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Io

29 Aprile 2011 2 commenti

Io, ex art director oggi disoccupata: non

so più chi sono”

Raissa_Lavoro_Dilva_11

di Mimmo Lombezzi  il fatto quotidiano   11-04-2011

Dilva Giannelli, milanese del 1953, lavorava in una grande agenzia pubblicitaria. Poi tanti anni di precariato. “Sull’autobus vedo chi viene e va dal lavoro e penso: “Loro sì che sono normali”

 Prima che esplodesse la crisi globale (“da cui usciremo rafforzati”) si potevano trovare in alcuni periodici titoli come “Precario è bello!”, che esaltavano i piaceri ‘cocopro’ del lavoro instabile. Da tre anni, questi slogan sono scomparsi e sabato scorso il popolo dei precari è sceso in piazza coinvolgendo interinali e stagisti, ricercatori e lavoratori dei call center, giornalisti e giovani imprenditori, archeologi e lavoratori dello spettacolo. Una marcia per non essere condannati a rifare la vita che ha fatto e sta facendo Dilva Giannelli. Milanese, classe 1953, oggi è disoccupata, Dilva ha iniziato a lavorare come art director in una grossa agenzia pubblicitaria e doveva essere brava, perché la lettera che mi scrive per raccontare la sua storia è un documento esemplare sulla ‘fatica di vivere’ nel girone dell’incertezza.

 “Lavoravo come art director alla ‘Livraghi, Ogilvy & Mather’ – scrive – dove per 7 anni ho ricoperto, con successo e soprattutto nell’ambito TV, il ruolo di senior art director. Nel 1993, Livraghi, vende la sua quota agli americani e se ne va. Arriva un tagliatore di teste che, senza badare a esperienze, competenze e meriti, mette anche me nell’elenco degli ‘esuberi’. Dopo qualche mese di mobbing (allora termine ancora sconosciuto ai più) non reggo più. Ero troppo abituata a lavorare e amavo il mio lavoro, per cui accetto la proposta del tagliatore di teste (scoprirò, dopo, che mi era stato offerto poco più della liquidazione) e me ne vado, con sussidio di disoccupazione. Allora esisteva…”

 Da quel giorno inizia per Dilva un’odissea precaria attraverso piccole e grandi agenzie che ricorrono volentieri alle paghe in nero e, quando serve, anche al mobbing. Sino al giorno in cui la partita Iva Dilva Giannelli vede la sua attività ridursi (anche a causa della crisi) progressivamente a zero. Oggi Dilva fa parte dell’Atdal, l’associazione che da anni si batte per coloro che hanno perso il lavoro dopo i 40 anni, e scrive:”… La speranza di sentirmi “normale” sta scomparendo. Ogni giorno, sempre più, la mia ‘indefinibilità’ nel mondo lavorativo mi sta togliendo tutte le sicurezze che mi permettevano di definire anche me stessa. Intendiamoci, so che persona sono, conosco i miei pregi e difetti, il mio pensiero, la mia visione etica e sociale ma, senza un ruolo professionale, io non so più chi sono. Da tre anni ad oggi, il fatto di avere ogni anno sempre meno lavoro (il mio vecchio lavoro) fino alla mia totale insufficienza economica, sta mettendo sempre più in discussione anche le mie capacità.

So bene qual è la causa di questa mia vita precaria ma, sempre di più si fa largo nella mia testa il pensiero di non essere all’altezza, di non essere in grado. Mi dico ‘non è possibile che solo io non riesca a ricollocarmi, che l’opportunità di svolgere il lavoro che potrei e vorrei fare (che ho già dimostrato di saper fare più che bene), per me non possa esistere’.Vuol dire che sono io che non funziono? Che sono io a non essere capace? Mi sento e mi vedo vecchia, molto vecchia, inadatta, fuori luogo. Ogni cosa mi costa enorme fatica perché non so più a cosa serva. A cosa serve mangiare se non ho più alcun obiettivo? O meglio, se il mio obiettivo è irraggiungibile? Perché continuare se non serve a niente?Chiarisco: non provo affatto disamore nei confronti della vita, l’ho conosciuta ed è bella, belli sono i miei amori, i miei affetti, le mie passioni, le mie battaglie, i miei credo ma, come faccio ancora a credere? Dove trovo la forza?Ogni settimana, lentamente, cado in un’oppressione pesantissima, uno stato che non mi permette nemmeno di parlare perché il bisogno di piangere è più forte.Piango fino in fondo e poi, per qualche giorno, mi risollevo un po’. Contemporaneamente a questo ‘tirarmi su’, aumenta la rabbia che, ormai, sta diventando odio. Odio che, addirittura, vorrei sfogare con la violenza. Aumenta l’insensibilità nei confronti dei problemi altrui: tutti sono meno importanti del mio… Tutti, e questo, per la mia coscienza, è inaccettabile.Però è vero: come posso occuparmi della vita degli altri se sono io a non riuscire a sopravvivere? Oggi io mi sento ‘diversa’. Quando prendo un mezzo pubblico guardo con invidia e rabbia coloro che vanno o vengono dal luogo di lavoro, e penso: ‘loro sì che sono normali’.

 Gli aiuti chimici funzionano sempre meno ed è inutile pensare ad un aiuto psicologico: il mio problema non è esistenziale, è profondamente materiale, reale. Io non ho il male di vivere”.

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Hanno la faccia come il c…o

26 Aprile 2011 Commenti chiusi

«Il nucleare è il futuro, il referendum lo avrebbe

bloccato per troppi anni»

ITALY-FRANCE-MMIGRATION-BERLUSCONI-SARKOZYRedazione online  26 aprile 2011corriere della sera

Berlusconi e la scelta della moratoria: «Così l’opinione pubblica può tranquillizzarsi dopo Fukushima»

«I contratti Enel-Edf vano avanti, l’energia atomica destino ineluttabile»

«Il nucleare è il futuro, il referendum  lo avrebbe bloccato per troppi anni»

Berlusconi e la scelta della moratoria: «Così l’opinione pubblica può tranquillizzarsi dopo Fukushima»

MILANO – Cosa ha spinto il governo a decidere per lo stop al nucleare? La necessità di evitare il referendum che, sull’onda di quanto accaduto in Giappone, avrebbe bloccato per troppo tempo la corsa dell’Italia all’atomo, nella convinzione assoluta che l’energia atomica rappresenti «il futuro». È stato lo stesso Silvio Berlusconi a spiegare l’opnione sua e dell’esecutivo da lui guidato nel corso della conferenza stampa a Villa Madama con il presidente francese Nicolas Sarkozy. «In Italia – ha detto il premier – l’accadimento giapponese ha spaventato moltissimi cittadini». Alla luce di ciò, ha voluto precisare il presidente del Consiglio, «se fossimo andati al referendum, il nucleare non sarebbe stato possibile per molti anni». Da qui la decisione della moratoria, ha aggiunto Berlusconi, decisa perché «dopo uno o due anni si possa avere un’opinione pubblica più favorevole».

«DESTINO INELUTTABILE» – Quanto accaduto a Fukushima «ha spaventato gli italiani – ha detto il Cavaliere -, come dimostrano anche i nostri sondaggi» e la decisione di una moratoria sul nucleare è stata presa anche per permettere all’opinione pubblica di «tranquillizzarsi»: un referendum ora avrebbe portato ad uno stop per anni del nucleare in Italia. Il capo del governo ha anche aggiunto che il nostro Paese ha stipulato contratti fra EdF e Enel, «che restano in piedi e non vengono abrogati, anzi – ha sottolineato il premier – stiamo decidendo di portare avanti contratti come quello sulla formazione che è molto importante. La posizione del governo italiano sul nucleare è una posizione di buon senso per non aver rigettato quello che è un destino ineluttabile».

POLEMICHE – Le parole di Berlusconi sul nucleare hanno sollevato numerose polemiche. Per Nichi Vendola le dichiarazione del Cavaliere «sono l’immediata conferma, se mai ce ne fosse stato bisogno, dell’intenzione del governo di voler prendere in giro gli italiani, calpestando in modo arrogante e cialtronesco, il loro diritto ad esprimersi su una questione, come quella dell’energia nucleare, da cui dipende la sicurezza ambientale e la sopravvivenza delle generazioni future del nostro Paese» ha detto il governatore, leader di Sinistra Ecologia Libertà. L’Idv e il Pd sono convinti che, con le sue parole, il premier si sia «smascherato» e che proprio alla luce di quanto affermato al capo del governo il referendum resta valido. Il presidente del Consiglio ha «svelato l’imbroglio» sul nucleare, ha detto il leader dell’Italia dei valori Antonio Di Pietro. «Berlusconi ha confessato, oggi abbiamo la prova dell`imbroglio, da noi denunciato sin dal primo momento. Non vuole rinunciare al nucleare, ma vuole solo bloccare il referendum perché ha paura del risultato delle urne» ha aggiunto l’ex pm.

 

Il ministro: «Non c’è bisogno
del voto, il mandato è pieno»

frattini01gANTONELLA RAMPINO 26-04-2011 la stampa

La decisione, racconta il ministro degli Esteri, era nell’aria. «E’ stata comunicata da Berlusconi ad Obama col quale era in agenda una telefonata, e poi al premier britannico Cameron e al segretario della Nato Rasmussen, ma è maturata nel colloquio di quasi due ore, la settimana scorsa, col presidente del Consiglio di Transizione di Bengasi». In quella visita, sia Jalil che Al Isawi agli interlocutori istituzionali avevano ripetuto: lo sappiamo che i bombardamenti della Nato possono avere dei «danni collaterali», in una guerra ci sono sempre vittime civili, «ma non c’è nessuna possibilità di soluzione pacifica in Libia, Gheddafi non se ne andrà mai». Ora, aggiunge Frattini, «l’Italia partecipa a pieno titolo alla missione, in condizioni di parità in quanto a impegni e responsabilità».

Ministro, per la prima volta nella storia della Repubblica italiana, l’Italia decide di partecipare a bombardamenti sia pure in una missione Nato e su mandato dell’Onu. Ci sarà un dibattito con voto del Parlamento?
«Abbiamo avuto dal Parlamento un mandato pieno ad applicare la risoluzione 1973 dell’Onu, che autorizza a fare tutto quello che è necessario per proteggere la popolazione libica. La risoluzione è chiarissima, ed è in quell’ambito che continuiamo ad operare: non occorre alcun voto. Il ministro La Russa ed io abbiamo preso l’impegno a riferire sulla missione, ed è quello che faremo davanti alle Commissioni esteri e difesa».

Intende dire che il tipo di bombardamenti che effettueranno i caccia italiani a suo avviso non richiede un voto parlamentare?
«Bombarderemo obiettivi mirati, per esempio batterie anticarro, carrarmati, depositi di munizioni. Obiettivi pianificati dalla Nato, che ce li indicherà di volta in volta. Prima, a bombardare erano 12 Paesi, adesso sono 13».

C’è il rischio di vittime civili. Siete sicuri che l’opinione pubblica italiana lo accetterà?
«La situazione di Misurata è sotto gli occhi del mondo. Di Misurata, e non solo: sono in corso bombardamenti violentissimi delle truppe di Gheddafi contro la popolazione libica in tutto l’Ovest del paese. Le stragi continuano indiscriminate, e la Nato ha bisogno di maggiori forze, ha chiesto più impegno all’Italia. E così pure i libici del Consiglio di Transizione».

Quando è stata presa quella decisione, visto che le pressioni della Nato duravano da settimane?
«Sabato scorso, quando è stato informato il presidente della Repubblica, che è solidale con la decisione».

Non è un mistero che ad esser contrario fosse Berlusconi, data anche la posizione della Lega. Quand’è che il presidente del Consiglio, che ai corrispondenti esteri ha raccontato di aver avuto l’impulso di dimettersi quando sono cominciati i bombardamenti contro Gheddafi, ha cambiato idea?
«La decisione è maturata durante la visita di Jalil a Roma. Mai vi considereremo invasori, ci ha detto. A Berlusconi ha fatto un discorso assai toccante. Signor presidente – gli ha detto – voi vi siete fatti ingannare dalla retorica di Gheddafi, ma noi che siamo i libici di Bengasi, i libici che dovrebbero odiare di più gli italiani, riconosciamo che voi non ci avete solo colonizzato: avete costruito il nostro Paese. E’ per questo ha continuato – che abbiamo bisogno di voi, proprio di voi, adesso: aiutateci».

E la contrarietà della Lega? Non rischiate di indebolire la missione pur di non affrontare, con un voto in Parlamento, il dissenso politico?
«Si tratta di resistenze che andranno chiarite tra Berlusconi e Bossi. La Lega è preoccupata da un’ondata di immigrazione anomala. Quando sarà chiaro che è Gheddafi ad organizzare i barconi, il dissenso rientrerà. Tra l’altro, quei barconi spinti in mare con ogni mezzo arricchiscono il dossier della Corte penale internazionale contro Gheddafi, perché sono anche quelli crimini contro l’umanità».

Categorie:Guerre, Nucleare Tag:

Per Yusuf

20 Aprile 2011 Commenti chiusi

Per Yusuf

 

di Stefano Liberti e Andrea Segre   FONTE  20 aprile 2011 – 19:26

Pochi minuti fa ci ha chiamato Yusuf Aminu Baba.

E’ un ragazzo nigeriano di 30 anni. Migrante.

E’ il protagonista di A sud di Lampedusa, il documentario che abbiamo girato insieme 5 anni fa nel deserto del Niger.

Da allora ogni tanto ci chiama, per salutarci.

Questa volta la telefonata non era uguale alle altre.

Ci ha detto: “Sono a Zuwarah, sulla costa libica, tra poche ore partirò per Lampedusa. Pregate per me. Ho bisogno delle vostre preghiere e dell’aiuto di Dio”.

Gli abbiamo detto: “Non partire, è pericoloso”. Lui ci ha detto: “Stare qui è più pericoloso”.

Yusuf partirà. Forse è già partito mentre leggete queste righe. Chissà se mai arriverà o se finirà come molti altri inghiottito dal Mediterraneo.

E dall’indifferenza.

Non c’è più spazio per strategie diversive. Dobbiamo essere chiari e definitivi: la vita umana ha per noi europei ancora un valore indipendentemente dall’origine etnica?

Dobbiamo solo rispondere a questa domanda. Se la risposta è sì, c’è un’unica cosa da fare: avviare immediatamente tutte le procedure per organizzare corridoi umanitari che aiutino i profughi a fuggire dalla guerra in Libia anche via mare.

Se invece non lo facciamo e lasciamo che il loro destino sia la Libia o il rischio mortale del barcone, allora abbiamo risposto no a questa domanda.

La tv libica ha informato gli stranieri africani presenti nel territorio nazionale che possono lasciare la Libia come e quando vogliono. Tutti coloro che vogliono fuggire lo possono fare. Come lo fanno?

O via terra verso Tunisia ed Egitto.

O via mare verso l’Italia.

Partono.

Partono comunque.

Partono perché il regime che è stato nostro grande amico fino a due mesi fa e che oggi in modo confuso bombardiamo, dopo averli sfruttati, detenuti, isolati, deportati, ora li fa partire.

Cosa dobbiamo fare?

Fregarcene e farli morire, facendo finta che la nostra strategia politica degli ultimi anni sia stata un grande successo disturbato da un incidente di percorso non previsto? E’ un’opzione, ma allora dobbiamo dirlo chiaramente: la storia della nostra civiltà è cambiata, la vita umana non ha valore in sé. Oppure, se ancora crediamo al valore della vita umana, tentiamo di attivare quella che dalla seconda guerra mondiale a oggi è la naturale conseguenza di un conflitto: aiutare i civili a fuggire, dare un rifugio ai civili, indipendentemente dalla loro razza, dalla loro religione e dalla loro cultura. Azione umanitaria, così si chiama: umanitaria (chiediamo scusa, ma è diventato necessario spiegarlo).

Si dirà: “Eh, ma come si fa? Gheddafi non ci lascia farlo”. E’ una scusa inaccettabile. Tutti gli sforzi diplomatici, attraverso le istituzioni internazionali, vanno attivati. E va fatto pubblicamente: i cittadini europei, italiani in testa, devono sapere che i governi stanno cercando di salvare quelle vite umane. E’ una questione culturale e civile imprescindibile per il futuro della nostra dignità. Se ci saranno motivi concreti d’impedimento, se ne discuterà. Ma intanto se vogliamo rispondere sì a quella domanda questo è ciò che bisogna tentare di fare subito: traghetti umanitari dalla Libia per aiutare i profughi a fuggire.

Che ne pensa il PD, il più grande partito di opposizione progressista in Italia? Ha il coraggio a pochi giorni dalle elezioni amministrative di rispondere sì a questa domanda?

Se lo ha, si faccia portavoce di questa richiesta umanitaria fondamentale. Se pensa di avere dei rischi elettorali in un Paese ormai scavato dall’intolleranza seminata ovunque dalla piccolezza leghista, lo faccia anche solo con uno slogan umanamente minimo, ma almeno evidente: “Partono comunque, salviamoli”.

E’ l’ultimo stadio. Proviamo a non rinunciarci.

Mentre leggete queste righe Yusuf potrebbe essere già partito. Arriverà a Lampedusa o finirà in fondo al mare? Provate solo un secondo a porvi questa domanda e vedrete che dietro ce n’è un’altra, che investe nel profondo la nostra cultura e interroga il futuro che vorremmo consegnare ai nostri figli: ha ancora un valore la vita umana?

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Paradossi

18 Aprile 2011 7 commenti

Riace, il paese che chiede più immigrati.

Mandateli quì,ne abbiamo bisogno”

di Attilio Bolzoni – «la Repubblica». 15 aprile 2011

E 40 sindaci calabresi seguono l´esempio: fermiamo lo spopolamento. Nello stesso mare dove ripescarono i famosi Bronzi, molti anni dopo arrivarono anche loro. E a Riace, la vita non fu più la stessa. E non certo per merito o per colpa di quella magnifica coppia di statue greche. Erano stati loro a cambiare tutto.
Loro erano curdi. Ma poi loro diventarono afgani e palestinesi, diventarono etiopi, eritrei, somali, serbi e albanesi, egiziani, siriani, iracheni, iraniani. Tutti «nuovi cittadini» di un piccolo paese appena sopra la Locride dei sequestri e delle nefandezze mafiose, tutti che hanno trovato casa e lavoro in una delle terre più povere da questa parte del Mediterraneo.

Ne sono passati almeno 6mila da lì. E ne vogliono ancora di naufraghi, profughi, rifugiati. Anche quelli che stanno sbarcando in queste settimane sugli scogli di Lampedusa. Le porte di Riace sono sempre aperte. Questa è una storia alla rovescia, una di quelle che non ha niente da spartire con gli egoismi e le ossessioni dei tanti Nord d´Italia o d´Europa. Questa è la storia di un borgo che non è morto perché sono arrivati «gli altri».

Passa il mondo da Riace. E un po´ di mondo, qui si è fermato per sempre. Su 1800 abitanti quasi 300 erano stranieri e adesso sono italiani. I Bronzi li tirarono su nel 1972 e sembrava che Riace dovesse trasformarsi in una Rimini del basso Jonio.

Tutti che parlavano di turismo, tutti che volevano costruire alberghi e palazzi per onorare e sfruttare la miracolosa pesca di quelle statue di straordinaria fattura, poi però i due guerrieri restarono soli in un museo a Reggio e Riace perse metà della popolazione. Tutti emigrati. Ogni anno un paese sempre più deserto, sempre più povero.

Fino a quando un barcone quasi si rovesciò a duecento metri dalla costa.

«Io passavo di là, dalla statale e ho visto una folla di uomini e di donne e di bambini che usciva dall´acqua, per me fu come un´apparizione», ricorda Domenico Lucano, allora ragazzo e oggi sindaco di Riace. Era il 1 luglio 1998. Nelle case abbandonate dai calabresi che erano andati a lavorare fra il Canada e l´Australia trovarono riparo trecento curdi. I primi. Perché poi Riace è diventata una piccola grande capitale multietnica. Ieri con gli sbarchi dei popoli in fuga dall´Asia e oggi con quelli dei popoli in fuga dall´Africa. Benvenuti a tutti. Anche agli ultimi.

Proprio questa mattina Domenico Lucano e gli altri 40 sindaci della Locride chiederanno ufficialmente al governo «che sono pronti ad ospitare i migranti di Lampedusa».

Sono gli unici che non si rivoltano perché glieli piazzano nel loro paese, anzi loro li vogliono. È l´esempio di Riace. È l´altra Italia che è a una cinquantina di chilometri dalla Rosarno della «caccia al negro» di un anno fa e che non è sfuggita a un elogio – un editoriale – dell´Osservatore Romano.

«Ciascun emigrato per noi è una speranza, qui abbiamo bisogno di loro, loro hanno riportato alla vita il nostro paese», racconta il sindaco che viene ormai chiamato da tutti «Mimmo dei curdi» o «Lucano l´afgano». Il centro storico si è ripopolato anno dopo anno, sbarco dopo sbarco.

Il giorno dopo il permesso di soggiorno, tutti ritirano la carta d´identità all´ufficio anagrafe del Comune. Tutti residenti. E tutti con un lavoro.

Fanno i falegnami, i panettieri, fanno i pastori, i ceramisti, gli agricoltori. In paese gira anche una moneta speciale («È un bonus in attesa di alcuni contributi comunitari che arrivano sempre in ritardo», spiega Lucano) con il volto di Gandhi sulle banconote da 50 euro, quello di Martin Luther King su quelle da 20, Peppino Impastato e Che Guevara sui tagli da 10 euro.

Sono ticket che poi si trasformano in soldi veri. La convivenza con gli italiani di Calabria è perfetta. Un miscuglio di razze e un modello che ha attirato anche il regista de Il Cielo sopra Berlino Wim Wenders, che un anno fa ha girato un cortometraggio «sull´utopia di Riace».

 

 

Video importato

YouTube

Tutto è cominciato con quella visione di Mimmo, il mare e i naufraghi. E tutto è cominciato anche con il «laboratorio Badolato», l´esperimento di far rinascere con l´arrivo di altri curdi un altro paese calabro voluto tanti anni fa da Tonino Perna, docente di sociologia economica all´Università di Messina. Sull´esperimento di Badolato è risorto Riace.

«In mezzo a tanti disastri, c´è anche una civiltà del Meridione che è questa», dice Perna che spiega poi come etiopi ed eritrei ed afgani abbiano «occupato» nella sua Calabria terre abbandonate per coltivare i campi come una volta. Dopo Badolato Riace, dopo Riace anche il paese di Caulonia ha i suoi «nuovi cittadini». Dopo Caulonia adesso altri comuni calabresi vogliono «gli altri». Ve l´avevamo detto che questa era una storia alla rovescia.

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RESTIAMO UMANI

15 Aprile 2011 4 commenti

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Come bestie feroci.

13 Aprile 2011 3 commenti

pante_b1Bisogna respingere gli immigrati, ma non possiamo sparargli, almeno per ora”.       roberto castelli

                                                                                         

Hitler ha sbagliato tutto: se fosse vissuto nei giorni nostri avrebbe mandato dei tedeschi coi barconi a invadere il mondo e nessuno avrebbe potuto fermarli perchè ‘beh, ci sono le ragioni umanitarie’.           francesco speroni

Un’altra strage: morti 65 eritrei, i superstiti accusano la Nato.

FONTE

Abbandonati in mare per settimane. E lasciati morire di stenti al largo di Tripoli. Come nell’agosto del 2009, è successo di nuovo. Sono ancora eritrei. Stavolta i morti sono 65 e tra le navi accusate di omissione di soccorso ci sono pure i mezzi militari della Nato che incrociano al largo di Tripoli. Nessuno ha fatto niente. La denuncia è di quelle che fanno rabbrividire e arriva direttamente dagli unici superstiti dell’ultimo naufragio avvenuto di fronte alle coste libiche. Sette eritrei, che dal centro di detenzione di Twaisha a Tripoli hanno contattato la diaspora eritrea di Roma e hanno dato l’allarme tramite l’agenzia Habeshia. Il gommone era partito da Tripoli il 25 marzo con 72 passeggeri a bordo, in gran parte eritrei. L’ultima richiesta d’aiuto tramite una chiamata dal telefono satellitare risaliva al 26 marzo nel tardo pomeriggio. In quella occasione l’agenzia Habeshia girò l’allarme alla Guardia costiera di Roma che riuscì a localizzare il segnale del satellitare a circa 60 miglia a nord di Tripoli. Poi il nulla. Per giorni gli eritrei di Roma hanno sollecitato un intervento ma non è stato fatto niente. Fino al pomeriggio del 12 aprile, quando dalla Libia è arrivata la telefonata dei 7 superstiti. Raccontano della morte per stenti di 65 dei 72 passeggeri, comprese donne e bambini. Uno dopo l’altro, dopo due settimane alla deriva. E raccontano di essere stati abbandonati in mare da diverse navi militari, probabilmente quelle della Nato impegnate nelle missioni militari in Libia. E di un elicottero che – raccontano – li ha sorvolati e ha gettato loro delle bottiglie d’acqua, senza però dare l’allarme. Visto che si sono salvati soltanto raggiungendo la costa libica trasportati dalle correnti marine, per poi essere arrestati.
Per l’ennesima volta non è il mare ad uccidere. Ma le omissioni di soccorso dei mezzi militari di fronte alle coste libiche. E adesso la Nato faccia chiarezza. Noi quando abbiamo percorso la rotta Malta Misratah due settimane fa su un peschereccio libico carico di aiuti umanitari, siamo stati fermati tre volte dalle navi della coalizione militare. Possibile che le barche dirette a Lampedusa siano divenute trasparenti ai loro radar?
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Sotto il cupolone di don Verzè.

10 Aprile 2011 17 commenti

 

Il San Raffaele fra sperperi e debiti 900 milioni di

buco, 50 per la cupola

090356578-cb9ce8d2-b875-432f-8f20-393ffa418be9L’ospedale di don Verzè è un campione della sanità lombarda, ma anche degli sprechi pagati
con i rimborsi della Regione di Formigoni. I fornitori attendono i pagamenti da un anno e mezzo

di WALTER GALBIATI 10-04-2011 la repubblica

L’arcangelo Gabriele posato due anni fa sul cupolone del San Raffaele dovrà guarire un malato del tutto particolare: il bilancio dell’ospedale. Sono scritte lì le cifre delle manie di grandezza di don Luigi Verzè e del San Raffaele. Campione della sanità lombarda, ma anche degli sperperi, pagati con i rimborsi per le prestazioni sanitarie che la Regione guidata da Roberto Formigoni versa con puntualità quasi svizzera nelle casse della Fondazione.

Per costruire quell’arcangelo in vetroresina e acciaio inox, alto 8,3 metri, capace di resistere al vento e allo smog della tangenziale Est che passa lì sotto ci sono voluti 2,5 milioni di euro. E altri 50 milioni sono stati spesi per tirar su l’edificio sul quale è appoggiato: il cupolone in vetro che ospita l’università di don Verzè e i laboratori del dipartimento di medicina molecolare. Non è un caso che sul gigantesco atrio penda una struttura di legno e acciaio che raffigura proprio l’elica del dna. Un’opera mastodontica, coronata ai piani alti da un giardino pensile, paradiso in terra dentro il quale don Verzé ha collocato il suo ufficio.

Per risanare quel bilancio ora servirà un miracolo, ma soprattutto la pazienza dei fornitori che aspettano da oltre 500 giorni di essere pagati. Il peso dei debiti nel 2009 era di 763 milioni, lievitati a oltre 900 nel corso dell’ultimo esercizio con il consolidamento del mutuo da 150 milioni aperto per costruire il terzo e il quarto lotto della struttura milanese e l’ospedale di Olbia in Sardegna. È solo alla luce dei numeri di bilancio, tenuti gelosamente in cassaforte e mai comunicati al pubblico, che appare la sproporzione tra le spese per quel cupolone e i soldi pubblici che la Fondazione ogni anno incassa. Perché tutto si può dire, fuorché la Regione non paghi. Don Verzè, tra degenze convenzionate, prestazioni ambulatoriali e rimborsi per farmaci incassa qualcosa come 430 milioni. E li incassa subito perché i crediti verso le Asl iscritti a bilancio nel 2009 superano di poco i 100 milioni, nulla a confronto di quanto la Fondazione deve invece ai fornitori, ben 440 milioni. Dove sono finiti quei 340 milioni di differenza che avrebbero dovuto essere già nelle tasche dei fornitori?

Certo i margini del San Raffaele non sono da capogiro visto che la differenza tra i costi e ricavi è di soli 5 milioni di euro l’anno. Tant’è che anche nel 2010 la perdita dovrebbe essere analoga a quella dell’anno precedente, chiuso in rosso per 17,4 milioni. Ma gli investimenti sono stati quanto meno sproporzionati. Il più appariscente è proprio il cupolone con il suo angelo, anche se non sono da meno le avventure nell’edilizia alberghiera (l’Hotel Rafael costruito a ridosso dell’ospedale e l’Hotel Don Diego in Sardegna) e in quella residenziale.

Qui la Fondazione ha operato con una società, la EdilRaf, su cui gravano 50 milioni di debiti, utilizzati per costruire un complesso di case a Cologno monzese, ora in lista per essere vendute in blocco. Il socio di don Verzè nella EdilRaf è stato dal 2006 al 2008 la Diodoro Costruzioni Srl, una società di Pierino Zammarchi oggi liquidata, ma che tra il 2001 e il 2008 è stata uno dei principali interlocutori per l’edilizia di don Verzé. La Diodoro ha costruito la residenza alberghiera del San Raffaele, ha partecipato ai lavori della struttura di Olbia, a quelli dell’ospedale in Brasile e negli otto anni della sua vita ha incassato (non solo dal San Raffaele) fatture per 271 milioni. Fino al 2006 ha avuto tra i suoi soci anche un politico locale, Emilio Santomauro, prima di An e poi dell’Udc, due volte consigliere comunale a Milano nel 19972006, ex presidente della Commissione Urbanistica di Palazzo Marino e già vicepresidente della società del Comune (Sogemi) che gestisce l’Ortomercato.

La Diodoro è stata liquidata nel 2008, quando sono arrivati i guai con la giustizia, poi risolti per i soci con una assoluzione. La Direzione distrettuale antimafia di Milano aveva ipotizzato che il clan di camorra di Vincenzo Guida (condannato all’epoca per associazione mafiosa e indagato per due omicidi), avesse intestato terreni e immobili alla Diodoro per evitare di perderli con i sequestri. Nel registro degli indagati erano finiti Santomauro, Zammarchi, l’amministratore Massimiliano Guida e Vincenzo Guida, considerato il capoclan. Tutti sono stati assolti. Per la società, invece, i proprietari hanno optato per la liquidazione, lavoro condotto dallo stesso Zammarchi, ma che ha suscitato un forte disappunto del collegio sindacale che nella relazione all’ultimo bilancio si lamentava proprio della cessione alla Fondazione San Raffaele del 49% della EdilRaf in pancia alla Diodoro avvenuto per soli 8,4 milioni, quando due anni prima la quota era stata acquista dalla Fondazione per 19 milioni.

L’altra grande diversificazione di don Verzè sarebbe dovuta avvenire con un’altra joint venture, nell’energia. Il socio prescelto era Giuseppe Grossi, re delle bonifiche milanesi, vicino a Cl, ex consigliere della Fondazione San Raffaele e anche lui finito di recente nelle mire della procura milanese: per le accuse di associazione a delinquere, frode fiscale e appropriazione indebita, Grossi ha patteggiato una pena di tre anni e mezzo e ha risarcito il Fisco. Con don Verzè ha costituito la Blu Energy, ora destinata alla vendita: in tre anni di vita la società ha accumulato 116 milioni di debiti, soldi ricevuti per lo più dalle banche (79,8 milioni) e utilizzati per costruire l’impianto di produzione di energia di Vimodrone. La missione della Blu energy era fornire elettricità al San Raffaele. Ma all’ospedale ha fatto solo lievitare i costi di approvvigionamento da 11 a 41 milioni.

Categorie:Economia criminale, sanità Tag:

senza pudore

7 Aprile 2011 Commenti chiusi

Proposta leghista: tassa dell’1% sulle rimesse degli extracomunitari

barca_immigrati Roma-“Sarà l’unica tassa gradita agli italiani, perché non la pagheranno loro”. Gianluca Buonanno, vulcanico deputato della lega nord, nonché sindaco di Varallo Sesia, spiega così la proposta di legge di cui è primo firmatario; propone di tassare dell’uno per cento le transazioni finanziarie degli stranieri che vivono in Italia, ossia i soldi che i non comunitari mandano fuori dal territorio nazionale. “Considerando che ammontano a circa 8 miliardi di euro l’anno -spiega- sarebbe un bel bottino. Ottanta milioni di euro che finirebbero nelle casse delle associazioni di volontariato”. Ma che soprattutto sarebbero sottratti a quegli immigrati che Bonanno vede come “furbi che piangono miseria qui e poi magari si fanno la casa nel loro Paese”.  

Corriere della sera 07-04-2011

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L’urlo del compagno sindaco

3 Aprile 2011 Commenti chiusi

L’urlo del compagno sindaco   

images   Nessun controllo per entrare nella zona «evacuata», dove centinaia di persone, tra volontari, precettati e «condannati» cercano di fermare quella che potrebbe ancora diventare la maggiore catastrofe atomica della storia. Basta ascoltare il sindaco della devastata Minami Soma, che ama Gramsci e Berlinguer: «Il nostro tsunami si chiama nucleare».  In viaggio da Minami Soma alla centrale, tra macerie e cavalli radioattivi. Il premier Naoto Kan in visita agli sfollati si ferma a trenta chilometri

Fonte: Pio d’Emila – il manifesto | 03 Aprile 2011

MINAMI SOMA – Katsunobu Sakurai, sindaco di Minami Soma, era stato chiaro. «Qui lo tsunami deve ancora cominciare. Quello che è successo finora è nulla, rispetto a quello che succederà! Venite a trovarci e vedrete con i vostri occhi la tragedia che stiamo vivendo». L’appello, dieci lunghi minuti affidati a Youtube, era rivolto anche e soprattutto alla stampa, colpevole di informarsi al telefono per paura di essere contaminata. Noi eravamo in zona, siamo andati a trovarlo. E abbiamo avuto più fortuna del collega del Times, che incrociamo sul piazzale del municipio. «Pare sia occupato, oggi non può riceverci», ci dice il collega, che viene da Pechino. Noi ci proviamo lo stesso. Lavorare per la televisione, a volte, aiuta. Anche se è difficile che, apparendo su Sky Tg24, la gente di Minami Soma possa trarne un vantaggio immediato. Alla fine però la parola magica è quella del Manifesto. Già perché Katsunobu Sakurai è un vecchio (si fa per dire, ha 56 anni) compagno, avido di Gramsci e innamorato di Berlinguer, che a suo tempo ha anche conosciuto. E così, ci riceve immediatamente, omaggiandoci di una copia di Akahata, l’organo del Pc giapponese il cui segretario, Kazuo Shii, ha nei giorni scorsi «estorto» al premier Kan l’impegno a rivedere l’intero piano energetico nazionale. Minami Soma, 70 mila abitanti di cui 50 mila, al momento, «in stato di necessità», come lo stesso Sakurai li definisce, si trova nella zona a cavallo tra i 20 e i 30 chilometri dalla centrale. Un comune vastissimo, diviso in due. Da una parte la vita, pur tra mille difficoltà, continua. Dall’altra è finita. «Ma ci sono ancora molte persone che ci vivono – spiega Sakurai, che ci riceve nella sala consiliare trasformata in deposito di derrate alimentari – persone terrorizzate che non osano mettere la testa fuori di casa, ma che oramai non hanno più viveri per andare avanti». Il problema, spiega Sakurai, è il divieto (che in realtà è un consiglio, in quanto non viene applicato in modo coercitivo) di uscire. «Non solo la gente non esce di casa, nessuno vuole portar loro cibo e altre forme di assistenza. Siamo stati costretti a lanciare un appello, chiedendo ai volontari di venire comunque qui, assumendosene la responsabilità, e darci una mano». Un po’ come quello che succede per i molti cadaveri (qualcuno dice mille, ma si tratta di numeri non confermati) che ancora sono abbandonati sulle coste di Fukushima. Cadaveri che nessuno vuole toccare e che stanno marcendo perché si ritiene possano essere radioattivi. «Il nostro tsunami, quello da sempre annunciato e oramai vicinissimo, si chiama centrale nucleare» spiega il sindaco. Non capita spesso di sentire un giapponese, tantomeno con incarico pubblico, parlare così. «Lo so che la stragrande maggioranza dei giapponesi, compresi quelli che in questo momento soffrono a causa del terremoto e dello tsunami dell’11 marzo, la pensano in modo diverso. Per loro l’emergenza è un’altra, e posso capirli. Molti non vedono l’ora che la centrale riparta, perché ne collegano l’esistenza alla corrente elettrica, che in molte zone manca ancora. Ma non si rendono conto che la centrale non è la soluzione del problema. E il problema». Non ha tempo, e se ne duole, il sindaco, per portarci all’interno della zona evacuata (si fa per dire, avevamo già verificato, il giorno prima, che c’è gente che ancora ci vive), e tantomeno alla centrale dove, oramai da tre settimane, un’armata brancaleone fatta da dirigenti senza scrupoli, esperti improvvisati (ai quali nelle ultime ore si sono aggiunti, non si capisce bene in che numero e «peso», i francesi dell’Areva), «volontari» più o meno precettati e lavoratori «a perdere», gli oramai famosi «zingari nucleari» disposti a farsi contaminare pur di avere un lavoro. Cerca di ritardare l’Apocalisse, per «locale» che sia o sarà, annunciata e probabilmente già iniziata. «Pensavo di farci un salto io, alla centrale – spiego al sindaco ben sapendo di provocarlo – visto che tra un po’ arriva il premier Naoto Kan, a portare la sua solidarietà…». «Lascialo perdere quello. Sai come lo chiamiamo oramai? Sokkari-kan (sorta di onomatopeismo che da il senso della vacuità, ndr). Se aspettiamo lui stiamo freschi. E poi, non va mica alla centrale, va al J-Village, a fare la passerella con le autorità locali e con quei farabutti della Tepco. Se avesse coraggio la farebbe subito la nazionalizzazione. Le nazionalizzazioni non si annunciano. Si fanno». Dispiaciuti, ma non troppo, di aver fatto arrabbiare il sindaco, decidiamo di andarci noi, alla centrale maledetta. Toccata e fuga, tanto per vedere che aria (nel vero senso della parola) tira, visto che il premier Kan si ferma a una trentina di chilometri, al J- Village appunto, la «Coverciano» del Giappone che per il momento ha sfrattato Zaccheroni e i suoi «samurai blu» (la chiamano così la nazionale di calcio, qui). Indossata la tuta bianca radioprotettiva rientro nella zona «proibita», dopo essermi aggiornato, sul sito on line del governo, sui livelli di radiazione. Andiamo dagli 0.9 microsievert l’ora da dove siamo, a Minami Soma, a 98 mcrosievert l’ora al cancello della centrale (ieri erano più di 100). Considerato che sono in macchina e in tutto ci metterò, tra andata e ritorno, un paio di ore, si può fare. (Al ritorno mi farò sottoporre a un controllo, se sembra tranquillizzante, ho accumulato appena 5.5 cpm, in poche ore, mi dicono, non resta traccia). La zona evacuata è assolutamente di «Libero accesso». Ora è sparita anche la pattuglia di polizia che c’era ieri. Solo cartelli, francamente ridicoli «Zona pericolosa. Accesso regolamentato» (non «vietato»!). Cerco di non fermarmi, anche se è difficile, ogni tanto, non restare colpiti dai segni della triplice sciagura. Questa è la zona del Giappone che le ha subite tutte e tre: terremoto (che ogni tanto si fa sentire), tsunami ed emergenza nucleare. Il risultato è un deserto di macerie, sul lato mare, ma anche di una vita interrotta, sospesa, una sorta di «fermo immagine». C’è un vento fortissimo, che fa muovere tutto, ma non c’è vita. Perfino gli alberi sembrano finti. Nessuno, ma proprio nessuno, per strada. Qualche veicolo, ne ho contati una decina chiaramente «privati», tutti gli altri, un andirivieni continuo di camion, pulmini, veicoli militari, procedono a passo d’uomo. Tutti quelli che vedo hanno le tute, più o meno come la mia, che qualcuno nota per il suo «design» (viene dall’Esercito italiano). Mi accorgo tuttavia di avere una mascherina un po’ leggera, e di non avere fissato con il nastro adesivo le varie giunture. Me lo fa notare un vigile del fuoco a cui chiedo di verificare il livello di radiazione, a 15 chilometri dalla centrale, siamo a 8 microsievert l’ora. La centrale, nascosta come tutte le centrali nucleari del Giappone (ci sarà un motivo) mi appare all’improvviso. E in fondo a un lungo viale alberato, curatissimo. In tempo di «pace», le centrali fanno di tutto per migliorare la loro immagine, e ricevono migliaia di visitatori. Ma ora siamo in guerra. Mi accodo, per non farmi vedere fino all’ultimo, dietro a un pulmino di «zingari». Li ho visti cambiarsi e bardarsi in un piazzale, e li ho seguiti, anche per non sbagliare strada visto che il navigatore mi segna percorsi non più praticabili. A cento metri dai cancelli mi fermo. Vado avanti? Gli agenti di guardia mi hanno già notato, mi fanno cenno di avanzare. Già. E che gli dico? Che voglio farmi un giro all’interno? E se poi mi trattengono, quanti cpm mi becco? Meglio di no. Giusto il tempo di fare un po’ di riprese, a prudente distanza e senza scendere dalla macchina e, mentre stanno già venendo verso di me, mi dileguo. Non si sa mai. Senza veicolo di riferimento davanti, sulla via del ritorno mi perdo più volte, il navigatore è impazzito, segna strade che non ci sono e forse non ci saranno ma più. Finisco perfino in una fattoria. Ci sono dei cavalli, chiaramente abbandonati. Ma ancora chiusi, nel recinto. Hanno lo sguardo triste, tristissimo. Se le stanno beccando tutte le radiazioni, sin dal primo giorno. Non ci penso due volte. Scendo dalla macchina, e apro il recinto. Se devono morire, che muoiano liberi.

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