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Archivio Gennaio 2011

Fabbrica spaccata, impossibile gestirla

16 Gennaio 2011 2 commenti

Revelli: “Fabbrica spaccata, impossibile gestirla”   

 pomiglianoFonte: DIEGO LONGHIN – la Repubblica | 16 Gennaio 2011

  TORINO – «Ragionando realisticamente sarà impossibile gestire una fabbrica così spaccata. Anche perché non è la divisione tra una metà pienamente convinta e una metà contraria. Il sì è un sì trangugiato». Marco Revelli, storico e sociologo, è convinto che sarà molto difficile per Marchionne proseguire sulla strada che ha tracciato.

 

 

Come giudica il risultato?

«Il migliore possibile: toglie a Marchionne ogni alibi, gli impone di scoprire le carte e di cambiare registro se vuole veramente governare la fabbrica».

 Ma l´ad del Lingotto vuole governarla con l´accordo firmato a Natale. Ci riuscirà?

«No, si produce di più con uomini liberi che imbrigliati. Si ottiene di più puntando sulla collaborazione, non sulla resa incondizionata. Si governa con il consenso, non con la gente che subisce. Se fossi in lui tirerei una bella riga. Questa è l´unica soluzione per uscirne, si è mosso troppo male».

 Perché?

«Non è un buon manager. Ha diviso una comunità sofferente che ha di fronte a sé un anno e più di cassa a 800 euro al mese. Un signore molto ricco ha giocato con le loro vite e li ha divisi. Per realizzare una cosa irrealizzabile. Gli addetti di Mirafiori sono troppo vecchi, mantenere i ritmi previsti dall´accordo non è come viaggiare in jet da Torino a Detroit. È logorante. Sarebbe duro da realizzare anche per ventenni. In questo piano c´è più la prepotenza gratuita che la risposta ad esigenze reali».

 I sindacati come escono da questa vicenda?

«Chi ha firmato male. L´impressione è che le organizzazioni rimarranno in fabbrica, ma non staranno più nella testa degli operai come loro tutori. Invece la Fiom, pur stando fuori, rimarrà nella loro testa come l´unico sindacato che tutela, anche in quelli che hanno votato sì. Fim, Uilm e Fismic sono diventati i guardiani: se qualcuno violerà le regole, le prime a rimetterci saranno loro. Saranno la longa manus dell´azienda».

 La Fiom ha ragione a pensare a una battaglia legale?

«Sì, non si può far funzionare una fabbrica con la metà della fabbrica senza rappresentanza. Si può far funzionare una boita, un´officina come diciamo noi piemontesi, non un reparto con più di 5 mila persone. Nel modello tedesco, molto citato, la rappresentanza è sacra».

 Chi ha perso?

«La politica, compreso chi ha responsabilità istituzionali, ha scaricato la scelta sugli operai. Come l´entomologo che guarda le formiche. Il rapporto tra Marchionne e i 5 mila delle Carrozzerie non è una cosa privata, riguarda la città e il Paese. La politica ha fatto harakiri».

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Fascismo aziendale

11 Gennaio 2011 2 commenti

Cremaschi: Sì, quello di Marchionne è fascismo

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 Ma davvero bisogna abbassare i toni e non usare la parola fascismo per definire quanto sta avvenendo a Mirafiori, a Pomigliano, in Fiat? In tanti hanno considerato una forzatura l’uso di questa parola. Ma che scherziamo? Questa sarebbe la dimostrazione che chi si oppone all’accordo di Mirafiori è fuori dal tempo e dalla storia.

 Vediamo allora in concreto cosa succederà a Mirafiori se si applica l’accordo. Oltre a danni drammatici alla condizione di lavoro e a tutti i loro diritti, i lavoratori perderanno le libertà sindacali. Gli unici sindacati ufficialmente ammessi in azienda saranno quelli firmatari dell’accordo, i quali avranno diritto a una rappresentanza sindacale da essi nominata. Quindi la Fiom e tutti coloro che si oppongono all’accordo saranno esclusi dalla rappresentanza sindacale che però, a sua volta, non sarà più elettiva ma di nomina dall’alto.

 Ha suscitato scandalo anche l’accostamento che abbiamo fatto con l’accordo del 2 ottobre 1925 a Palazzo Vidoni. Allora il presidente del Consiglio, Mussolini, la Confindustria, i sindacati nazionalisti fascisti e corporativi sottoscrissero la fine delle commissioni interne aziendali elette dai lavoratori e il passaggio al regime dei “fiduciari” nominati dai sindacati firmatari dell’accordo. La si può girare come si vuole, ma questo è il solo precedente a cui far riferimento per l’accordo di Mirafiori che tanti definiscono storico.

Si elimina l’opposizione e si inibisce ogni reale libertà di scelta sindacale. Non solo non ci saranno più le elezioni ma i lavoratori non potranno più iscriversi alla Fiom e ai sindacati che non hanno firmato l’accordo, né potranno più tenersi libere assemblee. Come chiamare questo? Se un presidente del Consiglio decidesse che per far quadrare i conti del bilancio pubblico bisogna cancellare il parlamento elettivo e mettere fuorilegge l’opposizione, come definiremmo tutto questo? Ma si sa, la fabbrica è considerata un mondo a parte, le regole della democrazia che sono scontate quando si sta fuori dai cancelli diventano tutte opinabili quando li si varca. Così può acquisire anche una patina di democraticità un referendum che dovrebbe sanzionare la fine delle libertà a Mirafiori.

Dove trovare i precedenti storici rispetto a una consultazione che si presenta come l’ultima? Se dovesse passare il sì e l’accordo fosse davvero applicato i lavoratori voterebbero per l’ultima volta, anzi, rinuncerebbero per sempre a votare sulle proprie rappresentanze sindacali, sugli accordi, sulle condizioni di lavoro. Come definire un voto di rinuncia ai diritti democratici fondato sul ricatto della perdita del posto di lavoro? Non ricorda i plebisciti autoritari con cui tante dittature hanno messo fine alla democrazia?

E, infine, visto che questo a Marchionne non basta ancora, come giudicare il fatto che se passa il sì poi i lavoratori di Mirafiori, uno per uno, saranno licenziati dalla Fiat e riassunti nella nuova società di produzione solo se sottoscriveranno l’accettazione piena di tutte le condizioni di lavoro imposte e la rinuncia a qualsiasi rivalsa e tutela, pena il licenziamento? Che questo sia un moderno fascismo aziendale non c’è alcun dubbio. La domanda che si può porre è se l’Italia possa restare una democrazia se questo regime si diffonde in tutti i luoghi di lavoro.

 Si sostiene che questo è semplicemente il modello americano. L’America è una grande democrazia, che resta tale anche se nelle fabbriche c’è il fascismo. E’ bene però ricordare che negli anni Trenta il presidente democratico Roosvelt considerava una forma di fascismo e una minaccia per la democrazia americana il governo autoritario della fabbrica di Henry Ford. Si può comunque pensare che la minaccia di Marchionne sia stemperata nella dimensione dei conflitti e dei problemi degli Usa. In Italia però non è così. Siamo un paese nel quale da quindici anni il berlusconismo destruttura la democrazia. L’assalto alle libertà sindacali di Marchionne potrebbe essere la goccia che fa traboccare il vaso verso un sistema autoritario.

 Questa è la posta in gioco in Fiat, ed è per questo che in tanti, esterni al mondo metalmeccanico e anche, per fortuna, esterni al palazzo che a destra e a sinistra si è inchinato di fronte a Marchionne, oggi sostengono la resistenza della Fiom.

 

Giorgio Cremaschi

 

(10 gennaio 2011)

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L’irrealizzabile modello Marchionne

9 Gennaio 2011 36 commenti

L’irrealizzabile modello Marchionne   

 Fonte: Guido Viale – il manifesto | 09 Gennaio 2011

  fiat-marchionne-operai-fiches-380x325 Ci sarà pur una ragione per cui la totalità dell’establishment italiano, dal Foglio della ex coppia Berlusconi-Veronica a Pietro Ichino – quel che resta della componente pensante di un partito ormai decerebrato) – converge nel chiamare «modernizzazione» il diktat di Marchionne («o così, o si chiude»). Che per gli operai di Mirafiori (età media, 48 anni; ridotte capacità lavorative – provocate dal lavoro alle linee – 1500 su 5200; molte donne) vuol dire: 18 turni; tre pause di dieci minuti per soddisfare – in coda – i bisogni fisiologici (a quell’età la prostata comincia a pesare; e nessuno lo sa meglio dell’establishment italiano, ormai alla grande sopra i 60); mensa anche a fine turno (otto ore di lavoro senza mangiare); 120 ore di straordinario obbligatorio, divieto di ammalarsi in prossimità delle feste, più – è un altro discorso, ma non meno importante – divieto di sciopero per chi non accetta e «rappresentanti» degli operai scelti tra, e da, chi è d’accordo con il padrone. Mentre «converge», l’establishment nel chiamare invece «conservazione» – o anche «reazione»; così Giovanni Sartori sul Corriere dell’8 gennaio – la scelta di opporsi a questo massacro. Nessuno di quei sostenitori della modernità si è però chiesto se il progetto «Fabbrica Italia» della Fiat, nel cui nome viene imposto questa nuova disciplina del lavoro, ha qualche probabilità di essere realizzato.

Vediamo. Nessuno – tranne Massimo Mucchetti – ha rilevato che i 20 miliardi dell’investimento investimento non sono in bilancio e non si sa da dove verranno. Nessuno può né deve sapere a chi e che cosa saranno destinati. Per ora le promesse sono 1.700 milioni di «investimenti» per due fabbriche, 10.700 lavoratori e tre nuovi «modelli» di auto, per una produzione complessiva di circa mezzo milione di vetture all’anno. Fanno, poco più di 150mila euro per addetto e, supponendo che un modello resti in produzione circa tre anni, poco più di mille euro per vettura (calcolando una media, tra Suv, Alfa e Panda, di 20mila euro a vettura, il 5 per cento del loro prezzo). Se una parte dei nuovi impianti, come è ovvio, servirà anche per i modelli successivi, l’investimento per vettura è ancor meno. Non gran che.

Nessuno – o quasi – si è chiesto quante possibilità ha Marchionne di vendere in Europa un milione all’anno in più dellegasparazzo_vignette1 vetture che promette di produrre in Italia. Di fronte a un mercato di sostituzione, nella migliore delle ipotesi, stagnante, vuol dire sottrarre almeno un milione di vendite alla Volkswagen o alle imprese francesi ben sostenute dal loro governo. Difficile crederci proprio ora che Fiat perde colpi e quote di mercato sia in Italia che in Europa. Per riuscire a piazzare mezzo milione all’anno di Alfa (vetture, non marchio), è già stato detto che dovrà venderle sulla Luna. Che le quotazioni della Fiat crescano è solo il segno che la Borsa è ormai una bisca fatta per pelare il «risparmiatore». Nessuno – nemmeno Giovanni Sartori, che pure «aveva previsto tutto» ed è molto in ansia per le sorti del pianeta – si è veramente chiesto che futuro abbia, tra picco del petrolio, contenimento delle emissioni e misure anticongestione e inquinamento, l’industria dell’automobile in Europa e nel mondo. Eppure il tema meriterebbe qualche riflessione. In Europa c’è già un eccesso di capacità produttiva del 30-40 per cento; negli Stati Uniti anche: Il sole24ore del 6 gennaio ci informa che “nei prossimi cinque anni” anche in Cina – la nuova frontiera del mercato automobilistico mondiale – ci sarà una sovracapacità produttiva del 20 per cento.

Per il momento – la Repubblica, 7 gennaio – apprendiamo che «Pechino soffoca tra i gas» (e per ingorghi e congestione); tanto che sono stati contingentati e sottoposti a un sorteggio i permessi di circolazione. E qualche tempo fa una coda di cento chilometri alle porte di Pechino si è sciolta dopo un mese. Non sono buone notizie per l’industria automobilistica. Ma anche il governo della «locomotiva del mondo» comincia a pensare ai suoi guai «La desertificazione è il problema ecologico più grave del paese» ha affermato Liu Tuo, capo dell’ufficio cinese per il controllo della desertificazione (il manifesto, 6 gennaio). Niente a che fare con la produzione e la messa in circolazione di 17 milioni di auto, aggiuntive, non sostitutive, in un anno?

La conclusione è chiara: la «modernizzazione» al sostegno della quale è sceso in campo, con spirito militante, tutto l’establishment italiano, è questa: una corsa verso il basso delle condizioni di chi lavora, facendo delle maestranze di ogni fabbrica una truppa in guerra contro le maestranze della concorrenza (sono peggiorate molto anche quelle degli operai tedeschi e francesi, nonostante i salari più alti: basta considerare l’aumento delle malattie professionali) e, come premio per tanti sacrifici, la desertificazione del pianeta Terra.

Se questa è la «modernizzazione» – e che altro, se no? – diventa anche chiaro che cosa significa opporsi alla sua sostanza e alle sue conseguenze.

Non la «conservazione» dell’esistente – sarebbe troppo comodo – come sostengono i fautori delle magnifiche sorti e progressive della globalizzazione, ma la progettazione, la rivendicazione e la realizzazione di un mondo totalmente altro, dove la condivisione sostituisce la competizione e la cura dei beni comuni sostituisce la corsa all’appropriazione privata di tutto e di tutti: il che ovviamente non è questione di un giorno o di un anno – e in parte nemmeno di uno o due decenni – né di una semplice dichiarazione di intenti, per quanto articolata e documentata possa essere.

Quel mondo va costruito pezzo per pezzo. A partire quasi da zero. Ma sapendo che nel mondo una «moltitudine inarrestabile» composta da migliaia di comunità e da milioni e forse miliardi di esseri umani), ciascuno a modo suo, cioè secondo le condizioni specifiche in cui si trova a operare e a cooperare con il suo prossimo, aspira e già lavora in questa stessa direzione. Nello stesso numero citato de il sole24ore, un articolo dal titolo “Tra gli operai, un sì per il futuro” (ma il testo dice esattamente l’opposto) registra una condanna unanime del nuovo accordo (nessuno lo considera, come fa invece l’establishment, un passo avanti); ma tutti piegano la testa dicendo che non c’è alternativa. «Però – sostiene un quadro della Fiom – la posta in palio è il lavoro, e chi si fa blandire dalle sirene degli estremismi e dalle ideologie sbaglia strada». «O sa – aggiunge – di avere qualche alternativa pronta».

Il problema è proprio questo. Non ci sono «alternative pronte». Quindi bisogna approntarle e non è un lavoro da poco. Ma ormai, che l’alternativa è la conversione ecologica del sistema industriale e innanzitutto, per il suo peso, il suo ruolo e le sue devastazioni, dell’industria automobilistica – che non vuol dire automobili ecologiche, che è un ossimoro, ma mobilità sostenibile – lo ha capito anche la Fiom. La «modernizzazione» di Marchionne sta cambiando a passi forzati il ruolo dei sindacati. Quelli firmatari hanno scelto per sé la funzione di guardiani del regime di fabbrica: che era quella dei sindacati «sovietici» ed è quella dei sindacati della Cina «comunista».

20110105vignettaCambia anche il ruolo dei sindacati che non rinunciano alla difesa dei lavoratori e al conflitto. Che per mantenere la sua indipendenza deve cercare sostegno e offrire una prospettiva anche a chi si batte fuori delle fabbriche Così il raggruppamento Uniti contro la crisi, a cui aderiscono anche molti membri della Fiom, ha convocato per il 22 e il 23 a Marghera un primo seminario per discuterne e affrontare il problema della riconversione. È un progetto che intende coinvolgere la totalità dei movimenti ambientalisti, gran parte dei comitati e dei collettivi che si sono battuti in questi anni per «un altro mondo possibile». E, soprattutto, un movimento degli studenti, dei ricercatori e dei docenti schierati contro la distruzione della scuola, dell’università, della ricerca e della cultura imposta dal governo, che su questi temi può trovare il terreno più fertile per dare continuità e respiro strategico al proprio impegno (www.guidoviale.blogspot.com).

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Rapporto choc sul poligono di Quirra

5 Gennaio 2011 1 commento

Rapporto choc sul poligono di Quirra

 

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 PAOLO CARTA -VILLAPUTZU  L’Unione Sarda 04-01-2011 

 Rapporto Quirra: quasi in ogni ovile agnelli nati malformati e pastori ammalati di tumore. Le indagini dei veterinari delle Asl di Lanusei e Cagliari, su incarico del Comitato di indirizzo territoriale che segue il controllo ambientale del poligono, sono arrivati a risultati choc. I dati raccolti a ridosso della zona militare sono assolutamente fuori dalla norma. Addirittura, secondo la verifica dei veterinari Giorgio Melis e Sandro Lorrai, esiste un collegamento tra le deformazioni congenite genetiche degli agnelli e i tumori che hanno colpito gli allevatori. Quasi una strage: il 65 per cento dei pastori che abita e lavora a Quirra si è ammalato di leucemia. MONITORAGGIO Il rapporto è stato spedito a metà dicembre ai responsabili del Comitato d’indagine territoriale che si sta occupando del monitoraggio ambientale della zona del poligono interforze tra le colline di Perdasdefogu e lo specchio di mare di Capo San Lorenzo. È soltanto una prima stesura del lavoro che verrà ultimato entro gennaio con il controllo degli allevamenti presenti nelle campagne di Perdasdefogu. E probabilmente, per una ancora più compiuta analisi, sarà necessario attendere l’esito degli esami di laboratorio in corso sugli ovini e sui bovini prelevati negli allevamenti, sui vermi, sulle cozze e su parte della flora già selezionati dagli esperti. Ma un dato già oggi è certo. Cioè che il lavoro ovile per ovile dei veterinari delle Asl di Lanusei e Cagliari ha confermato quel che da tempo sostengono pacifisti e antimilitaristi riuniti in diversi comitati: ciò che sta accadendo a Quirra è un fatto assolutamente eccezionale. I TUMORI L’indagine dei veterinari (arrivata dieci anni dopo le richieste ufficiali dei pacifisti alle istituzioni) ha analizzato soltanto gli allevamenti. Invece il bilancio dei decessi per tumori aggiornato in un registro a cura del comitato pacifista “Gettiamo le Basi” è ancora più grave: 23 militari e 40 persone tra i civili che pascolano, coltivano, abitano o lavorano nei pressi della zona militare. E finisce per mettere sotto accusa le attività del poligono interforze, anche se nella loro relazione i veterinari effettuano soltanto una fotografia (inquietante) dell’esistente, senza lasciarsi andare nella spiegazione scientifica delle cause di tutto ciò, che dovrà venire dal comitato scientifico responsabile del monitoraggio ambientale sul poligono interforze di Quirra. LE NANOPARTICELLE In attesa dei riscontri ufficiali del controllo del territorio, che doveva concludersi entro il 2009 ma che non è ancora terminato, quel che è emerso dai primi riscontri trapelati alimenta il dibattito intorno al poligono interforze e più in generale sugli effetti che producono tutti i campi di addestramento bellico sardi (anche quelli di Capo Frasca e Teulada) nel territorio. La dottoressa Maria Antonietta Gatti dell’Università di Modena (consulente del ministero della Difesa nella commissione parlamentare d’inchiesta sull’uranio impoverito) ha riscontato nanoparticelle di metalli pesanti, ribattezzate polveri di guerra (perché in quelle dimensioni e forme possono essere causate soltanto da esplosioni a temperature raggiungibili solo con l’utilizzo di proiettili arricchiti) persino a Baunei, parecchio a nord rispetto al poligono del Salto di Quirra. E adesso i riscontri dei veterinari che hanno battuto palmo a palmo la zona mettono in correlazione l’alta incidenza dei tumori negli allevatori con i casi di agnelli nati con due teste o sei zampe oppure addirittura sventrati. NEGLI ALLEVAMENTI La ricerca palmo a palmo ha coinvolto tutti gli ovili di Quirra ed è stata confrontata con i dati raccolti in un’altra zona della Sardegna, non troppo lontana, quella di Villagrande. Qualche esempio. In un allevamento a San Lorenzo, sorto 25 anni fa, i veterinari sono venuti a conoscenza di un elevatissimo numero di aborti tra il 1985 e il 1990 e negli ultimi cinque anni sono nati capretti senza organi genitali. Il figlio del titolare dell’allevamento si è ammalato di tumore nel febbraio del 1997 ed è morto nel novembre del 2004. A Tintinau, l’ultimo agnello nato con gli occhi dietro le orecchie risale al dicembre del 2009 e due fratelli allevatori che accudivano il bestiame sono morti di tumore a distanza di otto mesi uno dall’altro tra il 2003 e il 2004. Un terzo fratello è in cura per la stessa patologia dal giugno scorso a Milano. E questi sono soltanto alcuni passi della relazione di 43 pagine firmata dai veterinari Giorgio Mellis e Sandro Lorrai. Una novità per certi versi clamorosa destinata a riscrivere la storia sanitaria del Salto di Quirra e ad aprire nuovi scenari sui tumori nei pastori.

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