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Archivio Febbraio 2011

Santi (?) silenzi

28 Febbraio 2011 4 commenti

Santi silenzi

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Scritto da francesco peloso il 28 feb 2011 in Fonte

 Benedetto XVI tace: da giorni, da settimane, da quasi due mesi. Ogni intervento pubblico, ogni udienza del mercoeldì e ogni angelus, si attende la parola del Papa sulle rivolte del Nord Africa; in primo luogo parole di misericordia e di umanità per le vittime. E poi di sostegno alle popolazioni povere, ai profughi rimasti imprigionati nel conflitto libico. Si spera che pronunci dall’alta cattedra che presiede, un appello al dialogo fra mondi e culture diverse, che rilanci i rapporti con quel mondo islamico in così tumultuoso cambiamento.  Ma il Papa tace. La Segreteria di Stato tace, la Chiesa è in silenzio, almeno quella rinchiusa nella cittadella vaticana. Così è stato, ancora, all’angelus di ieri.

Al contrario la macchina della burocrazia vaticana va avanti come se niente fosse: le udienze si susseguono, i documenti dei vari dicasteri escono uno dopo l’altro sugli argomenti più svariati: sabato scorso, il Papa, neanche a dirlo, è tornato a parlare di aborto. Niente di nuovo, si dirà. Questa volta se l’è presa con quello terapeutico. Ecco cosa ha detto Benedetto XVI:

I medici, in particolare, non possono venire meno al grave compito di difendere dall’inganno la coscienza di molte donne che pensano di trovare nell’aborto la soluzione a difficoltà familiari, economiche, sociali, o a problemi di salute del loro bambino. Specialmente in quest’ultima situazione, la donna viene spesso convinta, a volte dagli stessi medici, che l’aborto rappresenta non solo una scelta moralmente lecita, ma persino un doveroso atto ‘terapeutico’ per evitare sofferenze al bambino e alla sua famiglia, e un ‘ingiusto’ peso alla società. Su uno sfondo culturale caratterizzato dall’eclissi del senso della vita, in cui si è molto attenuata la comune percezione della gravità morale dell’aborto e di altre forme di attentati contro la vita umana, si richiede ai medici una speciale fortezza per continuare ad affermare che l’aborto non risolve nulla, ma uccide il bambino, distrugge la donna e acceca la coscienza del padre del bambino, rovinando, spesso, la vita famigliare.

L’eclissi della vita: già, è una visone sempre più strabica e strumentale quella della Santa Sede. L’ossessione bioetica supportata da affermazioni pretestuose e ipocrite come quella che “si è attenuata la comune percezione della gravità morale dell’aborto” – e trovi il Papa o qualcuno dei suoi collaboratori una donna che non abbia sofferto enormemente per un ‘interruzione di gravidanza – rimane il simulacro della presenza pubblica della Chiesa. La vita degli uomini e delle donne, la storia dei popoli, la domanda di giustizia, i problema del nostro tempo, e anche il più classico dei temi ecclesiali di quest’epoca – il dialogo interreligioso – sono ormai di fatto cancellati dall’agenda vaticana, citati di volta in volta solo come contentino per l’opinione pubblica.

Non basta, dunque, in questo senso, qualche pronunciamento del rappresentante vaticano alle Nazioni Unite sulla crisi del Nord Africa per dare una spolverata alla coscienza dell’istituzione universale. La realpolitik prevale su tutto, i timori dell’ora presente inducono al silenzio. E’ un po’ lo schema seguito in altre occasioni, il dibattito su Pio XII, non a caso, è ancora aperto e certo Pacelli si trovò in difficoltà ben maggiori negli anni delle Seconda guerra mondiale. Il dilemma dei silenzi, il nodo del rapporto con le contraddizioni del mondo, sono ancora lì. La questione irrisolta si gioca fra diplomazia, Vangelo e tutela dell’istituzione. Si aggiunga che forse, in quest’occasione, una parola di pace non era poi tanto compromettente per la Santa Sede.

Categorie:Africa Tag:

L’Italia è il maggiore esportatore europeo di armamenti al regime di Gheddafi.

23 Febbraio 2011 Commenti chiusi

L’Italia non solo è uno dei principali partner

commerciali della Libia, ma è il maggiore esportatore

europeo di armamenti al regime di Gheddafi.

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Giorgio Beretta

I Rapporti dell’Unione europea sulle esportazioni di materiali e sistemi militari (qui l’ultimo rapporto e un’analisi) certificano che nel biennio 2008-2009 l’Italia ha autorizzato alle proprie ditte l’invio di armamenti alla Libia per oltre 205 milioni di euro che ricoprono più di un terzo (il 34,5%) di tutte le autorizzazioni rilasciate dall’UE (circa 595 milioni di euro). Tra gli altri paesi europei che nel recente biennio hanno dato il via libera all’esportazione di armi agli apparati militari di Gheddafi, figurano la Francia (143 milioni di euro), la piccola Malta (quasi 80 milioni di euro), la Germania (57 milioni), il Regno Unito (53 milioni) e il Portogallo (21 milioni).

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Categorie:Africa, Guerre Tag:

Protocollo di Kyoto, l’Italia rischia 2 miliardi di multa

18 Febbraio 2011 Commenti chiusi

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di Sergio Colombo  Da Il Fatto quotidiano del 18 febbraio 2011

Dal 2008 il governo ha fatto sconti alle grandi imprese che inquinano di più e i gruppi energetici hanno avuto i permessi per le emissioni di anidride carbonica senza pagare il dovuto. Un aiuto di Stato che ora potrebbe costare caro

L’Italia sarà costretta a pagare circa due miliardi di euro per l’acquisto di crediti esteri di anidride carbonica, se vorrà ottemperare agli obblighi sottoscritti con il Protocollo di Kyoto. È quanto emerge dal nuovo report della organizzazione non governativa londinese Sandbag. Un miliardo e 700 milioni di euro: è questa la cifra che, entro il 2012, l’Italia è destinata a sborsare per l’acquisto di crediti generati all’estero. Non solo. A questi vanno aggiunti 500 milioni che le imprese italiane soggette all’Emissions Trading System – schema regolatore del Protocollo di Kyoto – dovranno pagare per trasferire le proprie riduzioni di emissioni all’estero invece di investire in ambito domestico.Spiega Damien Morris, il ricercatore di Sandbag autore del report: “Tutto nasce dal tentativo del Governo italiano di proteggere le imprese nazionali dalle riduzioni dei livelli di emissioni previsti nell’ambito del Protocollo di Kyoto”. Dal 2008 infatti il governo ha distribuito gratuitamente 2,5 miliardi di euro di permessi, generando guadagni spropositati a favore delle compagnie nazionali regolate dall’Emissions Trading System, quali il Gruppo Riva, Edipower e Italcementi.
Ora lo stesso governo si trova costretto a sborsare una cifra vicina ai due miliardi di euro di denaro pubblico per rientrare nei parametri di Kyoto. Eventualità che il ministero dell’Ambiente non può smentire, precisando però che “solo alla fine del periodo 2008-2012 si avrà un quadro della situazione certo e definito”. In altre parole: nel corso degli ultimi due anni le grandi imprese italiane sono state esentate dai limiti imposti dal Protocollo di Kyoto grazie ai permessi (pari a 2,5 milioni di euro) distribuiti gratuitamente dal governo. Così, per ottemperare agli obiettivi economico-ambientali imposti a livello internazionale, lo Stato preleverà entro il 2012 due miliardi di euro dai contributi pubblici per investirli nell’acquisto di crediti generati all’estero.
Le stime di Sandbag sono confermate anche da Axel Michaelowa, membro del Registration and Issuance Team delle Nazioni Unite, che precisa: “Non si tratta di un meccanismo limitato all’Italia, ma certo il vostro è un caso particolarmente grave.”
All’interno dei 2,5 miliardi di euro condonati dal governo alle imprese italiane, circa un terzo ad oggi è finito a una decina di grandi gruppi, quelli che hanno la maggiore capacità di lobbying. Quattro di questi miracolati sono colossi del mercato energetico nazionale e internazionale: Edipower, Eni, E.ON e A2A. “Una strategia quantomeno strana – afferma Morris – se si considera che le compagnie energetiche italiane non sono particolarmente esposte alla competizione”.
I soldi che il governo si appresta a pagare sarebbero potuti essere investiti nel miglioramento delle infrastrutture del Paese e nel perseguimento di una maggiore indipendenza energetica. “Tuttavia – avverte Morris – fino ad ora il governo italiano ha percepito i limiti stabiliti da Kyoto come una punizione, un peso da portare sulle spalle, piuttosto che come un’opportunità di sviluppo”.
Lo Stato, infatti, si è costantemente opposto all’introduzione di target più ambiziosi in sede europea. L’adozione di un target di riduzione di gas serra del 30 per cento entro il 2020 (dal 20 per cento attuale) è esplicitamente supportato da paesi quali il Regno Unito, la Germania, la Francia e la Danimarca. Non dall’Italia.
Il ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo ha recentemente annunciato che “l’Italia non è assolutamente disponibile ad avvallare il passaggio unilaterale dal 20 per cento al 30 per cento di riduzione delle emissioni di gas serra” e che “il passaggio non è perseguibile oggi per via della crisi economica mondiale”. Come spiega Morris “proprio dopo il calo di emissioni a seguito della crisi economica questo target è di gran lunga meno oneroso da raggiungere”.
Le difficoltà dell’Italia nel soddisfare gli obblighi di Kyoto sembrano dunque esser frutto, non tanto della crisi – che peraltro ha colpito indistintamente decine di Paesi firmatari del Protocollo – quanto “degli errori strategici che l’Italia ha commesso nella gestione dei propri obblighi economico-ambientali e della volontà del governo di favorire le grandi imprese nazionali a scapito dei cittadini”. Che ora dovranno pagare il conto finale.

Categorie:Ambiente Tag:

Torino-Lione per la Tav non c’è traffico

15 Febbraio 2011 Commenti chiusi

tav-binari-pezzodi Daniele Martini      dal Fatto Quotidiano del 10 febbraio 2011

Uno studio dell’Università Bicocca di Milano rivela che sta sparendo il passaggio di merci tra Italia e Francia: solo quest’anno il traffico è diminuito del 46 per cento. Una tendenza che si registra ormai da anni.
Alla vigilia dell’apertura del primo cantiere italiano della Tav Torino-Lione alla Maddalena di Chiomonte prevista per l’inizio della primavera, uno studio pubblicato dall’Università Bicocca di Milano sui flussi di traffico tra l’Italia e i paesi transalpini gela gli entusiasmi dei favorevoli alla realizzazione dell’opera. Quel documento, preparato da Andrea Debernardi, e redatto utilizzando soprattutto fonti ufficiali della Confederazione svizzera, arriva a una conclusione sorprendente: rispetto al 2008, nel 2009 (ultimi dati disponibili) per i traffici ferroviari dell’Italia “verso la Francia, più che di una battuta d’arresto sarebbe meglio parlare di ‘colpo di grazia’, con il rischio che l’inizio dei lavori del nuovo tunnel di base coincida con la sostanziale sparizione del traffico merci ferroviario”.Secondo lo studio la causa dell’arretramento dei traffici italo-francesi non è la crisi economica in atto che ovviamente incide, ma in maniera non determinante. Il calo registrato non solo è veramente di proporzioni notevoli (meno 46,2 per cento), ma “accentua una tendenza al decremento già manifestatasi negli ultimi tempi”. La riprova è che la contrazione riguarda anche le frontiere austriaca e svizzera, ma in questo caso essa interrompe solo un andamento di crescita in atto da anni. Per quanto riguarda la frontiera italo-francese, invece, il livello degli scambi ferroviari è diminuito in modo continuo negli anni e ora è a meno di un quarto rispetto al massimo del 1997, ed è appena il 7 per cento del traffico complessivo.Stando così le cose diventa sempre più stringente la domanda avanzata non solo dai no-Tav più estremi, ma anche da numerosi economisti, politici ed esperti di trasporti, e cioè: ma ne vale la pena? Ha un senso nelle condizioni attuali della finanza pubblica italiana spendere almeno 12 miliardi di euro in 12/15 anni, secondo la più recente valutazione ufficiale fornita dal commissario di governo, Mario Virano, cifra che secondo altri tecnici andrebbe corretta al rialzo fino a 15 e addirittura 20 miliardi? Una somma, cioè, da due a tre volte superiore al costo del ponte di Messina.Esattamente un anno fa nove esperti, Andrea Boitani, Bruno Manghi, Luca Mercalli, Marco Ponti, Rémy Prud’Homme, Francesco Ramella, Pippo Ranci, Carlo Scarpa e Francesco Silva, si chiedevano quale sarebbe potuto essere il beneficio dell’opera. Rispondendo che “gli studi disponibili mostrano che la ricaduta della Tav Torino-Lione sul sistema economico italiano ed in particolare piemontese sarebbe assai limitata. La linea Torino-Lione consentirebbe una riduzione dei tempi di spostamento di persone e merci (circa un’ora) verso la Francia, ma si tratta di una quota intorno all’1 per cento dei movimenti che si effettuano in Piemonte e meno dello 0,1 per cento su scala nazionale”. Con i nuovi dati della Bicocca sotto gli occhi, i nove esperti probabilmente oggi rincarerebbero la dose di scetticismo.Sentito dal Fatto, il commissario Virano dice di conoscere i dati sul calo verticale dei traffici merci tra Italia e Francia e li considera corretti, ma ovviamente non cambia opinione sulla necessità di portare avanti la nuova ferrovia di cui è diventato una specie di padre putativo. Dice che per una grande opera come la Torino-Lione bisogna avere il coraggio di pensare in grande, con una prospettiva di decenni, e che il calo degli scambi di cui si parla è invece imputabile a condizioni strutturali e contingenti che sarebbero modificate in meglio, appunto, dall’entrata in esercizio del nuovo tracciato. Il commissario cita ad esempio Cavour e una sua mappa delle ferrovie italiane quasi sovrapponibile ai tracciati attuali, redatta intorno al 1850 con fiducia nell’avvenire, quando l’Italia era tutta da inventare.Secondo Virano il calo dei traffici tra Torino e Lione è dovuto soprattutto ai lavori in corso da 5 anni sugli 11 chilometri del Fréjus, il vecchio tunnel inaugurato 141 anni fa e di cui si sta abbassando il piano dei binari per consentire il transito dei carri con i container. In base a queste novità il commissario annuncia che un gruppo di esperti sta rivedendo i calcoli costi-benefici dell’opera.L’autore dello studio pubblicato dalla Bicocca obietta, però, che il traffico merci era già calato del 45 per cento prima che cominciassero i lavori sulla linea del Frejus e che l’andamento degli scambi alla frontiera francese “presenta una chiara specificità, che non sembra completamente imputabile a fattori infrastrutturali”. Secondo Debernardi sono essenzialmente quattro i motivi della ulteriore caduta dei flussi: la mancanza di operatori in concorrenza con i due incumbent (Fs italiane e Sncf francesi), la cronica debolezza commerciale delle Ferrovie italiane nel settore cargo, l’entrata in servizio 3 anni fa del tunnel svizzero di Lotschberg che ha attratto quantità notevoli di traffico e l’assenza di locomotive politensione sulla linea. “C’è il rischio – conclude Debernardi – che la Tav diventi una cattedrale nel deserto dei traffici”.

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Si vergognassero almeno

10 Febbraio 2011 1 commento

Smog, Palazzo Marino scende a 20° i  

consiglieri insorgono: “Fa freddo”

205349826-2bf27b6e-5aac-4b59-ac75-42ce1536476eIl presidente del consiglio comunale, Manfredi Palmeri, ha fatto rispettare la nuova norma
sul riscaldamento negli uffici pubblici milanesi. E in aula spuntano i cappotti e le sciarpe


(10 febbraio 2011)  Repubblica online

Il riscaldamento dell’aula di Palazzo Marino viene abbassato di tre gradi e i consiglieri insorgono. Con tanto di richiesta bipartisan per “verificare il corretto funzionamento dell’impianto, perché fa troppo freddo”. E’ accaduto oggi in consiglio comunale, dopo che il presidente dell’assemblea, Manfredi Palmeri, ha fatto verificare la temperatura in aula per il rispetto delle nuove disposizioni antismog. Oltre 23 gradi, sopra il consentito, è stato il responso del termometro. E Palmeri ha chiesto subito ai tecnici di portare la temperatura sotto i 20 gradi.
E’ bastata meno di un’ora perché i consiglieri si accorgessero del cambiamento: “Qui fa troppo freddo”, “c’e’ qualcosa che non funziona”, hanno cominciato a lamentarsi i componenti dell’assemble, infilandosi sciarpe e cappotti. Da destra e da sinistra, alla ripresa dei lavori dopo la sospensione per la trattativa sul bilancio, hanno preso la parola per chiedere una verifica sugli impianti: “C’e’ un evidente malfunzionamento della termoregolazione dell’aula. Si intervenga”, è stata la richiesta formale a verbale.
Palmeri ha accolto la mozione bipartisan chiedendo il controllo della temperatura e alla fine della seduta la risposta del tecnico ha ammutolito tutti: fra i 19,8 e poco piu’ dei 20 gradi. “Siamo abituati a stare troppo al caldo e ora abbiamo freddo anche con 20 gradi”, ha riconosciuto qualche consigliere della maggioranza. Vladimiro Merlin, del Prc, ha riproposto lo slogan già usato per contestare la maggioranza in occasione della maratona sul Pgt: “Non avete il fisico”.

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Il bello del nuovo nucleare.

9 Febbraio 2011 Commenti chiusi

Nucleare a Flamanville, operai immigrati  in regime

di semischiavitù

 centrale-nucleaire-epr-flamanville_259di Andrea Bertaglio  8 febbraio 2011  Il fatto quotidiano

 

 

Il deteriorarsi delle condizioni di vita e di lavoro è avvenuto a causa dei ritardi accumulati e del continuo aumento dei costi presso il cantiere della futura centrale. Ma anche alla parziale privatizzazione di Edf e al dilagante fenomeno dei subappalti. Operai tenuti in semi-schiavitù. Siamo nel cantiere della nuova centrale atomica di Flamanville, nella Bassa Normandia, dove un terzo dei 3.200 addetti è immigrato da Romania e Bulgaria. La denuncia parte da un’inchiesta del quotidiano France Soir e parla di lavoratori sottopagati, costretti a lavorare anche più di 15 ore al giorno e alloggiati in bungalow fatiscenti.È l’altra faccia del nucleare di nuova generazione, lo stesso che, ritenuto un “modello” sia dal governo che dal Vaticano, dovrebbe approdare anche in Italia. Prosegui la lettura…

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Donna Letizia , banche e palazzinari

7 Febbraio 2011 1 commento

Donna Letizia regala cemento 341 Pirelloni faranno

la gioia di banche e palazzinari

IMG_6493DI ALBERTO STATERA  Affari & Finaza Repubblica

Dai palazzinari ai grattacielari: l’evoluzione della specie si compie a Milano con il Piano di Governo del Territorio (PGT) della giunta di Letizia Moratti, che secondo l’apocalittica ma non peregrina previsione del sociologo Guido Martinotti trasformerà l’ex capitale morale nella brechtiana città di Mahagonny, un luogo dove tutto è permesso grazie al denaro. In questo caso l’obiettivo è di moltiplicare il denaro e salvare così i bilanci di alcuni immobiliaristi, in testa il solito Salvatore Ligresti, e dei banchieri che lautamente li hanno finanziati. Un sistema che finché dura si autoalimenta.
La specie del palazzinaro prospera a Roma negli anni Settanta e viene esportata a Milano nientemeno che da Silvio Berlusconi il quale, da par suo, delle palazzine non si accontenta e costruisce intere città satellite. Altri tempi. Ora è tempo di “densificazione”. Archiviata la palazzina, il nuovo mantra è il grattacielo. Oltre a quelli appena costruiti, tra cui svetta il nuovo Pirellone che celebra per l’eternità il potere del presidente Roberto Formigoni, e quelli di prossima edificazione a City Life nell’area dell’ex Fiera. Con il nuovo PGT in fase di approvazione in una maratona in consiglio comunale prima dello scioglimento, si edificheranno 35 milioni di metri cubi: masceranno circa 100 nuove torri, o addirittura, come valuta l’ambientalista Michele Sacerdoti, 341 Pirelloni; 24 quartieri disegnano la nuova mappa urbanistica, ma soprattutto quella del potere finanziario, cui la politica è sottomessa. Prosegui la lettura…

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Non fatela mangiare

4 Febbraio 2011 5 commenti

Il sindaco leghista ordina “Non fatela mangiare”

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Nella Scuola dell’Infanzia di Fossalta di Piave in Veneto per aiutare una piccola di origine africana le maestre si privano di un pasto alla settimana, ma il primo cittadino dice no.                     

 

 

 In fondo la storia è molto semplice: una bambina di quattro anni lasciata senza pasto, nella mensa del suo asilo, e rimandata a casa per volontà di un sindaco. In fondo questa è una nuova, piccola, storia feroce, una storia di uomini coraggiosi che si mettono a fare la guerra ai bambini. Ed è una di quelle facili guerre con cui alcuni amministratori della Lega provano a stravolgere la faccia bella del nord e a macchiare la generosità dei veneti con il pretesto della buona amministrazione. Sarebbe forse una “Nuova Adro” – questa storia – se a Fossalta di Piave la solidarietà dei genitori (che sono andati a protestare in istituto), delle insegnanti e dei collaboratori scolastici non si fosse opposta alle decisioni del sindaco e della direttrice scolastica. E sarebbe una storia sicuramente incredibile se a raccontarla a “Il Fatto” non fossero le testimonianze dei genitori, le carte bollate e persino le parole dei diretti interessati.
Ecco che cosa è successo. Nella Scuola dell’Infanzia “Il Flauto Magico” di Fossalta di Piave (che fa parte dell’Istituto comprensivo di Meolo) – una deliziosa scuola con i giochi fuori e cinque maestre bravissime – c’è una bambina di origine africana (la chiameremo Speranza, anche se questo non è il suo nome). Speranza ha una famiglia povera ma felice. Il padre operaio, la madre che si prende cura dei figli: lui lavora nelle industrie della zona, il pane non manca. Speranza ha quattro fratellini: due più piccoli di lei, due più grandi, già alle elementari. Quando entra in età scolare non riesce a iscriversi a scuola, perché non trova posto: l’istituto può accogliere solo cinquanta bambini. Quest’anno la mamma di Speranza (che chiameremo Maria, anche se questo non è il suo nome) fa in tempo a ricevere una buona notizia e un colpo durissimo. La buona notizia è che Speranza potrà finalmente entrare a scuola perché c’è posto per lei. Accede al tempo pieno, impara subito l’Italiano, si integra, aiuta la propria famiglia – e la madre che si esprime con pochissimi vocaboli e i verbi all’infinito – a inserirsi nella comunità fossaltina. Ma poi arriva anche il colpo: il papà di Speranza, dopo aver perso il suo lavoro e non essere riuscito a trovarne uno nuovo, sceglie di emigrare in Belgio, dove gli hanno promesso un impiego certo. Lo fa, e la piccola famiglia straniera inizia a vacillare. Era lui che si esprimeva in un italiano corrente, lui che teneva i rapporti con gli altri genitori. Maria resta sola: i soldi che arrivano dal Belgio sono pochissimi rispetto alle necessità di cinque bambini. I bimbi delle elementari hanno la refezione e il tempo pieno, ma Speranza, nella sua nuova classe, (anche se con la tariffa agevolata) deve pagare comunque cinquanta euro al mese. Se devi stringere la cinghia sono comunque tanti soldi. E così Maria si rivolge ai servizi sociali del comune, che le rispondono di non poter intervenire per aiutarla.
Nel frattempo (solo una settimana fa), le maestre della scuola escogitano una soluzione: ognuna di loro rinuncerà una volta a settimana al pranzo a cui ha diritto (sul posto di lavoro) e lo cederà alla bambina. E’ un gesto di solidarietà pragmatico, discreto. Aderiscono anche le due collaboratrici scolastiche, è d’accordo l’insegnante di religione che viene una volta a settimana. In un istituto in cui si servono 60 pasti e in cui mangiano 50 bambini, in realtà, le pietanze che ogni giorno avanzano basterebbero (e avanzerebbero) per tutti. Ma le maestre vogliono che non ci siano irregolarità e così si arrangiano: un giorno una di loro torna prima, un giorno un’altra si porta un panino, un altro ancora un’altra salta il pasto e dice scherzando che le farà bene alla linea.
Ma qui finisce il lato bello della storia e inizia la commedia surreale e grottesca. Il sindaco leghista Massimo Sensini (che è stato informato dai servizi sociali e dalla direttrice) viene a sapere della soluzione che è stata trovata e va su tutte le furie. Convoca la direttrice del comprensorio, Simonetta Murri e le spiega che “è responsabile di una gravissima irregolarità”. Prende carta e penna e scrive di suo pugno una lettera in cui si leggono frasi come questa: “Si sottolinea che il personale (della scuola, ndr.) non può cedere il proprio pasto senza incorrere in un danno erariale per il comune di Fossalta di Piave”. Insomma, per l’amministratore Sensini, le maestre che si privano del pasto per far mangiare una bambina di quattro anni, sono paragonabili a dei ladri che sottraggono al Comune beni di pubblica utilità. La direttrice sottoscrive la decisione, e a sua volta stila un ordine di servizio il cui senso è: “Se questo atteggiamento si ripeterà le responsabili saranno denunciate al provveditorato”. Con questa procedura le maestre rischiano provvedimenti disciplinari e la sospensione dall’insegnamento. E infatti non vogliono parlare. Maria viene informata che deve presentarsi a prendere Speranza alle 12.00 e non più alle 16.00. La bimba è costretta a saltare il tempo pieno e a separarsi dai suoi compagni di scuola. Maria fa quel che le è stato detto e, due giorni fa, la bimba scoppia a piangere in classe quando la madre la prende per portarla a casa. Ieri i genitori hanno chiesto un incontro alla direttrice dell’istituto per pregarla di risolvere la situazione.
Ma l’interessata spiega a “Il Fatto”: “Purtroppo condivido il richiamo che ci ha fatto il sindaco”. Le domandi come giudichi la sua lettera e lei ti risponde: “L’ho trovata ironica. E utile”. Ma in che senso? La Murri fa un esempio: “Se lei ha una casa del comune non la può subaffittare a dei terzi, capisce? E’ un reato. Se lei ha diritto ad un pasto della mensa non lo può dare a chi passa”. Provi a suggerire alla direttrice che la bambina non è una persona “che passa”. La Murri non accetta l’idea: “Ma vede, questo è un principio: quella soluzione era grave e dannosa. Se tutti volessero il pasto gratis noi cosa potremmo fare?”. Le chiedi se abbia ricevuto altre richieste: “Per ora no. Ma non potrebbero arrivare in tanti, siamo in tempi di crisi”. Provi a domandare se pensa che il fatto che la bimba sia extracomunitaria abbia prodotto la decisione dell’amministratore: “Penso proprio di no. Anzi, questa vicenda è la migliore garanzia della buona fede del sindaco: la bimba viene trattata come verrebbe trattato qualsiasi italiano”. Resti ancora incredulo, e cerchi il sindaco Sensini, classe 1951. Lo cerchi quattro volte, in comune, ti dicono che arriva alle 17.00. Ma lui non risponde e non richiama. Peccato. In fondo, questa è una storia semplice, una piccola storia di ordinaria ferocia. Ma la parola fine – per fortuna – non è stata ancora scritta.

Da Il Fatto Quotidiano del 4 febbraio 2011  Luca Telese

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Rifiuti a Milano

1 Febbraio 2011 Commenti chiusi

Rifiuti, in città 600 inchieste aperte

 

inchieste-sui-rifiuti-non-solo-sud-a-milano-600-inchieste-apertePecorella, presidente della Commissione ecomafie: «In Lombardia guadagni illeciti dalle bonifiche»

Giovedì l’incontro per la localizzazione dell’area del nuovo termovalorizzatore.

 

Pecorella, presidente della Commissione ecomafie: «In Lombardia guadagni illeciti dalle bonifiche»

 

 

MILANO - Non è un problema solo del Sud. Il presidente della Commissione bicamerale d’inchiesta sugli illeciti legati al ciclo dei rifiuti – in sintesi: ecomafie -, Gaetano Pecorella, porta a Milano l’esperienza di due anni di audizioni e approfondimenti: «La Lombardia deve prendere coscienza delle infiltrazioni della criminalità organizzata anche in questo settore: sono 600 le inchieste aperte, la metà per associazione a delinquere». L’occasione è il convegno organizzato sul tema dal presidente della Provincia Guido Podestà. Se da noi il passaggio ai termovalorizzatori – e quindi l’eliminazione delle discariche che favoriscono le organizzazioni che controllano il territorio – ha ridotto i rischi nella fase dello smaltimento, restano ampi i margini di guadagni illeciti all’ultimo stadio del ciclo: le bonifiche. Più qui, terra di sviluppo industriale che ha negli anni ha prodotto scorie tossiche, che al Sud, dove in molti casi i rifiuti illegali del Nord sono arrivati. È questo il fianco scoperto della Lombardia, avverte Pecorella: «Sembra un territorio felice», e invece «ci sono 600 siti contaminati, di cui 7 di rilevanza nazionale, 1535 parzialmente inquinati, sotto verifica delle autorità competenti». «La Provincia di Milano intende contribuire, attraverso autorizzazioni e controlli degli impianti, alla gestione sana del ciclo dei rifiuti – interviene Podestà -. È un impegno sul quale, pur con un bilancio difficile, stiamo investendo anche risorse finanziarie». Giovedì in Provincia l’incontro decisivo per la localizzazione dell’area (sfumata l’ipotesi di Opera) dove costruire il nuovo termovalorizzatore.

Alessandra Coppola   Corriere della sera    01 Febbraio 2011

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