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Archivio Marzo 2011

Zingari dell’atomo

26 Marzo 2011 Commenti chiusi

 “Zingari dell’atomo, altro che eroi”.

Parla un operaio di Fukushima, costretto a rischiare la vita

images 32Scritto sabato, 26 marzo, 2011 FONTE

Vorrei innanzitutto scusarmi con chi segue questo blog per essermi eclissato al momento della triplice tragedia che ha colpito il Giappone, paese dove ho passato più della metà della mia vita. Tra impegni professionali e personali non sono stato capace di aggiornare anche questo blog.

Cerco di riprendere da oggi, nella speranza che questa “precaria stabilità” non precipiti in una catastrofe (nucleare) ripetutamente annunciata e per ora, scongiurata 

Nei giorni scorsi, passati in giro per il Tohoku, la vasta regione a nord di Tokyo colpita prima dal sisma, poi dallo tsunami, infine dall’emergenza nucleare, sono stato anche a Fukushima. Ero lì, ad esempio, la sera del 21 marzo , il giorno in cui il governo ha rilevato tracce di radioattività (minime) in alcune partite di latte e in alcuni tipi di verdure. La sera, abbimao fatto una diretta per Sky Tg24 da un centro di accoglimento per gli sfollati della “zona calda” situato a Kawamata, 42 chilometri dalla centrale. Quasi tutti vecchi e bambini. Ma anche qualche giovane. Compresi alcuni operai della centrale maledetta. Le loro case, situate nei villaggi presso la centrale,  sono state distrutte dallo tsunami, e hanno dovuto rifugiarsi aldiqua della zona evacuata. Ma la mattina, prendono un autobus e vanno a lavorare. Come questo giovane papà di 3 figli, che chiameremo Manabu (non vuole essere identificato, ha paura di perdere il posto). Ma non è un eroe. E’ un lavoratore forzato. Se rifiutasse di lavorare, perderebbe il posto, già di per se precario. Li chiamano “nuclear gypsies”, zingari dell’atomo. Girano da una centrale all’altra, a seconda del lavoro che c’è. Lavoro “sporco”. Lavoro in cui si giocano la vita. 

Penso di essere stato tra i primi ad aver parlato degli “eroi” di Fukushima. Ma evidentemente mi sono sbagliato. A differenza di Tokaimura, la centrale dove nel 1999 si verificò un gravissimo incidente tenuto di fatto nascosto per una settimana, dove vennero utilizzati, per ripulire le perdite radioattive, i cosiddetti “nuclear gypsies”, operai non specializzati che essendo pagati a cottimo finivano per lavorare senza protezione per muoversi meglio e finire prima, questa volta la TEPCO aveva spiegato che nella centrale erano rimasti solo i dipendenti diretti, dirigenti e operai specializzati. Tutti volontari. Ma stando al racconto di Manabu, non è così. A fare il lavoro sporco sono ancora loro, gli “zingari dell’atomo”. “Non è vero che non ha paura. Ho il terrore. Ma la mia famiglia è qui e qui c’è solo questo lavoro. Prendere o lasciare”.

L’ennesima menzogna della TEPCO,  di questa gente senza scrupoli, ripetutamente condannata, in passato, per false dichiarazioni, omessi controlli e violazioni di procedure. Se ne sono accorti tutti oramai, in Giappone, dal governo (si narra di polemiche furibonde) alla Commissione Nazionale per la Sicurezza Nucleare , il cui presidente, Hidehiko Nishiyama, ha annunciato un repulisti generale, dopo la crisi.

Speriamo che ci sia, un dopo. E che porti, o meglio, cominci, con la chiusura di tutte, ma proprio tutte le centrali nucleari. Nessuno, tanto meno i poveri, eroici giapponesi, deve  più vivere con questo maledetto incubo.

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Guerra

21 Marzo 2011 1 commento

Libia: parlare chiaro

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Di Rossana Rossanda, da il manifesto, 9 marzo 2011

 Al “manifesto” non riesce di dire che la Libia di Gheddafi non è né una democrazia né uno stato progressista, e che il tentativo di rivolta in corso si oppone a un clan familiare del quale si augura la caduta. Non penso tanto al nostro corrispondente, persona perfetta, mandato in una situazione imbarazzante a Tripoli e che ha potuto andare – e lo ha scritto – soltanto nelle zone che il governo consentiva, senza poter vedere niente né in Cirenaica, né nelle zone di combattimento fra Tripoli e Bengasi.

Perché tanta cautela da parte di un giornale che non ha esitato a sposare, fino ad oggi, anche le cause più minoritarie, ma degne? Non è degno che la gente si rivolti contro un potere che da quarant’anni, per avere nel 1969 abbattuto una monarchia fantoccio, le nega ogni forma di preoccupazione e di controllo? Non sono finite le illusioni progressiste che molti di noi, io inclusa, abbiamo nutrito negli anni sessanta e settanta? Non è evidente che sono degenerate in poteri autoritari? Pensiamo ancora che la gestione del petrolio e della collocazione internazionale del paese possa restare nelle mani di una parvenza di stato, che non possiede neanche una elementare divisione dei poteri e si identifica in una famiglia?

Ho proposto queste domande sul “manifesto” del 24 febbraio, senza ottenere risposta. Non è una risposta la nostalgia di alcuni di noi per un’epoca che ha sperato una terzietà nelle strettoie della guerra fredda. Né la nostalgia è sorte inesorabile degli anziani; chi ha più anni è anche chi ha più veduto come cambiano i rapporti di forza politici e sociali ed è tenuto a farsi meno illusioni. E se in più si dice comunista, a orientarsi secondo i suoi principi proprio quando precipitano equilibri e interessi.

Non che siamo solo noi, manifesto, a non sapere che pesci prendere davanti ai movimenti della sponda meridionale del Mediterraneo. Il governo francese ha fatto di peggio. Quello italiano ha consegnato al governo libico gli immigranti che cercavano di sbarcare a Lampedusa e dei quali non si ha più traccia. L’Europa, convinta fino a ieri che dire arabo significava dire islamista dunque terrorista, prima ha appoggiato alcuni despoti presunti laici – Gheddafi gioca ancora questa carta – poi si è rassicurata nel vedere le piazze di Tunisi e del Cairo zeppe di folle non violente, ha accolto con piacere l’appoggio alle medesime da parte dell’esercito tunisino e egiziano, e teme soltanto una invasione di profughi.

Ma la Libia non è né l’Egitto né la Tunisia. L’esercito è rimasto dalla parte del potere e la situazione s’è di colpo fatta drammatica. Ma chi, se non l’ottusità di Gheddafi, è responsabile se l’opposizione è diventata aspra, scinde la Cirenaica, cerca armi e il conflitto diventa guerra civile? Tra forze e ad armi affatto sproporzionate? E chi se non noi lo deve denunciare? Chi, se non noi, deve divincolarsi dal dilemma o ti lasci bombardare o di fatto chiami a una terza «guerra umanitaria», giacché gli Usa non desidererebbero altro? Sembra che la capacità di ragionare ci sia venuta meno.

La sinistra non può molto. Il “manifesto”, ridotti come siamo al lumicino, non può nulla se non alzare la voce con chiarezza e senza equivoci. C’è un’area enorme che si dibatte in una sua difficile, acerba emancipazione, che ha bisogno di darsi un progetto – non dico che dovremmo organizzare delle Brigate Internazionali, ma mi impressiona che nessuno abbia voglia di offrire a questo popolo un aiuto. Ricordate le corse giovanili degli anni sessantotto e settanta a Parigi, a Lisbona, a Madrid e a Barcellona? Dall’altra parte del Mediterraneo non ha fretta di andar nessuno, salvo i tour operator impazienti che finisca presto. Almeno su a chi dare simpatie e incoraggiamento non dovremmo esitare. Non noi.

Cremaschi: no alla guerra, sempre

 pilo_bigGiorgio Cremaschi 21-03-2011

Non penso che si debba cambiare idea. Siamo stati contro la guerra in Iraq, che pure avveniva per spodestare un dittatore più feroce di Gheddafi, che aveva gasato il suo popolo. Siamo contro la guerra in Afghanistan che, tra l’altro, non ha alcuna via d’uscita. Non vedo la diversità delle argomentazioni oggi per sostenere l’intervento militare delle potenze occidentali in Libia.

 Tra l’altro un vecchio principio, evidentemente dimenticato, delle Nazioni Unite stabiliva che eventuali interventi militari non potessero essere in alcun modo svolti da paesi coinvolti in occupazioni militari o precedenti conflitti nella stessa area. Francia, Gran Bretagna, Italia, sono le principali potenze coloniali del Nord Africa e un loro intervento è quanto di più stupido e controproducente ci possa essere a sostegno della causa democratica.

 Se poi a questo si aggiunge la confusione dell’iniziativa, che è passata dalla “no fly zone” al bombardamento di tutti i siti militari, naturalmente con l’assicurazione che non vi sono danni ai civili, non si può non vedere la solita guerra umanitaria che si impantana nelle sue contraddizioni. E nella contraddizione principale e cioè che la guerra non può essere usata per affermare diritti e libertà. Lo è stato nel passato, è vero, e infatti continuamente si fa richiamo alle guerre antifasciste. Ma da allora il mondo è cambiato e non c’è stata una sola guerra in questi ultimi sessant’anni che non sia stata macchiata alla radice da interessi che con l’antifascismo e la democrazia non c’entrano nulla.

 Ancora una volta, peraltro, scopriamo la catastrofe della sinistra italiana di fronte ai grandi eventi. Dopo mesi di mobilitazione contro Berlusconi, improvvisamente c’è l’unità nazionale per fare la guerra e, semmai, si criticano i dubbiosi e i recalcitranti nella maggioranza di Governo. Così tutta la dialettica politica che c’è in Europa pare oggi racchiusa tra le posizioni filotedesche della Lega e quelle filofrancesi e americane di La Russa e Frattini. Questa ennesima dimostrazione di inutilità della sinistra italiana porterà altri danni e, ancora una volta, mostrerà il vuoto di proposte e di iniziativa che c’è di fronte a Berlusconi.

 Siamo stati e siamo senza reticenze e dubbi contro Gheddafi, e siamo contro i bombardamenti e la guerra. Dovrebbero essere questi due punti fermi. Il fatto che non lo siano, che si oscilli tra l’uno e l’altro, è l’ennesimo segno di una crisi della sinistra italiana che, nelle prove di fondo – vedi il Kossovo –, non è in grado di dire e fare nulla di diverso da tutti gli altri.

 

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APOCALISSE

19 Marzo 2011 Commenti chiusi

L’APOCALISSE È GIÀ QUI

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di Guido Viale su Il Manifesto 19-03-2011

Apocalisse significa rivelazione. Che cosa ci rivela l’apocalisse scatenata dal maremoto che ha colpito la costa nordorientale del Giappone?
Non o non solo – come sostengono più o meno tutti i media ufficiali – che la sicurezza (totale) non è mai raggiungibile e che anche la tecnologia, l’infrastruttura e l’organizzazione di un paese moderno ed efficiente non bastano a contenere i danni provocati dall’infinita potenza di una natura che si risveglia. Il fatto è, invece, che tecnologia, infrastrutture e organizzazione a volte – e per lo più – moltiplicano quei danni, com’è successo in Giappone, dove la cattiva gestione di una, o molte, centrali nucleari si è andata ad aggiungere ai danni dello tsunami.
Non è stato lo tsunami a frustrare anche le migliori intenzioni di governanti, manager, amministratori e comunicatori: l’apocalisse li ha trovati intenti a mentire spudoratamente su tutto, di ora in ora; cercando di nascondere a pezzi e bocconi un disastro che di ora in ora la realtà si incarica di svelare. È un’intera classe dirigente, non solo del nostro paese, ma dell’Europa, del Giappone, del mondo, che l’apocalisse coglie in flagrante mendacio, insegnandoci a non fidarci mai di nessuno di loro. Solo per fare un esempio, e il più “leggero”: Angela Merkel corre ai ripari fermando tre, poi sette, poi forse nove centrali nucleari che solo fino a tre giorni fa aveva imposto di mantenere in funzione per altri vent’anni. Ma non erano nelle stesse condizioni di oggi anche tre giorni fa? E dunque: c’era da fidarsi allora? E c’è da fidarsi adesso?
Per chi non ha la possibilità o la voglia di sviluppare un pensiero critico e si lascia educare dai media, sono gli scienziati e i tecnici a poterci e doverci guidare lungo la frontiera dello sviluppo. I risultati di quella guida sono ora lì davanti ai nostri occhi. L’apocalisse ci rivela invece che sono gli artisti, con la loro sensibilità e il loro disinteresse, a instradarci verso la scoperta del futuro. Leggete Terra bruciata di James Ballard o, meglio ancora, La strada di Cormac McCarthy; o andate a vedere il film tratto da questo romanzo. Vi ritroverete immediatamente immersi in panorami che oggi le riprese televisive della costa nordorientale del Giappone ci mettono davanti agli occhi. E con McCarthy potrete rivivere anche il senso di abbandono, di terrore, di sconforto, di inanità che solo una irriducibile voglia di sopravvivere a qualunque costo e il fuoco di un legame affettivo indissolubile riesce a sconfiggere.
L’apocalisse ci rivela che la normalità – quella che ha contraddistinto la vita di molti di noi per molti degli anni passati, ma che non è stata certo vissuta dai miliardi di esseri umani che hanno fatto le spese del nostro “sviluppo” e del nostro finto “benessere” – è finita o sta per finire per sempre. È finita per il Giappone – e non solo per le popolazioni sommerse dallo tsunami – che ora deve fermare le sue fabbriche, sospendere le sue esportazioni, far viaggiare a singhiozzo i suoi treni, chiudere le pompe di benzina, spegnere le luci, bloccare tutti o quasi i suoi reattori nucleari; senza sapere con che cosa sostituirli e senza sapere se e quando potrà riprendersi da un colpo del genere (un destino simile a quello che potrebbe far piombare di colpo la Francia nelle condizioni di un paese “sottosviluppato” se solo le accadesse un incidente analogo). I tanti programmi di «rinascita del nucleare» varati negli ultimi anni – che sono la risposta più irresponsabile e criminale alla crisi economica mondiale – si rivelano una truffa: il tentativo di far credere che con l’atomo consumi, sviluppo ed “emersione” di paesi che annoverano miliardi di abitanti possano riprendere e continuare a crescere come prima. Tant’è che quei programmi stavano andando avanti – e forse verranno mantenuti ancora per un po’ – soltanto nei paesi senza nemmeno la parvenza della democrazia (tra cui l’Italia). Ma adesso tutti, o quasi, si dovranno fermare.
Ma non saranno rose e fiori neanche per i paesi che viaggiano a petrolio, metano e carbone, come il nostro. Il Medio Oriente è in fiamme e se – o meglio, quando – crollerà il regno saudita, anche il petrolio arriverà con il contagocce. Soprattutto in Italia; ma anche in Europa. E allora addio sogni di gloria per l’industria automobilistica: non solo quelli di Marchionne (che sono un mero imbroglio), ma anche per quelli di tutta l’Europa. Per non parlare degli Stati Uniti: a giugno dovranno rinnovare una parte del loro debito, che è ben più serio e in bilico di quelli di tutti i paesi dell’Unione europea messi insieme; ma forse nessuno lo vorrà più comprare. Il che significa che un nuovo crack planetario è alle porte.
Insomma, niente sarà più come prima. Era già stato detto all’indomani dell’11 settembre; ma poi ciascuno ha continuato a fare quello che faceva prima. Comprese le guerre; compresa le speculazioni finanziarie e la reiterazione della crisi che essa si porta dietro; e che è stata invece trattata come «un incidente di percorso», da cui riprendere al più presto la strada di prima, discettando sui decimali di Pil che da un momento all’altro potrebbero invece precipitare di un quinto o di un terzo.
Quello che l’apocalisse dello tsunami in Giappone ci rivela è la “normalità” di domani. L’apocalisse è già tra noi, in quello che facciamo tutti i giorni e soprattutto in quello che non facciamo. Dobbiamo imparare ad attraversare e a vivere dentro un panorama devastato, dove niente o quasi funziona più: non solo per il crollo o il degrado delle sue strutture fisiche; o per l’intasamento della loro “capacità di carico”; ma anche e soprattutto per la manomissione delle linee di comando, per la paralisi delle strutture organizzate, per la dissoluzione dello spirito pubblico calpestato dalle menzogne e dall’ipocrisia di chi comanda.
Volenti o nolenti saremo obbligati a cambiare il nostro modo di pensare e dovremo studiare come riorganizzare le nostre vite in termini di una maggiore sobrietà; e in modo che non dipendano più dai grandi impianti, dalle grandi strutture, dalle grandi reti, dai grandi capitali, dalle grandi corporation che li controllano e dalle organizzazioni statali e sovrastatali che ne sono controllate: tutte cose che possono venir meno, o cambiare improvvisamente aspetto dall’oggi al domani.
Dobbiamo adoperarci per mettere a punto strumenti di autogoverno a livello territoriale, in un raggio di azione che sia alla portata di ciascuno, in modo da avvicinare le risorse fisiche alle sedi della loro trasformazione e queste ai mercati del loro consumo e alle vie del loro recupero: perché solo di lì si può partire per costruire delle reti sufficientemente ampie e flessibili che siano in grado di far fronte a una improvvisa crisi energetica, alle molte facce della crisi ambientale, a una nuova crisi finanziaria che è alle porte, al disfacimento del tessuto economico e alla crisi occupazionale che si aggrava di giorno in giorno; e persino a una crisi alimentare che potrebbe farsi improvvisamente sentire anche in un paese del “prospero” Occidente. Le fonti rinnovabili, l’efficienza e il risparmio energetici, il riciclo totale dei nostri scarti, un’agricoltura a chilometri zero, la salvaguardia e il riassetto del nostro territorio, ma soprattutto uno stile di vita più sobrio e restituito alla socievolezza sono i cardini e la base materiale di una svolta del genere. Va bene tutto ciò che va in questa direzione; anche le piccole cose. Va male tutto ciò che vi si oppone: soprattutto la rinuncia a un pensiero radicale.

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Nucleare, segreti e bugie

14 Marzo 2011 13 commenti

Nucleare, segreti e bugie       di Debora Billi  FONTE

257493869-anteprima-480x360-276258Ieri sera ho scoperto il MOX. E soprattutto, ho scoperto che le famigerate “centrali di terza generazione”, quelle che ci dicono taanto sicure, sono spesso alimentate a MOX. Guardate cosa dice Wikipedia delle centrali di terza generazione:

Il target in termini di sicurezza per questi reattori è di 10^8 anni/reattore senza incidenti con danneggiamento grave del nocciolo; in altri termini un reattore costruito all’epoca della scomparsa dei dinosauri in teoria avrebbe meno del 50% di probabilità di essere soggetto ad un guasto di entità tale da causare un disastro ambientale.
Insomma, una centrale a MOX avrebbe dovuto scampare metà dei disastri dal giurassico ad oggi. Invece il reattore in questione, quello che è esploso stanotte (nella foto), è durato meno di un anno dalla sua conversione. Sai che risate si stanno facendo i dinosauri, che per parte loro sono durati milioni di anni e, cominciamo a sospettare, hanno camminato sulla terra per molto più tempo di quanto non riusciremo a fare noi.
A questo punto, credo che abbiamo un serio, serissimo problema di informazione. E quando dico serissimo, intendo dire che ne va della nostra stessa vita.
Quando accadde il disastro di Chernobyl, tutti si affrettarono a sostenere che era per via della segretezza sovietica, della dittatura comunista che teneva il popolo all’oscuro di tutto, del menefreghismo russo che non si preoccupò neppure di avvisare i vicini di casa. Se non fosse stato per gli svedesi che rilevarono le radiazioni, il mondo neppure avrebbe saputo nulla.
Beh, non mi pare che a conti fatti tutti gli altri si stiano comportando molto meglio dei bolscevichi. Il governo giapponese ci sta dimostrando molto bene come si comporterebbe qualsiasi governo al mondo in caso di incidente nucleare. Qualsiasi governo, a prescindere dal colore e dal grado di democrazia: tacere, confondere, minimizzare, sviare, lasciar trapelare col contagocce. Eppure avrebbero il dovere, sia per i propri cittadini già stremati e decimati da un terremoto e da uno tsunami di proporzioni bibliche, sia per gli abitanti del resto del pianeta, di chiarire e mostrare la situazione per ciò che è. Invece, segreti e bugie.

Nessuno vuole toccare queste maledette centrali, inclusa la stampa. E’ comprensibile che una buona parte dei giornalisti si stia dando ad una fuga precipitosa (inclusi alcuni inviati della RAI, a quel che so), ma chi resta avrebbe il dovere di cercare di saperne di più. Invece non solo non trapela un bel nulla, ma non si riesce neppure a capire come diavolo siano fatte queste centrali e che differenza ci sia tra il reattore 1, il reattore 3 e gli altri reattori che stanno creando problemi in Giappone. Un graficuccio, una mappina, due disegnini?

Infine, gli “esperti”. E’ buffo come, quando si parla di nucleare, tutti invochino “gli esperti”: pare che non si abbia diritto di esprimere un’opinione senza vantare almeno una laurea in fisica o in ingegneria. Poi, si accende la TV e si ascoltano alcuni di questi scienziati parlare per omissioni, fare propaganda, tacere i problemi e esaltare le grandi innovazioni di sicurezza. Come, fino a ieri sera, le magnifiche “centrali di terza generazione” che vanno a MOX. Aggiungo che questa parola, MOX, ho dovuto cercarmela da sola perché non un esperto si è degnato neppure di menzionarla.

A questo punto è doverosa la conclusione del cittadino qualunque. Siccome non è possibile aspettarsi che qualcuno ci dica la verità su queste centrali, siccome qualsiasi informazione sul nucleare è trattata alla stregua di propaganda di guerra sia da governi democratici che dalla stampa che da autorevoli scienziati, non possiamo che dire NO. Perché non siamo messi in grado di formarci un’opinione basata su fatti credibili.

E perché non possiamo affidare la nostra vita, ciecamente e come pecoroni, ad una manica di bugiardi

Categorie:Nucleare Tag:

Nessuna giustizia per gli italiani uccisi da Mubarak?

11 Marzo 2011 Commenti chiusi

Nessuna giustizia per gli italiani uccisi da Mubarak?

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Sebastiano CONTI, Giovanni CONTI, Daniela BASTIANUTTI, Paola BASTIANUTTI, Daniela MAIORANA, Rita PRIVITERA.

 giovedì, 10 marzo 2011 FONTE

Sono i nomi dei sei italiani morti nell’attentato di Sharm el Sheikh del 23 luglio 2005. Oggi sappiamo che ad ordinare l’attentato fu Gamal, il figlio del dittatore Mubarak,  e che ad eseguirlo furono elementi del regime di Mubarak. E lo sappiamo da fonte di prima mano, i documenti con i quali l’ordine di compiere la strage si è fatto strada nella burocrazia del regime.

Alle famiglie dei sei e a quelle dei numerosi feriti italiani nell’attentato è invece stato detto che i loro cari sono morti per colpa di al Qaeda. Probabilmente molti di loro ne sono ancora convinti e con loro chi ne conserva il ricordo, visto che la notizia non ha avuto grande rilevanza. La famosa al Qaeda d’Egitto. E mai nome fu più azzeccato, visto che sempre dietro la stessa sigla il governo ha nascosto anche il recente attentato alla chiesa copta di Alessandria e che l’organizzazione, ora è dimostrato, è esistita solo nella propaganda del regime egiziano.

Sarebbe il caso che qualche giornalista si recasse presso i parenti delle vittime a raccogliere le loro reazioni, cogliendo l’occasione per informarli qualora non siano aggiornati. Ma sarebbe soprattutto il caso che il governo italiano si attivasse in loro favore. 

Sia nel senso di fungere da stimolo e garanzia per le indagini in Egitto, che costituendosi parte attiva e sostenendo quei familiari delle vittime che volessero prendere parte al processo per chiedere giustizia o avanzare richieste risarcitorie nei confronti del governo egiziano o del ricchissimo leader e di suo figlio. I quali, anche se ormai in disgrazia, dispongono sicuramente d’ingenti patrimoni sequestrabili in Italia o nell’Unione Europea. 

Se non accade è solo perché il governo abdica ai suoi doveri morali nei confronti dei parenti delle vittime, perché è stato complice fino all’ultimo (e anche oltre) di Mubarak, che come tale è depositario di imbarazzanti verità sugli affari italiani in Egitto. 

Tutte cose che per Berlusconi e Frattini valgono molto di più della giustizia per i parenti delle vittime, italiane e no, del dittatore. Si chiami Mubarak, Ben Alì o Gheddafi non fa differenza, gli affari con quei corrottissimi regimi devono restare riservati come i nomi di quanti ne hanno tratto vantaggio mentre altri italiani erano mandati a morire, a Sharm el Sheikh come in Iraq e in Afghanistan, uccisi da nemici che i nostri stessi alleati hanno provveduto a impersonare.

Categorie:Africa Tag:

L’apartheid tra ebrei

8 Marzo 2011 Commenti chiusi

Israele: l’apartheid tra ebrei arriva

all’asilo

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C’è un asilo nido comunale diviso in due a Gerusalemme, che serve da un lato le famiglie degli ebrei ortodossi e dall’altra quella dei meno ortodossi o per niente religiosi. Fino a pochi giorni fa i bambini dei due lati si mescolavano allegramente durante le ore passate in giardino, che condividevano giocando.

Poi il fanatismo dei grandi ha rovinato tutto e per venire incontro alle proteste degli ortodossi, il giardino è stato diviso in due da una rete (nella foto). Incidentalmente dalla parte degli ortodossi è rimasta la fontanella e la buca con la sabbia.

Alcuni dei genitori ortodossi intervistati dalla stampa non avevano problemi, ma per quasi tutti era intollerabile che con l’arrivo del caldo i loro virgulti si mescolassero ai bambini mezzi nudi degli altri. Un grosso problema è anche quello rappresentato dal fatto che i bambini non ortodossi non indossano la Kippah e molti genitori si sono detti preoccupati, perché i bambini a tre anni già notano queste differenze e potrebbero porre domande scomode ai genitori, che evidentemente non hanno risposte adatte.

L’avanzare dell’estremismo ebraico e del fanatismo religioso in Israele sembra inarrestabile, con l’appoggio al governo di Netanyahu i partiti estremisti e razzisti hanno ottenuto grandi vantaggi e sono passati all’incasso, reclamando sempre più spazi riservati e arrivando ad imporre le regole dell’ortodossia religiosa in molti aspetti della vita degli israeliani, anche di quelli non religiosi. a961f9fae4319044d8eac103fe864042_small

Ha fatto rumore il caso del segregazionismo di genere sugli autobus, con gli ortodossi che arrivano ad aggredire le donne che non siedono in fondo agli autobus che attraversano i loro quartieri, così come le numerose aggressioni alle donne con abbigliamento considerato non abbastanza “modesto”, ma la realtà è quella di interi quartieri controllati da una vera e propria polizia della morale che vigila e interviene quando qualcuno sgarra. Roba da Iran. Ancora peggio va nelle colonie, dove gli estremisti sono giunti a pretendere il diritto di giudicare chi ha il diritto di abitare sulle terre rubate ai palestinesi.

E non va bene nemmeno in Israele in generale, con gli ortodossi e gli ultra-ortodossi che si insinuano nell’esercito e ne corrompono la relativa laicità e con il tentativo di far passare una legge che riservi al rabbinato ortodosso (che già ha il monopolio dei matrimoni in Israele) il delicato compito di stabilire chi è ebreo e quindi intitolato al passaporto israeliano.

Per l’asilo sembra proprio che non ci sia niente da fare, nonostante le vibranti proteste dei genitori “secolarizzati”. Pare anzi che nonostante la presenza della rete i bambini continuino a comunicare e a guardarsi e nemmeno questo non va bene. Per questo è già previsto che sulla rete finirà un telone a nascondere finalmente i figli dei peccatori dagli occhi di quelli dei timorati di Dio. Poi magari se il tempo o i giochi dei bambini apriranno dei varchi nel telo si penserà a un bel muro in cemento armato.

L’aumento del segregazionismo, sempre più praticato anche tra gli stessi ebrei, è sintomo evidente di una società malata e sempre più avvelenata da estremismi e fanatismi. Il governo cerca di canalizzare la furia dei fanatici verso i palestinesi e appena può bombarda Gaza, ma non basta.

Gli ortodossi vogliono di più, pretendono case e sussidi, vogliono occupare sempre più spazio, nei Territori Occupati come in Israele. Colonizzano quartieri e insediamenti, che poi vogliono interdire a chiunque non si conformi ai loro buffi costumi e alle loro bizzarre prescrizioni. Cercano d’imporre nuove leggi e non rispettano quelle che non apprezzano e ultimamente si sono fatti notare per posizioni sempre più razziste, come le pubbliche esortazioni a non affittare a non-abbastanza-ebrei e quello rivolto alle ragazze, a non frequentare lo stesso genere di gentaglia corrotta.

Non si fanno mancare niente, nemmeno le manifestazioni violente al termine delle quali accusano la polizia di essere nazista. Lo possono fare perché invece sono tollerati, se la polizia rispondesse loro come risponde agli arabi e ai palestinesi le manifestazioni sarebbero finite sul nascere. Ma loro sono pii e agiscono secondo i dettami di Dio.

Poco importa che a smentire tanta santità escano frequenti scandali sessuali e altre storie molto poco edificanti che coinvolgono stimati rabbini, il clero è ovunque identico e ovunque gode della fede di persone che nemmeno l’evidenza riesce a smuovere, molti di questi passano per martiri agli occhi dei fedeli, proprio come da noi.

Niente di nuovo, i fanatismi religiosi producono ovunque gli stessi frutti avvelenati, ma senza una decisa inversione di tendenza e una rivoluzione culturale, il paese sembra davvero destinato a trasformarsi in un novello Israelistan.

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Contro il neoliberismo.

4 Marzo 2011 Commenti chiusi

Dal Wisconsin al Nordafrica, passando per l’Europa:

rivolta globale contro il neoliberismo

di Valerio Evangelisti  Fonte

 Anticapitalism

Sono state largamente ignorate, in Italia, le proteste esplose nel Wisconsin e nell’Ohio, dopo la decisione di due governatori reazionari di falcidiare i pubblici impiegati (dagli insegnanti agli infermieri) e di limitare i loro diritti sindacali. Nel Wisconsin, a fronte di provvedimenti che avrebbero condotto al licenziamento di migliaia di lavoratori, e lasciato il singolo senza uno straccio di contratto collettivo solo e inerme davanti al padrone, una folla ha occupato il Campidoglio di Madison, capitale dello Stato, defenestrando di fatto le autorità elette. Uno dei leader storici della sinistra americana, il reverendo Jesse Jackson, ha infiammato con i suoi discorsi decine di migliaia di persone. In Ohio i sindacati hanno radunato folle equivalenti (per tenersi informati, leggere The Nation o Mother Jones, organi storici della sinistra Usa). Prosegui la lettura…

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