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Archivio Novembre 2010

Leggere, diffondere, partecipare

30 Novembre 2010 1 commento

Appello contro la chiusura dell’Unità Operativa Malattie

Trasmesse Sessualmente (UOMTS) di Sesto San Giovanni

a cura di Rete Salute e Territorio e Progetto IST Onlus in sostegno al Comitato Utenti

Il 31 Dicembre 2010 verrà chiusa la UO di Malattie a Trasmissione Sessuale di Sesto San Giovanni, che opera su un bacino d’utenza di circa 270.000 abitanti del Nord Milano. Così ha deciso la Regione Lombardia che sta consentendo alla ASL di Milano di sradicare un importante servizio di prevenzione da questo territorio.

La struttura sanitaria d’eccellenza, finanziata nel 2001 con 3 miliardi di lire, è dotata di un’equipe interdisciplinare di operatori e da oltre 15 anni occupa un ruolo chiave nella prevenzione e nella cura delle malattie infettive, in particolare di quelle trasmissibili sessualmente (epatiti, sifilide, gonorrea, HIV). Garantisce inoltre una via preferenziale ad utenti inviati da medici di base e da altri servizi (Igiene Pubblica, Consultori, Servizi Dipendenze) soprattutto per casi urgenti nelle collettività (es. bambini con scabbia nelle scuole).

Per gli utenti HIV che da anni vengono curati in questa struttura, l’unica alternativa rimarrà quella di vagare per gli ospedali della Città di Milano: la loro cura si ridurrà alla semplice somministrazione dei farmaci antiretrovirali senza il supporto psicologico e sociale che la UOMTS garantiva a questa fragile utenza, con il probabile rischio di fallimento anche della stessa terapia farmacologica. Paradossalmente, l’Assessore alla Sanità della Regione Lombardia, mentre grida “all’emergenza contagio”, dichiarando dati epidemiologici che confermano un aumento delle malattie sessualmente trasmesse e invoca i test HIV obbligatori per tutti i ricoveri ospedalieri, chiude uno dei servizi territoriali più importanti per la prevenzione e la cura delle Malattie infettive.

Facciamo appello

ai Comuni del Nord Milano, alla Comunità Scientifica, ai Medici di Base e agli operatori sanitari, a tutto il mondo delle associazioni, dei partiti, dei sindacati, a quanti ritengono importante difendere il Servizio Sanitario Pubblico, perché si mobilitino a difesa di questo fondamentale servizio territoriale e centro di riferimento regionale per i cittadini.

Chiediamo

che venga bloccato lo smantellamento e che la Regione e la ASL di Milano convochino subito una Conferenza dei Servizi per garantire il futuro di questa struttura, mantenendone integralmente l’attuale attività.

E’ l’ennesimo scempio della Sanità Pubblica. Fermiamoli prima che sia troppo tardim Chiudere contagia anche te!

Per adesioni: uomts@iesseti.info – info@retesaluteterritorio.it tel. 02.45074487

www.iesseti.info, Rete salute territorio

Ambulatorio Per Stranieri Sesto S.G.

Ambulatorio Medico Popolare Milano

Anna Paola Concia (Deputata Pd)

Associazione Cittadini per la Salute

Associazione Radicale “Certi Diritti”

Arcigay Palermo

Aurelio Mancuso

Azienda Speciale Farmacie Comunali (ASFC) Sesto S.G.

Caritas Salesiani Sesto S.G.

Cig Arcigay Milano

CS Tondelli LGBT Bassano del Grappa

Cobas Milano

Comitato Solidale Contro L’omofobia “Alziamo La Testa”

Coopertativa Lotta Contro L‘emarginazione

Di’gay Project

Dott. Roberto Pennasi (Medico Di Sesto S.G.)

Emergency (Coordinamento Sesto S.G.)

Fernanda Imperiale (Vicepresidente Progetto Ist Onlus)

Fiom (Federazione Impiegati Operai Metallurgici)

Franco Grillini

Giuliano Pisapia (Candidato Sindaco A Milano)

La Tartavela Onlus Familiari Per La Salute Mentale

Luciano Muhlbauer – Prc

RSU ASL Milano

RSU ASL Monza e Brianza

Nps (Network Persone Sieropositive)

Rete Lombarda Salute

Rifondazione Comunista Sesto S.G.

Partito Democratico Nord Milano

Sinistra Ecologia e Liberta’ Nord

                            1     Dicembre 2010

                                     ore  17.00 piazza  Resistenza

                                     Sesto San Giovanni- Milano

                         Manifestazione presidio

                                                    

                                                   Perchè

                                 

                                           non c’è prevenzione 

                                  

                                            senza sanità pubblica 

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Parla Monicelli

29 Novembre 2010 Commenti chiusi
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Tabula Rasa

21 Novembre 2010 Commenti chiusi

Nella provincia afgana di Kandahar le truppe Usa radono al suolo tutte le case, a volte interi villaggi, abbandonati dai civili sfollati, per neutralizzare eventuali trappole esplosive

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Le migliaia di sfollati fuggiti nelle scorse settimane dai distretti rurali attorno a Kandahar, dove da fine settembre è in corso l’offensiva militare americana Dragon Strike, non avranno più una casa a cui tornare, perché le loro abitazioni abbandonate vengono deliberatamente demolite dalle truppe Usa per neutralizzare mine e trappole esplosive che i guerriglieri talebani possono avervi nascosto, e che hanno già provocato decine di vittime tra le fila americane.

Complessi di edifici e spesso interi villaggi disabitati vengono rasi al suolo ricorrendo all’uso di bulldozer blindati, artiglieria pesante e aviazione. Vengono sistematicamente demoliti anche tutti i muri di cinta, i ponti sui canali e i muretti divisori tra i campi, dove il nemico potrebbe nascondersi per tendere imboscate. Per la stessa ragione, non vengono risparmiati nemmeno i filari di alberi, abbattuti a sventagliate alzo zero di mitra pesanti.

Secondo quanto scrive il New York Times, nei distretti di Arghandab, Zhari e Panjwai le forze statunitensi hanno già distrutto centinaia di abitazioni civili, forse migliaia.
”Non abbiamo cifre precise sugli edifici abbattuti, ma si tratta di un numero elevatissimo”, ha detto Zalmai Ayubi, portavoce del governatore della provincia di Kandahar, Tooryalai Wesa.

Il colonnello Webster Wright, portavoce delle forze alleate a Kandahar, sostiene che le demolizioni finora sono state 174: una stima che lo stesso quotidiano newyorkese giudica assai riduttiva rispetto alle denunce delle autorità locali.

Il governatore del distretto di Zhari, Karim Jan, ha parlato di centinaia di richieste di risarcimento solo nel suo territorio. Shah Muhammed Ahmadi, il suo omologo del distretto di Arghandab, ha riferito di almeno 130 case distrutte nel territorio di sua competenza, di cui 40 nel solo villaggio abbandonato di Khosrow, praticamente raso al suolo da una salva di 35 missili Himras. ”Altri interi villaggi sono stati distrutti perché pieni di trappole”.

Secondo Abdul Rahim Khan, un anziano capo tribale di Panjwai, in realtà le truppe Usa distruggono case e villaggi abbandonati anche senza avere la certezza che siano minati.
D’altronde, gli stessi ufficiali militari americani interpellati dal Times ammettono che ”perlustrare edifici vuoti è troppo rischioso”. Meglio raderli al suolo.

“Laddove fanno il deserto, lo chiamano pace”, scriveva Publio Cornelio Tacito nell’Agricola, a proposito delle truppe dell’Impero Romano.

http://it.peacereporter.net/homepage.php     Enrico Piovesana

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Termovalorizzatori Padani ?

17 Novembre 2010 Commenti chiusi

images  lolTraffico illecito di rifiuti: sequestrato l’impianto

della Riso Scotti Energia

Ai domiciliari anche Giorgio Radice, presidente del consiglio di amministrazione

PAVIA – maxi operazione «Dirty Energy» a cura del corpo Forestale

Traffico illecito di rifiuti: sequestrato l’impianto della Riso Scotti Energia

Ai domiciliari anche Giorgio Radice, presidente del consiglio di amministrazione

MILANO - L’impianto di coincenerimento Riso Scotti Energia S.P.A., una delle società della galassia del gruppo Riso Scotti, nel Comune di Pavia, è stato posto sotto sequestro: utilizzava nella produzione di energia elettrica e termica, oltre agli scarti biologici della lavorazione del riso (lolla), anche rifiuti misti di varia natura – legno, plastiche, imballaggi, fanghi di depurazione di acque reflue urbane ed industriali ed altri materiali misti – che per le loro caratteristiche chimico fisiche superavano i limiti massimi di concentrazione dei metalli pesanti – cadmio, cromo, mercurio, nichel, piombo ed altri – previsti dalle autorizzazioni. Il presunto traffico illecito di rifiuti, scoperto dal Corpo Forestale, ha generato un giro d’affari di circa 30 milioni di euro nel solo periodo 2007-2009 e ha portato al sequestro dell’impianto di coincenerimento della Riso Scotti Energia a Pavia, situato in via Angelo Scotti e di più di 40 mezzi, all’arresto di 7 persone ed alla esecuzione di 60 perquisizioni. Ai domiciliari anche Giorgio Radice, presidente del consiglio di amministrazione della Riso Scotti Energia. Questo il risultato della maxi operazione «Dirty Energy», frutto di un anno e mezzo di accurate indagini, coordinate dalla Procura della Repubblica di Pavia – diretta dal procuratore capo Gustavo Adolfo Cioppa – e condotte dai sostituti Roberto Valli, Luisa Rossi e Paolo Mazza.

40 MILA TONNELLATE DI RIFIUTI - Dalle indagini svolte è stato possibile accertare il coinvolgimento di diversi impianti di trattamento dei rifiuti provenienti dal circuito della raccolta urbana, dall’industria e da altre attività commerciali dislocati in Piemonte, Lombardia, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna, Toscana e Puglia, impegnando oltre 250 Forestali su tutto il territorio. L’ingresso delle circa 40.000 tonnellate di rifiuti gestiti illecitamente dalla Riso Scotti Energia S.p.A. veniva reso possibile ed apparentemente regolare attraverso la falsificazione dei certificati d’analisi, con l’intervento di laboratori compiacenti e con la miscelazione con rifiuti prodotti nell’impianto, così da celare e alterare le reali caratteristiche dei combustibili destinati ad alimentare la centrale. Oltre al traffico illecito di rifiuti e alla redazione di certificati di analisi falsi si ipotizza una frode in pubbliche forniture e una truffa ai danni dello Stato, visto che tali rifiuti non potevano essere utilizzati in un impianto destinato alla produzione di energia da fonti rinnovabili che ha goduto di pubbliche sovvenzioni. L’inchiesta è stata sviluppata dal Nucleo Investigativo Provinciale di Polizia Ambientale e Forestale di Pavia del Corpo forestale dello Stato, in collaborazione con personale della Polizia di Stato – Gabinetto Regionale della Polizia Scientifica di Milano e Direzione Centrale Anticrimine di Roma.

LOLLA DI RISO MISCELATA CON POLVERI – Tra i materiali combustibili impiegati c’era anche la lolla di riso, proveniente dall’adiacente riseria e convogliata nell’impianto sequestrato dalla Forestale attraverso una condotta aerea. La lolla veniva frequentemente miscelata, all’interno dell’impianto, con polveri provenienti dall’abbattimento dei fumi, fanghi, terre dello spazzamento strade ed altri rifiuti conferiti da ditte esterne. A seguito della miscelazione, la lolla perdeva le caratteristiche di sottoprodotto e diventava un rifiuto speciale, anche pericoloso, che non poteva più essere destinato alla produzione di energia pulita, ma avrebbe dovuto essere smaltito presso impianti esterni autorizzati. Gli accertamenti eseguiti hanno permesso di accertare che ingenti quantitativi di lolla di riso, anche di quella miscelata con i rifiuti, sono stati venduti illecitamente ad altri impianti di termovalorizzazione, ad industrie di fabbricazione di pannelli in legno e ad aziende agricole ed allevamenti zootecnici (pollame e suini) – dislocati in Lombardia, Piemonte e Veneto – che la utilizzavano per la formazione delle lettiere per gli animali.

INQUINAMENTO DELL’ARIA - Tenuto conto della miscelazione con i rifiuti, l’incenerimento della lolla all’interno dell’impianto Riso Scotti Energia S.p.A., molto vicino alla città di Pavia, pone seri interrogativi sul probabile superamento dei limiti imposti per quanto riguarda le emissioni in atmosfera, e di conseguenza sulla qualità dell’aria. In questo modo, si traevano illeciti vantaggi sia dalla vendita della lolla di riso come sottoprodotto, sia dal risparmio sui costi di smaltimento dei rifiuti prodotti dall’impianto, che periodicamente venivano miscelati alla lolla di riso, sia dalla vendita di energia allo Stato a prezzo vantaggioso.

Redazione online   corriere della sera
17 novembre 2010

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Senza parole

17 Novembre 2010 Commenti chiusi
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Nuove schiavitù

16 Novembre 2010 Commenti chiusi

MULTIMEDIA4Nuove schiavitù/ Il gesto di dignità di Paola Caruso

Ordine dei giornalisti

Lo sciopero della fame della collega collaboratrice del Corriere della Sera, Paola Caruso, è solo la punta dell’iceberg in un mondo fatto di quotidiani tagli economici e di piccoli e grandi soprusi che colpiscono i collaboratori di giornali e agenzie, di radio e televisioni, di testate on line”, afferma Enzo Iacopino, presidente dell’Ordine nazionale dei giornalisti.

“Un gesto, quello di Paola Caruso, di vibrante denuncia che deve portare alla luce una situazione che ormai non può più essere tollerata. Quella di colleghi professionisti e pubblicisti con anni e anni di esperienza, che restano ‘invisibili’ per comitati di redazione, capi servizio e direttori che li utilizzano molto, ma non danno loro la possibilità di avere progressioni di carriera, garanzie e un minimo di diritti.

E’ un far west di assunzioni ‘mascherate’ con contratti inappropriati e abusivati che non vengono mai sanati; giovani che invecchiano con una certezza: resteranno nella casta che occupa il gradino più basso della gerarchia giornalistica. Una vergogna inaccettabile sulla quale il governo che, indirettamente, dispensa provvidenze milionarie agli editori non ha il diritto di tacere. E non può tacere neanche il Parlamento che dovrebbe approvare in via d’urgenza la proposta di legge sui compensi ai giornalisti, da troppo tempo addormentata in commissione, una proposta che ebbe l’esplicita approvazione del ministro Giorgia Meloni, a nome dell’esecutivo

L’Ordine dei giornalisti appoggia la protesta di Paola Caruso che ha avuto il coraggio di denunciare quella che è una vera e propria piaga per la dignità della professione”.

 Questa è la vicenda, raccontata dalla stessa Paola Caruso:

“La storia è questa: da 7 anni lavoro per il Corriere e dal 2007 sono una co.co.co. annuale con una busta paga e Cud. Aspetto da tempo un contratto migliore, tipo un art. 2. Per raggiungerlo l’iter è la collaborazione. Tutti sono entrati così. E se ti dicono che sei brava, prima o poi arriva il tuo turno. Io stavo in attesa.

La scorsa settimana si è liberato un posto, un giornalista ha dato le dimissioni [Jacopo Tondelli, ndr], lasciando una poltrona (a tempo determinato) libera. Ho pensato: “Ecco la mia occasione”. Neanche per sogno. Il posto è andato a un pivello della scuola di giornalismo. Uno che forse non è neanche giornalista, ma passa i miei pezzi.

Ho chiesto spiegazioni: “Perché non avete preso me o uno degli altri precari?”. Nessuna risposta. L’unica frase udita dalle mie orecchie: “Non sarai mai assunta”.

Non posso pensare di aver buttato 7 anni della mia vita. A questo gioco non ci sto. Le regole sono sbagliate e vanno riscritte. Probabilmente farò un buco nell’acqua, ma devo almeno tentare. Perché se accetto in silenzio di essere trattata da giornalista di serie B, nessuno farà mai niente per considerarmi in modo diverso”.

 

 

 

tumblr_lbx58awfax1qclkapo1_1280-300x225Una piccola notizia diversa dalle altre

di Leonardo Palmisano su Nazione Indiana

La notizia è che una collaboratrice del Corriere della Sera, Paola Caruso, è in sciopero della fame da due giorni per ragioni che riguardano il suo rapporto di lavoro con la direzione del quotidiano.
A me pare che questa notizia sia un po’ diversa dalle altre e mi sforzerò di dimostrare perché.
Il Corriere della Sera è uno dei principali quotidiani italiani. Sulle sue colonne trovano posto articoli nei quali si discute di politica, di economia, di spettacolo e talvolta di etica del lavoro. Si parla, naturalmente, anche di precariato, evidenziando le ripercussioni sociali presenti e future di questo fenomeno contemporaneo.
Ora, uno dei collaboratori precari (assunti con contratti co.co.co) del Corriere della Sera, in seguito a quella che – a torto o a ragione – reputa un’ingiustizia subita, decide di attuare lo sciopero della fame.
La prima domanda che mi viene in mente è «Come darebbe questa notizia il Corriere della Sera?»
Il precario di cui il giornale dovrebbe raccontare la storia in questo caso lavora per il giornale stesso. Non c’è, quindi, una sorta di cortocircuito tra la posizione che il Corriere assume di solito nei confronti di determinate questioni, prendendo posizione, e i comportamenti che lo stesso quotidiano attua al proprio interno, nei riguardi dei propri collaboratori?
Per chiarire meglio questo punto, ricorro a un esempio.
Se un operaio della Fiat facesse lo sciopero della fame per protesta contro la propria azienda, questo non implicherebbe un cambiamento di giudizio sulla qualità delle automobili: la Croma manterrebbe le proprie caratteristiche, e così la Multipla. Ma “il prodotto” di un giornale sono gli articoli, le idee, la serietà e la coerenza con la propria linea editoriale. Quale autorevolezza può avere un giornalista del Corriere della Sera nel discutere di precariato e di mercato del lavoro, con i toni che assume di solito in queste circostanze, quando uno dei suoi colleghi è in sciopero della fame per questioni relative al suo rapporto col giornale?
So bene che questa domanda può avere tante e diverse risposte, tutte legittime, a seconda che si voglia guardare questa vicenda con gli occhi di chi non può che accettare le regole del mercato o di chi si prefigge di cambiarle e di renderle più eque (e in questa categoria mi pare rientrino anche gli intellettuali che scrivono per il Corriere). Quello che a me interessa, come ho premesso, è il fatto che questo – non un qualsiasi altro – sciopero della fame possa introdurre questo interrogativo.
C’è però un altro aspetto “originale” in questa storia, ed è quello che riguarda la sua rappresentatività.
Paola Caruso – di nuovo, a prescindere dai suoi torti e dalle sue ragioni – è oggi il volto di una generazione di professionisti delle lettere e della cultura che, in questo Paese, vive in una condizione vicina allo schiavismo, soggetta alle regole di una meritocrazia debole sovrastata da una legge della casualità del tutto imperscrutabile, e che si sente vittima – perché lo è – di un’ingiustizia sociale che pare invincibile.
Certo, a me piacerebbe che a portare in primo piano questo problema fossero migliaia di persone consapevoli dei propri diritti e dei propri doveri e pronte ad assediare palazzo Chigi, palazzo Grazioli, Montecitorio o palazzo Madama, invece che una giornalista precaria del Corriere della Sera – così come immagino sarebbe piaciuto a Martin Luther King che decine di migliaia di cittadini americani rivendicassero d’avanti alla Casa Bianca i diritti delle persone di colore senza che Rosa Parks fosse costretta a farsi arrestare.
Ma così non è.
In questi anni si sono scritti e si scrivono centinaia di articoli per analizzare e sezionare la condizione dei lavoratori precari nel nostro Paese. Nessuno che proponga un’azione, un’iniziativa collettiva, come potrebbe essere, ad esempio, uno sciopero permanente dei precari (che, in pratica, tenuto conto degli stipendi da fame che prendono, si tradurrebbe in qualche piatto di spaghetti aglio e olio al posto di un paio di pizze, e nella richiesta di un aiuto aggiuntivo a genitori che continuano a ripetere “Ma perché non fate niente? Che vi abbiamo mandati a fare all’università?” e che probabilmente preferirebbero mantenere i propri figli per un altro mese piuttosto che integrare le loro buste paga per non si sa quanti altri anni).
Fermarsi tutti, contarsi e provare a contare, potrebbe forse servire a qualcosa. Quanto meno renderebbe non più necessario uno sciopero della fame che finora ha suscitato le solite forme (spesso scomposte ed esibite) di solidarietà e di dissenso – che non mi pare aiutino a pagare l’affitto o difendere la propria dignità.
Invece di stare tutti a chiederci dove sia la ragione e il torto in questa vicenda specifica, invece di improvvisarci economisti psicologi rivoluzionari e uomini di mondo, troveremmo il tempo per leggere l’articolo 36 della nostra Costituzione, per interrogarci sul suo senso, e magari per accorgerci, qualora dovessimo trovarlo ancora attuale, che, se restiamo ai fatti, i conti non tornano.

Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e alla qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa.

equilibristaCome fossi una bambola

Michela Murgia  su Affari Italiani

Il caso di Paola Caruso, la collaboratrice precaria del Corriere che ha iniziato lo sciopero della fame quando dopo sette anni le è stato detto che non sarebbe mai stata assunta, sta trovando in rete reazioni contraddittorie. Da un lato c’è chi sostiene che la sua battaglia è quella di una intera generazione che non riesce a progettarsi il futuro. Dall’altro c’è chi dice che non si può usare la minaccia dell’autolesionismo per chiedere per sé quello che altri attendono senza fare storie, magari invecchiandoci su. Non ho dubbi su da che parte stare: quando un sistema ti usa per quel che servi e fa finta di non vedere quello che invece serve a te, tutti i mezzi legali sono leciti per farglielo notare, anche quello che sta scegliendo Paola. Anziché riflettere sulle condizioni che possono spingere una persona ad affamarsi per chiedere diritti,si prefrisce spostare l’ago dell’attenzione sul gesto in sè, sul suo estremismo, come se ad essere estreme non fossero invece le condizioni di una persona che lavora allo stesso “progetto” da sette anni senza ferie, malattie e diritti, con la sola promessa di un rinnovo. Forse. Se non c’è la crisi. Vediamo. Aspetta. Paola di aspettare si è stancata, e credo che ne abbia anche il diritto. Come si sono stancatiquei cinque operaii che stanno da due settimane sulla gru a Brescia, a 35 metri di altezza, chiedendo regolarizzazione come cittadini e come lavoratori di un mestiere che fanno in nero da anni.

Il governo a queste persone ha già dato la sua risposta: lo saprà Paola che il ministro Maroni è il primo firmatario di quella legge 30 che permette il rinnovo infinito della sua assunzione precaria? Lo sapranno gli uomini sulla gru che è stato il ministro Maroni a decidere che la loro non è una questione politica, ma di ordine pubblico? Per questo le centinaia di persone che hanno fatto presidio sotto la gru per sostenere la lotta di quegli uomini si sono trovate contro i poliziotti in tenuta anti-sommossa: perché sia chiaro il concetto che chiedere diritti e causare disordini agli occhi del ministro degli Interni sono la stessa cosa. In questa visione miope e socialmente suicida ha pienamente senso che al tavolo delle concertazioni per questo governo ci sia posto solo per i sindacati amici, quelli che non rompono troppo le palle, che chiedono cinque per ottenere uno, che hanno troppe posizioni di rendita per farsi carico della rappresentanza di chi socialmente non rappresenta niente. A Maroni e a Sacconi come interlocutore va benissimo un Buonanni, uno che da segretario della Cisl può persino permettersi di non essere informato del fatto che il giorno prima sono morti sette operai in un incidente in una fabbrica. Era in riunione, ha detto. Anche al Corriere avranno fatto una riunione per decidere come sistemare la questione di quelli come Paola. Magari quando finiscono ci avvisano. Forse. Se non c’è la crisi. Vediamo. Aspettiamo.

La narrazione di Paola Caruso potete trovarla  quì

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Rifiuti fantasma e….. fantasia.

11 Novembre 2010 1 commento

 E’ proprio vero, noi italiani siamo veramente fantasiosi. (sic)

A Napoli la spazzatura ha invaso la città,

A Milano invece la città  invade le discariche.

Santa Giulia, quartiere al veleno

di Adriano Botta

Sequestrata l’area in costruzione a sudest della città: dopo la presunta bonifica, l’acqua nelle case è inquinata e cancerogena. Una vicenda al centro della quale c’è un imprenditore con molti agganci nella politica lombarda (quì)

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Veleni sotto i palazzi in costruzione
“Autorizzazioni illegittime dal Comune”

Sul terreno in zona Bisceglie, alla periferia della città, è in corso un grande progetto urbanistico
Previsto anche un parco compreso nella riqualificazione delle vie d’acqua per l’Expo del 2015 (quì)

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Discariche dei veleni a Pioltello
l’Ue mette sotto processo l’Italia

La prima condanna europea è arrivata sei anni fa per tre siti dove sono presenti rifiuti pericolosi
Se la sentenza verrà confermata per la seconda volta il governo dovrà pagare una multa milionaria

(quì)

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La montagna di rifiuti fantasma

Quelli urbani sono sempre nelle cronache, quelli “speciali” spariscono in una filiera che nessuno controlla. Ecco come funziona

di Luca Martinelli

WWW:altreconomia.it

Anche un camion può impennare sulle ruote posteriori. Capita a chi, per mestiere, trasporta rifiuti “speciali”, come le macerie di un cantiere edile. I container che vengono riempiti superano spesso le 44 tonnellate, che per legge è il peso massimo trasportabile in Italia, da un autotreno a pieno carico. Il primo a rendersene conto è sempre il camionista, che fatica ad issare il cassone sulla matrice, rischiando di ribaltarsi. A quest’ordine di problemi, se ne aggiunge un altro: nemmeno l’autista può sapere cosa nasconde il carico. A sorpresa, tra i calcinacci, potrebbe esserci anche qualche lastra di amianto.     
Siamo abituati a veder circolare i camion della nettezza urbana, mentre l’ambito dei rifiuti cosiddetti “speciali” è sconosciuto. Eppure, ogni cinque chilogrammi di “spazzatura” prodotta in Italia, 4 sono riconducibili a una delle dodici “categorie” in cui il Codice dell’ambiente suddivide appunto i rifiuti speciali (vedi box).
Nel 2006, l’ultimo anno in cui sono stati contabilizzati, erano oltre 130 milioni di tonnellate. A seconda delle caratteristiche e dalla concentrazione dei metalli pesanti, possono essere “pericolosi” o “non pericolosi”. Ai più, però, la loro natura è sconosciuta. Eppure, ognuno dei camion che ci corre accanto in autostrada potrebbe essere carico di rifiuti speciali non pericolosi provenienti da lavorazioni industriali o da attività agro-industriali, ma non lo sappiamo. Solo chi trasporta rifiuti speciali e pericolosi ha l’obbligo di segnalarlo, con una grossa “R” sul retro del rimorchio. I camion di rifiuti speciali esistono davvero: ce ne rendiamo conto leggendo la cronaca giudiziaria, quando vengono sequestrati automezzi dediti al traffico illecito di rifiuti. A differenza di quelli urbani, che devono essere “trattati” a livello locale, gli “speciali” si muovono e possono essere gestiti in tutto il Paese e oltre frontiera.
Chi è fermo al palo sui rifiuti “speciali” è il governo italiano: il ministero dell’Ambiente non è in grado di quantificare il volume di quelli prodotti negli ultimi 4 anni; l’Ispra, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, è stato costretto a omettere il dato nell’ultima edizione del “Rapporto annuale sui rifiuti”, che è stato presentato nella scorsa primavera (www.isprambiente.it).
Alla mancanza di numeri si accompagna il silenzio dei mezzi d’informazione, che amplificano solo le notizie relative alle emergenze che riguardano i rifiuti solidi urbani (il “caso Campania”, o il “caso Palermo”). Eppure le antenne degli italiani dovrebbero essere ben dritte: nel 2006, sono sparite 31 milioni di tonnellate di rifiuti speciali. Il dato che dovrebbe allarmarci non è una somma, cioè, ma una sottrazione: 134,7 meno 103,7. Il primo (cautelativo) è relativo ai rifiuti speciali prodotti; il secondo, che è certo, è quello dei rifiuti gestiti, che possono essere recuperati (oltre il 55%), inceneriti (l’1%), trasferiti in discarica (il 18,4%) o trattati con altre operazioni di smaltimento (il 22% circa). I conti gli ha fatti l’Osservatorio ambiente e legalità di Legambiente, nell’ambito del rapporto Ecomafia 2010 (Edizioni Ambiente, 24 euro). “Ecomafia” è il neologismo che racconta, ormai da qualche anno, che i rifiuti di cui non sappiamo niente finiscono, nella maggior parte dei casi, nelle mani delle organizzazioni criminali. Le aziende si affidano a mafia, camorra e ‘ndrangheta perché smaltire i rifiuti speciali ha un costo. Noi, invece, possiamo immaginare una montagna alta 3.100 metri e con una base di 3 ettari, e poi pensare che sia svanita nel nulla.
O, in alternativa, possiamo vedere questa massa di rifiuti speciali come una gigantesca buca, lunga 300 metri, larga 100 e profonda 3,1 chilometri, piena fino all’orlo.
Non dobbiamo credere, però, che siano solo i trafficanti a far sparire i rifiuti speciali. Piccole e grandi violazioni avvengono alla luce del sole. In molti fanno uscire i rifiuti dal cantiere senza segnalarlo.
Quasi il 40 per cento di tutti i rifiuti speciali sono classificati come “derivanti dalle attività di demolizione, costruzione”. Le aziende che raccolgono i rifiuti nei cantieri sono una miriade, e c’è forte concorrenza tra le società di intermediazione, quelle aziende che non smaltiscono direttamente i rifiuti ma portano e ritirano il cassone, e poi ne differenziano il contenuto. I camionisti che non assecondano il “modello” industriale che punta a far scomparire parte dei rifiuti prodotti hanno un’unica prospettiva, il licenziamento: le aziende hanno i cassetti pieni di curriculum.
L’“elusione”, fino ad ottobre 2010, passava per uno strumento cartaceo, il Modello unico di dichiarazione ambientale (Mud), un registro di carico e scarico. Basta non compilarlo. È una prassi abituale, di fronte alla quale il governo ha risposto con l’introduzione del Sistri, che sta per “Sistema di controllo della tracciabilità dei rifiuti”. Istituito con il Dm 17 dicembre 2009, sulla carta è in vigore dal primo gennaio di quest’anno. I soggetti interessati sono oltre 500mila, almeno 281mila dei quali iscritti all’Albo nazionale dei gestori ambientali. Ma il sistema ha carburato lentamente: tutti coloro che partecipano alla “filiera” del rifiuto speciale -produttore, trasportatore, destinatario- hanno tempo fino al 30 novembre 2010 (dopo l’ultima proroga al Dm) per dotarsi dei dispositivi elettronici che permettono di operare nell’ambito del Sistri, una chiavetta Usb e un “black box”, una scatola nera che permette di navigare in internet. A novembre e dicembre funzioneranno contemporaneamente Sistri e Mud; il primo sarà pienamente operativo solo dall’inizio del 2011, con un ritardo di dodici mesi rispetto a quanto programmato. Sul futuro, e sull’utilità, del Sistri aleggiano molti dubbi. Secondo Antonio de Feo, avvocato pugliese esperto in diritto ambientale, presidente della sezione regionale del Wwf Italia, “il passaggio è solo di natura tecnica. Siamo dinanzi -spiega- a una sostanziale informatizzazione di un sistema che già esiste. La prima criticità è collegata al sistema in quanto tale. Dovremmo chiederci se tutti i soggetti chiamati ad applicare la norma hanno la possibilità e le competenze per usare questo sistema, attraverso chiavette Usb dotate di username e password. Penso, ad esempio, a cosa potrebbe accadere nel ‘classico’ cantiere edile, dove potrebbero non esserci nemmeno i mezzi per operare”, come una connessione internet.
La possibilità di un baco nel sistema è previsto dalla normativa, come racconta de Feo: “Il Sistri ‘può non funzionare’. Ciò significa che nel momento in cui il produttore decide di avviare un rifiuto allo smaltimento o al recupero, chiamando un trasportatore a ritirarlo, questi può utilizzare un documento in bianco, asserendo di non aver potuto collegarsi ad internet, accedere al Sistri e stampare la scheda di movimentazione”. Secondo il presidente di Wwf Puglia, poi, chi vorrà continuare a “trafficare” in rifiuti speciali non si preoccuperà di iscriversi al Sistri, né di montare un black box. “Non avrà interesse -dice de Feo- ad essere oggetto di monitoraggio”.    
Un altro ordine di problemi riguarda il software: i sistemi gestionali per la contabilità dei rifiuti utilizzati dalle aziende più strutturate, che già ne sono dotate, non si interfacciano col Sistri. Forse perché, dal 2007 ad oggi, lo sviluppo del progetto è stato coperto dal segreto di Stato. Alcune software house hanno presentato un ricorso al Tar del Lazio: sono attese novità dopo metà novembre, quando il ministero dell’Ambiente dovrà depositare tutti gli atti secretati. L’unica certezza, al momento, è che il portale www.sistri.it è stato registrato da Selex Service Management spa, una società del gruppo Finmeccanica. Legambiente, inoltre, ha un’altra preoccupazione, per la quale ha scritto alla Commissione europea: secondo l’associazione ambientalista, un vizio formale -la mancata notifica del decreto ministeriale che istituisce il sistema alla Ce- potrebbe vanificare tutto lo sforzo normativo. “Speriamo di sbagliare -spiega Stefano Ciafani, responsabile scientifico dell’associazione-, ma il rischio è di favorire i trafficanti, perché questo vizio mina l’operatività del sistema”. In attesa di una risposta, Ciafani ricorda che il Sistri, da solo, non basta: “Con il Sistri sarà più semplice, per Noe (Comando Carabinieri per la tutela dell’ambiente, ndr) e Guardia di finanza, effettuare i controlli, ma i trafficanti non spariranno. Serve, allora, potenziare il sistema dei controlli per prevenire i reati nel ciclo dei rifiuti. E bisogna, soprattutto, che il settore industriale italiano faccia un’operazione trasparenza. Coloro che ‘sversano’ illegalmente fanno concorrenza sleale a chi paga regolarmente per smaltire i rifiuti speciali prodotti. La materia prima dei traffici è un ‘prodotto’ dell’industria italiana. Chiediamo alla presidenza di Confindustria la stessa attenzione e trasparenza posta sul tema della legalità”.
Aspettando il “debutto ufficiale” del Sistri, restiamo in attesa di una risposta di Emma Marcegaglia. Consapevoli che, per lei, non sarà semplice: nel corso del 2010, il gruppo di famiglia è rimasto invischiato in una brutta storia di traffico di rifiuti. L’inchiesta, coordinata dal Noe di Grosseto si chiama “Golden Rubbish”. L’immondizia è d’oro.

Il tragitto tortuoso del sistema di tracciabilità
Il Sistema di controllo della tracciabilità dei rifiuti (Sistri) avrebbe dovuto entrare in vigore il 1° ottobre 2010, dopo una gestazione durata oltre tre anni. All’ultimo tuffo, il 28 settembre 2010, il ministero dell’Ambiente ha “differito” al 31 dicembre 2010 la fine del periodo di “convivenza” tra il Sistri e il vecchio sistema cartaceo di gestione dei rifiuti (formulari e registri).
L’iter era iniziato nel gennaio del 2007: la Finanziaria di quell’anno (articolo 1, comma 1116, legge 296/2006) ha destinato 5 milioni di euro alla realizzazione di un sistema integrato per il controllo e la tracciabilità dei rifiuti.
Il 13 febbraio 2008 entra in vigore il nuovo comma 3-bis dell’articolo 189 del Dlgs 152/2006, che prevede l’istituzione di un “sistema informatico di controllo della tracciabilità dei rifiuti”. Quasi due anni dopo, il 14 gennaio 2010, entra in vigore il Dm 17 dicembre 2009, che istituisce il “Sistri”. Gli ultimi dieci mesi sono stati costellati da proroghe: il 28 febbraio cambiano i termini per l’iscrizione al Sistri; il 25 maggio viene approvato un emendamento che rinvia di circa 18 mesi l’operatività del Sistri per le imprese che occupano fino a 10 dipendenti e che producono fino a 300 chilogrammi o litri di rifiuti pericolosi; il 13 luglio, infine, l’operatività del Sistri era stata posticipata fino al primo ottobre 2010. Uno stop necessario: secondo Conftrasporto, “nemmeno un terzo dei vettori specializzati ha potuto ritirare la chiavetta Usb e soltanto un automezzo su 10 si è equipaggiato con la ‘scatola nera’ (black-box) necessaria per effettuare il controllo satellitare dei rifiuti”. 

Cercate nei cantieri edili
È il terzo comma dell’articolo 184 del “Codice dell’ambiente”, il dl 152 del 2006, a definire i rifiuti speciali, classificandoli in 12 categorie a) i rifiuti da attività agricole e agro-industriali; b) i rifiuti derivanti dalle attività di demolizione, costruzione, nonché i rifiuti pericolosi che derivano dalle attività di scavo, fermo restando quanto disposto dall’articolo 186; c) i rifiuti da lavorazioni industriali; d) i rifiuti da lavorazioni artigianali; e) i rifiuti da attività commerciali; f) i rifiuti da attività di servizio; g) i rifiuti derivanti dalla attività di recupero e smaltimento di rifiuti, i fanghi prodotti dalla potabilizzazione e da altri trattamenti delle acque e dalla depurazione delle acque reflue e da abbattimento di fumi; h) i rifiuti derivanti da attività sanitarie; i) i macchinari e le apparecchiature deteriorati ed obsoleti; j) i veicoli a motore, rimorchi e simili fuori uso e loro parti; k) il combustibile derivato da rifiuti; l) i rifiuti derivati dalle attività di selezione meccanica dei rifiuti solidi urbani.

Processi in ogni Regione
L’ultima “banda” che operava nel traffico illecito di rifiuti speciali è stata sgominata nel giugno 2010, dopo due anni di indagini coordinate dalla procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere (Ce). Quattordici persone, a cavallo tra 7 regioni italiane (Toscana, Marche, Umbria, Lazio, Abruzzo, Campania, Puglia), sono finite in carcere, con accuse di traffico di rifiuti, falso e truffa. Sono stati sequestrati 3 impianti di trattamento rifiuti a Caserta, Frosinone e Pistoia.
Dal 2002, le “attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti” sono l’unico delitto ambientale previsto nel nostro ordinamento. Fino al 10 aprile 2010, erano 151 le inchieste concluse: secondo i dati elaborati da Legambiente nel rapporto Ecomafia 2010, queste hanno coinvolto 610 aziende e portato all’arresto di 979 persone. Soprattutto, le inchieste hanno impegnato ben 73 procure (24 al Nord, 25 al Centro, 24 al Sud), coinvolgendo 19 regioni italiane.

Bonifiche e bonifici
Non si conclude la vicenda dell’area ex Sisas di Pioltello, alle porte di Milano

La notizia è ufficiale. La Daneco Impianti srl si occuperà della bonifica definitiva dell’area ex-Sisas di Pioltello-Rodano, alle porte di Milano, dopo essersela aggiudicata con un’offerta di circa 37 milioni di euro, su una base d’asta di 45milioni di euro stabilita dal bando di gara indetto il 19 luglio scorso dal Commissario delegato dal ministero dell’Ambiente. Ben 83 milioni di euro in meno rispetto ai 120 stimati inizialmente per il progetto di bonifica presentato dalla “T.R. Estate Due srl” di Giuseppe Grossi e ben 106 milioni di euro in meno rispetto ai 143 stimati per la variante al progetto di bonifica, presentato successivamente sempre dalla T.R. Estate Due srl. Un giro milionario che nell’arco di qualche anno è passato da una copertura finanziaria totalmente a carico delle pubbliche amministrazioni coinvolte, ad un impegno di investitori privati -nello specifico Gruppo Zunino e Walde Ambiente-. Imprenditori che sono in stretta trattativa con il curatore fallimentare subentrato al fallimento del 2001 della ex-Sisas, per la cessione degli impianti dietro corrispettivo di circa 4 milioni di euro, da versare a tacitazione dei creditori. Fu proprio Zunino -immobiliarista uscito (quasi) indenne dalle inchieste per le scalate su Antonveneta-Bnl-Rcs ed oggi coinvolto nello scandalo Montecity-Santa Giulia- a favorire l’ingresso nell’affaire-Pioltello di Grossi. La cronaca attuale parla di un ritiro dalle scene del “re delle bonifiche”, che tuttavia rivendicherebbe dalla Regione Lombardia una parcella di tutto rispetto: 29 milioni di euro, per non aver mai bonificato. Una richiesta che da più parti viene rigettata al mittente, con il Comune di Pioltello in prima fila. Al nuovo bando vinto dalla Daneco Impianti srl si è arrivati, quindi, in seguito alla rinuncia di Grossi all’operazione, causa -a detta dello stesso- l’indisponibilità di discariche idonee ad accogliere i rifiuti. Una linea di condotta che però potrebbe risultare inadempiente, sia dal punto di vista operativo sia dal punto di vista economico: la T.R. Estate Due srl non avrebbe mai versato la fideiussione di garanzia, pari al 50% dei costi complessivi della bonifica (circa 60milioni di euro). Nonostante questo, la società non perde credito. Infatti, in seguito alla dichiarazione dello stato d’emergenza dell’area ex-Sisas -proclamato dal Governo su richiesta del presidente della Regione Lombardia, in data 16 aprile 2010 e ai sensi della Legge n.255/92-, con un’ordinanza di protezione civile (la numero 3874 del 30 aprile 2010) viene nominato un Commissario delegato per la bonifica, l’avvocato Luigi Pelaggi, con il conseguente stanziamento di circa 70 milioni di euro.
A questo punto, i costi di tutti gli interventi sembrano essere ritornati ad uno stato di “erogazione pubblica”, ma con i privati ancora in ballo. La srl di Grossi, che sarebbe proprietaria dell’area per un atto transattivo derivante dall’Accordo di programma del 21 dicembre 2007 tra Ministero, Regione, Provincia e Comuni, potrebbe quindi disporre dei soldi dei contribuenti, tra i quali potenzialmente anche i 20 milioni di euro impegnati per le compensazioni ambientali dei Comuni di Rodano e Pioltello. Ma qualcosa non funziona e alla fine di giugno la T.R. Estate Due srl chiede di uscire dall’Accordo di programma accusando gli enti pubblici di non aver rispettato la tempistica prevista per le autorizzazioni necessarie alla bonifica. Intanto, il Commissario delegato, capo della segreteria tecnica del ministero dell’Ambiente, smentendo alcune delle osservazioni di Grossi, stila un elenco di discariche idonee ad ospitare i rifiuti della ex-Sisas (7 delle quali all’estero, tra Germania e Belgio). Dimostrazione che di impianti “compatibili” in Italia ne esistono: nello specifico tre, di cui uno in provincia di Padova e due nel torinese. Il primo a  Collegno, ovvero la discarica Barricalla spa; il secondo a Torino, ovvero la discarica La Torrazza srl. Entrambe riconducibili a Giuseppe Grossi -che quindi non uscirebbe mai dall’affare- perché controllate dalla Sadi Servizi Industriali spa, appartenente al gruppo Green Holding spa. Un sistema di scatole che sembra coinvolgere anche il commissario Pelaggi, che oltre a far parte del consiglio di amministrazione di Acea spa, siede anche in quello della Sogesid spa, società in house del ministero dell’Ambiente, coinvolta nelle progettazioni delle discariche A e B della ex-Sisas, come riportato in un’interrogazione parlamentare a risposta scritta del 30 luglio 2010 (seduta n. 362), rivolta da Alessandro Bratti a Stefania Prestigiacomo. Oggi -mentre la Regione abbandona l’ipotesi di una risoluzione consensuale del nodo dei 29 milioni di euro rivendicati dalla T.R. Estate Due srl (25 per le attività svolte e 4 per la riacquisizione dell’area) e con delibera del 29 settembre 2010 ha dato mandato ai propri legali- le comunità, con non poca preoccupazione, si interrogano sul futuro. “Ovviamente nessuna risoluzione consensuale -sostiene Gianluca Premoli, coordinatore del Comitato di Quartiere di Limito, attivo a Pioltello-, ma una soluzione definitiva per il recupero dell’area, che deve passare prima di tutto attraverso una bonifica definitiva e, successivamente, alla creazione di attività produttive, sicuramente non impattanti. Non si può rischiare di rimettere in discussione tutto”. Della stessa opinione sono i cittadini di Rodano costituitisi in un “Forum Bonifica” -coordinato da Danilo Bruschi- con l’intento di seguire l’evolversi degli eventi. “Siamo preoccupati -dicono- sia per le operazioni di bonifica, sia per il futuro dell’area. Il bando attuale, infatti, non definisce tempi certi per il trasferimento completo dei rifiuti all’esterno del sito ex-Sisas”. Una bonifica definitiva e complessa, considerando che nel polo chimico a Sud-Est di Milano sono presenti tre discariche: la A (attraversata da una tubatura del gas, altro nodo da sciogliere), la discarica B e la discarica C (già bonificata), per un totale di 290.000 tonnellate di rifiuti industriali, essenzialmente nerofumo (circa 50.000 tonnellate) -uno scarto di produzione dell’acetilene da metano, contaminato da mercurio e ftalati-, nonché idrocarburi policiclici aromatici (Ipa) e cromo esavalente, triclorometano e tricloroetilene nelle acque di falda. Una questione ecologica, “testata con mano” dalla Commissione bicamerale di inchiesta sul traffico illecito dei rifiuti alla fine di luglio, i cui componenti a margine della visita hanno parlato di “situazione ambientale critica”, aggravata dai possibili risultati di alcune “indagini delle Procure competenti che riguarderebbero illeciti di varia natura”. La Daneco Impianti srl ha quindi una grande responsabilità: rispettare la nuova scadenza del 31 marzo 2011 fissata dalla Commissione europea, pena una multa per l’Italia di 490milioni di euro.
Intanto i primi lavori sono già cominciati. E fino al termine delle operazioni di bonifica si prevede una circolazione giornaliera di circa 95 camion carichi di rifiuti.
testo e foto di Pietro Dommarco

Dai rifiuti all’acqua
Con un fatturato di 84 milioni di euro registrato nel 2009, la Daneco è una della maggiori società italiane, affermata anche sul mercato internazionale, è specializzata nell’impiantistica per la selezione, il trattamento e la termovalorizzazione dei rifiuti, e gestisce circa venti impianti in Italia, tra cui quattro centrali a biogas. È una controllata di Unendo spa (presidente è Francesco Colucci), gruppo acquisito nel 2001 da Waste Management Italia, oggi Waste Italia, partecipata al 32% dal fondo Synergo di Gianfilippo Cuneo. A presiedere la Waste Italia è Pietro Colucci, presidente Fise-Assoambiente di Confindustria, rinviato a giudizio  nell’inchiesta di Latina Ambiente. La famiglia Colucci è nota alle cronache per gli affari con la famiglia Pisante -rappresentata da Giuseppe (deceduto l’anno scorso) e Ottavio- protagonista negli anni non solo nel settore rifiuti, ma soprattutto in quello dell’acqua, per mezzo di numerose società tra le quali Siba spa, controllata per il 75% dalla multinazionale francese Veolia e per il 25% dalla Emit.

Basta bruciarli
In provincia di Treviso contro due inceneritori di rifiuti speciali
“Con questa iniziativa ci siamo assunti una responsabilità nei confronti delle imprese e del territorio che avrebbe dovuto assumersi la politica: ora tocca alla politica fare la propria parte”. L’iniziativa cui fa riferimento il presidente di Unindustria Treviso, Alessandro Vardanega, è quella relativa alla realizzazione di due inceneritori per bruciare 500mila tonnellate di rifiuti speciali non pericolosi nel territorio della provincia di Treviso. La frase chiude una lettera aperta indirizzata, dalle colonne del quotidiano locale la Tribuna, “alle comunità di Silea, Mogliano Veneto (le due località dove verrebbero realizzati gli impianti, ndr) e della provincia di Treviso”. La lettera è stata pubblicata il primo aprile 2010, tre giorni dopo le elezioni che avevano incoronato Luca Zaia alla presidenza della Regione Veneto: tra le righe, il messaggio era rivolto anche al nuovo consiglio e alla nuova giunta regionale.
Già due mesi prima, il 6 febbraio, in piena campagna elettorale, gli industriali avevano comprato una pagina su la Tribuna per chiedere “al nuovo consiglio regionale del Veneto” di approvare quanto prima “un piano per i rifiuti speciali”. Unindustria vorrebbe dar gambe al progetto, che è stato presentato nel settembre del 2005; l’amministrazione regionale, invece, pressata dai comuni, dalla Provincia di Treviso, dai Comitati riuniti “Rifiuti zero” di Treviso e Venezia (http://sommazero.blogspot.com), ha frenato la corsa con un emendamento alla Finanziaria regionale 2010, stabilendo che fino alla approvazione di un “Piano regionale per la gestione dei rifiuti speciali” non potranno essere concesse autorizzazioni per nuovi impianti di incenerimento.
Un atto politico cui non ha fatto seguito, però, nessun atto amministrativo, tanto che dalla Regione Veneto ci fanno sapere che le “domande sono in fase di istruttoria presso la Commissione valutazione impatto ambientale”, e che “non è possibile definire i tempi per la valutazione”. Per questo, a gennaio 2010, i Comitati riuniti “Rifiuti zero” avevano “intimato alla Giunta regionale” di chiudere “definitivamente l’iter autorizzativo per gli impianti di incenerimento di Silea e Mogliano”, inviando in copia la diffida anche sezione veneta della Corte dei Conti, per denunciare lo spreco di risorse pubbliche.
In ogni caso, il futuro degli inceneritori passerà per l’elaborazione del Piano per i rifiuti speciali, che tra l’altro aiuterà a far chiarezza sui numeri: “Chiedono di bruciare 500mila tonnellate di rifiuti ogni anno, ma le previsione dell’Arpav (Agenzia regionale per la prevenzione e protezione ambientale del Veneto, ndr) ci dicono che i rifiuti speciali ‘inceneribili’ sono 117mila tonnellate, sommando quelli prodotti tra le provincie di Belluno, Treviso e Venezia” spiega Lucia Tamai, una delle animatrici dei Comitati riuniti “Rifiuti zero”; Unindustria, pur non confutando il dato, spiega che a questi rifiuti potrebbero esserne aggiunti altri, recuperandoli tra quelli “oggi interrati in discariche a forte rischio ambientale”.
Alla voce incenerimento, l’Arpav certifica nell’ultimo rapporto “Produzione e gestione dei rifiuti nel Veneto”, con dati relativi al 2007, che in tutta la Regione sono stati bruciate 124mila tonnellate di rifiuti speciali, pari all’1,3% di tutti quelli gestiti. Il 60,2% ha trovato invece la via del recupero. E si potrebbe far di più: ad aprile, i Comitati hanno organizzato -in collaborazione con la Provincia di Venezia- un convegno a Mestre, dedicato al “Riciclo dei rifiuti speciali”, riunendo e raccontando “buone pratiche ed esperienze venete”. A fine novembre, un secondo appuntamento -organizzato dai Comitati “Rifiuti zero” e dalla Rete Ambiente Veneto assieme all’Assessorato all’ambiente della Regione e alle Province di Treviso, Venezia e Belluno- sarà l’occasione di parlare “Verso il Piano dei rifiuti speciali”. Oggi la partita si gioca a questo tavolo: il piano dovrà essere approvato dal consiglio regionale, ma Comuni, Province e cittadini interessati potranno partecipare all’elaborazione con osservazioni e pareri.
“Dovremo puntare a un Piano che preveda un decisivo passo in avanti verso la prevenzione e il riciclaggio totale anche dei rifiuti speciali, un Piano che escluda, in via definitiva, nuovi impianti di incenerimento” scrive il Comitato “No inceneritori” di Mogliano Veneto. Una volta realizzati gli impianti, anche se i numeri dessero ragione a chi protesta, e mancasse cioè “materia prima” locale per far funzionare gli inceneritori, Unindustria potrebbe “importare” rifiuti speciali, anche dall’estero. Secondo Lucia Tamai, nei due impianti “vogliono bruciare anche Cdr (combustibile derivante dai rifiuti, ndr): ne abbiamo 105mila tonnellate. Hanno chiesto due inceneritori per farne uno -conclude l’attivista dei Comitati “Rifiuti zero”, impiegata di banca e madre di due figli-: si sentono così potenti da poter decidere il futuro del territorio, ma la gente ha capito”. Di traverso rispetto al progetto di Unindustria si è messa, negli ultimi mesi, anche la cronaca giudiziaria nazionale: il partner tecnico scelto dagli industriali trevigiani è la Green Holding di Giuseppe Grossi; l’imprenditore è finito in carcere nell’ottobre 2009, nell’ambito di un’inchiesta sulle bonifiche nell’area milanese di Santa Giulia, con accuse che vanno dall’associazione per delinquere finalizzata alla frode fiscale, dall’appropriazione indebita, alla truffa, dal riciclaggio alla corruzione.
Grossi ha deciso di patteggiare la pena. Gh è socio con l’8,05 per cento di Iniziative ambientali srl, la società che ha presentato il progetto. Iniziative ambientali, a sua volta, è controllata per il 91,95 per cento dalla Servizi Unindustria multiutilities (Sum), dove gli industriali trevigiani sono soci di Confindustria Venezia. Green Holding attraverso la controllata Rea gestisce l’inceneritore di Dalmine, preso a modello per quelli trevigiani. Peccato che bruci solo rifiuti solidi urbani.

Sempre più affumicati
Il Polo ambientale integrato per la gestione dei rifiuti di Parma non è altro che un inceneritore. Gestito da Iren, la multiutility quotata in Borsa nata nel luglio di quest’anno dalla fusione di Iride ed Enia, costerà 180 milioni di euro e dovrebbe entrare in funzione tra un anno e mezzo.
L’impianto brucerà anche rifiuti speciali, e gli attivisti dell’Associazione gestione corretta rifiuti e risorse di Parma (gestionecorrettarifiuti.it, vedi Ae 115) vedono un rischio: “Enia costruisce un inceneritore e ci fa credere che allo stesso tempo migliorerà la differenziata. Comunque vada la raccolta dei materiali, l’inceneritore dovrà bruciare alla massima potenza. Cosa accadrà se arriviamo al 100% di raccolta differenziata? L’inceneritore brucerà il 100% di rifiuti speciali, in barba a tutte le premesse del piano provinciale dei rifiuti”. Quando si progetta un impianto del genere, infatti, chi dà i numeri -il progettista- è abituata a sparare alto. Ma a riportare Iren con i piedi per terra ci aveva già pensato, nel 2008, l’Osservatorio provinciale dei rifiuti, bocciando le previsioni dell’azienda sui quantitativi di materia prima da incenerire: “Appare sovrastimata la valutazione di Enia relativa a 60mila tonnellate di rifiuti speciali provenienti dal territorio provinciale […] da destinare allo smaltimento”; “questa previsione per gli speciali […] potrebbe determinare per il 2020 un sovradimensionamento dell’impianto, con un funzionamento a regimi ridotti”. A meno di non importare rifiuti. Per quelli solidi urbani non è possibile (anche se con l’abolizione degli ambiti territoriali ottimali, da inizio 2011 Parma potrebbe bruciare anche gli scarti prodotti a Piacenza e Reggio Emilia), mentre gli “speciali” possono sempre viaggiare. (quì)

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Alluvione? Non per tutti

8 Novembre 2010 Commenti chiusi

Alluvione? Non per tutti: gli statunitensi all’asciutto grazie ai nostri soldi

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Per difendere la base militare statunitense in costruzione al Dal Molin si sono rialzati gli argini del bacchiglione impedendo l’esondazione controllata.

 La nuova base militare statunitense in costruzione al Dal Molin non ha provocato l’alluvione che ha colpito Vicenza; è quanto continuano a ripetere, con insistenza, rappresentanti istituzionali e politici in maniera trasversale e unanime. Assoluzione piena, dunque, per lo scempio territoriale voluto dall’esercito statunitense e avvallato dal governo italiano.

 L’acqua è arrivata da nord; sono state precipitazioni eccezionali; si sono sciolte rapidamente le nevi in montagna. Sono, queste, alcune delle argomentazioni con le quali si tenta di giustificare un disastro che, invece, è prima di tutto umano. «Un territorio verde – ricorda Ilvo Diamanti su La Repubblica – urbanizzato senza limiti e senza regole»: sta in queste poche parole la spiegazione di un evento che ci ha colto di sorpresa, distruggendo e devastando interi quartieri delle nostre città.

 E’ evidente: la nuova base militare in costruzione al Dal Molin non rappresenta l’unico esempio dello scempio territoriale del nordest; strade e villette, capannoni industriali e tangenziali, aree commerciali e residenziali: la cementificazione e l’impermealizzazione del territorio passano anche per queste opere, spesso inutili, che hanno trasformato il Veneto da territorio agricolo a reticolo metropolitano.

 Ma escludere – come alcuni vorrebbero fare – la cementificazione statunitense del Dal Molin dai fattori che hanno contribuito all’alluvione significa voler difendere a priori un’imposizione che gran parte della cittadinanza non voleva, consapevole dei danni che avrebbe prodotto.

 Gli abitanti del quartiere Produttività, di fronte al Villaggio del Sole, non ricordano di essere stati inondati anche quando altrove l’acqua entrava nelle case. Non si era mai visto Viale Diaz trasformato in un torrente. Cosa è successo?

 Un anno fa abbiamo segnalato che l’argine sinistro del Bacchiglione, ( quì) lungo il percorso che costeggia la costruenda base, era stato rialzato a scapito di quello di destra. Nella mappa prodotta il 7 marzo 2007 dal Genio Civile di Vicenza, Distretto Idrografico Nazionale dei fiumi Brenta-Bacchiglione, a firma del Dirigente responsabile Dott. Ing. Nicola Giardinelli, si vede come l’area del Dal Molin è zona di esondazione in due specifici punti indicati da una vistosa freccia nera. Un punto è nel cono di volo nord dell’area, all’altezza della presa che va verso la zona del Maglio, ed un punto è a ovest in località ponte del Bo. Entrambi i punti sono interni all’area della costruenda base.

 L’ing. Guglielmo Vernau spiega che «l’aver alzato gli argini ha impedito che l’acqua trovasse sfogo nell’area del Dal Molin; essa, quindi, ha proseguito la sua corsa devastante verso sud aggravando la situazione delle aree urbane di Viale Diaz, Viale Trento e Villaggio Produttività. In poche parole, la nuova base ha impedito che l’area del Dal Molin costituisse una sorta di camera di compensazione che ritardasse e attenuasse le conseguenze dell’alluvione nella parte abitata della città».

 E così, Vicenza si è trovata con l’acqua alla gola, mentre gli statunitensi se ne sono restati all’asciutto, grazie all’innalzamento dell’argine costato più di un milione di euro e pagato dai contribuenti italiani. Tanto che, mentre le ruspe sgomberavano le strade dal fango a Caldogno e Vicenza, dentro al perimetro del cantiere statunitense si era già ricominciato a lavorare, per cementificare e impermealizzare ulteriormente il territorio.

 I vicentini rischiano di non vedere rimborsati i danni prodotti dall’incuria del territorio e dalla cementificazione; gli statunitensi, invece, (ai quali paghiamo il 41% delle spese di permanenza nella nostra città) sono al sicuro: con i nostri soldi, gli abbiamo costruito un argine alto e robusto. Grazie Zaia, grazie Lega.

 domenica 7 novembre 2010      No Dal Molin

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La Fiat ha deciso di affamarmi.

6 Novembre 2010 1 commento

3aa9a_sergio-marchionneMi chiamo Rosario Monda e sono un operaio FIAT. Sono fuori dalla fabbrica da tempo a causa di un licenziamento per motivi sindacali. Un anno e cinque mesi fa, la magistratura ha dato torto all’azienda e ragione a me. Non sussistevano i motivi per il mio licenziamento e ha intimato alla FIAT, con una sentenza, di reintegrarmi nello stabilimento di Pomigliano, dove lavoro, e, finalmente, di pagarmi le spettanze. Sono passati quasi due anni e tutto questo non è avvenuto. Le ho tentate tutte. Ulteriori ricorsi legali, denunce ai carabinieri, ingiunzioni di pagamento, tentativi di denuncia sulla stampa di quello che mi sta succedendo. Niente. Sono fuori dalla fabbrica e senza un euro. Ho un bambino di sette mesi, una compagna con un lavoro precario, e tirare avanti senza salario è quantomeno complicato. Un po’ mi aiuta la solidarietà dei compagni. Ho venduto tutto quello che avevo di valore. La FIAT ha deciso di affamarmi. Me e la mia famiglia. Perché? Non tanto perché io sia un pericoloso agitatore sindacale. Ho fatto gli scioperi, ho cercato di difendere i miei diritti, questo si, ma non ho mai avuto un ruolo di responsabilità nel sindacato. Io credo che la dirigenza FIAT mi usi come esempio per gli altri operai. E’ un messaggio chiaro e preciso: “State zitti e quieti, altrimenti fate la fine di Rosario e quelli come lui”. Molti si meravigliano vedendo spesso gli operai muti all’uscita dei cancelli, davanti ai giornalisti che cercano disperatamente di intervistarli. Altri pensano invece che alla FIAT siano tutti d’accordo con Marchionne, perché le uniche interviste che si sentono, esprimono assenso con la direzione aziendale. Sia quelli che parlano, sia quelli che stanno zitti devono farlo per forza. Hanno operai come me davanti. Siamo l’esempio di quello che succede a chi esprime il dissenso. Tutto appare e quasi niente è reale. Marchionne parla di aumento dei profitti e di come vuole riuscirci e dice che lo fa perché ha a cuore la sorte degli operai FIAT a cui vuole dare, in prospettiva, gli stessi, alti stipendi, degli operai tedeschi. Ci vuole massacrare perché ci ama. Tutti parlano di diritti, di democrazia, di uguaglianza dei cittadini. Ma io sono uguale agli altri? Dov’è il mio diritto sancito dalla magistratura a lavorare e a percepire un salario? Chi deve farlo rispettare? Se sentiamo i politici sembra che i giudici abbiano poteri eccezionali in questa società. Giustamente per alcuni e ingiustamente per altri. Io penso, per esperienza diretta, che il miglior giudice conti meno dell’ultimo imprenditore. Qual è lo strapotere di un giudice se non riesce a far eseguire una sentenza che lui stesso ha emesso? O questo strapotere si esprime solo dove non crea danno ai potenti? Si può andare avanti così? Non credo per molto. Il bastone e la carota possono anche funzionare, ma il solo bastone alla fine non basta. Mi appello alla stampa affinchè possa intercettare anche il mio disagio e restituirmi un minimo di visibilità ed evitare che, oltre alla Fiat, nessuno più ricordi la mia difficile storia.”

 di Rosario Monda  Il fatto quotidiano  06-11-2010

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Senza pudore !

4 Novembre 2010 1 commento

valigia_b1--180x140Quella valigia rossa che arriva
sempre per prima a Malpensa

Il trolley senza etichette compare anche 20 minuti prima degli altri bagagli. «L’ho aperto: solo vecchie riviste»

 

 

Viaggio moltissimo e ho notato più volte come a Malpensa, sul nastro trasportatore di bagagli, appaia spesso una valigia rossa come prima valigia consegnata. La fortunata valigia fa fermare il cronometro che appare sui monitor che indica il tempo trascorso tra l’atterraggio e la consegna del primo bagaglio. Purtroppo dopo la valigia rossa, il nulla per 20 minuti prima che le altre valigie appaiano sul nastro. Ieri sera di nuovo si è presentata per prima e solitaria più che mai la solita valigia rossa. Stufo di essere preso in giro, ho guardato bene la valigia, constatando che non vi era alcuna etichetta di viaggio che indicasse la destinazione e la provenienza. Ebbene, l’ho aperta, certo del fatto che non appartenesse a nessuno, e al suo interno ho trovato solo delle vecchie riviste e del polistirolo. Ecco dunque svelata l’ennesima truffa degli operatori della Sea: i tempi medi di consegna bagagli, che vanno ad influenzare statistiche internazionali e rating sulla qualità del servizio dell’aeroporto, sono truccati con questo stratagemma all’italiana. In allegato fotografie della valigia, del suo contenuto e del monitor del nastro, che indica solo 2 minuti di tempo di consegna (minuti realmente trascorsi: 16).»

 

 

 

di Andrea Magnoni    Corriere della sera .it    04 novembre 2010

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