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Milano da bere

27 Settembre 2010 Commenti chiusi

  La città in ginocchio, disastro annunciato

Inascoltati i pareri dei tecnici. Ora  un piano acque affidato a un’authority e si rimedi agli errori del passato

Marco Garzonio
20 settembre 2010       

 Le immagini drammatiche del Nord-Milano sott’acqua sono purtroppo la nuova puntata di un disastro annunciato. E non certo l’ultima, se la questione verrà affrontata così come le amministrazioni, comunale e regionale, e molta opinione pubblica se ne sono occupate negli ultimi decenni. Vale a dire: con interventi d’emergenza sotto i nubifragi e nei giorni immediatamente successivi; lamentandosi dell’urbanizzazione scellerata che ha eliminato le aree golenali e cementificato i terreni, rendendoli impermeabili alle piogge; progettando, magari, un nuovo canale scolmatore che raccolga le acque in caso di esondazioni.

I tecnici lo dissero sin dai decenni scorsi, a partire dal momento in cui la linea 2 del metrò tagliò il centro direzionale sull’asse Garibaldi, Gioia, Centrale, che i canali sotterranei si sarebbero presi la rivincita ogni volta che i temporali si fossero abbattuti con particolare intensità. E che l’intera area costituiva solo la parte di raccolta di un bacino che aveva il proprio vertice a nord, appunto, in quelle zone che sarebbero state percorse dalla linea 3 e che ora vedono i lavori di costruzione delle linea 5.

Milano – e non è la prima volta, né il settore trasporti costituisce l’unico esempio: si pensi ai parcheggi – sembra però insofferente verso il parere dei tecnici. Soprattutto quando vanno contro a interessi costituiti e richiamano alla necessità di un ripensamento globale della città, invece che seguire la logica degli interventi tampone, comunque settoriali, di fatto preferiti dagli amministratori. Eppure com’è fatta Milano, la natura del sottosuolo, il nome stesso che dice «terra tra i due fiumi» e quindi al centro di un sistema di canalizzazioni sia naturali, sia realizzate dall’uomo è ben nota, anche alla politica, che, con un meccanismo di scissione sorprendente, mentre non pensa «Milano città dell’acqua», poi celebra i Navigli (è vero che spesso più a parole che nei fatti) o addirittura immagina di arrivare all’Expo in barca.

Se vogliamo rispondere davvero ai bisogni degli abitanti dei quartieri a nord, non gettare al vento risorse (già che ce ne son poche), pensare a una riqualificazione dell’abitare, del servizio di trasporto pubblico e del traffico privato bisognerà cambiare registro. Questo comporta: un piano acque della città complessivo, affidato a un’authority, così come si progettò per i Navigli neanche tanti anni fa, non facendone nulla poi; un raccordo programmatico e operativo con i comuni limitrofi; misure urbanistiche di salvaguardia che recuperino, dove si può, sulle negligenze del passato e si innovi subito rispetto al futuro. Ma chi la politica la pratica giorno per giorno sembra sordo all’istanza. Forse perché non ha ancora ben capito come distribuire le poltrone della eventuale Grande Milano.

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Pensarci prima

Quando si è progettata la linea 5 non era possibile ignorare che quella è la zona delle esondazioni

di UGO SAVOIA   Corriere della sera.it Milano/Cronaca   22 settembre 2010

Estratti

 Anche a voler essere cattivi a tutti i costi, ci rifiutiamo di pensare che al momento della progettazione della quinta linea metropolitana, sostanzialmente sotto la direttrice di viale Zara, nessuno abbia pensato che proprio quella era la zona della città in cui il Seveso si fa periodicamente sentire e vedere al di fuori del suo alveo dopo ogni abbondante pioggia. Non è necessario essere esperti di ingegneria idraulica per capire che se si scavano grandi gallerie in un luogo periodicamente soggetto a consistenti esondazioni, prima o poi quelle gallerie si riempiono d’acqua. Per questo, quando si è cominciato a progettare la famosa quinta linea Mm che si dovrà inaugurare nel 2015 in concomitanza con l’Expo, sarebbe stato logico prevedere contestualmente la realizzazione di quel canale scolmatore di cui si parla ininterrottamente dal 1977 – anno della prima grande esondazione -, ma che finora non è mai riuscito a vedere la luce, pur essendo passato (invano, evidentemente) attraverso amministrazioni di vari colori e sfumature.

 

Tra il 1600 e il 1604, la Repubblica di Venezia realizzò una colossale opera idraulica deviando la foce del Po, i cui detriti alla lunga avrebbero finito per minacciare la laguna. Sembrava impossibile. Invece si diedero un tempo e riuscirono a rispettarlo. Oggi, a quattrocento anni di distanza, sembra che costruire uno scolmatore di pochi chilometri atteso da quando c’era ancora la tv in bianco e nero sia un’opera che getta nello scompiglio economico-finanziario amministratori di vari livelli e responsabilità. Forse c’è qualcosa che non funziona.

 

Irraggiungibili le valvole di sicurezza, nascoste da asfalto e auto in sosta

Seveso, ritardi e difficoltà negli interventi
Stato di calamità, riunione con Bertolaso

Il documento riservato dei tecnici: «Nove ore per chiudere la falla dell’acquedotto ». L’esondazione del 18 settembre è stata la seconda per intensità dal 1976

MILANO – Stesso cantiere, altra acqua. A una settimana esatta dall’esondazione del Seveso, i tecnici hanno dovuto riportare in strada le idrovore. Due pompe sono state utilizzate sabato per estrarre l’acqua che nella notte è tornata a invadere i cantieri della linea 5 del metrò, in costruzione sotto viale Zara. Sono gli stessi scavi, all’altezza di viale Marche, in cui una settimana fa si è riversato il torrente di fango che scendeva da Niguarda. Lì si è rotto l’acquedotto. E poi la piena, scorrendo sotto terra, ha poi devastato la linea 3, attraverso quello che sarà il passaggio di scambio tra le due linee. Definita una stima dei danni (circa 35 milioni per la linea «gialla», che salgono a 60 contando la 5), il sindaco Letizia Moratti, accompagnata dai suoi più stretti collaboratori, ha incontrato il capo della Protezione civile, Guido Bertolaso. È un passaggio chiave per tentare di ottenere lo stato di calamità. Una riunione basata su un memo, un documento riservato del Comune, che racconta nei dettagli tempi, ritardi e difficoltà degli interventi per contenere l’allagamento di una settimana fa.

La «seconda» alluvione
Si parte dal quadro generale: «L’esondazione del 18 settembre è stata la seconda per intensità tra le 87 registrate nella zona di Niguarda dal 1976». La cronologia descrive l’estrema rapidità dell’alluvione: la soglia di allarme viene superata alle 16.04; alle 16.42, quando gli operatori della Mm sono già in strada per aprire i tombini della fogna, il Seveso esonda. E da questo momento inizia la catena di fatalità, ritardi e lentezze che provocherà gli effetti devastanti dell’allagamento in metrò. Poco prima delle 18, il torrente di fango che entra nello scavo di viale Zara provoca una frana nel cantiere. Un’ora dopo, spiega il dossier, «il centro di telecontrollo delle centrali dell’acquedotto di San Siro riscontra da un lato un calo di pressione anomalo nella zona e, dall’altro, il regolare funzionamento delle centrali di pompaggio in Suzzani e in Comasina». Deduzione: nella rete c’è una falla. Alle 20 i tecnici constatano la rottura di una tubazione dell’acquedotto e di una fognatura, deviata dal cantiere M5. «Il sovraccarico della rete» e l’erosione del terreno hanno provocato «un collasso delle strutture». A questo punto quindi, già da un paio d’ore, è in corso una «seconda» alluvione: quella generata dall’acquedotto. Si somma a quella del Seveso e, si scoprirà dopo, sarà «responsabile» di oltre la metà dell’acqua riversata in metrò. Ci si rende conto che l’allagamento potrebbe assumere proporzioni drammatiche.

Chiuse «introvabili»
L’obiettivo primario, ormai quasi tre ore dopo l’esondazione del Seveso, è quello di interrompere la corrente nelle tubature. «Vengono individuate sulle mappe dieci “saracinesche” (valvole, ndr)». È una corsa contro il tempo per trovarle e chiuderle il prima possibile. Qualche tecnico, tra le varie difficoltà, ha parlato addirittura di alcuni tombini che erano stati coperti dalle varie riasfaltature avvenute in zona dopo anni di cantieri. Il documento del Comune descrive nei dettagli le difficoltà di intervenire: «La localizzazione dei chiusini di manovra delle saracinesche è stata pesantemente ostacolata dal perdurante stato di allagamento di vaste zone stradali, dai residui fangosi depositati e dagli automezzi posteggiati; la richiesta alla vigilanza di un carro attrezzi non viene soddisfatta per mancanza di disponibilità immediata e si provvede, ove necessario, allo spostamento manuale da parte degli operatori presenti». Conclusione: «Le operazioni di chiusura si concludono nella notte di domenica intorno alle 2». Nove ore dopo il collasso delle tubature, quando ormai la piena nella galleria sotto viale Zara ha già sfondato i portali e sta dilagando nella linea 3. Dall’acquedotto usciranno «almeno 50 mila metri cubi d’acqua, totalmente confluiti nella galleria della M5».

Gianni Santucci
26 settembre 2010

Seveso, il piano scartato dalla Moratti
così si sarebbero evitate le esondazioni

Una galleria di 11 chilometri per risolvere il problema. Ma il sindaco aveva detto no
Adesso il primo cittadino invoca lo stato di calamità. Bertolaso: dobbiamo verificare

di ORIANA LISO

Un canale sotterraneo con tre funzioni integrate: scolmatore delle piene del Seveso; deviatore del flusso di acqua; drenante per il controllo della falda. Ora, dopo l’ennesima esondazione del fiume sulle zone Nord di Milano, il sindaco Moratti ha dato incarico a Metropolitane Milanesi di progettare in tutta fretta un sistema per evitare che si ripeta quello che la città ha subito otto giorni fa. Ma un progetto esaustivo — pagato dallo stesso Comune — esiste già, ed era stato fatto dagli stessi tecnici di Mm ai tempi della giunta Albertini. Quel progetto avrebbe evitato gran parte dei disastri poi puntualmente avvenuti nelle cantine, nei negozi, per le strade del quartiere Niguarda. Ma la giunta Moratti — che avrebbe dovuto soltanto studiare una piccola modifica chiesta dall’Autorità di bacino del Po, e poi realizzare il canale — ha deciso di mandare in soffitta il progetto, eliminandolo con un tratto di penna dal Piano delle opere pubbliche.

Ai tecnici di Mm era stato dato incarico di studiare un sistema che servisse non solo come difesa idraulica della città, ma anche per prosciugare corsi d’acqua sotterranei per poter effettuare lavori di pulizia e di consolidamento, dirigendo tutte o in parte le acque verso il Lambro. In questo modo il canale avrebbe avuto sempre un compito, non limitando la sua funzione ai momenti di emergenza degli allagamenti, pur frequenti.
L’idea è quella di una galleria di 11,1 chilometri che corre interamente nel territorio di Milano a una profondità variabile, da meno 25 metri a Niguarda fino a meno 4 metri a Ponte Lambro (a cielo aperto nell’ultimo tratto), con una portata di 30 metri cubi al secondo (quando ha funzione di scolmatore e deviatore del Seveso).

I tecnici premettono che il fiume Lambro debba essere reso «adeguatamente ricettivo», per evitare di spostare il problema in quella zona. La funzione di controllo della falda, spiega la relazione di Mm, serve a «difendere metropolitane e altre opere sotterranee di grande interesse pubblico e privato dall’innalzamento del livello della falda freatica, senza costi di costruzione e gestione di pozzi pubblici». E ancora: il canale avrebbe permesso la salvaguardia delle acque potabili, allontanando gli strati più inquinati. Infine anche i terreni intorno al Lambro sarebbero stati irrigati nei periodi di siccità.

Raccontano ora i tecnici di Mm che all’epoca avevano studiato il progetto: «In periodi normali l’infrastruttura si comporta come un lungo canale, con tanti vantaggi ambientali e energetici, mentre davanti all’onda di piena le elettrovalvole permettono di evitare l’esondazione». Oltre al risparmio, il salto da 25 a 4 metri di profondità della galleria avrebbe prodotto anche energia: l’allora Aem aveva stimato un ricavo di circa 500 chilowatt di potenza, con una resa di 400-500mila euro annuali per la gestione a costo zero dell’intera opera. Questo è il progetto definitivo, datato 2004, costo stimato 70 milioni: metà a carico del Comune, l’altra di Mm. La giunta Albertini lo inserì nel Piano delle opere pubbliche e lo sottopose all’Autorità di bacino del Po, che rispose: è fattibile, ma devono essere rafforzati gli argini del Lambro per circa 5 chilometri.

Serviva, a questo punto, un accordo di programma con le amministrazioni dei Comuni interessati da questa variante. Un tavolo che la giunta di Letizia Moratti non convocherà, né chiederà che venga convocato. Anzi. Nel 2009 il canale scompare dal Piano delle opere del Comune. Palazzo Marino, infatti, ha bisogno di soldi per pagare il prestito obbligazionario lanciato su A2A, quindi dirotta fondi di opere già in progetto. Come, appunto, lo scolmatore. «Alla fine del mio mandato — spiega l’ex sindaco Albertini — l’avevamo indicato come una delle opere a cui dare priorità, e con le privatizzazioni si erano anche trovati i fondi. Peccato, eravamo riusciti a dar forma a un progetto atteso da anni».
 

 (25 settembre 2010) Corriere della sera .it

 

 

 

 

Categorie:Ambiente, Urbanistica Tag:

Adro e i simboli leghisti

22 Settembre 2010 18 commenti

simboli leghistiAdro: i docenti protestano, “I simboli leghisti messi di notte”

di: Antonio Rispoli

  ADRO (BRESCIA) – Ancora proteste, nella scuola di Adro, questa volta da parte dei docenti. Infatti molti di loro hanno saputo delle novità solo lunedì mattina, quando sono andati nelle classi per svolgere il loro lavoro. Il venerdì precedente avevano svolto una riunione di lavoro e non c’era niente: in quel momento era ancora la scuola “Fratelli Dandolo” ed aveva un aspetto normalissimo. Solo il lunedì hanno scoperto che il plesso era diventato la scuola “Gianfranco Miglio” e che c’erano simboli della Lega ovunque. Per questo, finito l’orario scolastico, hanno redatto un documento – firmato da loro e dal personale ATA – nel quale, tra l’altro, si dice: “L’assemblea è terminata ribadendo il totale disaccordo con la presenza di simboli di partito in un edificio che deve restare un ambiente educativo rispettoso delle idee di tutti, concordando pienamente con la richiesta del dirigente scolastico di rimuovere con urgenza tutti i marchi presenti. Il documento unitario che sarà pubblicato indicherà le diverse iniziative deliberate per proteggere la scuola pubblica, garantendo il rispetto delle regole e la crescita serena dei bambini che la frequentano”.

Nel frattempo si è venuto a sapere che il figlio del sindaco Lancini – che inizia le elementari – non andrà in quella scuola, bensì nella adiacente scuola privata gestita dai Carmelitani.

http://www.julienews.it     15-09-2010

Signor direttore,

le scrivo per ringraziare le tante, tantissime persone che sabato sono venute ad Adro per protestare contro un sindaco che, con la scuola pubblica, si comporta come fosse una sua proprietà. Peccato per la pioggia: le tante bandiere italiane non hanno potuto sventolare nel sole, proprio perché pioveva; ma sono state un bellissimo spettacolo: mi sono sentita rincuorata e, anche se ho osservato il tutto solo dalla finestra, ho pianto di gioia.

Le assicuro che se nel corteo avessi visto sfilare persone di Adro che conosco, sarei scesa anch’io. Ma capisco i miei compaesani: come me sono stati condizionati dalla paura di essere all’indomani indicati a dito da altri come traditori. Perché, vede signor direttore, qui ad Adro viviamo come in un paese assediato: sospettiamo l’uno dell’altro; abbiamo paura a dire quello che pensiamo perché sentiamo di non sentirci liberi.

E’ come se vivessimo in un periodo di cui ho letto sul libro di storia; cioè come se sentissimo il dovere di dirci in tanti: “silenzio, lui e i suoi ti ascoltano!” e abbiamo paura che qualche furbo trovi il modo di fartela pagare, come ha già fatto in tante occasioni. Una certa ditta per i rifiuti ci ha intossicato l’ambiente, ma guai a dirlo, perché la proprietà della ditta… Il sindaco ha fatto varianti all’uso delle aree, così che ognuno teme che domani tocchi a lui sentirsi dire che lì passerà una strada, che quell’area è edificabile oppure no; che quelle modifiche che magari vuoi fare alla tua casa, ti vengano proibite…

Senza accorgerci, lentamente in tanti noi ad Adro ci siamo lasciati invadere dalla paura, non degli stranieri, ma dal capo del Comune che, avendo ricevuto da tanti altri di noi i voti, si comporta come il padrone di tutto e di tutti. Una volta ero convinta che lui fosse convinto di fare il bene di Adro, ma dopo la figuraccia prima per la mensa scolastica e adesso con la scuola del Sole delle Alpi, siamo in tanti a doverci svegliare dal sonno profondo a causa del quale non ci siamo più occupati delle cose della politica, pensando che tanto… chiunque fosse stato eletto, qualcosa di buono avrebbe fatto.

Invece ci siamo sbagliati ed io spero proprio che la manifestazione di sabato abbia convinto tanti come me che non si può restare chiusi in casa e permettere ad altri di fare i loro comodi. Ringrazio di nuovo tutti i partecipanti alla manifestazione di sabato; mentre passavano io ho pregato il Rosario perché non succedesse niente di grave. Chissà se del fatto che ho pregato sono stati contenti i sacerdoti di Adro; non capisco più niente nemmeno di quelli, perché più che a predicare il Vangelo, mi sembrano impegnati a far politica col sindaco. Ho pregato comunque anche per loro.

Una cristiana di Adro

 http://www.bresciapoint.it/  21-09-2010

Categorie:lega nord Tag:

Dalla Campania agli inceneritori e un’ipotesi inquietante su Seveso.

20 Settembre 2010 4 commenti

imagesCAH7VP0Ndi Edorardo Montolli – 17 settembre 2010

Lo stivale italiano dei veleni svelato dal super-consulente delle procure. In ufficio ci va a bordo di un kajak perennemente ormeggiato tra i canneti che dalla riva degradano lentamente fino al giardino di casa. L’uomo che scende e deposita il remo ha una barba incolta bianca e il cappello alla Crocodile Dundee. Ha scelto di vivere in un suggestivo scorcio del Lago di Mantova che gli allontana i ricordi olezzanti di discariche abusive, rifiuti tossici e industrie chimiche fuorilegge, ossia tutto ciò che nel suo lavoro affronta quotidianamente. Si chiama Paolo Rabitti, 60 anni, due lauree – ingegneria e urbanistica –, innumerevoli pubblicazioni, docenze e ricerche alle spalle. Ai suoi studi si affidano i Comuni alle prese con la Tav o i comitati di cittadini preoccupati da inceneritori e aziende chimiche. Gente con cui spesso collabora gratuitamente, così, per coscienza civica, dice. 
Ma il suo nome appare soprattutto nelle più importanti inchieste ambientali, chiamato come consulente dalle Procure di mezza Italia. Dai tempi di Felice Casson per il petrolchimico di Porto Marghera, ai pm di Brescia, Ferrara, Rovigo o Grosseto, giusto per citarne alcune: e sempre per smaltimento di materiali tossici, inquinamento da emissioni di Pcb dalle acciaierie, acque devastate da scarichi illeciti. Come per il Lago Maggiore: la sua perizia per il tribunale di Torino è valsa la condanna civile per 1,6 miliardi di euro alla Syndyal, responsabile dello sversamento nelle acque di quantità industriali di Ddt. «Se ne accorsero gli svizzeri, poi fu vietata la pesca. E ancora oggi ci sono sul fondale quantità enormi di sedimenti inquinanti».

I magistrati, alle prese con un disastro ambientale dietro l’altro, per capirci qualcosa suonano al suo campanello sempre più spesso. E non poteva non essere così anche per il caso dei rifiuti in Campania: trenta ore di testimonianza nell’aula bunker, un vero record, per spiegare che «con la gestione dei rifiuti la camorra non c’entra proprio nulla». E che per contro c’entravano istituzioni e multinazionali, per le quali è diventato una sorta di incubo, un cave hominem da cui stare alla larga visto che ogni volta che ci incappano finisce a condanne e risarcimenti per i disastri commessi. «In effetti tentano spesso di etichettarmi per un ambientalista, un’etichetta comoda se si devono nascondere gigantesche magagne».
Per quelle che ha scovato in diverse città sugli affari d’oro del pattume, è stato appena nominato consulente della Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti. Un incarico, l’ennesimo, che svolge gratis. E che probabilmente avrà il suo fulcro proprio in ciò che accadde nell’area campana. Intorno a un tavolo in legno, sotto al pergolato, l’ingegnere inizia a ricostruirne la storia, attorniato dalla moglie Gloria Costani, di professione medico, da Smilla e Black, i suoi due cani e da un numero imprecisato di gatti.
«Lì la situazione era già piuttosto compromessa, perché per decenni le industrie del centro-nord vi avevano smaltito illegalmente rifiuti pericolosi, interrandoli, sversandoli nelle acque o direttamente nelle falde. Questo per delineare il quadro. Quanto allo scandalo dei rifiuti urbani, c’è un processo per truffa ai danni dello Stato e falso alla Fibe-Impregilo. In sostanza doveva gestire i rifiuti per l’intera regione, separando carta e plastica dalla componente organica. La prima sarebbe servita per produrre combustibile da bruciare negli inceneritori. La seconda doveva essere inertizzata diventando una specie di terriccio da fiori».

Invece?

«Di fatto non veniva prodotto combustibile, né – tantomeno – il terriccio. E la regione si è trovata alle prese con circa dieci milioni di tonnellate di cosiddette “ecoballe”, in barba al Commissariato ai rifiuti che avrebbe dovuto controllare».

Rifiuti uguale camorra, dicono.

«Guardi, la camorra forse è intervenuta nel business dei trasporti dei rifiuti dagli impianti alle discariche, in qualche subappalto fatto da Fibe-Impregilo che peraltro non poteva subappaltare. E forse, ma forse, la camorra si accaparrava i terreni in cui Impregilo aveva deciso di costruire le discariche. Ma di sicuro, con la gestione dei rifiuti, la camorra non c’entra assolutamente nulla, contrariamente a quanto si lascia intendere. La responsabilità è di controllori e controllati. Ed era impossibile non vedere che nelle discariche c’era una situazione da Terzo mondo, che ancora adesso nessuno racconta».

Tipo?

«Progettate per accogliere materiale inerte, e cioè il terriccio, venivano invece riempite con rifiuti organici addirittura freschi che andavano rapidamente in putrefazione e producevano enormi quantità di liquido marcio (il cosiddetto percolato) e di gas. Sicché, oltre a inquinare, puzzavano da morire. Nemmeno le coprivano tutte le sere, né tentavano di limitare almeno le quantità di percolato o di captare il gas. Risultato, il percolato tracimava, l’odore era intollerabile. E per attenuarlo, a qualcuno è venuta l’idea di piazzare spruzzini di profumo sulle recinzioni».

Sta scherzando?

«Giuro. Ho qui una foto».

Con l’intervento del Governo Berlusconi i rifiuti sono spariti d’incanto, in una manciata di giorni. E tutti si chiedono ancora oggi come sia stato possibile.

«Beh, io commento solo ciò che ho visto. E cioè il sito di Ferrandelle: hanno accatastato circa un milione di tonnellate di rifiuti in piazzole preparate in fretta e furia su un terreno quasi paludoso e senza alcun tipo di copertura. Non mi pare esattamente la panacea che hanno dipinto».

Resta il fatto che in alcune regioni del Sud l’emergenza si ripresenta periodicamente.

«Perché per funzionare il ciclo dei rifiuti necessita di amministrazioni che amministrino, controllori che controllino e aziende che facciano quello per cui sono pagate. Ma se, tanto per fare un esempio ipotetico, il politico di turno decide di mandare tutto in discarica, affida la localizzazione a un emissario della camorra, il progetto al cognato che non ne ha mai vista una, la raccolta dei rifiuti a un’azienda creata solo per assumere personale, lo smaltimento a un’altra azienda che ha interessi nei rifiuti pericolosi e la discarica a chi ci fa andar dentro di tutto e se ne infischia della corretta gestione, allora, come dire, se succede tutto questo è molto probabile che si verifichino disastri».

Per molti la soluzione starebbe nei termovalorizzatori.

«Mah, termovalorizzatore è un termine eufemistico. Secondo le leggi nazionali ed europee si deve parlare di “inceneritori con recupero di energia”. Certamente sono impianti assai vantaggiosi economicamente ed è per questo che c’è la corsa a costruirli. Peccato che in Italia l’energia prodotta incenerendo i rifiuti sia stata fatta passare alla pari di quella proveniente dal sole e dal vento. E veniva così adeguatamente sovvenzionata finché la Comunità europea ci ha tirato le orecchie, perché è evidente che non si tratta della stessa cosa. E vorrei confutare un’altra colossale bugia: non è vero che gli inceneritori non inquinino. Anche ammesso che le emissioni rientrino nei limiti di legge, moltiplicando le concentrazioni a metro cubo degli inquinanti per il numero di metri cubi di gas che escono dai camini si trovano quantità molto rilevanti. Senza contare i delinquenti che taroccano il software di controllo per simulare emissioni inferiori a quelle reali. Alcuni casi li ho constatati di persona».

E allora, la soluzione?

«Il sistema migliore è, ovviamente, non produrli».

Facile.

«Scusi, perché se compro una fetta di formaggio al supermercato mi devo portare a casa altrettanta plastica? Costa poco produrla, ma molto smaltirla, sia in termini economici che ambientali. Oltre a ridurre bisogna cercare di recuperare e riusare, visto che ogni cosa che finisce in discarica o viene incenerita provoca un impatto ambientale».

Un po’ utopistico.

«Nient’affatto. A Treviso raggiungono l’80 per cento, ripeto 80 per cento di raccolta differenziata come media annuale. Così, visto che non serve l’inceneritore per rifiuti urbani, gli industriali hanno pensato bene di chiedere di costruirne due per rifiuti speciali. E sta ovviamente succedendo un putiferio, perché la gente si sente presa in giro».

Una sensazione che si avverte spesso. Lei si è occupato del cloruro di vinile di Porto Marghera, uno dei più grandi scandali italiani, che vedeva al centro il colosso industriale Montedison.

«Già. Scoppiò tutto perché un operaio, Gabriele Bortolozzo, volle capire il motivo per cui gli amici che lavoravano con lui nel reparto in cui si produceva polivinilcloruro (Pvc) a partire dal cloruro di vinile (Cvm) fossero tutti morti di tumore. Fu grazie alla sua personale ricerca inviata alla Procura di Venezia che iniziò l’indagine di Felice Casson. Tra le carte dell’inchiesta sul Petrolchimico di Brindisi trovai un documento del 1974 (che poi depositai agli atti del processo di Marghera) in cui un dirigente di Montedison affermava che le aziende sapevano che il Cvm fosse cancerogeno molto prima della scoperta ufficiale del 1973, ma che l’avevano tenuto segreto. E in un secondo documento del 1977 (che mi fu anonimamente imbucato nella cassetta della posta) un altro dirigente Montedison scrisse che non bisognava fare le manutenzioni agli impianti. E questi sono solo due esempi, per dare l’idea di una vicenda incredibile».

Pare incredibile anche ciò che è accaduto con lo sversamento in mare del petrolio della BP. Barack Obama l’ha paragonato all’11 settembre…

«È certamente un disastro ambientale di proporzioni terrificanti, ma è anche la dimostrazione che l’estrazione del petrolio comincia a essere troppo difficile. Le conseguenza sull’ambiente non sono per ora compiutamente valutabili. Si pensa che gli effetti dureranno molte decine di anni. D’altra parte, il caso americano ha fatto riemergere anche la questione dello sversamento nel delta del Niger che da decenni, nel silenzio generale, sta devastando l’ecosistema. O meglio: negli anni Ottanta il poeta Ken Saro-Wiwa si fece portavoce delle rivendicazioni della popolazione. Ma finì impiccato».

Anche lei è tra quelli che sostengono la necessità di passare alle energie rinnovabili?

«Credo che sfruttarle sia un dovere morale, oltre che una necessità contingente. Se, invece di riempire le tasche dei padroni degli inceneritori con i contributi destinati alle energie rinnovabili, i soldi fossero stati usati per incentivare la ricerca e l’installazione degli impianti il nostro Paese sarebbe sicuramente all’avanguardia».

Lei non si fida del nucleare?
«Il ministro che più spingeva per le centrali nucleari era Scajola. Veda lei».

È degli incidenti che tutti hanno paura. In fondo qui siamo nella terra della diossina di Seveso, dell’Icmesa dei disinfettanti… Seveso, la Chernobyl italiana…
«Posso raccontarle a questo proposito una storia cui lavoro da molto tempo? Sa, ci sto scrivendo un libro».

Prego
.
«A seguito del disastro del 1976 all’Icmesa, la commissione della Regione Lombardia stilò un rapporto secondo il quale “sembra” che parte delle 1.600 tonnellate di materiale asportato dalla fabbrica subito dopo il disastro venne smaltita in un inceneritore del  Mare del Nord, inceneritore che però non fu indicato. Scrisse proprio così, “sembra”. Il resto del materiale rimasto nel reattore, e cioè 41 fusti di diossina e triclorofenolo, fu affidato a tale Bernard Paringaux, persona che si disse legata ai servizi segreti e che avrebbe dovuto smaltirli in una discarica controllata in Francia. Paringaux li mostrò in tv, solo che i fusti erano più piccoli di diametro rispetto a quelli che erano partiti. Ne nacque un giallo che si risolse solo molto tempo più tardi, quando fu spiegato che erano stati smaltiti probabilmente vicino alle ex miniere di sale della Ddr. Probabilmente. Di fatto, nessuno seppe mai nemmeno in questo caso né dove, né se a essere effettivamente smaltiti furono i fusti partiti dalla sede dell’Icmesa. Perché la verità è questa: che nessuno sa dove siano finiti. E questo è il primo punto. Il secondo è che la diossina provoca il sarcoma, un tumore il cui tempo di latenza si aggira intorno ai dieci anni».

E quindi?

«Lei lo sapeva che Mantova è la città con la più elevata frequenza di sarcomi in Italia rispetto alle popolazioni della zona industriale?».

Non seguo il paragone.

«Ce ne accorgemmo io e mia moglie che, essendo medico di base, notò che buona parte di questi tumori colpivano pazienti che abitavano vicino al vecchio inceneritore della città. Che oggi è vecchio, ma che nel 1980 era stato inaugurato come il più moderno inceneritore per rifiuti tossico-nocivi d’Europa. Scrivemmo un report. E in effetti l’Istituto superiore della Sanità promosse uno studio approfondito, constatando che chi abitava vicino all’inceneritore di Mantova aveva una probabilità ben trenta volte superiore al resto della città di sviluppare il sarcoma. Ed è una circostanza stranissima, perché in nessun altro luogo dove è presente un inceneritore per tossico-nocivi è mai stato evidenziato un aumento dei sarcomi. Circostanza della quale infatti sono stato chiamato a relazionare poco tempo fa alla Gordon and Mary Cain Foundation a Philadelphia».

La questione comincia a farsi inquietante.
«All’epoca di Seveso non esistevano strumenti per capire quanta diossina potesse essere entrata nel sangue della popolazione. Ne furono congelati alcuni campioni che vennero analizzati anni più tardi dalla Cdc (Center for Diseases Control) di Atlanta, praticamente l’Istituto superiore della sanità degli Stati Uniti. Tempo dopo, per sintetizzare, fu chiesto di analizzare il sangue dei mantovani. La clinica del lavoro di Milano stilò un rapporto in cui concludeva che il livello di diossina nel loro sangue a campione era medio-basso. Invece non era vero.
A seguito di un’interrogazione parlamentare di Casson, rivide drasticamente il proprio parere e in un cosiddetto “consensus report” assieme all’Istituto Superiore di Sanità sostenne che il livello di diossina era medio-alto. Ecco, il problema è questo. Che non è possibile, o almeno non c’è una spiegazione scientifica, che lo giustifichi. Visto che qui il polo chimico è chiuso da vent’anni. Come del resto l’inceneritore, sigillato nel lontano 1992. La domanda è: da dove arrivava la diossina che provoca i sarcomi nel sangue dei mantovani?».

Sta dicendo che i fusti di Seveso vennero smaltiti da queste parti, a Mantova?

«No. Sto facendo alcune constatazioni scientifiche su coincidenze attualmente senza risposte. La prima è che Mantova ha inspiegabilmente questa elevata concentrazione di sarcomi. La seconda è che chi abita vicino all’inceneritore ormai fermo da diciotto anni aveva inspiegabilmente probabilità trenta volte più alte di ammalarsi di sarcoma rispetto al resto della popolazione di Mantova, quasi che lì si fosse bruciata diossina. La terza è che in nessun’altra città che abbia avuto un inceneritore per rifiuti tossico-nocivi c’è mai stata correlazione statistica così diretta con i sarcomi. La quarta è l’assolutamente inspiegabile livello medio-alto di diossina nel sangue dei mantovani. E la quinta è che – purtroppo – nessuno sa che fine abbiano fatto i 41 fusti e gli altri rifiuti di Seveso: quelli che la stessa commissione della Regione Lombardia scrisse soltanto che “sembra” siano stati smaltiti nel Mare del Nord, e la cui sorte è dunque avvolta nel mistero. E poi c’è un sesto elemento…».

Cioè?

«I sarcomi a Mantova hanno iniziato a manifestarsi alla fine degli anni Ottanta, con i consueti dieci anni di latenza. E cioè più o meno dieci anni dopo l’incidente dell’Icmesa, a 150 chilometri da qui. Lo ricordo bene perché venni ad abitare in questa zona alla fine degli anni Settanta. E osservai nel mio giardino un fenomeno che non avevo mai visto prima e che mi colpì profondamente, anche perché non lo rividi più».

Quale?

«Era il mese di maggio. E dagli alberi caddero le foglie».

Edoardo Montolli

Tratto da: IL maschile de Il Sole 24 ore

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Manuale per vivere meglio

17 Settembre 2010 Commenti chiusi

imagesNel corso degli ultimi decenni, in quasi tutto il mondo «sviluppato», i redditi da lavoro dipendente hanno subito una riduzione di circa dieci punti percentuali di Pil a favore dei redditi da capitale e dei compensi professionali.

 L’aumento delle differenziazioni salariali e la diffusione del precariato ha reso questa redistribuzione ancora più iniqua, moltiplicando la schiera dei senza salario e dei working poor, cioè di coloro che pur lavorando non riescono a raggiungere un reddito sufficiente per vivere decentemente. La crisi ha messo in luce – e continuerà a farlo per anni – la profondità di questa trasformazione.

 Una parte dell’impoverimento delle classi lavoratrici era stato a lungo occultato con l’indebitamento (mutui, acquisti a rate, carte di credito, «prestiti d’onore», usura) sul cui traffico è ingrassata la finanza internazionale con i suoi beneficiari, poi messi in salvo dalle misure anticrisi degli Stati.

Questo processo ha alterato profondamente la struttura industriale del mondo. La produzione dei beni di consumo più popolari ha progressivamente abbandonato i paesi già industrializzati, per trasformare la Cina e gran parte del Sud-est asiatico in un’area manifatturiera al servizio del resto del mondo. In compenso è enormemente cresciuto, al servizio dei ceti politici, manageriali e professionali più ricchi o di autentici rentier, ormai diffusi in tutti i paesi del mondo, un consumo opulento costituitosi in un vero e proprio comparto, denominato per l’appunto «lusso», che riunisce indifferentemente gioielli, abbigliamento, pelletteria, arredamento, auto, imbarcazioni, aerei personali, resort turistici, case e uffici principeschi, a cui è stato in larga parte delegato il compito di sostenere produzione e occupazione nei paesi di più antica industrializzazione: una sorta dei «keynesismo» di seconda generazione, in cui a sostenere la domanda non è più la spesa pubblica, ma quella dei ricchi.

 Questa nuova allocazione delle risorse dà la misura dei guasti, in gran parte irreversibili, di un trentennio di liberismo. Difficilmente un aumento dei redditi popolari e della conseguente domanda di prodotti di consumo potrebbero avere effetti sostanziali su produzione e occupazione nei paesi di più antica industrializzazione; a meno di promuovere un processo di riterritorializzazione che, insieme alla rilocalizzazione degli impianti, investa contestualmente anche i modelli di consumo, gli stili di vita e la tipologia dei beni e dei servizi prodotti.

  Come eliminare gli sprechi

 È altamente improbabile, comunque, che nei prossimi anni si possa assistere a un sostanziale recupero salariale, visti gli attuali rapporti di forza, che in tutto il mondo hanno messo alle corde il lavoro dipendente: grazie alla facilità con cui le produzioni possono essere delocalizzate in paesi con salari e protezioni ambientali più basse (e con un interventismo di Stato più elevato: vedi il caso Fiat Serbia); ma anche ai flussi migratori messi in moto dalla globalizzazione: sia dell’informazione e dei trasporti che quella della miseria. Caso mai è più probabile che continui il trend di deflazione salariale attuale.

 Pertanto, senza sminuire l’importanza di mantenere aperto il fronte della lotta per il salario, la difesa delle condizioni di vita dei percettori di redditi bassi – o di nessun reddito; o di qualche forma di assistenza progressivamente erosa dallo strangolamento del welfare state – va probabilmente affrontata con altri mezzi: soprattutto attraverso una riconversione dei modelli di consumo che non riduca l’accesso ai beni di base irrinunciabili – o che addirittura lo migliori – limitando però gli esborsi monetari, i consumi superflui e gli sprechi.

È ovvio che di questo indirizzo possono e dovrebbero diventare un punto di riferimento tutti coloro che hanno conservato una maggiore possibilità di aggregazione, e che in moti casi sono anche i più direttamente colpiti: cioè gli operai delle fabbriche, in particolare di quelle investite dalla crisi o sul punto di esserlo. Ma le loro battaglie potranno avere esiti positivi se riusciranno a mettere in moto processi che coinvolgano anche altre fasce sociali.

 Innanzitutto, trasformazioni in questa direzione potranno avere tanto più successo quanto più le entità associative troveranno sostegno, legittimazione e supporti tecnici ed economici da parte delle amministrazioni locali; e, naturalmente, quanto più riusciranno a sviluppare una interlocuzione, legata a precise convenienze, con una parte, almeno, dell’imprenditoria: a partire da quella impegnata nel sistema distributivo e nel comparto agricolo, ma senza trascurare l’artigianato – soprattutto quello di manutenzione – e, attraverso processi più mediati, anche la grande impresa di produzione e di servizio. Il meccanismo che accomuna i diversi processi è, o parte, dallo stesso problema: aggregare domanda.

  La politica dei vuoti a rendere

 Cominciando dalle cose più semplici: la nostra spesa quotidiana è composta in larga misura da imballaggi inutili e costosi (Coldiretti ha calcolato, per una serie di items di largo consumo, che spesso l’imballaggio assomma a un terzo del valore del prodotto e a volta lo supera: la quarta settimana di salario se ne va direttamente nel cassonetto). Buone pratiche dal successo ormai consolidato dimostrano che molti di questi imballaggi, destinati a inquinare l’ambiente sotto forma di rifiuti e ad aggravare i bilanci dei Comuni (e degli utenti che pagano la Tia o la Tarsu) sotto forma di servizi di igiene urbana, possono essere eliminati con circuiti di vuoto a rendere o, in molti casi, con la vendita alla spina. Dove gli enti locali si sono impegnati a promuovere questi sistemi, diffusione e accettazione sono state più rapide. Lo stesso vale per l’usa e getta, dalle stoviglie ai gadget ai pannolini.

 Tra il campo e il negozio l’intermediazione dei prodotti freschi assorbe fino a quattro quinti del prezzo finale. I Gas (Gruppi di acquisto solidale) hanno dimostrato che in molti casi è possibile instaurare rapporti diretti con gli agricoltori, garantendo la qualità biologica del prodotto, un maggior ricavo per i produttori e un risparmio per i consumatori. Un vantaggio analogo – anche se con minori controlli – lo offrono i farm market (mercati aperti alla vendita diretta da parte dei produttori agricoli). In entrambi i casi i Comuni possono giocare un ruolo centrale, innanzitutto nell’autorizzare, ma anche nel promuovere e sostenere, entrambi i processi.

 Gli acquisti dei Gas, che sono una forma di auto-organizzazione dal basso, possono progressivamente estendersi a una gamma molto più ampia di prodotti, compresi molti beni durevoli: forse non tutte le intermediazioni possono essere facilmente bypassate; ma una convenzione con distributori disponibili, specie se promossa o garantita da un’amministrazione locale, può alleggerire notevolmente i ricarichi.

 Da oltre un anno il mercato dell’energia è stato liberalizzato. Certo gli utenti non possono seguire giorno per giorno i corsi del kWh per scegliere di volta in volta il fornitore più economico. Ma quello che non può fare il singolo lo può fare per conto di tutti un’associazione; specie se a promuoverla o a garantirla è un Ente locale in grado di mettere a disposizione anche le competenze specifiche necessarie; magari ingaggiando o costituendo una Esco (Energy Saving Company, cioè una società autorizzata a svolgere operazioni del genere). La stessa operazione si può fare contrattando direttamente anche le bollette telefoniche e di connessione con i provider informatici.

 E veniamo agli interventi più pesanti: costi e consumi di riscaldamento e condizionamento (e persino quelli di illuminazione) possono venir contenuti drasticamente con interventi sulle apparecchiature, sull’impiantistica e sugli involucri degli edifici, tutte cose che oggi sono incentivate e che potrebbero fruire di un Ftt (finanziamento tramite terzi) se eseguiti su larga scala. Una modalità che può azzerare i costi di installazione, ma a cui nessun privato ha la possibilità di accedere singolarmente. Un’iniziativa dell’Ente locale per promuovere l’accesso a questa opportunità in forma associata potrebbe sortire risultati rilevanti. Ovviamente il primo a mettere in ordine i propri edifici e impianti (anche per il suo effetto dimostrativo) dovrebbe essere l’Ente locale stesso, magari imponendo lo stesso intervento ai soggetti su cui può avere voce in capitolo: a partire dagli ospedali, grandi consumatori di energia per riscaldamento, raffrescamento, forza motrice e sterilizzazione.

 Questo discorso vale a maggior ragione per il ricorso alle fonti rinnovabili; solare termico per acqua sanitaria e preriscaldamento dei locali, fotovoltaico, ma anche eolico (dove ce ne sono le condizioni), minieolico e biogas nelle aziende agricole e negli stabilimenti sparsi sul territorio.

 L’auto (acquisto, assicurazione, carburante, manutenzione, parcheggio e multe) divora da un terzo alla metà dei redditi bassi. Si dice che nessuno è disposto a staccarsi da questa sua protesi, e in parte è vero. Ma un servizio efficiente di mobilità di linea e personalizzata, promuovendo e organizzando car pooling, car sharing e trasporto a domanda, può permettere, soprattutto a chi l’auto propria o due auto in famiglia non può più permettersele, di farne a meno: con risparmi sostanziali.

  Recuperare i beni dismessi

 Una grande risorsa è infine nascosta nel mercato dell’usato, oggi marginalizzato da un cumulo di divieti e dalle stigmate dell’esclusione. La quantità di beni durevoli avviati alla discarica o alla rottamazione senza essere né consunti né inutilizzabili è immensa. Qui il ruolo delle amministrazioni pubbliche può essere centrale. Sia per autorizzare raccolta, selezione, riabilitazione e commercio dei beni oggi destinati a ingrossare il flusso dei rifiuti (si pensi solo a quello che arriva nelle stazioni ecologiche), sia per legittimare e riconoscere un merito sociale a chi pratica, in qualsiasi posizione lungo la filiera del riuso, il recupero dei beni dismessi.

 Strettamente legate alla estensione del riuso sono la capacità e la possibilità di riparare e di tenere in esercizio i beni durevoli che si guastano. Una capacità che può essere insegnata e diffusa: sia facendo riacquistare a ciascuno di noi, nei casi più semplici, una manualità a cui abbiamo rinunciato da tempo; sia creando le condizioni perché, nei casi più complessi, un esercito di artigiani sia disponibile a costi accettabili a prendersi cura dei beni da riparare; per permetterci di continuare a usarli, o per cederli a chi è disposto a riusarli.

 È questo un grande bacino occupazionale, da tempo trascurato, ma che, oltre a ridurre gli sprechi, ha il vantaggio di riunire nella stessa persona manualità, attenzione (e persino amore) per le cose che ci circondano e competenze tecniche anche di altissimo livello: gli elementi essenziali del paradigma dell’«uomo artigiano» (Richard Sennett) in cui si concretizza la figura di lavoratore che ci porterà fuori, in positivo, dall’era fordista. Oltretutto, la presenza e l’accessibilità di reti diffuse e capillari di riparatori possono indurre una parte dell’apparato industriale a riconsiderare come fattori competitivi durata e riparabilità dei beni messi in commercio. Due caratteristiche oggi totalmente sacrificate all’alimentazione dei mercati di sostituzione; ma due formidabili fonti di risparmio per il consumatore.

Guido Viale   il manifesto, 18/8/2010

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Il bordello.. della libertà

13 Settembre 2010 2 commenti

images10Stracquadanio:

“Legittimo prostituirsi se si vuole

fare carriera”

 

 

 

 

ROMA – “E’ assolutamente legittimo che per fare carriera ognuno di noi utilizzi quel che ha, l’intelligenza o la bellezza che siano. E’ invece sbagliato pensare che chi è dotato di un bel corpo sia necessariamente un cretino. Oggi la politica ha anche una dimensione pubblica. Ci si presenta anche fisicamente agli elettori. Dire il contrario è stupido moralismo”. Così Giorgio Stracquadanio 1, deputato Pdl, ospite del programma Klauscondicio commenta le affermazioni fatte qualche giorno fa dalla deputata Fli Angela Napoli, che aveva denunciato la “prostituzione” di alcune colleghe in cambio di nomine politiche 2. “Se anche una deputata o un deputato facessero coming out e ammettessero di essersi venduti per fare carriera o per un posto in lizza – insiste Stracquadanio – non sarebbe una ragione sufficiente per lasciare la Camera o il Senato”.

Le parole del deputato del Pdl provocano un coro di sdegnate reazioni. La prima è quella della stessa Napoli. “Frasi offensive per le donne e in particolare per coloro che fanno politica, la cui carriera dovrebbe essere valutata esclusivamente sul merito” dice l’esponente di Futuro e Liberta’, membro della commissione parlamentare antimafia. “Sul fatto che chiunque sia libero di usare il proprio corpo come meglio crede, e dunque di fare carriera anche prostituendosi ha ragione Stracquadanio, dove invece Straquadanio ha torto marcio sta nel fatto che una simile proposta deve essere respinta seccamente al mittente da chi la riceve, in particolare se si tratta di posti in lista o al governo da assegnare” dichiara Silvana Mura deputata di Idv. E sempre dall’Idv il presidente vicario del gruppo alla Camera, Antonio Borghesi, osserva: “Se le parole di Stracquadanio, che legittima la prostituzione per arrivare al potere, sono vere, sono degne di un ‘pappone’ non di un politico”.

Sul fronte finiano, Generazione Italia ironizza: “Ci verrebbe da riprendere il grande Corrado Guzzanti e il suo famoso sketch, quello de ‘siamo nella Casa della Liberta’ e facciamo un po’ come c… ci pare. Ma visto che potrebbero accusarci di flirtare con il ‘compagno’ Guzzanti e visto che siamo in una fase di difficoltà economiche, ci limitiamo al liberalissimo ‘basta che paghino le tasse’”.

Ma anche dentro il Pdl non mancano le critiche. “Trovo francamente avvilente che il dibattito sulle pari opportunità continui ad avvitarsi intorno al corpo delle donne. Oggi è il collega Stracquadanio a lanciare provocazioni futili e diseducative, che indignano profondamente”afferma la deputata e responsabile delle Pari opportunità del PdL, Barbara Saltamartini.

La Repubblica  on line 13-09-2010

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