigantesca” (ultime parole di Bertolaso), che si vuol far credere di aver vinto all’Aquila.

Nel post-terremoto la “politica”, così hanno avuto il coraggio di chiamarla, è stata quella di lasciare fuori dalla città i nuclei di due persone o le persone sole, privilegiando il (sacrosanto) rientro all’Aquila delle famiglie con bambini, perché altrimenti, si diceva mesi fa, “la città sarebbe morta”. Neanche tra le righe questo voleva dire: altrimenti sarebbe stata una città di vecchi. Ma questa scelta non è bastata, e non basterà, a far rinascere la città di Federico II. La situazione è sotto gli occhi di tutti: il territorio ora rischia davvero di spopolarsi, proprio di giovani, per la mancanza di lavoro, per una ricostruzione che non parte, per una gestione del dopo terremoto distante dai veri problemi dei cittadini.

Anita ha tutto all’Aquila e niente a Montesilvano: ha trascorso un’intera vita nel capoluogo abruzzese, dove viveva nel cuore della città e dove per quarant’anni ha avuto una tabaccheria. Era sposata con un maresciallo, che adesso non c’è più, e ha fatto parte della Croce Rossa. “Abbiamo dato tanto agli altri. Ed ora che è ho bisogno io?”, chiede quest’anziana, con gli occhi pieni di lacrime, spaurita ma al tempo stesso forte e fiera. A Montesilvano, come migliaia di anziani che si trovano ancora negli alberghi lontani, dove devono essere tenuti nascosti e zitti perché non esca fuori il fallimento della politica delle promesse, Anita passa giornate intere dentro una stanza d’albergo, dove l’unica cosa che si può fare è pensare: ai ricordi, allo sradicamento presente, ad un futuro più incerto e malinconico di quanto già non lo sia quando la maggior parte della propria vita è alle spalle. Per queste persone la depressione è il minimo. Molti anziani sanno che non rivedranno L’Aquila ricostruita, bella com’era, ma sanno anche che forse non la rivedranno proprio. Molti vecchi, dal 6 aprile 2009, sono già morti da sfollati, sradicati e disorientati. Dopo una vita di sacrifici si pensa di poter godere gli ultimi anni tra i ricordi nel posto del cuore, dell’infanzia, dei primi amori, del grande amore. E invece non è così, neanche questo lo Stato riconosce come diritto.

Dopo l’occupazione della stanza presso la caserma sono arrivate due volte le forze dell’ordine ma Anita è rimasta.“Io da qui non me ne vado. Ci sono tanti posti liberi”, racconta. A quel punto, il 2 aprile, è giunta presso la caserma una comunicazione da parte della Struttura per la Gestione dell’Emergenza (Area assistenza alla popolazione), ufficio che si trova presso il Comune. Nel documento (prima foto nella galleria in fondo alla pagina) si ribadisce che “i visitatori giornalieri non possono in nessun caso essere ospitati per la notte” e che possono restare fino alle 22. Un modo, spiega Antonietta Centofanti (promotrice del Comitato Familiari Vittime della Casa dello Studente e ospite anche lei della Campomizzi), per aumentare i controlli su chi entra e chi esce dalla struttura.

Nelle due caserme dell’Aquila messe a disposizione dei terremotati, la Campomizzi e la Caserma della Guardia di Finanza di Coppito, ci sono circa 600 posti liberi, ribadisce Centofanti. Che si aspetta a far tornare gli aquilani sparsi altrove?

“Politicambiente” seguirà gli sviluppi di questa e di altre storie simili. Anita vincerà la sua battaglia, ce l’ha scritto nel nome e nella tempra, anche perché deve fare da avanguardia al ritorno di migliaia di aquilani, e dei più vecchi, nella città. Perché L’Aquila non può rinascere senza gli anziani, la memoria storica più preziosa che ogni comunità possa avere.

Fonte: abruzzo24ore tv   05/04/2010 18:24

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