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Archivio Luglio 2011

Collisione letale.

31 Luglio 2011 Commenti chiusi

mortale-autobus-auto-frontale-capo-berta11_323433Usa, Europa e Cina – i tre pilastri dell’economia globale – corrono come folli verso la crisi, sebbene da posizioni diverse. La collisione è imminente, e sarà letale

 Mike Davis sul Manifeto 31 luglio 2011

 Secoli fa, a 14 o 15 anni, io e la mia vecchia banda bramavamo l’immortalità nel catorcio fumante di una brontolante Ford 40 o di una Chevy 57. Il nostro J.K. Rowling era Henry Felsen, l’ex-marine autore dei best-seller Hot Rod (1950), Street Rod (1953) e Crush Club (1958). Felsen era il nostro Omero dell’asfalto, che esaltando giovani eroi destinati alla morte ci invitava a emulare la loro leggenda. Uno dei suoi libri si conclude con uno scontro apocalittico presso un incrocio, che stermina l’intera classe di laureandi di una piccola città dello Stato dell’Iowa. Amavamo così tanto questo passaggio che eravamo soliti rileggerlo a voce alta l’un l’altro.

Difficile non pensare al grande Felsen, morto nel 1995, quando si sfogliano le pagine economiche di questi tempi. Dopo tutto, ci sono i repubblicani del Tea Party, con l’acceleratore spinto violentemente, che ghignano come demoni mentre si avvicinano alla Deadman’s Curve (John Boehner e David Brooks, nei posti posteriori, muoiono di paura.)
L’analogia con Felsen sembra ancora più forte quando si prospetta una visione globale. Dall’alto la situazione economica mondiale si profila chiaramente come uno schianto in attesa di accadere. E da tre direzioni distinte Stati uniti, Unione europea e Cina stanno accelerando alla cieca verso lo stesso incrocio. La domanda è: qualcuno sopravviverà per partecipare al ballo di fine anno?
Tremano i tre pilastri del McWorld
Riprendiamo dall’ovvio, tuttavia raramente discusso. Sebbene il giorno del giudizio per il limite di indebitamento sia scongiurato, Obama ha già impegnato la fattoria e venduto i capretti. Con una straordinaria noncuranza per l’ala liberal del suo partito, si è offerto di mettere i sacrosanti resti di quella che era la rete di sicurezza del New Deal sul podio del banditore, per placare un ipotetico «centro» e vincere di nuovo le elezioni a ogni costo (Dick Nixon, vecchio socialista, dove sei ora che abbiamo bisogno di te?).
Risultato: come i Fenici nella Bibbia, sacrificheremo i nostri figli (e i loro insegnanti) a Moloch, che oggi si chiama Deficit. La strage nel settore pubblico, insieme a un brusco taglio delle indennità di disoccupazione, andrà a propagarsi sull’intero lato della domanda dell’economia, fino a quando la disoccupazione avrà raggiunto la doppia cifra percentuale e Lady Gaga canterà: «Fratello, avresti dieci centesimi?».
Non dimentichiamo: viviamo in un’economia globalizzata, in cui gli americani sono i consumatori di ultima istanza e il dollaro è ancora il porto sicuro per il plusvalore accumulato dall’intero pianeta. La nuova recessione che i repubblicani stanno impunemente architettando metterà in dubbio di colpo tutti tre i pilastri del McWorld, già assai più traballanti di quanto si pensi: consumo americano, stabilità europea e crescita cinese.
Dall’altra parte dell’Atlantico, l’Unione europea si dimostra per quello che è: un sindacato di grandi banche e mega creditori, accanitamente determinato a far sì che i greci svendano il Partenone e che gli irlandesi emigrino in Australia. Non c’è bisogno di essere keynesiani per capire che, se ciò dovesse accadere, la situazione non farà altro che precipitare in futuro (se i posti di lavoro tedeschi sono ancora salvi è solo perché la Cina e gli altri BRICs – Brasile, Russia e India – hanno acquistato tante macchine utensili e Mercedes).
Ovvio, oggi la Cina sostiene il mondo, ma la domanda è: per quanto tempo ancora? Ufficialmente, la Repubblica popolare cinese è nel bel mezzo di una transizione epocale da un’economia basata sulle esportazioni a una basata sui consumi. Il fine ultimo di un simile passaggio non è solo trasformare il cinese medio in un automobilista di periferia, ma anche spezzare la dipendenza perversa che lega la crescita cinese al deficit commerciale americano che Pechino è obbligato, a sua volta, a finanziare per evitare che lo Yen si apprezzi. Ma sfortunatamente per i cinesi, e forse per il mondo intero, il previsto boom dei consumatori si sta rapidamente trasformando in una pericolosa bolla immobiliare. La Cina ha contratto il virus Dubai, e ora ogni città con più di 100 milioni di abitanti (sono almeno 160, all’ultimo conteggio) aspira a differenziarsi con un grattacielo di Rem Koolhaas o un mega centro commerciale, prossima meta dello shopping mondiale. Il risultato è stato un’orgia di edilizia. E nonostante l’immagine rassicurante dei saggi mandarini di Pechino che controllano a sangue freddo il sistema finanziario, la Cina oggi sembra funzionare come 160 ripetizioni della serie Boardwalk Empire, dove i grandi capi politici della città e gli speculatori immobiliari privati stipulano i loro patti segreti con le gigantesche banche di stato. In effetti, si è sviluppato un vero e proprio sistema bancario ombra grazie alle grandi banche che spostano i prestiti dal loro bilancio verso società fiduciarie fasulle, evadendo i tappi ufficiali sul prestito totale. La scorsa settimana l’agenzia di rating Moody ha riferito che il sistema bancario cinese nasconde un trilione e mezzo di dollari in prestiti sospetti, soprattutto per mastodontici progetti municipali. Un altro servizio di rating ha avvertito che i «cattivi crediti» potrebbero costituire fino al 30% dei portafogli bancari cinesi.
Nel frattempo la speculazione immobiliare sta asciugando i risparmi domestici via via che le famiglie urbane, di fronte ai prezzi delle case alle stelle, si precipitano a investire negli immobili prima che questi siano spazzati via dal mercato (ricorda nulla?). Secondo Business Week, gli investimenti nell’edilizia residenziale costituiscono ormai il 9% del Pil, contro il 3,4% del 2003.
Una Lehman Brothers cinese?
Chengdu diverrà la nuova Orlando, e la China Construction Bank la prossima Lehman Brothers? Strana la credulità di così tanti «esperti» peraltro conservatori, convinti che la leadership comunista cinese abbia scoperto la legge del moto perpetuo creando un’economia di mercato immune dai cicli economici o dalle manie speculative.
Se la Cina avrà un atterraggio a dir poco duro, lo stesso sarà per i principali fornitori come Brasile, Indonesia o Australia. Il Giappone, già impantanato in una recessione in seguito a tre mega catastrofi, è estremamente sensibile a ulteriori shock provenienti dai suoi principali mercati. E la primavera araba rischia di trasformarsi in inverno se i nuovi governi non riusciranno ad aumentare l’occupazione o a contenere l’inflazione dei prezzi alimentari.
Mentre i tre grandi blocchi economici mondiali accelerano verso una depressione sincronizzata, devo dire che non sono più tanto entusiasta, come lo ero a 14 anni, dalla prospettiva di un classico finale alla Felsen – metallo aggrovigliato e giovani corpi dilaniati.

Mike Davis insegna al Programma di Scrittura Creativa dell’University of California, Riverside. È autore, tra le tante opere, di Il Pianeta degli Slum

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Conferenza stampa della giunta comunale di Milano

29 Luglio 2011 Commenti chiusi
Categorie:Milano Tag:

Signornò.

16 Luglio 2011 Commenti chiusi

 Soldati contro le missioni farsa in città   

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Fonte: il manifesto | 16 Luglio 2011

  Signornò, Signore! I militari impiegati nelle strade Milano per l’operazione Strade Sicure adesso si sono stufati di vestire i panni dell’armata Brancaleone per compiacere il ministro della difesa Ignazio La Russa. Non ne possono più di giocare agli spaventapasseri per coprire l’inutile operazione di facciata con cui il ministero della difesa ha deciso di pattugliare le strade di mezza Italia. Ed è significativo il fatto che la «rivolta» stia per scoppiare proprio a Milano, la città di Giuliano Pisapia, il sindaco che per primo ha espresso più di una perplessità sull’utilizzo dei militari in città, tanto più che per ritorsione La Russa l’altro giorno ha annunciato che 350 soldati saranno spostati in 14 località di vacanze.

Si sono presentati in trenta nello studio legale Zaccaglino di via Fontana 18, di fianco al Tribunale di Milano, per denunciare la miseria operativa in cui sono costretti a prestare servizio. Sapevano che quello studio ha una specifica preparazione nel campo del diritto penale militare. Sono soldati di grande esperienza. Provengono dall’ottavo reggimento guastatori di Legnago (Vr), sono i commilitoni del primo caporal maggiore Roberto Marchini, l’ultima vittima della guerra in Afghanistan. La quarantesima. Hanno respirato la polvere a Kabul, rischiato la vita in Iraq, mangiato foglie in Somalia. Ma non sono più disposti a tacere, perché adesso si sentono abbandonati a se stessi, a far la guardia al nulla a due passi dal Duomo, da maggio fino alla fine di agosto. Per questo hanno deciso di parlare anche a nome di quei 150 soldati che non se la sono sentita di rivolgersi direttamente a uno studio legale.

I loro racconti sono desolanti. Alloggi degni dell’italietta con i buchi nelle scarpe appena uscita dalla seconda guerra mondiale: otto docce (di cui sei rotte) per 170 unità di militari di truppa, soffitti ammuffiti e bagni inguardabili. Ma questo è niente. Per spostarsi dall’ospedale militare alle postazioni assegnate, i militari sono costretti a percorrere a piedi circa 2 chilometri senza mezzi e chi vuole servirsi dell’autobus deve pagarsi il biglietto di tasca propria. Ma c’è di peggio. Perché la cosa che fa imbestialire un militare che ci crede è l’assoluta insensatezza delle missioni che sulla carta dovrebbero essere più delicate. «Non ci sono mai pervenute informazioni – si legge su una nota riservata agli avvocati dello studio Zaccaglino – da parte dei nostri superiori gerarchici riguardanti le particolarità del servizio vero e proprio che si andava a svolgere sui siti, come ad esempio sensa dirci che a breve ci sarebbe stato un cambio di console americano senza renderci noto neanche il volto di quest’autorità in modo quantomeno da poterla riconoscere nel momento in cui ci si mostrava davanti». Devono proteggere il console e non l’hanno mai visto nemmeno in fotografia. Non hanno nemmeno una cartina e non conoscono la città, non esiste briefing pre o post turno. Vengono sbattuti in mezzo alla strada come degli scappati di casa, senza sapere cosa fare.

Anche l’equipaggiamento dei soldati di La Russa è a dir poco inadeguato (e fortunatamente inservibile): un fucile mitragliatore che ha una gittata da 1,5 km e un giubbotto antiproiettile da 12 chili, in una città come Milano. Decisamente più pericolose le jeep scassate: «Ragazzi mi raccomando fate attenzione perché questo mezzo non frena», queste le rassicuranti parole con cui un maresciallo si è rivolto a un militare durante il primo giorno della missione Strade Sicure.

Acqua ce n’è col contagocce e in caso di richiesta supplementare i militari aspettano il rifornimento per più di un’ora, magari facendo la guardia di fronte a un bar. Ma l’aspetto più tragicomico riguarda l’impossibilità di utilizzare il bagno durante alcuni turni di guardia. «Fatto presente più di una volta, così veniva risposto da un comandante di plotone: Scusa ma perché tu quando sei in missione in Afghanistan come fai se devi pisciare? Piscia nella bottiglia dell’acqua che hai in dotazione e se devi cacare sali sul mezzo e falla all’interno! E giocare all’emergenza fino a farsela sotto per le strade di Milano, non tra le mine in Afghanistan, deve essere troppo, anche per persone abituate ad eseguire sempre gli ordini e a rispettare le gerarchie militari.

«Questa è la dimostrazione che la missione è solo un’operazione di immagine – spiega l’avvocato dei militati ribelli – ma questi sono ragazzi seri e non ci stanno ad essere utilizzati in questo modo».

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No all’unità nazionale.

13 Luglio 2011 Commenti chiusi

No all’unità nazionale, la crisi la devono pagare i ricchi

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di Giorgio Cremaschi

11 luglio 2011

L’Italia si è svegliata dal lungo e ottuso sogno berlusconiano, precipitando in un incubo. Dopo tre anni, nei quali si è negata la crisi o ci si è solo affidati al mercato per uscirne, sempre di più i conti affondano e la ripresa è cancellata persino dalle ipotesi possibili.

Il crollo del modello e delle politiche di Berlusconi, però, non apre ancora una  prospettiva positiva. In tutta Europa il governo unico delle banche e della finanza sta imponendo, attraverso uno scellerato patto di stabilità, un massacro sociale senza precedenti. E’ cominciato in Grecia ma adesso, passando per Spagna, Portogallo e Irlanda, arriva anche da noi. Bisogna allora essere chiari, anche di fronte alle dichiarazioni del Presidente della Repubblica. Non accettiamo alcuna coesione o unità nazionale di fronte a una crisi che è provocata dalla finanza e dalla speculazione internazionale e nella quale per salvare le banche e i ricchi si distruggono lo stato sociale, il salario, i diritti. Non stiamo nella stessa barca. Non accettiamo la medicina greca, così come non l’accettano i lavoratori di quel paese. Già l’accordo firmato da Confindustria, Cgil, Cisl e Uil sulle deroghe ai contratti nazionali e sulla limitazione del diritto di sciopero dimostra che, se si accetta il modello proposto dalle banche e dalla finanza, i lavoratori sono gli unici a pagare tutto. Ora le misure del governo aprono la via ai tagli delle pensioni, della sanità, alla distruzione di ciò che resta dello stato sociale. Non c’è nulla che possiamo accettare di queste misure, la crisi va pagata dalle banche,  dalla finanza, dai ricchi, dall’evasione fiscale. Bisogna tagliare drasticamente le spese militari e i costi dei politici. Ci vuole un’altra politica economica che ripristini il controllo pubblico sui mercati e sulla finanza, in Italia come in Europa. Bisogna seriamente pensare a nazionalizzare le banche e a controllare la finanza. Per questo non c’è nessuna unità nazionale con i ricchi e gli speculatori da costruire, ma c’è un grande movimento di lotta che cambi le cose e faccia pagare la crisi a chi l’ha provocata.  ( il grassetto è mio)

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Uragano in arrivo

12 Luglio 2011 Commenti chiusi
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Fonte: Guido Viale – il manifesto | 12 Luglio 2011

 

 Tanto tuonò che piovve. Messa a confronto con la potenza della finanza internazionale, la situazione dell’Italia si rivela ormai ben poco differente da quella della Grecia. Non importa che i cosiddetti «fondamentali» dell’economia siano differenti. La finanza internazionale ha ormai la forza e gli strumenti, se lo volesse, per mettere alle corde persino la Germania. È da mesi che gli economisti lo sanno (o lo temono). Ma non lo dicono, per scaramanzia. Al massimo lo accennano: ma solo per chiedere più lacrime (le loro: di coccodrillo) e più sangue (quello di chi non ne ha quasi più).
Il problema è che non sanno che altro dire. Mario Draghi, per esempio, ha affermato che non ci sono precedenti di fallimento (default) di uno Stato da cui trarre insegnamenti. Intanto non è vero e, vista la posizione che andrà a occupare, sarebbe meglio che anche lui – e non solo lui – studiasse meglio il problema. Perché non c’è solo la Grecia, né solo gli Stati membri più deboli – i cosiddetti PIGS, a cui ora si è aggiunta anche l’Italia: PIIGS – a essere a rischio. Persino Obama teme il default: e non ha solo il problema, anche lui, dei tagli di bilancio: tra un po’ deve rinegoziare una fetta di debito e potrebbe non trovar più sottoscrittori disponibili come un tempo, poi deve confermare l’ultimo stock di moneta creata dal nulla: una cosa (che adesso si chiama quantitave easing) con cui gli Stati Uniti hanno dominato l’economia mondiale per sessant’anni, ma che non è detto gli riesca ancora. Neanche la Francia naviga in buone acque. E la Germania, locomotiva d’Europa, vive di export verso il resto del continente e verso la Cina. Ma se metà dei paesi membri dell’Ue sarà messa alle strette la bonanza tedesca potrebbe finire. E neanche la Cina va più tanto bene: scioperi, rivolte, aumenti salariali vertiginosi, inflazione, «bolle» finanziarie. Ben scavato vecchia talpa, direbbe Marx. Se sullo sfondo non ci fosse una crisi ambientale di dimensioni planetarie. Insomma: non c’è «aria di crisi». C’è un uragano in arrivo.Per mesi gli economisti hanno trattato Tremonti come un baluardo contro il default del paese: solo perché lui sostiene di esserlo. Ma è un ministro – il secondo della serie – che non si accorge nemmeno che la casa dove abita viene pagata, vendendo cariche pubbliche a suon di tangenti, da una persona con cui (e con la cui compagna) lui lavora da anni gomito a gomito. Affidereste a quest’uomo i vostri risparmi?
Qualcuno però ha trovato la soluzione: azzerare tutto il deficit pubblico subito. “Lacrime e sangue” ora e non tra due anni: così Perotti e Zingales sul IlSole24ore di sabato scorso. Tagliare subito pensioni, sussidi alle imprese, costi della politica; e giù con le privatizzazioni. Che originalità! Segue un bell’elenco di “roba” – aziende e servizi pubblici – da vendere subito (per decenza non hanno citato anche l’acqua). Per le manovre “intelligenti”, aggiungono gli autori, non c’è tempo. Infatti la loro proposta non è una manovra intelligente. Intanto, in queste condizioni, vendere vuol dire svendere. E azzerare il deficit non è possibile, perché poi, anche se non si emettono nuovi titoli, bisognerà rinegoziare quelli in scadenza; i tassi li farà la finanza con le sue società di rating; e non saranno certo quelli di prima. Così il deficit si ricrea di continuo, in una rincorsa senza fine. Prima o dopo il default arriva. Naturalmente, per mettere alle corde pensionati, lavoratori e welfare, e svendere il paese, ci vuole il “consenso”, ci avvertono gli autori. Per loro il consenso è il “coinvolgimento dell’opposizione”. Forse ci sarà; ma non servirà a niente.
Perché il consenso è un’altra cosa: è il coinvolgimento delle donne e degli uomini che hanno animato l’ultima annata di resistenza nelle fabbriche, di mobilitazioni nelle piazze, di occupazione di scuole e università, di campagne referendarie, di elezioni amministrative, di processi molecolari per ricostruire una solidarietà distrutta dal liberismo e dal degrado politico, morale e culturale del paese. E’ il popolo degli indignados, che ormai, con i nomi e le proposte più diverse, ha invaso la scena anche in Italia: forse con una solidità persino maggiore, dovuta a una storia più lunga, che risale indietro nel tempo, fino al G8 di Genova; e forse anche a prima. Un popolo che quel consenso non lo darà mai.
Se per Perotti e Zingales il problema è “far presto”, per altri economisti continua invece a essere la crescita: non quella che permette di ricostituire redditi e occupazione strangolati; ma quella necessaria per ricostituire un “avanzo primario” nei conti pubblici, con cui azzerare il deficit e cominciare a ripagare il debito ai pescecani della finanza internazionale; ben nascosti dietro chi ha investito in Bot qualche migliaia di euro. Questi economisti li rappresenta tutti Paolo Guerrieri sull’Unità del 10.7: “Il paese è fragile – spiega – ma la ricetta per la crescita la conosciamo tutti”. E qual è? “Concorrenza, nuove infrastrutture (il Tav?), ricerca (di che?), liberalizzazione (forse voleva dire “privatizzazione”) dei servizi (anche dell’acqua?). Cose che sappiamo – aggiunge – ce l’hanno consigliate tutti”. Paolo Guerrieri ha appreso questa ricetta dall’economia mainstream e probabilmente continuerà a insegnarla ai suoi allievi per tutto il resto della sua vita. Pensa che per tornare alla crescita, che per lui è la “normalità”, basti premere un bottone; perché il disastro attuale è solo una sua momentanea interruzione: non si sa se dovuta agli “eccessi” della finanza o all’inettitudine di Berlusconi.
Ma le cose non stanno così. In un mondo al cappio, è la finanza internazionale che fa le “politiche economiche”. Quelle che vedete. Gli Stati non ne fanno più; o ne fanno solo più quel poco che la finanza gli permette di fare; a condizione di poter continuare a speculare e a mandare in malora il pianeta. Anche “la crescita”, ormai, le interessa solo fino a un certo punto; se non c’è, poco male: per lo meno finché restano pensioni, salari, welfare, servizi pubblici e beni comuni da saccheggiare. Non è la prima volta nella storia che questo succede. Anche Luigi XIV, il Re Sole, diceva: dopo di me, il diluvio.
Adesso sta a noi – a tutti gli “indignati” che non accettano questo stato di cose e questo futuro – ricostruire dal basso quello che Stati e Governi non sono più in grado di promuovere; e nemmeno di concepire. Cioè il progetto di una società, di un sistema produttivo e di modelli di consumo condivisi, più equi, più sobri, più efficienti, più onesti; ma soprattutto le strade da percorrere – itinerari mai tracciati – per realizzarli. E tutto in un mondo che sarà sempre più – e a breve – cosparso di macerie: sociali, ambientali e morali. Ma anche di reazioni furibonde e, verosimilmente, violente (basta pensare all’occupazione militare della Valle di Susa per imporre il “loro” modello di crescita; o a quella della Campania per imporre la “loro” gestione dei rifiuti). Non sarà una passeggiata per nessuno.
Un programma per realizzare quel progetto oggi non c’è; e non c’è il “soggetto” – per usare un’espressione ormai logora – per elaborarlo e portarlo avanti. Non a caso. Perché è un programma irrinunciabilmente plurale; che può nascere solo dal concorso di mille iniziative dal basso, se saranno in grado di tradursi in proposte che consentano un coordinamento e se avranno la capacità di imporsi con la forza della ragione e dei numeri. Ci aiuta il fatto che per ciascuno di noi l’agire locale è sempre orientato da un pensiero globale. L’opposto di quello che fanno i Governi e le forze che li sorreggono. Provocano disastri globali in nome di convenienze dettate da un meschino pensiero locale. La disfatta delle cosiddetta governance europea non è altro.
Tra i criteri ispiratori della nostra progettualità c’è innanzitutto un salto concettuale: nell’era industriale lo “sviluppo” economico è stato promosso e diretto dall’aumento della produttività del lavoro. Che è andata talmente avanti che oggi è praticamente impossibile misurare il valore di un bene con la quantità di lavoro che esso contiene, anche se ci sono ancora – e sono tanti – dinosauri come Marchionne che lasciano credere di poter battere la concorrenza tedesca o cinese rubando agli operai dieci minuti di pausa, qualche ora di straordinario, o qualche giorno di malattia. Tutto ciò è avvenuto a scapito dell’ambiente e delle sue risorse, saccheggiate come se non avessero mai fine. Da ora in poi, invece, si tratta di valorizzare le risorse ambientali e renderle sempre più produttive: con la condivisione, la sobrietà, l’efficienza, il riciclo, le fonti rinnovabili, la biodiversità (ecco un modo di distinguere la ricerca che vogliamo dalle vuote declamazioni in suo favore). Perché è dall’uso più accorto delle risorse che dipenderà anche la produttività del lavoro, che non può più essere misurata in giorni, ore, minuti e secondi; ma solo con il grado di cooperazione e condivisione che quell’uso saprà sviluppare.

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