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Andate voi in fabbrica.

29 Dicembre 2010 1 commento

fiomouvrDocumento finale, Comitato Centrale FIOM – 29 dicembre 2010..

 

 

Il Comitato Centrale della Fiom considera la scelta compiuta dalla Fiat alle Carrozzerie di Mirafiori un atto antisindacale, antidemocratico ed autoritario senza precedenti nella storia delle relazioni sindacali nel nostro Paese dal dopoguerra, in contrasto con i princìpi ed i valori della nostra Carta Costituzionale.

L’obiettivo strategico della Fiat è chiaro: provare a cancellare in modo definitivo il sistema dei diritti individuali e collettivi nel lavoro, conquistati nel tempo con le lotte dalle lavoratrici e dai lavoratori del nostro Paese, tramite una libera ed autonoma azione di contrattazione collettiva ed affermare che questa è l’unica condizione per poter investire in Italia.

I contenuti dell’intesa imposta dall’Azienda alle Carrozzerie di Mirafiori saranno estesi anche a Pomigliano rendendo evidente le volontà e la radicalità del gruppo Fiat: ·

  • Le Newco servono per cancellare il Contratto nazionale, per azzerare i diritti nel lavoro sanciti da accordi pregressi, per permettere alla Fiat stessa di uscire dal sistema di rappresentanza confindustriale. ·
  • I sindacati vengono trasformati in soggetti aziendalistici e corporativi senza più alcun diritto a contrattare, che esistono solo se firmano e sostengono le ragioni e le posizioni dell’impresa. Chi non firma l’intesa non ha diritto di esistere e gli vengono negate tutte le agibilità sindacali, dai permessi sindacali al diritto di assemblea, alla trattenuta sindacale. ·
  • Le lavoratrici e i lavoratori non hanno più il diritto ad eleggere propri delegati sindacali, perché ci saranno solo rappresentanti nominati in maniera paritetica dalle Organizzazioni sindacali aderenti al Regolamento imposto dalla Fiat. ·
  • Si peggiorano le condizioni di lavoro, di salute e di sicurezza nei luoghi di lavoro, riducendo le pause sulle linee di montaggio, assumendo la nuova metrica del lavoro Ergouas quale metodo indiscutibile e immodificabile, aumentando gli orari di lavoro e lo straordinario obbligatorio, derogando dalle leggi e dal Ccnl, aumentando le saturazioni dei tempi di lavoro e lo sfruttamento. ·
  • Si riduce nei fatti il salario reale, cancellando la contrattazione aziendale sul salario, come avvenuto nel 2010 tagliando il Premio di risultato. ·
  • Si introducono sanzioni e penalizzazioni che permettono all’azienda di non retribuire i primi giorni di malattia e di impedire il diritto di sciopero fino alla licenziabilità del dipendente.

È paradossale che la Fiat vincoli gli investimenti all’esito di un referendum da lei promosso, in cui si ricattano sul piano occupazionale le lavoratrici e i lavoratori, chiedendo loro di uscire dal Ccnl, dalle leggi e dai princìpi e dai valori della Costituzione e di cancellarne le libertà sindacali.

Il Comitato Centrale della Fiom-Cgil conferma, come già deciso sull’intesa separata della Fiat a Pomigliano, la scelta di considerare inaccettabile e non firmabile il testo proposto dalla Fiat per le Carrozzerie di Mirafiori, giudica illegittimo sottoporre a referendum diritti indisponibili alla negoziazione tra le parti, a partire dalla libera scelta della propria rappresentanza sindacale con il voto, e considera un grave errore della Fim e della Uilm cedere al ricatto della Fiat, perché così si rinuncia a svolgere un ruolo contrattuale e si rischia di rompere con la storia e la natura confederale e solidale del sindacalismo italiano.

Se poi, nello stesso giorno, succede che il Governo fa approvare la riforma Gelmini, taglia i fondi per l’informazione e la cultura e sostiene le scelte della Fiat, è evidente che siamo in presenza di un attacco ai diritti, al lavoro ed alla democrazia che deve preoccupare tutte le forze che hanno a cuore la difesa della nostra Costituzione.

Per queste ragioni il Comitato Centrale della Fiom-Cgil decide di: ·

  • Proclamare 8 ore di sciopero generale dei metalmeccanici con l’effettuazione di presidi e manifestazioni regionali per la giornata di venerdì 28 gennaio 2011, rivolgendosi anche a tutte le persone, le associazioni e i movimenti che hanno partecipato il 16 ottobre alla grande manifestazione di Roma. ·
  • Lanciare in tutti i luoghi di lavoro e nel Paese una raccolta di firme contro gli accordi di Mirafiori e Pomigliano, per un Contratto nazionale senza deroghe, per la libertà sindacale, per un lavoro stabile e con diritti ed a sostegno della Fiom e della lotta dei metalmeccanici. ·
  • Organizzare in tutte le città momenti pubblici e permanenti di presidio, discussione ed informazione per il lavoro, il contratto, la democrazia e le libertà sindacali.

Inoltre il Comitato Centrale della Fiom dà mandato alla Segreteria nazionale di effettuare: ·

  • Incontri con le forze politiche. ·
  • Un’iniziativa aperta della Consulta giuridica. ·
  • Organizzare in rapporto con le Fiom di Torino e di Napoli le iniziative più utili per dare continuità al proprio ruolo di rappresentanza e tutela degli interessi delle lavoratrici e dei lavoratori del Gruppo Fiat. ·
  • Un’estensione dell’azione contrattuale e giuridica per difendere il Ccnl del 2008 e le libertà sindacali, come deciso dai precedenti Comitati Centrali.

Il Comitato Centrale della Fiom esprime il proprio totale sostegno e la propria profonda solidarietà alle Rsu, ai delegati, ai militanti, agli iscritti della Fiom di Mirafiori e Pomigliano che per primi sono impegnati in questa difficile e durissima vertenza e si rivolge a tutte le lavoratrici e i lavoratori metalmeccanici affinché con la loro mobilitazione ed azione collettiva si difendano le libertà sindacali, la dignità del lavoro e la democrazia nei luoghi di lavoro e nel Paese.

Approvato con 102 favorevoli e 29 astensioni.

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Soldi, terra e farabutti.

23 Dicembre 2010 Commenti chiusi

 

Il club segreto dei 9 banchieri che domina Wall Street

13 dicembre 2010  FEDERICO RAMPINI La Republica

carta_igienica_euroNEW YORK DI NUOVO loro: i Padroni dell’ Universo. Stessi nomi, stessi vizi, una storia che sembra condannata a ripetersi e col finale che rischia di essere già scritto: l’ impunità. Stavolta è l’ intero mondo dei titoli derivati – finanza “tossica” che ebbe un ruolo cruciale nella crisi del 2008 – l’ oggetto delle loro congiure. Una vera e propria “cupola” di grandi banchieri esercita un potere esclusivo di controllo su questo mercato. Fuori da ogni trasparenza, e al riparo da ogni concorrenza. «Il terzo mercoledì di ogni mese – rivela il New York Times – nove membri di una élite di Wall Street si riuniscono a Midtown Manhattan. I dettagli delle loro riunioni sono coperti dal segreto. Rappresentano Goldman Sachs, Morgan Stanley, JP Morgan, Citigroup, Bank of America, Deutsche Bank, Barclays, Ubs, Credit Suisse». Ufficialmente, i nove banchieri di questo potentissimo comitato d’ affari hanno il compito di «salvaguardare la stabilità e l’ integrità» su un mercato che muove ogni giorno migliaia di miliardi di dollari. Di fatto, il club dei nove «protegge gli interessi delle grandi banche che ne fanno parte, perpetua il loro dominio, contrasta ogni sforzo per rendere trasparenti i prezzi e le commissioni». La denuncia raccolta dal New York Times viene dal massimo organo di vigilanza. La fonte più autorevole all’ origine dell’ inchiesta è Gary Gensler, capo della Commodity Futures Trading Commission. L’ UOMO a cui Barack Obama ha affidato il compito di fare pulizia in un mercato altamente speculativo. Ma Gensler è costretto ad ammettere la sua impotenza. «Il costo di quelle pratiche lo paga tutto il resto dell’ economia, lo pagano tutti gli americani», lamenta Gensler. E naturalmente anche gli europei, visto che Wall Street è il centro della finanza globale. I derivati infatti hanno innumerevoli usi, una parte dei quali sono “virtuosi” e più vicini a noi di quanto possiamo immaginare. I fondi pensione li utilizzano per ridurre il rischio di perdite sui loro investimenti nel caso che le tendenze di mercato abbiano improvvisi rovesci (per esempio un futuro rialzo dei rendimenti sui buoni del Tesoro che deprime il valore di quelli in portafoglio). Le compagnie aereee navali comprano derivati per attutire il colpo di un rincaro del petrolio. L’ industria agroalimentare si protegge da aumenti nel costi dei raccolti. Perfino il consumatore, l’ automobilista, è vittima di manovre speculative che attraverso i derivati accentuano il boom delle materie prime. Nessuno dei protagonisti dell’ economia reale è veramente tutelato dalle manipolazioni su questi strumenti. Nessuno sa cosa decidono i nove membri del club esclusivo che si riunisce il terzo mercoledì del mese. Il Dipartimento di Giustizia ha aperto un’ inchiesta «sulla possibilità di pratiche anti-concorrenziali nel clearing e nel trading sui derivati». I sospetti di collusione e di un vero e proprio cartello non sono nuovi. Ma trovare le prove è difficile. E’ vecchia di nove mesi la notizia di un’ altra inchiesta del Dipartimento di Giustizia che aveva fatto scalpore: quella che accusavai più importanti hedge fund (Soros, Paulson, Greenlight, Sac Capital) di aver concordato un attacco simultaneo all’ euro, in una cena segreta l’ 8 febbraio a Wall Street. Il giorno dopo,9 febbraio, al Chicago Mercantile Exchange i contratti futures che scommettevano su un tracollo dell’ euro erano schizzati oltre 54.000, un record storico. Goldman Sachs e Barclays furono coinvolte nelle cronache su quelle grandi manovre. Ma da allora l’ inchiesta sulla congiura ai danni dell’ euro non ha avuto sviluppi di rilievo. Estrarre prove dal club dei Padroni dell’ Universo è complicato, almeno se si seguono i metodi “normali”. Di qui la grande attesa per le rivelazioni annunciate da WikiLeaks sulla Bank of America: chissà che non riesca Julian Assange dove la magistratura non arriva… Per quanto riguarda il mercato dei derivati, paradossalmente è proprio per effetto della grande crisi del 2008 che i Padroni dell’ Universo hanno assunto un ruolo ancora maggiore. Uno dei momenti più drammatici di quella crisi fu il crac dell’ American International Group (Aig), la compagnia assicurativa affondata dalle perdite su un particolare tipo di titoli derivati, i credit default swaps. In quel frangente il Tesoro e le autorità di vigilanza si accorsero che nessuno riusciva a capire veramente le interconnessioni sul mercato dei derivati, esposto all’ effetto-domino: una bancarotta di Aig avrebbe travolto decine di altre istituzioni e forse l’ intero sistema bancario. Perciò fu il Tesoro a spingere per la creazione di una “clearing house” o camera di compensazione, affinché le grandi banche si facessero carico di garantire la stabilità del mercato dei derivati. A questo però si accompagnava la riforma Obama delle regole della finanza, che doveva aumentarei poteri delle autorità di vigilanza,e rafforzare la trasparenza. Quella riforma oggi è sotto tiro da parte della nuova maggioranza repubblicana al Congresso, vittoriosa alle elezioni di novembre e beneficiata dai generosi finanziamenti di Wall Street. Nell’ applicazione della riforma i repubblicani stanno cercando di svuotarla: giovedì il Congresso ha bocciato la richiesta di Gensler per nuove regole sulla trasparenza. “I derivati – spiega il giurista Robert Litan che per il Dipartimento di Giustizia diresse un’ analoga battaglia contro le collusioni al Nasdaq – sono un mercato molto concentrato, e quando il governo di una simile entità è in poche mani, possono succedere brutte cose”. Una certezzaè chei Padroni dell’ Universo usano il loro potere oligopolistico per estrarre dal resto dell’ economia dei profitti esorbitanti. Esempio: su un solo contratto derivato di credit default swap – che protegge l’ acquirente dall’ eventualità di fallimento di uno Stato sovrano come la Grecia, o di una società quotata – il banchiere intermediario incassa una commissione di 25.000 dollari. Contratti simili se ne fanno migliaia ogni giorno, rimpinguando i profitti delle varie Goldman Sachs, JP Morgan, Morgan Stanley. Quando negli anni Novanta il Dipartimento di Giustizia riuscì a dimostrare che un’ analoga collusione tra banchieri controllava gli scambi sul Nasdaq (la Borsa dei titoli tecnologici), in seguito al cambiamento delle regole le commissioni bancarie scesero a un ventesimo del livello precedente. Ma un rischio ancora superiore è che dentro il “club dei nove”, grazie allo scambio di informazioni quotidiane possano maturare operazioni di cartello, manovre concertate, una manipolazione dei mercati. Quelli che dovrebbero “stabilizzare” i derivati, sono i primi a poter profittare delle prossime fiammate speculative.  La terra dell´Africa rubata ai contadini

  La terra dell´Africa rubata ai contadini

                                                                                                                                                                                                                                             togobambini I governi affittano i campi a grandi investitori e potenze straniere. Il tutto all´insaputa degli agricoltori. Ma Onu e Banca Mondiale dicono che solo migliorando le tecniche delle colture si potrà sfamare più gente.  Sudan, Mozambico ed Etiopia fra le nazioni che stanno cedendo milioni di ettari. Il dramma in un villaggio del Mali “Abbattono le nostre case e si prendono tutto”

SOUMOUNI (MALI). La mezza dozzina di stranieri piombata in questo remoto villaggio dell´Africa occidentale ha portato notizie allarmanti ai contadini della zona: «Questa sarà l´ultima stagione in cui potremo coltivare i nostri campi – dice Mama Keita, 73 anni, capo di questo villaggio nascosto in mezzo a una fitta boscaglia – dopo di che abbatteranno le case e si prenderanno la terra. Ci hanno detto che questa terra è di Gheddafi».

In tutta l´Africa e negli altri Paesi in via di sviluppo, una nuova corsa alla terra ne sta inghiottendo grandi estensioni coltivabili. Nonostante le loro tradizioni ancestrali, gli scioccati abitanti di piccoli villaggi stanno scoprendo che le loro terre il più delle volte sono proprietà dei governi africani, che le hanno affittate per i decenni a venire, spesso a poco prezzo, a investitori privati e governi stranieri. Organizzazioni come le Nazioni Unite e la Banca mondiale sostengono che questo metodo, se praticato equamente, potrebbe contribuire a sfamare una popolazione mondiale in aumento, introducendo l´agricoltura commerciale su larga scala in zone che ne sono prive. Ma altri condannano gli accordi definendoli ruberie neocoloniali che distruggono i villaggi e creano una massa instabile di poveri senza terra. A peggiorare le cose, c´è il fatto che gran parte del cibo prodotto è destinata alle nazioni più ricche. «La sicurezza alimentare del Paese interessato deve essere messa al primo posto, senza eccezioni – dice l´ex segretario delle Nazioni Unite Kofi Annan, che ora lavora ai problemi dell´agricoltura africana – altrimenti è puro e semplice sfruttamento, e non funzionerà».

Uno studio della Banca mondiale pubblicato a settembre, segnala che nei primi 11 mesi del 2009 sono stati registrati accordi relativi a terreni agricoli per almeno 45 milioni di ettari. Più del 70 per cento di questi accordi riguarda terreni africani, con nazioni come Sudan, Mozambico ed Etiopia che stanno cedendo agli investitori milioni di ettari. Prima del 2008, la media globale di accordi analoghi non superava i quattro milioni di ettari l´anno. Ma la crisi alimentare di quell´anno, che provocò rivolte per il cibo in una dozzina di Paesi, ha scatenato l´abbuffata. «C´è un interesse persistente all´acquisizione di terreni, ad altissimo livello», dice Klaus Deininger, l´economista della Banca mondiale autore del rapporto, che ricava molte delle cifre dal sito del patrocinio Grain perché i governi non rendono pubblici i dati relativi agli accordi. Il rapporto in linea generale sostiene gli investimenti, ma rivela anche che molti sono speculazioni, che i terreni spesso vengono affittati a meno del loro valore e restano incolti, che i contadini vengono cacciati senza alcun rimborso e finiscono con l´occupare i parchi naturali. E che le nuove imprese creano molti meno posti di lavoro di quelli promessi.

I contadini hanno dovuto abbandonare le terre in Paesi come l´Etiopia, l´Uganda, la Repubblica Democratica del Congo, la Liberia, lo Zambia. In Mali, più di un milione di ettari lungo il fiume Niger sono controllati da un fondo statale, l´Office du Niger. In ottant´anni sono stati irrigati solo 80mila ettari, perciò il governo vede i nuovi investitori come una vera fortuna. «Anche dando la terra alla popolazione, non hanno mezzi per svilupparla, e non li ha nemmeno lo Stato», dice Abou Sow, il direttore esecutivo dell´Office du Niger. Sow fa l´elenco dei Paesi che hanno già fatto investimenti o espresso interesse anche tramite privati: Cina e Sudafrica per la canna da zucchero, Libia e Arabia Saudita per il riso, e poi Canada, Belgio, Francia, Corea del Sud, India, Olanda e multinazionali come la Banca per lo sviluppo dell´Africa occidentale. Sow sostiene che molti investitori sono maliani, ma ammette che investitori stranieri come i libici, che qui hanno noleggiato 100mila ettari, spediranno riso, buoi e altri prodotti in Patria.

L´accordo con i libici assegna loro i terreni per almeno cinquant´anni, chiedendo come unica contropartita che li sviluppino. Ci vorranno anni prima che le terre diventino produttive. Ma alcuni funzionari fanno notare che la Libia ha già speso oltre 50 milioni di dollari per costruire un canale di 38 chilometri e una strada, a beneficio dei villaggi della zona. Tutti i contadini danneggiati, ha aggiunto Sow, riceveranno un rimborso. Ma rabbia e sfiducia dilagano. In una manifestazione del mese scorso, i contadini hanno chiesto voce in capitolo negli accordi fatti. «La terra è una risorsa che il 70 per cento della popolazione usa per sopravvivere – dice Kalfa Sanogo, economista del Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo in Mali – Non puoi buttare fuori il 70 per cento della popolazione, né puoi semplicemente dirgli di diventare tutti braccianti». Un progetto americano da 224 milioni di dollari, invece, segue un approccio differente: lo scopo è aiutare 800 contadini maliani ad acquisire i diritti di proprietà su cinque ettari di terreni appena disboscati.

Soumouni dista circa 32 chilometri dalla strada più vicina. «Siamo tutti molto spaventati», dice Sekou Traoré, 69 anni, uno dei 2.229 abitanti del villaggio. «Saremo noi a finire vittime di questa situazione, ne sono certo».

©The New York Times La Repubblica  (Traduzione Fabio Galimberti)

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I primi lacrimogeni della mia vita

20 Dicembre 2010 Commenti chiusi

Xyz: “I primi lacrimogeni della mia vita, ieri”

15 dicembre 2010 di DB

“Teppista io? Macchè. I violenti sono loro. Ma se vuoi ti racconto tutto: i primi lacrimogeni della mia vita, i miei primi sassi tirati, la paura e la rabbia. Guarda ti dico proprio tutto ma a due condizioni. Che non dici il mio nome, quello è ovvio, e che alla fine rispondi tu a due mie domande. Ci stai? Bene”.

Conosco un pochino questo ragazzo che chiamerò Xyz. Di lui so per certo 4-5 cose che è interessante tenere presente leggendo questa specie di veloce intervista-racconto su cosa è successo ieri a Roma: Xyz non è un teppista, anzi: è persona impegnata nella solidarietà; ne ho chiesto conferma a chi lo conosce più di me; Xyz è studente e lavoratore (non dirò altro e comunque visto che io sono un giornalista di professione posso, anzi devo, “proteggere” le mie fonti); Xyz da poco tempo si appassiona di politica con tutta l’angoscia di chi sente che gli stanno rubando il futuro; Xyz e altri amici-amiche ieri sono andati a Roma senza bastoni o caschi, non avevano nessuna intenzione di fare quella che i giornalisti amano definire “guerriglia urbana”; Xyz non è un “conta balle” (lo conferma anche chi lo conosce meglio di me) e dunque mi pare un testimone interessante per capire qualcosa di più su ieri… La parola allora a Xyz.

Bellissima manifestazione. Ci hanno dipinto come teppisti: eravamo quasi tutte persone pacifiche che si sono difese dalle aggressioni. Mi chiedi se c’erano gruppi organizzati, questi fantomatici Black Bloc? Non ho alcuna pratica di scontri in piazza ma per quel che ho visto, a parte qualche piccolissimo gruppo organizzato… tutte le persone che hanno tenuto il centro di Roma contro le cariche della polizia erano persone come me, visibilmente inesperte, senza caschi o altro . Persone che per la prima volta in vita loro hanno messo un’auto di traverso o cose del genere. E si vedeva. Ci chiedevamo l’un l’altro: “se dobbiamo fermare una carica tu sai come si fa una Molotov?”. E nessuno lo sapeva. Mi chiedi se c’erano infiltrati cioè gente che ha fatto cose strane e dunque potevano essere poliziotti o provocatori come a Genova nel 2001? Non lo so, a Genova non c’ero e non ho pratica di queste cose. Penso che, come accade spesso, la polizia e i carabinieri infiltrano qualcuno. E sì, qualcosa che mi è parsa strana l’ho vista. Non saprei dirti di più. Poi c’era tantissima gente secondo me normale, voglio dire né Black Bloc né poliziotti ma che, molto semplicemente, si è voluta sfogare. Noi ci siamo anche incazzati con chi danneggiava le cose a casaccio: sì alcuni lo hanno fatto veramente in modo stupido e abbiamo litigato con chi tirava bastonate contro qualunque cosa gli capitava a tiro. Ti posso raccontare proprio questo dialogo che ho avuto io con un ragazzo giovane che, da solo e a viso scoperto, spaccava a casaccio: “La macchina del Comune non devi romperla perchè è stata comprata con i soldi nostri”. “Questo Stato e questa gente hanno distrutto la vita dei miei genitori e ora la mia, io voglio vendicarmi su questa città” mi ha risposto. Io ed altri gli abbiamo detto: “sbagli, questa città è tua, devi riprendertela non distruggerla”. Ma invece per le banche il discorso è diverso: eravamo tutte e tutti d’accordo che le banche sono le nostre nemiche. Da sempre. E poi l’ultima crisi internazionale è stata provocata dalle speculazioni e dagli imbrogli dei banchieri e invece di mandarli in galera i governi salvano anche i finanzieri più imbroglioni e anzi danno loro i soldi che tolgono a noi; ma questo schifo l’hanno capito in molti. E sempre più gente odia le banche, bisognerebbe organizzarsi dal basso, come hanno fatto in Messico e in altri Paesi contro questi vampiri. Era la prima volta che noi, cioè intendo io e le persone che erano venute con me, facevano una barricata. Eravamo d’accordo che spostare le auto e metterle in mezzo alla strada per difendersi è comprensibile, è giusto. Non c’è altro modo. Ripeto: non sono un violento e non approvo tutto quello che i manifestanti hanno fatto ieri. Anche se eravamo noi dalla parte della ragione e della giustizia. A volte qualcuno può esagerare sì, anche se lotta per la causa giusta.. Dipende da quanta rabbia ha accumulato, da quante ingiustizie e umiliazioni patisce ogni giorno. Anni fa ho letto un paio di libri sulla guerra civile spagnola e parlavano degli eccessi, dei crimini perfino, commessi da chi difendeva la repubblica dall’aggressione fascista, insomma di quelli che erano dalla parte giusta. Errori e qualche volta il puro piacere della violenza e della vendetta, cioè cose brutte e stupide. Ma anche se questo accade bisogna dire che sono episodi, che il senso di ieri è un altro: la maggior parte della gente in piazza a Roma si è difesa, lottava per il suo futuro contro chi ci vuole schiavi, contro chi un giorno dopo l’altro sta trasformando questa esile democrazia in una dittatura strisciante. E quando anche la magistratura sarà asservita, come insegna la storia, sarà dittatura assoluta. Se vuoi ti racconto qualche episodio, così capisci meglio. Io non sono un teorico e da poco che mi interesso di politica: ho iniziato a farlo per paura, perchè ne sono costretto da quel accade… Si stanno mangiando lo Stato, stanno rubando ai poveri per dare ai ricchi. Io non posso stare a guardare; i nostri genitori e i nostri nonni non hanno lottato per questo, capisci? Allora… mentre andavamo verso via del Corso con Piazza del popolo alle spalle, insomma per arrivare Montecitorio, mi è capitato di stare in prima fila. Ero molto arrabbiato per le violenze che avevo visto di poliziotti e carabinieri, oltre che per tutto il resto e per il Parlamento che aveva appena votato in favore di quel gangster e mafioso di Berlusconi. Insomma ero in prima fila e alcune persone tornano indietro urlando: “scappate, stanno per caricare”. Poco dopo arrivano i lacrimogeni: era la prima volta che li sentivo vedevo in vita mia. Dal rumore avrei potuto credere che fossero bombe… Poi ho visto che chi aveva i guanti li ributtava indietro e altri li calciavano, allora ho cominciato a farlo anch’io. Dopo sono scappato, ma non troppo in direzione di Piazza del popolo. Mentre cercavo i miei amici, ho incrociato macchine di carabinieri e polizia molto strane, cioè credo che quelli siano para-urti da sfondamento, non li avevo mai visti. Dietro tanti poliziotti, che iniziano a tirare lacrimogeni. Non avevamo nulla in mano, tranne qualche piccolo gruppo che ho visto con caschi e qualche spranga. Erano i Black Bloc? Non so, ti ripeto non ne ho davvero idea. Non mi sembravano troppo organizzati ma solo un pochino più esperti di noi. A quel punto per difenderci ci mettiamo a scavare in Piazza del popolo ma le pietre erano troppo grandi, dunque difficili da tirare. Così, all’imbocco della piazza, quando la polizia ci ha assalito di brutto siamo scappati ma loro erano troppo pochi così quando si sono ritirati stavolta li abbiamo caricati noi. C’era una camionetta della spazzatura rovesciata, cioè usata come barricata, che perdeva benzina e così le abbiano dato fuoco. Abbiamo spostato in mezzo alla piazza vasi, tavoli e tutto quel che trovavamo. Sai una cosa? Abbiamo cercato di usare per le barricate solo macchine di lusso, non quelle dei poveracci come siamo noi. A una abbiamo dato fuoco per respingere la carica. Ho visto qualcuno che con un tubo succhiava benzina dal serbatoio e la metteva in una bottiglia con uno straccio a penzolare: ho capito che era quella la famosa molotov. Ero davvero arrabbiato per tutto. Così quando ho visto un poliziotto a 20-30 metri ho preso la rincorsa e gli ho tirato un sasso, il primo della mia vita, ti giuro… Mi ha visto e lo ha parato con lo scudo solo per una frazione di secondo. Non mi pento di averlo fatto. Stava lì a difendere un governo mafioso e a picchiare ragazze e ragazzi che erano quasi sempre pacifici, come io e i miei amici. Macchè armi. Stupidaggini dei giornalisti. Lo sai come abbiamo fatto i bastoni per difenderci? Lì, in Piazza del popolo c’era una casetta in legno, non so forse era un ufficio per informazioni: l’abbiano buttata giù per avere qualche pezzo di legno in mano e poi il resto lo abbiamo bruciato. Ti ripeto: io non ho visto i sacchi con le molotov pronte e anzi ho chiesto ad alcuni tipi più grandi che mi sembravano non aver paura: “ma voi avete pratica di scontri?”. E loro mi hanno detto: “un pochino”. Allora ho detto: “perchè non avete portato bastoni o qualcosa?”. E loro: “e chi lo sapeva che succedeva tutto questo casino”. Cosa pensavo? A me l’immagine del poliziotto che carica fa paura, ma poi quando ho visto i poliziotti in carne e ossa mi è passata ogni paura. Sì, anche io quando alcuni di loro sono rimasti isolati sono andato sotto e ho dato una mano a picchiarli. A un certo punto verso gli archi che chiudono la piazza, si è creato in imbuto e lì ci hanno manganellato a sangue, chiunque capitava: anche se aveva le mani alzate e se visibilmente non c’entrava. C’era una ragazza per terra e l’ho soccorsa. Ma è lì che poco dopo ho visto un poliziotto per terra, non so come mai era solo: quello è stato veramente riempito di calci e sputi. Gli sono passato accanto e gli ho detto: “ne hai prese abbastanza, io non ti faccio nulla”. Non mi piace infierire in tanti contro uno, io non sono come certi sbirri o certi stronzi che ci provano gusto. Stavano picchiando un ragazzo che conosco pesantemente ma uno di loro ha detto “ora no, che ci sono le telecamere”. Che altro dirti? Il corteo ovviamente era spaccato… ma ancora per un’ora abbiamo cercato di resistere. Non ho sentito la tv ma ho letto i giornali oggi: che schifo. Però ora devo andare a lavorare. Finiamo qui. Ti ricordi, giornalista, che ora ci scambiamo i ruoli? Tocca a me farti due domande. “Vai pure” – gli dico. Tu sei d’accordo con la protesta contro la Gelmini e contro Berlusconi? “Certo” rispondo. E allora dov’eri ieri? “Mi avevano invitato n una scuola autogestita a fare una lezione sui razzismi, mi sembrava più utile star lì che andare a Roma”. Ma alle prossime manifestazioni ci verrai? “Avevi detto due domande, questa è la terza”. Non fare lo scemo e rispondi… (Quasi si arrabbia Xyz) “Verrò”. E sei d’accordo con quello che ho detto? “Questa è la quarta domanda ma ti rispondo lo stesso. Per quello che mi hai detto sono in gran parte d’accordo. Il diritto a difendersi non è in discussione. E comunque mi inorridisce che tanti si scandalizzino per queste piccole violenze di strada o per quei pochi che fanno qualche stronzata in una manifestazione giusta mentre ogni giorno sono complici o tacciono sulla grande violenza di questo sistema”. Abbozza un sorriso Xyz e mentre se ne va si prende l’ultima battuta: “Era vero allora quello che dicevano i miei amici. Non sei un pennivendolo, uno stronzo come quasi tutti i giornalisti di oggi”.

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La libertà di parola secondo Moratti

18 Dicembre 2010 Commenti chiusi

 La libertà di parola secondo Moratti

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Al prossimo che viene a parlarmi di nuovo della liberalità dei Moratti ho intenzione di regalare un biglietto di sola andata per il luogo comune dove tutti vorremmo veder finire i seccatori di ogni latitudine. Perché non ci vada senza consapevolezza, prima gli ripeterei quello che ho già più volte scritto qui e altrove: non solo che quando uscì il film Oil sulla raffineria di Sarroch cercarono inutilmente di inibirne la distribuzione perché non volevano che i suoi contenuti venissero visti da qualcuno, ma anche come in questi giorni stiano cercando di fare lo stesso con Giorgio Meletti, il giornalista autore del libro “Nel paese dei Moratti” di cui ho consigliato a suo tempo la lettura. Il 13 dicembre in un lancio Ansa si annunciava infatti come Gian Marco e Massimo Moratti, rispettivamente presidente e amministratore delegato della Saras, abbiano dato mandato ai propri legali di agire contro Meletti e il suo editore Chiarelettere per difendere il discutibile diritto di non essere criticati. Fin qui ci sta, uno ha un affare che presenta ombre di rilevanza pubblica, l’altro glielo critica, se la critica è infondata lo si scrive a propria volta, se quella infondatezza è anche lesiva invece lo deciderà un giudice. Ma nella richiesta dei Moratti c’è anche un elemento in più, che la dice lunga sul valore assegnato dai due fratelli alla libertà di opinione e di espressione altrui. Nel mandato non sono infatti chiamati in causa solo Meletti e Chiarelettere, ma anche i “mass media che, in qualsiasi forma e sede, allo stesso abbiano dato o diano spazio e risalto”, si legge in una nota. Prosegui la lettura…

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Lettera a Roberto Saviano

17 Dicembre 2010 Commenti chiusi

Per chi non avesse letto la” lettera ai ragazzi del movimento di Saviano.

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Lettera a Roberto Saviano

Paolo La Valle
Caro Roberto,
a scriverti è un ragazzo di ventisei anni, uscito da pochi mesi dall’università. Non ho scritto Gomorra, non scrivo su Repubblica, non ho fatto trasmissioni. Ma non è solo al passato che posso parlare: non scriverò un libro di successo, non scriverò su un grande giornale, non dominerò l’auditel in una trasmissione Rai.
Ti scrivo per la stima che il tuo libro mi ha portato ad avere nei tuoi confronti e per la disillusione che questa tua lettera ha causato in me.
Vorrei essere franco e parlare al di fuori delle parole d’ordine che un movimento (qualsiasi movimento) impone per essere schietto e provare a fare un passo oltre il 14 dicembre, altrimenti si guarda sempre al passato e non è il passato a preoccuparmi adesso.
E’ proprio dalle parole d’ordine che vorrei iniziare. Scrivi che le nostre parole sono nuove, che non ci sono più le vecchie direttive: grazie. Non sai quanto possa essere grande questo complimento, proprio da te, che sei diventato una figura di riferimento rompendo un ordine costituito di parole. Le cose che scrivevi in Gomorra c’erano da tempo, andava trovato un modo per dirlo e tu l’hai fatto. Non è poco.
D’altro canto vedo in te il peccato originale da cui ci metti in guardia. Vedo nella tua lettera l’utilizzo di quelle parole d’ordine, di quelle direttive che sono vecchie che sono scollegate dal mondo.
Cos’è questo continuo richiamo agli autonomi del ’77 che si legge in molti articoli e anche nel tuo? E’ il dogma con cui si finisce per sdoganare ogni protesta. Ma non li vedi i movimenti in Francia, a Londra ad Atene? Non ci pensa mai nessuno che sono molto più vicine a noi quelle cose, piuttosto che le immagini in bianco e nero di quarant’anni fa?
Io non sono nessuno per spiegarti cose che sai meglio di me, però guarda le foto: guarda quanta gente c’è in Piazza del Popolo? quanta gente ha resistito agli scontri? E non sotto l’impulso di una rabbia improvvisa, la gente è in piazza c’è rimasta per due ore, tutto il tempo per fare sbollire un’emozione e, se voleva, andarsene. Succede che i cortei si distacchino da azioni che non condividono, l’altro giorno non è successo.
“Non usate i caschi, siate riconoscibili”: belle parole, ma parole d’ordine. Vecchie, stantìe. La gente che in queste settimane è stata denunciata per avere occupato i binari, le strade era riconoscibile. La gente che è venuta a contatto con la polizia perché veniva impedito l’accesso a una zona della città, era riconoscibile. Siamo sempre stati tutti riconoscibili. E siamo stati e saremo denunciati. E siamo stati tutti menati, abbiamo ancora i cerotti. Anche i Book Block, quelli che tu chiami “buoni” hanno i caschi. Caro Roberto, quelli sono manganelli, fanno male. Questo è quello che fa il governo, che fanno le questure. Dici che quando scendiamo in piazza ci troviamo di fronte poliziotti che sono uomini, ebbene perché questo discorso è sempre unilaterale? Anche noi siamo siamo uomini, donne, perché nessuno ci difende?
Quando bisogna difendere le forze dell’ordine si fa a grandi parole, grossi titoli. Quando si devono difendere i manifestanti si fa con piccoli accenni fumosi. Difendeteci, difendete le nostre proteste, questa deve essere la prima cosa. Capite le nostre ragioni, altrimenti, mi dispiace, fra di noi non ci capiremo mai, ci perderemo.
Con questo non voglio dire che il mondo intero deve bruciare. Il mondo deve essere sempre più bello, Piazza del Popolo deve raccogliere feste, le piazze delle singole città devono riempirsi di gioia, ma questo va costruito. E’ una posta in palio che si può mettere in piedi tra chi si riconosce, tra chi lotta insieme.
La testa va usata per pensare, lo scrivi tu. Hai perfettamente ragione ed è grazie al ragionamento, al cervello che possiamo capire che ogni momento è diverso dal precedente, ogni momento ha il suo modo di essere vissuto, i contesti sono fluidi, non sono bianchi o neri. La rabbia e i caschi di un giorno possono, diventare l’abbraccio collettivo del giorno dopo, la salita sui tetti. Dobbiamo avere l’intelligenza per farlo, per cambiare noi stessi, essere diversi ogni giorno, lottare con armi ogni giorno diverse, ogni giorno spiazzanti.

Altro dogma: quello dei buoni e cattivi, c’è ovunque sui giornali. Giornalisti che dicono di non aver peli sulla lingua e di dire cose fuori dallo schema che condannano una parte e assolvono l’altra. Ma è proprio questo lo schema. Buoni e cattivi non esistono, ma non lo dico io, lo dici tu, nel tuo libro, quando mostri che nel sistema camorristico ci sta dentro chiunque, anche suo malgrado. Ma non esistono nemmeno in Dostoevskij (quando mai!), in Pirandello, in Melville, in Flaubert, in Stendhal, non esistono nell’Orlando Furioso e nemmeno nella Divina Commedia: Ulisse, che per l’ansia di viaggiare abbandona la famiglia e fa morire i suoi compagni, è buono o cattivo? Quando vediamo il diavolo che piange, proviamo ribrezzo o pietà? Dio, che non fa entrare Virgilio in paradiso, è buono o cattivo? Solo gli ignavi sono beceri, quelli che seguono la bandierina, che seguono le parole già dette, solo loro sono beceri per definizione. Se guardi a chi si è dissociato dai fatti di piazza, ritroverai in loro gli ignavi, si tratta di rappresentanze che contano quanto i cosiddetti traditori del parlamento: non fanno niente, non hanno mai fatto niente, hanno solo promesso e guardato a se stessi. Non mi curo di loro, guardo e passo avanti.
Per il resto la vita è molto più complicata del rapporto bene o male. E molto più variegata. Pensaci un attimo, sono due mesi che la gente scende in piazza e questo movimento non ha ancora un nome, come nei romanzi di Saramago. Siamo sempre “quelli che hanno fatto questo” oppure ci dicono che siamo di un luogo “quelli dell’Aquila, di Terzigno”. E’ una forza, non credi? Vuol dire che siamo indefinibili: siamo quello che facciamo.
L’altro giorno avevamo i caschi. Domani magari porteremo delle girandole in questura, l’indomani Book Block, il giorno dopo ruberemo in libreria i volumi che ci piacciono e che costano diciotto euro e che non possiamo permetterci (ci difenderai?), parleremo con gente di altre generazioni, staremo con loro, cammineremo. Ci difenderai o ci attaccherai? In ogni caso sappi che saremo sempre le stesse persone.
Altri nemici non ne voglio, caro Roberto, ti ho scritto quello che pensavo, ti ho descritto la situazione reale che c’è stata in Piazza del Popolo, ti ho descritto la situazione quotidiana. Sta a te decidere cosa vuoi leggere nelle proteste. Vuoi leggere un rigurgito del ’77? Va bene. Ti diremo che siamo più vicini alle proteste di Londra e Parigi. Vuoi leggere una violenza di gruppi sparuti? Ti diremo che Piazza del Popolo non la riempiono cento persone. Vuoi leggere la violenza solo come un voto in più a Berlusconi? Va bene, leggeremo nelle tue parole una semplicità di analisi disarmante che si basa su un sistema binario, Zero Uno, Zero Uno. C’è un’infinità di numeri tra cui scegliere e te ne dico un altro: Centomila, sono le persone che l’altro giorno stavano in piazza insieme, al di là di ogni rappresentanza.

Pubblicato da t.lorini il 16-12-10

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L’attacco al palazzo, d’inverno.

16 Dicembre 2010 Commenti chiusi

14 dicembre 2010. L’attacco al palazzo, d’inverno

di Paola De Luca   su Carmilla

Due mondi si sono telescopati oggi, a Roma. I media hanno immediatamente conferito il titolo di “guerriglia criminale” agli uomini e alle donne che attaccavano i blindati e davano fuoco alla dorata città dei regali di Natale.
Nel palazzo, si celebrava una cerimonia classica: c’erano un po’ di Cesari, c’erano un po’ di Bruti, c’erano scherani di una parte e dell’altra che si agitavano per qualche pugno di dollari.
Io, che pure sono ormai lontana dal credere che scatenarsi in piazza possa cambiare le cose, mi sono ritrovata a sorridere, a fare il tifo per i giovanotti e le giovanotte in passamontagna.
Non servirà a niente, ma ogni tanto è edificante vedere che l’ordine è messo sottosopra, ascoltare altro che il gingle mielosissimo che ci viene ammannito con fervore quotidiano. Le buone intenzioni di ogni oratore, i pii propositi avanzati ovunque, lo sdegno contro ogni brutalità.

Tra una petizione per la condannata alla lapidazione e l’accendersi di candeline contro le guerre, la realtà in immagini sembra costretta dentro a spot pubblicitari per viaggi esotici.
E sono arrivati questi barbari, che dio li benedica, a mettere fuoco alle polveri. A ricordare che siamo impastati di violenza perchè ci nasciamo e ci cresciamo dentro, che lo vogliamo o meno.
Che il mostro è mite solo se lo guardi da una scrivania, protetto da una buona barriera di privilegi.
Che mentre l’etnia dei predatori legali si dilania per ripartirsi diversamente il bottino, un’altra gente s’incazza e va in guerra di resistenza.
Magari per poche ore, magari pagando conseguenze che saranno certo amare, ma l’attacco, d’inverno, al palazzo è stata una scena grandiosa.
Guerriglia criminale… chissa se il vispo giornalista ci farà anche l’esempio di una guerriglia perfettamente lecita, magari ne ha viste.
Non facciamo scempio di questo gesto bello compiuto proprio mentre se ne svolgeva un altro immondo, con schiamazzanti carognette in giacca e cravatta che si rubavano il portamonete a vicenda.
Non ci mettiamo a recriminare o a trovare ragioni sociologiche da una parte e dall’altra.
Per una volta, ammiriamo l’estetica.

 

 

 

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3, ancora 3, proprio niente di nuovo !

15 Dicembre 2010 1 commento

“La Democrazia esiste laddove non c’è nessuno così ricco da comprare un altro e nessuno così povero da vendersi.”

 Jean Jacques Rousseau

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Il mio cinema fra Mussolini, Sordi e Gorbacëv

3 Dicembre 2010 Commenti chiusi

monicelli3010

E’ stato uno dei più grandi registi italiani di tutti i tempi. Qui ripercorre la sua vita in un racconto intensissimo e divertente, amaro e surreale. Proprio come le sue commedie. Con la differenza che in questa narrazione nulla è stato inventato. Dal primo film sotto il fascismo alla Liberazione, dagli attacchi di Gadda contro La grande guerra, alle partite a carte con Sordi e il sensitivo Rol, dal ritorno a casa l’8 settembre del ’43 al crollo dell’Urss.

di Mario Monicelli, da MicroMega 5/2010

Il primo regista con il quale ho lavorato era un cecoslovacco, si chiamava Machaty´. Era il 1934. L’anno prima aveva vinto a Venezia con un film «scandalo»: Ecstasy. A dire la verità non si trattava di una grande pellicola, ma fece molto scalpore perché conteneva la prima scena di nudo della storia del cinema. L’attrice in questione, Dorothy Lamarr, veniva immortalata mentre passeggiava senza veli per i boschi della Boemia. L’effetto sul pubblico fu tale che il film ebbe la Coppa Mussolini e il regista fu chiamato a Hollywood.

Proprio quando era in procinto di trasferirsi negli Stati Uniti dalla Cecoslovacchia, il nostro ministero della Cultura popolare – il famigerato Minculpop – intercettò Machaty´ e gli chiese di fare un film in Italia. Lui era qui con tutta la sua piccola troupe composta dalla prima attrice, un assistente, un montatore, un direttore delle luci… cinque o sei persone in tutto.

Girarono un film che si intitolava Ballerine. Quella fu la prima volta che io lavorai su un set. Facevo – diciamo così – l’«aiuto attrezzista»: mi occupavo sostanzialmente di trasportare i mobili, spostare i pezzi della scenografia, ma anche di portare le bottiglie d’acqua, aiutare il regista a mettersi il paltò, ad accendere la sigaretta… Insomma, ero un ragazzetto che si dava molto da fare. Avevo 19 anni ed ero contentissimo. I 19 anni di allora non possono essere confrontati con quelli di oggi: allora, a quell’età, si era ancora un po’ imbranati, un po’ ragazzini; si guardava il mondo con un’aria stupefatta.

Naturalmente quelli erano gli anni del regime, del fascismo. Ma il rapporto fra il cinema italiano e il fascismo fu sempre molto particolare. La situazione era molto diversa rispetto a quella dell’informazione e della stampa. Lì margini di libertà proprio non ce n’erano. Ricordo gli articoli di Montanelli, colui che oggi viene celebrato come il più grande giornalista italiano, l’icona della stampa libera e indipendente. Le sue esaltazioni del fascismo e del duce di cui scriveva coniando addirittura degli aggettivi ad personam per Mussolini, tipo «oceanico» e robe di questo genere. Montanelli, Missiroli e tanti altri esaltavano il fascismo e le guerre nelle quali il regime coinvolgeva il paese così come faceva Malaparte. Quest’ultimo, però, lo faceva con la chiarezza dell’uomo schierato, mentre le persone come Montanelli e Missiroli ci tenevano a far vedere di essere dei «liberali». Ecco chi era il campione del giornalismo libero così glorificato ai giorni nostri.

Tutto questo per dire che la realtà della carta stampata e dell’informazione in senso stretto era assolutamente priva di spazi. Per quanto concerne il cinema, invece, non si poteva parlare di politica – e tanto meno, ovviamente, si poteva parlare male del fascismo – ma non era nemmeno richiesta un’esplicita celebrazione del regime. Si faceva un cinema «piccolo-borghese» incentrato principalmente su vicende d’amore. Ricordo ad esempio film come Mille lire al mese o Il signor Max.

Era il cinema dei «telefoni bianchi», ovvero produzioni senza troppe pretese ma con un cospicuo pubblico, che in più offrivano una certa possibilità di imparare il mestiere. Soprattutto dopo che fu costituito l’Asse Roma-Berlino (l’alleanza fra l’Italia fascista e la Germania di Hitler) e fu proibita la circolazione del cinema americano, che in quegli anni imperversava. Da quel momento in poi la nostra produzione nazionale di film crebbe considerevolmente. Fu allora che nacque Cinecittà.

Il regime dava soldi in abbondanza al cinema, purché questo non rompesse troppo le scatole. E quel mondo rispondeva con i film dei «telefoni bianchi» e, inizialmente, con qualche pellicola di propaganda. Ma poiché quest’ultime erano fatte piuttosto male, non ebbero un grande successo e presto il regime rinunciò anche a commissionarle. Fu però proprio in uno di questi film di propaganda che ebbi la mia seconda esperienza sul set, dopo quella con Machaty´. Andai a finire in Libia, dove girammo un film che parlava di un giovane italiano alto-borghese che, a causa di una delusione d’amore, decideva di arruolarsi nelle truppe coloniali. Il lavoro si intitolava Lo squadrone bianco e lo dirigeva Augusto Genina. Un grande regista – che aveva lavorato nel cinema tedesco e francese dopo il fallimento dell’Unione cinematografica italiana – ma privo di idee e convinzioni politiche: si prestava a fare di tutto. Fece anche un film di esaltazione della guerra di Spagna: L’assedio dell’Alcazar.

Una precisazione si rende però necessaria per capire il contesto nel quale vivevamo in quegli anni: allora erano tutti fascisti. Gli italiani appoggiavano tutti il regime, tranne quei pochi disperati che stavano in Francia o che erano stati mandati al confino a Ventotene o in un qualche altro posto. E in più questi dissidenti erano tutti di una certa età: i più giovani erano tutti «fascistissimi», tutti convinti che avremmo vinto la guerra e saremmo diventati, al seguito della Germania, i padroni del mondo. Poi naturalmente molti di questi furono prontissimi a riciclarsi e a rifarsi una verginità all’indomani del crollo del regime. La cosa fu all’origine anche della tragedia familiare che mi colpì a guerra appena finita.

Mio padre era stato un giornalista molto importante. Partito da posizioni socialiste era poi passato con i liberali e, come molti liberali, aveva inizialmente visto nel fascismo un argine contro il «pericolo bolscevico» e con il suo giornale – era direttore del Resto del Carlino – lo aveva sostenuto, sebbene con uno stato d’animo assai riottoso. Con il delitto Matteotti – quando il regime si presentò per quello che realmente era, rivendicando il suo volto violento, sanguinariomio padre passò all’opposizione. Scrisse sul suo giornale tre o quattro articoli nei quali denunciò il delitto con toni molto accesi e così gli fu tolta la direzione e la proprietà (era anche il proprietario del giornale, oltre che il direttore). Gli fu anche proibito di firmare qualsiasi articolo – non solo di politica, ma di qualunque argomento – con il suo nome.

Mi ricordo – avevo più o meno otto anni – quando la nostra casa sopra le colline di Bologna fu presa di mira da un gruppo di fascisti, un gruppo di giovanotti col fez che cominciarono a tirare sassate contro le finestre. Io ero esaltatissimo, vedevo mio padre come un eroe. Invece i suoi colleghi giornalisti non ebbero alcun problema a lavorare nelle redazioni dei vari giornali fascisti. Me li ricordo quando venivano a casa nostra a raccontare i pettegolezzi, a sghignazzare sul fascismo, sul Duce, sulle pagliacciate dei gerarchi che saltavano dentro i cerchi di fuoco nel corso delle parate ufficiali… Poi però il giorno dopo tornavano in redazione e scrivevano panegirici di Mussolini, della guerra, delle folle oceaniche sotto palazzo Venezia.

Quando poi il regime crollò, tutti a salire sulla barca della democrazia: gli stessi che fino al giorno prima avevano esaltato il fascismo. Ma mio padre, che durante il Ventennio era stato estromesso poiché antifascista, non fu affatto reintegrato nel suo vecchio lavoro. Continuò a essere un emarginato, anche perché nei posti che contavano erano rimasti quelli che c’erano durante il regime. E questo lo portò al suicidio.
Fu un gesto sbagliato, niente affatto eroico, che cinematograficamente potrebbe essere raccontato all’interno di una storia piena di sarcasmo. Ma maturò proprio dentro questa cornice di comprensibile amarezza e indignazione.

L’8 settembre me lo ricordo molto bene. Ero a Napoli perché, dopo aver fatto la guerra in cavalleria, mi avevano fatto passare ai carri armati e dovevo imbarcarmi, insieme al mio reggimento, per la Libia.
Non dimentico il terrore di quelli che partivano. Se si riusciva ad arrivare in Libia non c’era alcun problema perché tanto tutti si arrendevano; se uno riusciva a toccare terra la cosa era fatta, era salvo. Il problema era il tragitto, che durava cinque, sei giorni: se ti siluravano il traghetto andavi a fondo e affogavi come un gatto, senza possibilità di difenderti. Centinaia di soldati, tutti sulla tolda, in attesa, andavano a fondo all’improvviso nel giro di pochissimo tempo. Ogni dieci, dodici giorni veniva letto l’elenco di quelli che si imbarcavano e allora si diffondeva il terrore. Per fortuna, però, il mio nome non fu mai pronunciato e presto i viaggi dei traghetti si fecero sempre più rari perché nell’ultimo scorcio della guerra il Mediterraneo era ormai diventato un lago inglese.

L’8 settembre quindi ero a Napoli. Ricordo che tolsi l’uniforme – ero sottufficiale – e uscii dalla caserma con una giacchetta che avevo in valigia. Mi avviai a piedi verso Roma seguendo la strada ferrata. Non conoscendo le strade, uno andava alla stazione e poi seguiva la ferrovia, così era sicuro di arrivare a destinazione. E infatti la strada ferrata ospitava una grande processione di soldati che tornavano ciascuno a casa propria. Quando passava qualche aereo tutti si buttavano di lato e poi, poco dopo, il serpentone si ricomponeva.

Appena sono tornato a Roma sono stato contattato al telefono da un tale che si chiamava Comunardo Braccialarghe. Proprio così, Comunardo Braccialarghe. La famiglia Braccialarghe era una famiglia di anarchici e lui era stato chiamato così in onore della Comune di Parigi. Io ero socialista, in giro lo sapevano, e allora mi contattarono. Formammo un piccolo gruppo di cinque o sei elementi e ci occupammo principalmente di tenere in piedi alcuni contatti, trasportare pacchi, prestare servizi di protezione e scorta. Questo fu il mio piccolo contributo alla Resistenza fino a quando non arrivarono gli Alleati.

A causa del consenso di massa del quale godeva il regime e che ho cercato di rendere anche con queste brevi istantanee, quando il fascismo crollò, davvero venne meno un mondo nel quale la stragrande maggioranza degli italiani aveva creduto. Lo shock fu tale che aprì le porte a una stagione di grande sperimentazione, nella quale fu abolita quasi ogni censura e potemmo girare film fino a poco tempo prima assolutamente impensabili.

Io firmai la sceneggiatura di un film con Macario che si intitolava Come persi la guerra e che fu un grandissimo successo. Era una farsa, anzi una farsaccia, che conteneva una denuncia feroce contro l’insipienza del regime, dei vertici dell’esercito italiano, di coloro che ci avevano condotto in guerra.

Quella stagione unì la creatività sprigionatasi con la fine della repressione fascista alla capacità produttiva ereditata dagli anni del regime, anni nei quali non solo fu edificata Cinecittà ma si formarono maestranze di altissimo livello dal punto di vista tecnico. Appena finita la guerra credo che la nostra industria cinematografica fosse seconda solo a quella degli Stati Uniti, e questo ci permise di cominciare da subito a sfornare 50-70 film l’anno, che in poco tempo diventarono 250.

Oggi il cinema italiano del secondo dopoguerra è identificato con il neorealismo. Ma quello era un cinema di élite: tutti si inchinavano, la stampa ne celebrava gli autori, la critica ne incensava i registi. Ma il pubblico mica li andava a vedere i film neorealisti! Andava a vedere i film di Totò o Come persi la guerra. Per questo non facevo il «neorealismo», ma questa sorta di… «neofarsismo». Facevamo un cinema molto autentico che trattava temi importanti – il problema della casa, del lavoro, della sopravvivenza quotidiana – ma in chiave niente affatto drammatica, con attori come Totò o Aldo Fabrizi che venivano dal teatro leggero ed erano popolarissimi.

In fondo è da lì che nacque la commedia all’italiana, da quel gruppo di autori e registi – Comencini, Risi, Steno, Age, Scarpelli, Benvenuti, De Bernardi, Fulci eccetera – che scelse di raccontare con ironia, e talvolta addirittura con i toni della farsa, la società italiana di allora e i gravissimi problemi che la attraversavano. Per altro devo dire che il cinema italiano del dopoguerra fu una grande opera collettiva.

Ci frequentavamo tutti – attori, registi, sceneggiatori – andavamo negli stessi locali, negli stessi bar, negli stessi ristoranti. A parte Visconti – che era pieno di quattrini e non aveva bisogno di niente – eravamo tutta gente giovane e senza una lira. Nessuno di noi aveva una casa personale: dormivamo tutti in camere ammobiliate e quando c’era da lavorare, da scrivere, ci trovavamo sempre in quei due o tre soliti bar di Roma, che erano un po’ il nostro ufficio. Uno era il Caffè Greco di via Condotti, un altro il Notegen di via del Babuino, un altro ancora si trovava dove oggi c’è il McDonald’s a piazza Mignanelli, accanto a piazza di Spagna.

Fra i ristoranti ricordo il Cesaretto a via della Croce, Otello e Il Re degli Amici. Dai Fratelli Mende, invece, sulla via Flaminia si ritrovavano i pittori – ricordo fra gli altri Trombadori, Consagra – che spesso si menavano. Erano tremendi, se non erano d’accordo fra loro scattavano delle risse terribili.

Noi del cinema invece eravamo più tranquilli, andavamo molto d’accordo, non c’era rivalità. Anche perché a un certo punto, come ho detto, si facevano tra i 200 e i 250 film l’anno, quindi lavoro ce n’era in abbondanza per tutti. Ci passavamo le commesse fra noi, ci scambiavamo i favori, indirizzavamo chi aveva meno lavoro verso i progetti nuovi che nascevano. Insomma, c’era un clima di grande unità e collaborazione.

Fu così che nacque anche La grande guerra. Durante il fascismo ci avevano fatto il lavaggio del cervello con la prima guerra mondiale: ci veniva raccontata come la quarta, l’ultima guerra d’indipendenza. Ci veniva detto che il popolo italiano si era destato da ogni paesino della Sicilia, da ogni entroterra sperduto della Sardegna e si era riversato sulle Alpi per respingere lo straniero e liberare Trieste. Una falsità tremenda! Negli anni ’15-’18 l’Italia era un paese del «quarto mondo», il 70 per cento dei suoi abitanti era analfabeta. I soldati mandati a combattere al fronte venivano buttati nel fango, in trincee scavate nelle montagne gelate, malnutriti, male armati e mal comandati… nemmeno sapevano perché si trovavano lì. Il nostro film voleva sfatare tutta questa falsa retorica che era stata costruita intorno alla prima guerra mondiale dal fascismo. Approfittando della fine della censura – la censura era molto rigida per quanto concerneva gli aspetti del «buoncostume», ma si era assai attenuata per quanto riguardava il punto di vista storico o politico con il quale veniva girato un film – scrivemmo una sceneggiatura con l’obiettivo di restituire la memoria della guerra alla sua cruda e amara realtà.

Un libro che utilizzammo molto per la sceneggiatura fu Un anno sull’altipiano di Emilio Lussu. Un racconto straordinario, dal quale prendemmo molte situazioni, battute, personaggi. Andai anche a trovarlo, Lussu, per chiedergli l’autorizzazione a utilizzare il libro e corrispondergli in caso i diritti. Ricordo che la moglie, Joyce – una donna antipaticissima – mi trattò molto male. Lussu era ben disposto e in fondo penso fosse divertito del fatto che il suo libro venisse messo in scena in un film come il nostro, ma la moglie praticamente non mi fece parlare. Potevamo fare quello che ci pareva con il libro – disse – e non dovevamo pagare un soldo, ma loro non ne volevano sapere nulla. E dopo poco mi buttò fuori di casa. Fu davvero scortese. Più in generale, al mondo della cultura non piacque affatto l’operazione che facemmo con La grande guerra poiché era un mondo ancora molto legato a certi stereotipi della storia nazionale. Carlo Emilio Gadda, ad esempio, si offese molto e scrisse cose durissime contro il film. Durante il regime la grande guerra era intoccabile e ora ci facevano un film quelli della commediola, quelli di Guardie e ladri e di Totò cerca casa… Gadda scrisse che nessuno in Francia si sarebbe mai sognato di fare una cosa del genere.

I personaggi che poco tempo prima venivano descritti come eroi nazionali, ora venivano trasformati in uomini comuni senza alcuna aura sacra, e in più interpretati da attori come Sordi, come Gassman, che fino a ieri avevano recitato solo in commediole goderecce, divertenti e molto popolari: questi erano i discorsi che comparvero sui giornali dell’epoca. Un altro assai critico fu Norberto Bobbio. In ogni caso noi ci difendemmo con molta fermezza da queste accuse e il film fu un successo strepitoso.

Un’altra pellicola che diede molto fastidio fu – l’ho citata sopra – Guardie e ladri. Era la storia di un poliziotto che faceva amicizia con un ladro. Erano entrambi due miserabili, con molti problemi in comune: da qui l’intesa che li legava. E così il ladro, per non far perdere il posto al poliziotto, alla fine accettava di farsi arrestare. Naturalmente questa immagine della «forza pubblica» che davamo nel film fu molto criticata, ma la pellicola fu un altro successo straordinario.

In Totò e Carolina, invece, c’era questa ragazza sbandata che veniva riaccompagnata al paese natale da un poliziotto, ma nessuno voleva riaccoglierla. Alla fine era lui ad aiutarla, insieme a un gruppo di comunisti che stavano andando a fare un comizio da qualche parte. Era un film molto sovversivo se teniamo conto di quale fosse la morale e il comune senso del pudore di quegli anni. E infatti ebbe moltissimi problemi con la censura. Ma ancora una volta il pubblico rispose in modo straordinario.

Questi film piacevano perché facevano ridere raccontando storie amare. Inizialmente lo spettatore, guardando un certo personaggio e seguendo una certa situazione, pensava a quanto lui era diverso da quel personaggio e a quanto improbabile fosse la situazione nella quale si trovava. Ma dopo un po’, sotto sotto, sentiva che un filo rosso profondo lo legava a ciò che veniva rappresentato nel film. Pensiamo al fenomeno di Alberto Sordi. Lui si è inventato il personaggio di un italiano vile, sopraffattore, inaffidabile, pronto a qualsiasi bassezza, insomma di un italiano immondo con cui gli italiani si sono divertiti follemente. Come mai? Perché pensavano che fosse una cosa che non gli corrispondesse, ma sotto sotto ne sentivano il richiamo. All’estero Sordi non lo possono vedere. Si chiedono: ma come fa a divertire questo essere immondo? Cosa c’è da ridere?

Apro qui una parentesi su Alberto perché è in assoluto l’attore più strepitoso con il quale abbia mai lavorato. Nessuno è stato come lui. Sordi non era un uomo colto, non era un intellettuale. Aveva solo un po’ di cultura musicale che gli veniva dal fatto che il padre suonava non so quale strumento a fiato in quale orchestrina. Aveva anche studiato un po’ di canto, era un basso profondo. Ma era fondamentalmente ignorante e non aveva fatto alcuna scuola. Era approdato al cinema dopo aver fatto qualche parte a teatro, ma senza una formazione specifica. Un po’ come Tognazzi.

C’era invece un’altra schiera di attori, come Gassman, che veniva dall’Accademia. Gassman e Sordi, pur così diversi, stavano insieme benissimo. Non ebbi mai problemi a lavorare con loro. Le persone di qualità – non solo gli attori, lo stesso vale per i giornalisti o qualsiasi altra categoria professionale – non danno mai problemi. Non ebbero mai nessuna difficoltà ad armonizzarsi e seguire le indicazioni del regista. Io ho lavorato anche con attori di lingue diverse, che recitavano parlando uno francese, l’altro tedesco, l’altro ancora italiano. Ma quando l’attore è di qualità il lavoro sul set è sempre facile, non c’è mai imbarazzo. Sono i mediocri che creano problemi. E per giunta problemi insolubili.
Se tu vai da un attore di qualità e gli dici: «Per piacere Vittorio, dagli una punta di malinconia in più a questa scena», quello va a rifarla e la fa perfetta, proprio come richiesto. La stessa cosa non succede col mediocre perché non sa fare diversamente, poveraccio.

Fra tutti gli attori bravi con i quali ho avuto la fortuna di lavorare, comunque, il numero uno era Sordi. Una volta lo accompagnai a Torino da Gustavo Rol, il mago sensitivo amico di Fellini, per il quale Alberto si era incuriosito. Fellini era fissato con queste cose dell’occulto: non mi sono mai spiegato come mai, dato che era un romagnolo con i piedi ben piantati a terra. Io invece sono sempre stato assai scettico e così quando Sordi mi chiese di accompagnarlo, dal momento che non voleva andare da solo, ho accettato senza problemi.

Rol ci accolse sommergendoci di racconti mirabolanti sulle sue performance, su come era stato in grado di apparire contemporaneamente in diversi luoghi. Citava date e nomi ai quali avremmo dovuto chiedere conferma di quanto diceva. Faceva grandi e fumosi discorsi sul nostro futuro, ma senza di fatto prevedere nulla di specifico. Ci mostrava i suoi quadri dipinti in stato di trance. Alla fine, dopo ore spese a cercare di impressionarci senza però sortire alcun effetto (avevamo capito ben presto che razza di ciarlatano avevamo di fronte), ci ritrovammo tutti e tre, a notte fonda, a giocare a carte. A pensarci, una scena da film di Monicelli.

Tornando alla commedia all’italiana, un po’ tutta quella stagione è stata costruita intorno al gioco di specchi fra pubblico e rappresentazione. Mostravamo un’Italia pusillanime e immorale, ma sulla quale era possibile ridere anche perché era ancora un’Italia povera e tante bassezze erano legate a situazioni di estremo bisogno. Per questo contro i personaggi della commedia non scattava un meccanismo di mera condanna, ma anche di empatia e identificazione.

In fondo ho sempre raccontato le storie di gruppi di disperati – oggi diremmo di «sfigati» – desiderosi di cambiare la loro vita con un’impresa che si rivelerà alla fine più grande di loro e che li condannerà al fallimento. Le mie storie sono sempre state la narrazione delle vicissitudini – al tempo stesso ridicole, divertenti e patetiche – intorno a questa impresa. , L’armata Brancaleone, I soliti ignoti… in un certo senso anche Speriamo che sia femmina: sono tutti film che hanno sullo sfondo questo aspetto del fallimento, il fallimento che nasce dalla scelta di una strada sbagliata. Gli italiani si sono fatti dire dal cinema cose che non hanno concesso di farsi dire dal teatro e dal romanzo. Si sono fatti raccontare una realtà spesso molto dura, amara. E questo perché il cinema, essendo un mezzo molto popolare e moderno, arrivava dappertutto senza cerimoniali, senza mediazioni.

I compagni

Venivamo da una guerra perduta in modo inglorioso, da una dittatura farsesca conclusasi con questo personaggio, Mussolini, catturato mentre cercava di fuggire travestito da tedesco e con l’amante al seguito. Una cosa ridicola, miserabile, suggellata dall’ancor più miserabile scena di piazzale Loreto.
Avendo alle spalle queste cose qui, gli italiani erano davvero pronti a tutto. La gente non aveva una lira e per pochi soldi poteva entrare in queste sale buie dove prendevano forma racconti straordinari, al tempo stesso tragici e divertentissimi.
Noi rappresentavamo un paese con tratti grotteschi, assurdi, imbarazzanti, ridicoli, ma raccontavamo un’Italia che era sotto gli occhi di tutti: tutti – eccezion fatta ovviamente per la classe dirigente, gli esponenti del governo, gli intellettuali – erano d’accordo nello sbeffeggiare questa Italia, nel divertirsi prendendosi gioco di lei.

Oggi non è più così, perché coloro che si accorgono della miseria che ci circonda sono una minoranza. E infatti oggi si tende a raccontare un’Italia nella quale tutto va bene, sono tutti allegri e tutto si risolve sempre nel migliore dei modi. Penso a quei film tipo i cinepanettoni pieni di «divertimento», parolacce, gesti sconci e battute da quattro soldi. Questi sono film agli antipodi della nostra commedia: noi cercavamo di divertire aiutando nel contempo a decifrare in modo critico il presente. Questi film mirano a far dimenticare tutto, a obnubilare completamente le coscienze.
Naturalmente non mancano nel cinema italiano di oggi film che tentano di indagare con senso critico la realtà, ma i tentativi più riusciti – penso ad esempio a Gomorra – non si collocano nel genere della commedia.

Inoltre mi pare che manchi quel fermento creativo che attraversava il mondo del cinema negli anni d’oro della commedia all’italiana. Allora ogni film era come un focolare dal quale nascevano tanti altri incendi, tanti altri film. Oggi, invece, anche una grande pellicola non riesce a dare vita a un filone, a una linea di sviluppo e implementazione delle idee e degli spunti che vi sono contenuti.

Forse il benessere diffuso che oggi caratterizza l’Italia – nonostante la crisi e le difficoltà, oggi nessuno finisce più in mezzo alla strada, oggi nessuno ha più veramente fame, a nessuno manca più il cibo come succedeva dopo la guerra – ha spazzato via lo spirito di rivolta che c’era allora e quindi il furore creativo che sempre accompagna lo spirito di rivolta. Insomma, negli anni ’48, ’49, ’50, i cortei erano cose serie. Erano cose drammatiche in cui si rischiava la vita negli scontri con la celere. Oggi le manifestazioni sono grandi adunate musicali: ci si ritrova in piazza, si fanno un po’ di discorsi, poi comincia la musica e tutto si conclude lì.

Allora non c’erano le orchestrine: c’era gente che scendeva in piazza arrabbiata perché reclamava la terra e il lavoro. Quando i braccianti e gli operai organizzavano le occupazioni delle terre o gli scioperi non si presentavano con trombette e coriandoli, ma con bastoni e caschi, cercando di fare più casino possibile. E poi in parlamento i partiti di sinistra cercavano di tradurre politicamente tutta questa energia popolare per ottenere risultati concreti, avanzamenti tangibili delle condizioni materiali delle classi che rappresentavano.

Oggi la sinistra non c’è più e la società è sostanzialmente riconciliata con se stessa. E non mi riferisco qui solo all’Italia. È tutto l’Occidente a essere sazio del proprio benessere. L’unica sua preoccupazione è quella di chiudersi come in un bunker per impedire ad altri di riuscire a entrare e mantenere così invariati i nostri livelli di vita. Naturalmente questo atteggiamento è illusorio se proiettato nel lungo periodo: vediamo che piano piano l’asse del mondo si sta spostando a est e l’Occidente ha cominciato il suo declino. Ma è un declino che durerà a lungo così come a lungo durerà il torpore da benessere che lo caratterizza.

Per quanto in Italia le cose vadano male, tutti hanno un paracadute sul quale contare. Il più grande, il più pervasivo, il peggiore di tutti è la famiglia.
La famiglia è ormai diventata la tana in cui ci si rifugia scappando da un mondo di egoismi e sopraffazioni. Ma è una tana che serve ad alimentare ancora di più questa reciproca ostilità, perché ormai tutti si fidano solo dei quattro o cinque familiari che hanno intorno. Tutto deve essere sacrificato alla famiglia: qualsiasi cosa, qualsiasi malefatta può essere giustificata se serve a proteggerla o a farla prosperare. Sono diventate dei piccoli rifugi di bestie feroci nelle quali nessuno può entrare. Da collante sociale si sono trasformate in elemento fondamentale di divisione e reciproca ostilità.

Personalmente giudico questo passaggio talmente grave e importante che se dovessi scegliere oggi un soggetto sul quale girare un film, sceglierei proprio la famiglia. Comunque non ho alcuna intenzione di produrre alcunché: non ne ho più la forza; mi manca la «fantasia», per usare un’espressione romanesca che rende benissimo il rapporto fra energia e capacità creativa. Ma se devo ragionare così in astratto su un tema che mi piacerebbe trattare non posso che scegliere la famiglia. Si parla tanto in anni recenti della nascita della «famiglia allargata»: non mi pare proprio che sia così. Al contrario: si è chiusa, perché è aumentata la sua carica di ostilità nei confronti del mondo.
In un paese cattolico come l’Italia dire queste cose suona quasi blasfemo, ma è la verità. La Chiesa cattolica, purtroppo, ha sempre esercitato un ruolo nefasto per il nostro paese e – oserei dire – per la nostra civiltà.

Prima dell’avvento del cristianesimo avevamo società politeiste in cui ognuno si sceglieva con una certa libertà gli dei da pregare e ai quali votarsi. Intendiamoci: nessuna nostalgia verso società fondate sullo schiavismo e sulla sopraffazione dei più deboli. Tuttavia del mondo antico mi ha sempre affascinato il rapporto a mio avviso più equilibrato con la religione. Senza questa ossessione verso l’aldilà, il peccato, la dannazione eterna eccetera, che ci è piovuta addosso con il cristianesimo. Io considero l’avvento del monoteismo, e del cristianesimo in particolare, come una sciagura per l’umanità. L’ebraismo era sì una religione monoteista, ma era rappresentato da una piccola setta che non rompeva i coglioni a nessuno. È stato san Paolo, il cristianesimo, a seccare il mondo intero.

L’ho sempre pensata in questo modo, anche se nelle nostre commedie del dopoguerra la satira di carattere anticlericale e antireligioso non ci era consentita. Per questo nei nostri film sono molto scarsi i riferimenti alla religione. Oggi le cose sono cambiate e non sarebbe più un problema ironizzare in maniera anche molto pesante sulla Chiesa, i papi, i Padre Pio e compagnia bella. Ma, insomma… ormai non ne vale nemmeno più la pena. Sarebbe come sparare sulla Croce Rossa!
Quello è un mondo in disfacimento.

Oggi le battaglie che vanno fatte sono altre. Più che mai quella contro il capitale. Questo e il lavoro si sono fronteggiati in una guerra durata settant’anni che alla fine ha visto la vittoria del capitale. Oggi il capitale trionfante si presenta nella sua forma più feroce, libero da quei vincoli e quelle limitazioni che ne avevano mitigato le pulsioni allo sfruttamento all’indomani del secondo conflitto mondiale, quando su pressione delle lotte del mondo del lavoro eravamo riusciti, bene o male, a edificare una società con una serie di diritti e tutele riconosciute.

Con il crollo dell’Urss è venuto meno il polo che per lungo tempo aveva rappresentato – pur con tutti i suoi limiti – un’alternativa al modello capitalista, ma sopratutto un deterrente per il capitale a forzare troppo la mano in Occidente. Il «pericolo» del comunismo ha rappresentato per le classi dominanti occidentali la ragione principale per concedere alle classi subalterne un tenore di vita tale da disinnescare eventuali tentazioni rivoluzionarie.

La Rivoluzione d’Ottobre ha rappresentato uno straordinario sogno di riscatto. Oggi si liquida quell’esperienza storica con troppo semplicismo. Fu un’esperienza grande e terribile. Furono commessi errori, furono consumate tragedie, ma dietro c’era un’idea di umanità nuova che certo non meritava una fine così ingloriosa, per mano di due cialtroni, due piccoli borghesi come Gorbacëv e sua moglie Raissa, con quegli assurdi cappellini. Hanno distrutto una cosa seria per lasciarci un cumulo di macerie.

E adesso ecco com’è il mondo sotto il pieno controllo del capitale. Ci piace questo mondo? È un bel posto dove vivere? Ci vorrebbe un’altra rivoluzione. Ma chi potrebbe farla? Mi dispiace, ma nei giovani di oggi non ho alcuna fiducia. Sono degli imbelli, non amano combattere e tanto meno rischiare, sono pronti a qualsiasi bassezza purché serva a conservare i loro miserabili privilegi.

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Povera Italia.

2 Dicembre 2010 Commenti chiusi

Povera Italia. “La vita precaria ci fa diventare un

Paese cattivo”

 

Marco Revelli racconta il suo nuovo saggio.  È un´analisi sullo stato di sofferenza economica che mina il tessuto sociale “L´impoverimento riguarda anche il ceto medio e i giovani senza più prospettive” “Tra frustrazioni risentimenti e crisi d´identità ormai dilaga l´invidia sociale” 

 Sono i lavoratori del ceto medio e i giovani, i nuovi poveri in Italia. La situazione è peggiorata per tutti, più grave che all´inizio degli anni Ottanta quando si contavano sei milioni di persone in condizioni di indigenza. Oggi non soltanto sono almeno due milioni in più ma – secondo i dati Istat del 2008 – gli italiani messi ko da una spesa imprevista di settecento euro sono diciannove milioni, più di un terzo della popolazione. Proprio noi messi così male, noi che apparteniamo al “club dei grandi”?
È un ritratto dell´Italia reale, stridente nell´asprezza dei numeri con il racconto “apologetico” del potere, Poveri, noi, il breve saggio di Marco Revelli in uscita oggi da Einaudi (pagg. 128, euro 10). Il politologo, alla guida negli ultimi tre anni della Commissione d´indagine sull´esclusione sociale, racconta un Bel Paese più povero e molto più cattivo. Usa una metafora: come Gregor Samsa, il protagonista del celebre racconto di Kafka, anche noi un giorno ci siamo svegliati e ci siamo ritrovati irriconoscibili. Non solo delle canaglie con gli “ultimi” della piramide sociale che è meglio spingere sempre più in basso, meglio ancora se “fuori”. Ormai con un´inedita ferocia trattiamo un po´ tutti gli “altri”, quelli che per le ragioni più svariate stanno peggio di noi –negli ambienti di lavoro come anche in famiglia.

Professor Revelli, lei fa dubitare delle “magnifiche sorti e progressive” di questo Paese così pieno di simboli di un´opulenza anche ostentata. Non sarà un catastrofista?
«Sono i numeri e i fatti, le statistiche e le storie di cronaca che denunciano vistosamente l´estrema fragilità della nostra struttura economica, sociale e anche morale. Non solo non siamo in crescita, ma su un piano che inclina pericolosamente verso l´arretratezza. Viviamo una condizione generalizzata di malessere che disgrega il tessuto sociale, producendo una rottura a catena delle relazioni, dei legami, dei meccanismi più elementari della solidarietà. Gli effetti sono gravissimi sulla qualità e sulle prospettive della nostra democrazia».

La crisi morde anche sulle fasce finora considerate relativamente “forti” del mercato del lavoro: sul ceto medio. Chi sono questi nuovi poveri?
«Sono figure sociali estranee alla “cultura della povertà” che – per stile di vita, interessi, amicizie, rapporti professionali, modelli famigliari – appartengono a tutti gli effetti a una middle class che si considerava “garantita” contro il rischio del declassamento e a maggior ragione dell´impoverimento».

Faccia degli esempi.
«C´è l´ingegnere dell´Eutelia (ex Olivetti) ad altissimo livello di professionalità che contava su un reddito medio-alto e si ritrova “messo in mobilità”. Ci sono i tanti impiegati delle industrie, i “quadri” tecnici d´improvviso privi di consulenze, i piccoli e medi commercianti schiacciati dalla grande distribuzione. Tutti fino all´altro giorno sicuri del proprio tenore di vita, e ora in grave affanno. E poi ci sono le donne, anche laureate e con una posizione professionale di tutto rispetto, costrette a cambiare radicalmente vita se si ritrovano sole – dopo una separazione, il che è molto frequente. Sono donne che spesso hanno figli, pagano una baby sitter, e magari anche il mutuo o le rate dell´auto… Non saranno “tecnicamente” povere, ma la loro è una condizione difficile, per quanto in genere dissimulata».

Sono invece tutt´altro che poveri “occulti” i giovani, derubati del presente e del futuro. Lei scrive che sono stati “massacrati”. Non teme che l´espressione sia troppo forte?
«No, perché sono proprio loro le vittime sacrificali del declino del nostro Paese. Qui parlano i numeri: l´80 per cento dei posti di lavoro perduti tra il 2008 e il 2010 riguarda i giovani, quelli che erano entrati per ultimi nel mercato del lavoro, attraverso la porta sfondata dei contratti atipici, a termine, a somministrazione, a progetto… Precari nello sviluppo, disoccupati nella crisi, senza la copertura degli ammortizzatori, spesso senza neppure un sussidio minimo. La scelta di puntare esclusivamente sulla cassa integrazione ha aperto un ombrello sui padri, ma lasciando fuori i figli, licenziabili con facilità e a costo zero. I più istruiti e altamente qualificati, quelli che appartengono al “mondo dei cognitivi”, alle nuove professioni come l´informatica, sono ormai ridotti a sottoproletariato».

C´è poi lo scandalo della povertà delle famiglie numerose, il 40 per cento concentrate nel Sud. Quanti sono in Italia i bambini che oggi non hanno niente e domani saranno degli adulti a rischio?
«Il Paese del Family Day ha il triste privilegio di avere il tasso più alto di povertà minorile dell´Unione europea. A inchiodarci a un 25 per cento è Eurostat: come dire che un minorenne su quattro vive in una famiglia molto disagiata, e che in questo Paese fare più di due figli è una maledizione».

Cosa ci sbattono in faccia – sgradevolmente – le statistiche dei poveri?
«La realtà di un Paese che arranca e l´illusionismo allucinatorio di un Paese virtuale da piani alti. In mezzo, tra le punte della forbice, trovano terreno fertile le frustrazioni e i veleni, i risentimenti e i rancori, le rese morali e i fallimenti materiali, le solitudini e le crisi d´identità che hanno sfregiato l´antropologia sociale italiana. L´indurimento del carattere nazionale e la diffusione dell´invidia come sentimento collettivo. L´intolleranza per le fragilità dei deboli, la tolleranza per i vizi dei potenti. Tutto il repertorio d´ingredienti che hanno nutrito le fiammate populiste, il “tribalismo territoriale” come forma di risarcimento, ma anche le più silenziose ondate di “esodo” dalla politica e dallo spazio pubblico».

Con quali effetti sulla qualità della democrazia italiana?
«I principi democratici vengono profondamente corrosi in un Paese dove cade la speranza nei meccanismi di redistribuzione del reddito e sembra impossibile attingere alla ricchezza dei pochi fortunati, dove chi è povero è destinato a rimanere povero e una parte consistente della popolazione cessa di considerare pubblicamente garantita la propria aspirazione a una vita degna. L´individuo insicuro della propria posizione e timoroso del proprio fallimento chiede al potere protezione e offre al potere fedeltà. Oggi questo scambio perverso riempie il vuoto lasciato dai diritti, ma né la discrezionalità dei diversi titolari dei poteri né la dedizione dei servi appartengono allo statuto della democrazia. Senza un segnale netto di alt a questa deriva, che implica un confronto duro con le attuali classi dirigenti, si rischia l´abdicazione al proprio status di cittadino e un ritorno alla passività del suddito».

 Fonte: LUCIANA SICA – la Repubblica | 01 Dicembre 2010

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