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Archivio Luglio 2010

Pista !

31 Luglio 2010 1 commento

cocaIn questa Milano tropicale bevo una birra ghiacciata con M., amico di sempre che vive ancora a Quarto Oggiaro. Ci vediamo poco, abbiamo vite diverse: io con moglie e figlie la sera resto a casa, lui di notte inizia a vivere. Mi sono preso la sera libera, insomma; giro con lui in macchina per una città che non conosco e che non mi appartiene, incrociando di continuo i luoghi topici della movida, della vida loca, dello sballo. Ma non c’è voyerismo, da parte nostra, né pelosa indignazione. Semplicemente si va per percorsi sempre uguali a se stessi, abitudinari.

Quello che è successo all’Hollywood, mi dice, non è nuovo per nessuno. Milano naviga nella cocaina da decenni, da quando il prezzo si è abbattuto ed è diventata appannaggio dell’intera popolazione metropolitana: “tutti pippano a Milano. Dipende come e perché lo fa”. Io, a dir la verità, non l’ho mai fatto, gli dico quasi vergognandomene. “Si vede che non ne hai bisogno. Ma ci sono camionisti o chirurghi che lo fanno per mantenere alte le performance professionali. La coca non è solo sballo.” Sai che soddisfazione! A questo punto lo pungolo un po’. M. è stato per un certo periodo pierre (curiosa professione che non ha uno statuto a me comprensibile) proprio dell’Hollywood. “Ero solo l’ultima ruota del carro”, mi dice. E mi spiega che nel mondo dei pierre c’è una sorta di gerarchia, dal capoccia all’ultimo della filiera che viene arruolato per portare gente nelle discoteche. Più “bella gente” si porta dentro e più è facile ottenere un compenso, che spesso arriva anche a metà del biglietto d’ingresso per ogni potenziale cliente. Ma dov’è il guadagno, chiedo ingenuamente. “Il costo del biglietto non fa testo. Quello che conta è far entrare il pollo da spennare. Più è gonfio il portafogli e più e facile che spenda.” Da qui la selezione all’ingresso. Code infinite di gente che viene dal bresciano, dalla bergamasca, manzi al macello brianzoli o del centro città. Aspettano anche per ore davanti ai club. Che club non sono affatto, sono luoghi pubblici, la selezione in sé è un abuso. Solo che la logica dell’esclusività nobilita il fighettismo snob di chi viene ammesso alla corte dei miracoli. Dentro, poi, sei uno dei tanti, escluso dall’ennesimo cerchio esoterico dei privé, lì dove tutti agognano di andare, dove tutto è permesso.

“Quello che ho visto dentro tu non lo puoi neppure immaginare” prosegue. “Sono i più giovani che mi spaventano. Sono i più fragili e i più facili da irretire. Si calano di tutto: coca, droghe, anfetamine, alcool. Tutto ciò fa crollare le inibizioni, una volta ho visto una ragazza completamente sfatta che ha fatto sesso orale col fratello, più allucinato di lei.” Ma com’è possibile, chiedo, nessuno dice nulla? “In quella bolgia ci sono regole non scritte. E modi di appartarsi. Poi ognuno per sé. È un circolo vizioso, il livello di ipereccitazione è altissimo. Allora spesso i ragazzi si prendono dei calmanti, del valium. Cadono in un down deprimente, per giorni; la situazione si fa insostenibile e allora ricominciano daccapo. Tutto questo forse aumenta la loro fragile autostima ma distrugge il fisico.” Mi racconta queste cose in questo tour notturno, passando per il Magnolia, il Toqueville, l’Alcatraz, il Gattopardo. Dall’Idroscalo ai Navigli, passando per Brera, per San Lorenzo, per Corso Sempione. “Se avessero il coraggio dovrebbero andare avanti. Tutta Milano è da decontaminare.” Forse stai un po’ esagerando, gli dico. “Guarda l’Isola”, mi dice. “Hanno pastorizzato il quartiere, eliminato i centri sociali come fossero la feccia. In realtà erano portatori di diversità. Cosa hanno lasciato? Il mito della trasgressione a tutti i costi. Un ghetto frequentato di notte da ragazzi di buona famiglia ormai al limite, violenti, pronti a pestarsi per uno sguardo in tralice o per un apprezzamento fuori luogo.” Quarto Oggiaro è molto più tranquilla e sicura, gli dico, sfottendo. Sorride e annuisce. Fa un ultimo sorso.

“Sai perché ho mollato? In fondo non avevo fatto nulla di illegale, invitavo i ragazzi a divertirsi. Ma a vent’anni il limite non lo conosci. Di notte è pieno di quarantenni che pippano, ma ci stanno all’occhio, hanno capito come prendere le misure.” Si rabbuia, capisco che la cosa che mi sta raccontando non gli piace. “Poi è successo che uno di questi ragazzi in fila supera la selezione e passa un’intera nottata sballandosi, nel frastuono della musica assordante, calandosi di tutto. Era entrato in ipertermia, il suo corpo bolliva. Ha fatto in tempo ad uscire, nella notte gelida, per una sigaretta. E il suo cuore si è spaccato in due. Un infarto. Morto, solo come un cane.” Ora è lui che si accende una sigaretta, come sugello. “L’avevo fatto entrare io” mi dice. Non ha colpa, lo so. Eppure com’è che mi sento inquieto lo stesso?

Di Gianni Biondillo sul sito Nazione Indiana

[pubblicato ieri, 30 luglio 2010, su Il Corriere della Sera in una versione leggermente più breve]

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Decrescita FIAT

28 Luglio 2010 Commenti chiusi

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Io credo di essere un seguace della “decrescita”. Uso la forma dubitativa unicamente perché so che mettere insieme due parole come seguace e come decrescita è molto impegnativo. Secondo me un seguace vero dovrebbe applicare la teoria in cui crede alla lettera e io certamente non sono uno di questi. E’ un po’ come quando uno afferma di essere un comunista. Io ci vado sempre molto piano a dirlo perché ho conosciuto alcuni che si dicevano comunisti, e secondo me lo erano veramente, per i quali ho un tale rispetto che quando mi accusano dicendomi, quasi per insultarmi, “sei un comunista” io rispondo sempre: “Magari!”

Io con la teoria della decrescita ho un po’ questi dilemmi qui, nel senso che cerco di applicarmi e soprattutto cerco di diffondere nelle cose pubbliche che facciamo nel circolo, le idee e i comportamenti legati a questo movimento di pensiero, pur sapendo di non essere perfetti. Ma da quando ho letto “La decrescita felice” di Maurizio Pallante, e ho ragionato sulle cose che ci accadono intorno, non ho potuto fare a meno di ritenere prioritario in ogni ragionamento politico che affrontavo, confrontare le possibili soluzioni ai problemi con i concetti legati alla teoria della decrescita.

Peggio ancora è stato quando, approfondendo la cosa, mi sono imbattuto in Serge Latouche, che è uno che, per intenderci, dice cose così: “Dopo anni di frenetico spreco, siamo entrati in una zona di turbolenza, in senso proprio e figurato. L’accelerazione delle catastrofi naturali – siccità, inondazioni, cicloni – è già in atto. Ai cambiamenti climatici si accompagnano le guerre del petrolio (alle quali seguiranno quelle dell’acqua) ma anche possibili pandemie, e si prevedono addirittura catastrofi biogenetiche. Ormai è noto a tutti che stiamo andando dritti contro un muro. Restano da calcolare solo la velocità con cui ci stiamo arrivando e il momento dello schianto.”

E ancora (sempre dalle prime due pagine del suo libro “La scommessa della decrescita”, per cui vi lascio immaginare le altre 180): “Proseguire con questa dinamica di crescita ci metterà di fronte alla prospettiva di una scomparsa della civiltà così come la conosciamo, non tra milioni di anni o qualche millennio, ma entro la fine di questo secolo. E’ noto che la causa di tutto ciò è il nostro stile di vita fondato su una crescita economica illimitata. E, malgrado tutto ciò, il termine “decrescita” suona come una sfida o una provocazione. Nel nostro immaginario la forza della religione della crescita e dell’economia è tale che parlare di decrescita necessaria risulta letteralmente blasfemo e chi si arrischia a farlo è quantomeno considerato iconoclasta”.

Io avrei scritto stronzo, al posto di iconoclasta, così si capiva meglio, ma il senso è quello.

E io non avrei osato parlare di decrescita, neppure tra queste pagine, se non fossi stato incoraggiato da un ragazzo che, intervistato da qualcuno del TG3, a Torino, in un inchiesta che mirava a far conoscere il pensiero dei cittadini piemontesi in merito al trasferimento di parte della produzione FIAT in Serbia, ha risposto dicendo più o meno che “se la cosa servisse per produrre meno auto io non potrei che esserne felice”.

Ecco, sul caso FIAT a me vien da pensarla come quel ragazzo qui. Sì, lo so, io sono sempre stato dalla parte degli operai; non mi piace l’accordo fatto su Pomigliano e reputo tutti coloro che non si sono opposti adeguatamente a quelle negazioni di diritti, soprattutto tra i sindacati e i partiti della sinistra, delle stratosferiche teste di cazzo, e naturalmente mi dispiace che qualcuno perda il posto di lavoro, però, se oggi vedessi fallire la FIAT, così com’è oggi, dopo che ha ricevuto una infinità di fondi senza che gli sia stato imposto un benché minimo vincolo sulla ricerca di nuove tecnologie ecc. ecc, e senza che l’azienda, di testa sua, l’abbia fatto, be, allora credo che penserei che questa dirigenza ha avuto quello che si merita.

No, perché qui o la smettiamo di fabbricare auto come quelle che stanno fabbricando e cominciamo a pensare a diversi modi di spostarci, di progettare le città, di consumare, di Vivere, o non possiamo poi certo meravigliarci se ogni tanto un pozzo di petrolio in mare distrugge l’intero ecosistema di un golfo, se in Cina accade altrettanto e se presto nel nostro mare, dove la BP sta perforando grazie alla gentile concessione dell’amico Gheddafi, accadrà lo stesso.

E questo, naturalmente, non è altro che l’esempio più recente che possa ricordarvi. Per tutti gli altri leggete le cronache quotidiane, fate i conti dei miliardi di danni subiti ogni volta che viene uno squasso d’acqua oppure date un occhio alla miriade di climatizzatori piazzati fuori dalle finestre, oppure…potrei proseguire ore a fare degli esempi e a voi faccio senza farli.

Pensando quindi alla “decrescita” alla “Fiat” e alla crisi di rappresentanza che il mio, come gli altri partiti della sinistra, palesemente hanno, mi chiedo: perché non cominciamo a rappresentare per tutti un idea diversa di futuro?

Se questa cosa qui non cominciano a dirla i sindacati, il mio partito, gli altri partiti della sinistra, gli intellettuali e tutto il resto della fila, chi la deve dire?

Di cosa abbiamo paura? Questi teorici qui della decrescita, ai quali credo, ci danno si è no sessant’anni di buono prima di sprofondare definitivamente nella merda.

Eppoi noi, peggio di così come possiamo andare?

Io parlo del mio di partito perché lo conosco meglio. Che paura ha il mio partito di queste cose? A parte che è lontano anni luce da queste teorie che io quasi non mi azzardo neanche a parlarne in riunione, ma santo dio, dico io, ormai non rappresentiamo più nessuno. Una volta eravamo almeno il partito degli operai, adesso, l’altro giorno in una riunione ho sentito uno che diceva: ”Dobbiamo rappresentare il popolo delle partite IVA”, avevo una voglia si saltar su e dire “mo va a cagher Angelo, te e le partite IVA” invece mi sono trattenuto.

Allora io, quando da grande farò il segretario del PD, dirò che il mio partito vuole rappresentare la speranza di futuro possibile per i nostri figli.

Rappresenteremo loro e rappresenteremo la terra che ci ospita.

E’ lei che ci dà da lavorare, mica Marchionne.

di Franco Bassi  publicato sul Fatto quotidiano il 26 luglio 2010

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“Perché? Perché i gay non possono donare sangue?”

21 Luglio 2010 1 commento

L’ospedale  milanese “Gaetano Pini” non accetta sangue da uomini dichiaratamente omosessuali, aggiungendosi alla lista di altri centri trasfusionali che li  respingono . Il Pd annuncia un’interrogazione al ministro della Salute.

La notizia è rimbalzata in questi giorni sui giornali, dopo la denuncia di un donatore  ”storico” nella struttura, che ha  denunciato la vicenda sul suo blog e su Facebook.
Gabriele donava il sangue con regolarità  da 8 anni e dopo il fattaccio si è definito  ”Arrabbiato, amareggiato, deluso e triste” .

Paola Concia, deputata Pd,  presenterà un’interrogazione al ministro della Salute, nella quale riporterà una serie di statistiche che dimostrano chiaramente come non ci sia alcun fondamento scientifico a questa decisione del Gaetano Pini: “E’ ora che le cose cambino”, dice la deputata. L’interrogazione sarà firmata anche da Livia Turco, ministro della Salute dal 2006 al 2008.

Ecco cosa scrive Gabriele nel suo blog:

Stamattina sono andato a donare il sangue come da otto anni a questa parte. Le infermiere, gentili e simpatiche come sempre, mi danno il foglio da compilare con le solite domande su eventuali contatti con sangue infetto, viaggi, abitudini sessuali, in attesa della visita con la dottoressa responsabile. Quando lei arriva, mi guarda dritto negli occhi, titubante: ‘Gabriele è già da un po’ che volevo parlarti ma non ho avuto occasione. Come sai ci siamo uniti al policlinico, adesso dipendiamo da loro. E le loro direttive sono chiare: non possiamo accettare donatori omosessuali’. Io non sono d’accordo ma devo seguire le direttive dei miei superiori. Non posso farti donare’. Non potevo credere alle mie orecchie: e pensare che prima mi chiamavano a casa se passava troppo tempo tra una donazione e l’altra! Vi ho dato 9 litri in 8 anni e adesso non posso più solo perchè sono gay?”


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A Milano la mafia non esiste. Prefetto…..ma va a ciapà i rat !

14 Luglio 2010 3 commenti

Oggi su tutte le prime pagine dei quotidiani si parla della maxi retata che ha portato all’arresto di trecento e più ndranghetisti tra la Calabria e la Lombardia, oltre ad elementi della ndrangheta storica spiccano nomi eccellenti della vita economica e politica lombarda.

Alcuni mesi fa in occasione dell’audizione della commissione antimafia alla prefettura di Milano, il prefetto (rappresentante del governo a Milano) Valerio Lombardi sostenne che la mafia a Milano  non esisteva, suscitando ilarità e rabbia in quella parte della società civile che da anni lotta contro le infiltrazioni mafiosa in tutti i grandi appalti.

Oggi il ministro Maroni e il Governo si appunteranno la medaglia della lotta alla mafia sul petto.

Il prefetto è ancora al suo posto!!

Vi propongo quindi alcuni scritti di quel periodo e  la relazione della procura della repubblica  presso il tribunale di Milano consegnata alla commissione antimafia.

 

BUONA LETTURA

«A Milano e in Lombardia la mafia non esiste». Davanti alla commissione parlamentare Antimafia, arrivata in prefettura per fotografare il livello d´infiltrazione della criminalità organizzata in città e in Lombardia, il prefetto Gian Valerio Lombardi ha spiegato che «anche se sono presenti singole famiglie, ciò non vuol dire che a Milano e in Lombardia esista la mafia». Un´affermazione che ha scatenato la reazione di alcuni membri della commissione, come Beppe Lumia, senatore Pd, ex presidente della stessa commissione di cui è il membro più “longevo” (ne fa parte dal 1994).

Lumia è presente all´audizione in prefettura. Pochi minuti dopo, attacca: «Ma come si fa a dire che la mafia non esiste? Cos´altro si aspetta? Che a Milano si ammazzi? È già successo. E ci sono territori della città controllati dalle mafie. L´affermazione è grave e incredibile. Significa tornare indietro di quindici anni. Vuol dire disconoscere l´antica e affermata presenza delle organizzazioni mafiose in un territorio dove ci sono estorsioni, omicidi, infiltrazioni negli appalti e grande riciclaggio». Un esordio tra le polemiche per la prima giornata della commissione parlamentare Antimafia, arrivata ieri dopo tanti rinvii.

di Sandro De Riccardis   (22 gennaio 2010) La repubblica

A Milano la mafia non esiste: il problema è il traffico.

 

Ma Pomarici svela mafia chirurgica e polizia corrotta

 

Dopo l’uscita del mio amico (lo conosco da 15 anni) Prefetto di Milano, Gian Valerio Lombardi, sull’assenza di stabili organizzazioni mafiose a Milano e in Lombardia in grado di condizionare economia e società, se non ci fosse da ridere ci sarebbe da piangere. O il contrario. Fate voi.

Un’uscita sbagliata, sbagliatissima, che spariglia volontariamente il tavolo, se non altro per l’effetto dirompente che ha sulle labili menti di coloro che davvero sono convinti che a Milano e in Lombardia la mafia non esiste. Un favore a quanti sottovalutano il fenomeno, a partire dalla sindachessa di Milano, Mestizia (mi si passi l’ironia) Moratti, già coinvolta in un indecoroso balletto “commissione comunale antimafia sì, commissione antimafia no”. A suggerire, dietro le quinte, per il no fu proprio il prefetto Lombardi. E non escludo che, questa volta, sia accaduto il contrario: scambio di favori e di regia con intento unico: a Milano la mafia non deve e non può esistere. E io sono Sant’Ambrogio…

COME SE A MILANO…

A proposito di canovacci e regie magari si potrebbe chiedere al mio amico artista Giulio Cavalli – che vive, in Lombardia, non a Casal di Principe o Rosarno – scortato per le sue denunce teatrali contro il malaffare politico e le mafie in Lombardia, che cosa ne pensa dell’uscita del Prefetto Lombardi.

Giulio, mi permetto umilmente di suggerirti il titolo di un nuovo spettacolo: “Il prefetto di burro, il traffico e la mafia a Milano”.

Come se Milano non fosse la città dove la ‘ndrangheta è giunta ormai alla terza generazione imborghesita e con la pancia mai sazia di sangue e affari, come se Milano non fosse la città dove è già partita Expo 2015 (no, che avete capito, non i lavori, intendo dire la spartizione mafiosa e mafioso-politica), come se a Milano non fossero stati catturati boss tranquillamente in giro per shopping (e che dunque si sentivano al sicuro grazie alle reti di protezioni mafiose e di pezzi deviati dello Stato), come se a Milano non fosse mai passato Michele Sindona, come se Milano non fosse stata definita la capitale della mafia dal sostituto procuratore nazionale antimafia Enzo Macrì, come se a Milano non ci fossero centinaia di immobili e attività commerciali sequestrate o confiscate alle mafie (alcuni di fronte al Duomo o a due passi dal Municipio o dalla Scala), come se a Milano una famiglia mafiosa non comandasse la gestione di centinaia di case popolari, come se a Milano non fosse già un pilastro della città il pugliese Frediano Manzi e la sua associazione antiracket e antiusura, come se a Milano i capitali sporchi non avessero da decenni inquinato le imprese cotte, decotte o stracotte, come se nell’hinterland milanese non si muovesse foglia che le famiglie ‘ndranghetiste di Buccinasco non vogliano, come se Milano non avesse un ortomercato dove le cosche calabresi sono più fresche dei mandarini della Piana di Sibari come testimonia l’intimidazione, giunta due giorni fa al sindacalista della Cgil Joseph Dioli, come se a Milano….

FORTUNA CHE C’E’ LA DIREZIONE DISTRETTUALE ANTIMAFIA

Come se a Milano il vero problema fosse il “tciaffico”, come ripeteva all’infinito Roberto Benigni-Johnny Stecchino nel film-cult sui paradossi umoristici di Cosa Nostra siciliana. In questi giorni i milanesi si appassionano – giustamente – ai problemi dello smog. Non piove ma piovono da mesi avvisi di garanzia per il mancato rispetto delle norme antismog sul presidente della Regione, su quello della Provincia e compagnia cantando. Ne arriverà uno anche a me. Così, per solidarietà.

LA PROVOCAZIONE DI LIBERA A MILANO (ANZI…L’AFFRONTO)Ma si vedesse un milanese, porca miseria, che si appassioni al silenzio con il quale le mafie stanno divorando la loro città. Sono già assuefatti e credo che a nulla servirà (anzi sarà vissuta come una provocazione comunista) la decisione di Libera di celebrare proprio a Milano la giornata della memoria per le vittime di mafia il 23 marzo 2010. Un affronto!

 

Vi chiederete perché scrivo ora, a distanza di qualche giorno dalla boutade del mio amico prefetto. Semplice: perché ne ho scritto e parlato spesso (sul Sole-24 Ore, sul blog e nella mia trasmissione su Radio24) e poi perché io ragiono con i fatti, mai con le emozioni.

E i fatti, per un giornalista, sono inequivocabili. Non vanno interpretati. Vanno riportati. Tirare le conclusioni, poi, è facile. E potete farlo anche voi perché vi allego il documento integrale di cui parlerò per sintesi ora.

LA RELAZIONE DEL MAGISTRATO ANTIMAFIA POMARICIE così, bando alle ciance e alle polemiche politiche, strumentali e parolaie come sempre, veniamo ai fatti che il pm antimafia (non anti-tciaffico) Ferdinando Pomarici ha messo nero su bianco nella relazione che ha inviato alla Commissione parlamentare antimafia (salita quasi in incognito a Milano la scorsa settimana per sorbirsi poi certe filippiche sulla verginità lombarda) il 21 dicembre 2009. La presentazione del documento è a cura del capo della Procura, Manlio Minale.

 

LA MAFIA CHIRURGICA SOTTO IL DUOMOLa relazione di Pomarici – per chi avrà la bontà e l’intelligenza di leggerla per intero – è a mio avviso talmente educativa, lucida ed esplosiva, che andrebbe distribuita in ogni classe della Lombardia, ammesso e non concesso che gli insegnanti siano all’altezza del compito divulgativo. Andrebbe distribuita – lo faccio io perché sono magnanimo – anche ai giornalisti che bevono ancora la Milano da bere senza accorgersi che bevono liquidi inquinati dalle mafie.

 

Il magistrato Pomarici mette nero su bianco una frase agghiacciante: il modus operandi delle cosche calabresi integra “una forma di controllo sociale ed ambientale correttamente definita nelle sentenze già passate in giudicato come “selettiva” e strettamente funzionale alla conduzione del programma criminoso in un’area geografica diversa per cultura, mentalità , abitudini rispetto a quella di origine del metodo mafioso, ma estremamente pericolosa per la sua occulta pervasività e per gli effetti provocati, oltre che sulle persone, anche sul “mercato” inteso come regole comunemente osservate nell’esercizio dell’attività imprenditoriale e commerciale, la cui turbativa esercita gravi compromissioni anche sull’economia”. La costante infiltrazione ambientale anonima, mimetica, in genere scevra da atteggiamenti che possano destare allarme sociale, con l’abbandono di comportamenti tradizionalmente “mafiosi” per assumere quelli rassicuranti di lavoratori dipendenti o gestori di apparentemente lecite ed avviate attività imprenditoriali, risulta aver

consentito un radicamento ambientale ideale per lo svolgimento indisturbato per annidi illecite attività nei campi più disparati cui di seguito si farà cenno.

In tal modo la potenzialità intimidatoria connessa al vincolo associativo risulta

essere stata efficacemente utilizzata non solo all’interno dei gruppi al fine di assicurarne la compattezza, ma anche all’esterno per prevenire interferenze sgradite di gruppi concorrenti e\o per imporre loro il predominio della attività criminosa nella zona occupata, per ottenere ed imporre utili collaborazioni nel settore della grande o piccola criminalità, nonché per occupare diversi settori economici, alcuni dei quali connotati da difficoltà finanziarie.

Mafia selettiva, vale a dire mafia che “chirurgicamente” sa come e dove inserirsi. Nell’economia, nella finanza e nella società. Io aggiungerei anche nella Chiesa. Mafia silente, subdola, mimetica, silente, strisciante. Capite la drammaticità della cosa o state ancora seguendo le centraline antismog?

IL FANGO SULLE DIVISE DELLE FORZE DELL’ORDINE

E prima, a proposito, del dominio della ‘ndrangheta a Milano, Pomarici scrive: “sempre più presente ed operativa appare l’attività illecita posta in essere da associazioni criminali che si rifanno alla ‘”ndrangheta” calabrese : infatti risulta accertato che i gruppi qui operanti e che costituiscono articolazione autonoma delle cosche calabresi hanno svolto per anni un’intensa, complessa, attività illecita (soprattutto importazione e commercio di ingenti quantitativi di diversi tipi di stupefacente) con contemporaneo riciclaggio degli altrettanto ingenti proventi illeciti conseguiti, al riparo da reazioni ambientali e controlli delle forze dell’ordine, o da azioni di disturbo dei gruppi criminali concorrenti, infiltrandosi e mimetizzandosi nell’ambiente socio economico della zona di insediamento attraverso condotte ed investimenti apparentemente leciti, con l’utilizzo di attività imprenditoriali e proprietà immobiliari, nonché avvalendosi della rete protettiva rappresentata dai numerosi canali informativi e da supporti operativi acquisiti anche all’interno delle forze di polizia”.

Scendete dalla centralina voi lassu! Pomarici punta il dito contro le talpe delle cosche nelle forze di polizia. Un dramma, che per la stampa milanese ubriacata dalla Milano da bere passa scandalosamente in cavalleria. “L’attività associativa – continua Pomarici - risulta infatti realizzata da gruppi collegati alle cosche di origine avvalendosi della forza intimidatoria soprattutto nei confronti dei gruppi o soggetti in grado di limitare ed ostacolare gli obiettivi programmati, secondo un criterio non solo “economico”, ma anche strategico in relazione al contesto sociale nel quale i sodalizi hanno inteso radicarsi”.

IL RESTO DELLA RELAZIONE: LE MAFIE STRANIERE E I CALCI IN FACCIA

Ciò che resta della relazione di Pomarici sono “simpatici” numeri sui processi in corso, sui settori in cui le mafie fanno affari (esclusa la rivendita di sigarette usate ai clochard, c’è tutto e di più), sul rafforzamento delle mafie straniere (a partire da quelle albanesi e kosovare) e via dicendo.

Ma c’è soprattutto spazio per lo scoramento che prende chi si fa un mazzo tanto dalla mattina alla sera per incastrare questi rifiuti della società che sono i mafiosi di ogni razza e latitudine, quando il Governo e la politica tutta irridono Forze dell’Ordine a magistratura con provvedimenti come l’umiliazione del pentitismo effettuato negli anni (e invece fondamentale per far implodere le mafie) o la cecità legislative sulle infiltrazioni nei subappalti, vero e proprio cavallo di Troia delle cosche.

Questi sono i fatti, tutto il resto è “prefetto di burro e traffico a Milano”.

Roberto Gallulo su Il sole 24 ore  agorà  27 Gennaio 2010 

allegato

 

PROCURA DELLA REPUBBLICA

Presso il Tribunale di Milano

OGGETTO:- Commissione Parlamentare Antimafia audizioni del 11 Dicembre 2009 presso la Prefettura di Milano.

PROTOCOLLO N.

SENATO DELLA REPUBBLICA

Commissione Parlamentare Antimafia

Al Signor Presidente

Senatore Beppe PISANU

Palazzo Giustiniani

Via Della Dogana Vecchia, 29

- 00186 ROMA -

Gentile Presidente, avendo questa Procura ricevuto comunicazione da parte della Prefettura dell ‘annullamento delle audizioni programmate per la giornata dell’11 dicembre e,a. ritengo opportuno far pervenire alla Commissione, per ogni opportuna conoscenza, la relazione, unitamente agli allegati, già predisposta dal Consigliere Ferdinando POMARICI delegato per Direzione Distrettuale costituita presso questa Procura.

La Procura di Milano e quindi la D.D.A. ed a ragione richiamo l’una e l’altra, sono impegnati nell’azione di contrasto alla criminalità organizzata anche di stampo mafioso senza evidentemente tralasciare il contrasto al traffico delle sostanze stupefacenti, attività principale e retroterra economico dell’una e dell’altra.

Ultimamente nelle nostre indagini ci siamo efficacemente inoltrati nel territorio criminale costituito dalla presenza mafioso nel tessuto economico della città e della provincia individuando ed assicurando alla giustizia gruppi criminali che con metodi mafiosi imponevano al mercato la presenza delle ditte a loro riferibili.

Presenze significative, anche se non esclusive, nel campo del movimento terra e dello smaltimento dei rifiuti con una particolare attenzione allo smaltimento dei materiali di risulta delle demolizioni come dei materiali di risulta delle bonifiche .

A tale riguardo sarà opportuno porre attenzione al fine di individuare i possibili rimedi anche normativi alla particolarità del settore movimento terra trattandosi di lavori che normalmente non sono compresi nel contratto di appallo sebbene lasciati alla discrezione dei singoli cantieri con possibilità quindi per la malavita di proporsi ed entrare nel settore attraverso una porta che il sistema non presidia ovvero trattasi di lavori dati in sub appalto artatamente aggirando i limiti di cui al comma 12 dell’art 18 della legge N° 55/1990.

Per quanto attiene infine alla paventata possibilità di un infiltrazioni mafìose nei lavori per l’EXPO 2015, mi permetterei di riprendere il richiamo, annotato in apertura della presente nota, all’Ufficio di Procura e alla D.D.A., trattandosi di richiamo finalizzato a sottolineare un aspetto ultimo dell’assetto organizzativo dell’Ufficio volto per l’appunto a collegare funzionalmente la D.D.A. e il I Dipartimento, competente per i reati societari fallimentari e tributari nonché per i reati posti a tutela dei mercati finanziari, nel proposito di coordinare gli interventi sui gruppi criminali attivi, attraverso lo strumento societario, nel campo economico sia sul fronte specifico del reato associai ivo che sul fronte dei reati fallimentari e del riciclaggio.

Coordinamento che ha già dato i primi frutti. Appare infine pertinente sottolineare gli ultimi interventi governativi sia centrali che locali anche di natura normativa che potrebbero, unitamente agli interventi investigativi dell’Ufficio di Procura opportunamente coordinati, realizzare intorno alle attività per l’EXPO 2015 una valida cintura di sicurezza.

Di particolare rilevanza quanto disposto con il Decreto legge 25 settembre 2009 convertito in Legge 20 novembre 2009 N°166 laddove all’ari 3 quinquies intitolato ” Disposizioni per garantire la trasparenza e la libera concorrenza nella realizzazione delle opere e degli interventi connessi allo svolgimento dell’EXPO Milano 2015″ istituisce al comma 2 presso la Prefettura una sezione specializzata del Comitato di Coordinamento per l’alta sorveglianza delle grandi opere con il compilo di realizzare i controlli antimafia sui contraili pubblici sui successivi sub appalti e sub contratti nonché, annotazione di altissima significazione di procedere alla tracciabilità dei relativi flussi finanziari.

Nel ringraziare per l’attenzione che la Commissione vorrà riservare alla relazione trasmessa con questa mia nota porgo i migliori saluti.

Milano lì 12 dicembre ’09

IL PROCURATORE DELLA REPUBBLICA

- Manlio MINALE -

\

Procura della Repubblica

presso il Tribunale ordinario di Milano

~ Direzione Distrettuale Antimafia ~

N. 35037 13-1 Prot. D. D. A.

AL SIC. PRESIDENTE DELLA COMMISSIONE PARLAMENTARE

DI INCHIESTA SUL FENOMENO DELLA CRIMINALITÀ’

ORGANIZZATA MAFIOSA O SIMILARE

ROMA

In relazione alla richiesta di relazione che delinei il quadro della presenza di riminalità mafiosa o similare, comunico innanzi tutto il dato meramente statistico relativo all’iscrizione di nuovi procedimenti per reati di competenza di questa Direzione Distrettuale Antimafia che, nel periodo 1 \7\2008 – 30\6\2009, risultano in aumento rispetto a quelli dell’anno precedente per quanto concerne quelli di cui all’art. 416 bis e. p. (31 nuove iscrizioni, rispetto alle 10 dell’anno precedente), 600 e segg. e. p. (23 nuovi procedimenti contro i 13 dell’anno precedente); sostanzialmente pari per quello di cui all’art. 630 e. p. (11 nuovi procedimenti rispetto ai 10); sussiste invece una congrua diminuzione dei nuovi procedimenti per il reato di cui all’art. 74 T. U. STUP., risultandone nel periodo di interesse iscritti 73 contro i 149 dell’anno precedente; non è stato infine iscritto alcun nuovo procedimento per il reato di cui all’art. 291 quater D.P.R. 43M73.

Da tali dati emerge comunque la preponderanza delle indagini effettuate nei confronti di associazioni a delinquere finalizzate al traffico di sostanze stupefacenti; la sussistenza di un numero limitato di indagini per il reato di riduzione in schiavitù, prevalentemente connesso a quello dello sfruttamento della prostituzione, in genere di donne illecitamente introdotte sul territorio dai paesi dell’Europa orientale ovvero dall’Africa; un numero fortunatamente ridotto di indagini per il reato di sequestro di persona a fine di estorsione, peraltro riconducitele a fattispecie connesse all’immigrazione clandestina, essendo fortunatamente di fatto scomparso quello “classico” in danno di imprenditori o persone facoltose ad opera di associazioni criminali “mafiose” che hanno a lungo operato nel Distretto di Milano in anni passati, e che ha trovato forte contrasto da parte della magistratura e delle forze di polizia.

Per quanto conceme, infine, la valutazione relativa al dato statistico dei nuovi procedimenti iscritti per il reato di associazione mafiosa si dirà  più dettagliatamente in seguito.

In merito alla natura e composizione dei gruppi operanti in associazioni di criminalità organizzata si conferma innanzi tutto il dato già osservato nel corso degli anni precedenti relativo alla presenza ed operatività sul territorio sia di associazioni criminali riferibili alle mafie storiche, sia di associazioni composte da cittadini di nazionalità straniera, in particolare albanese, kosovara, turca, colombiana e maghrebina, che operano a volte in collaborazione con quelle italiane, rifornendole di sostanze stupefacenti poi smerciate sulla piazza di Milano o da qui collocate su altre piazze del territorio, ovvero gestendo direttamente acquisto, importazione e distribuzione delle stesse tramite il controllo del territorio già tipico delle mafie storiche italiane.

MAFIE STRANIERE

Esaminando i dati provenienti dalle indagini effettuate è possibile estrarre connotazioni tipiche di associazioni di etnie straniere diverse, tra cui in particolare maggiore spessore criminale rivestono quelle che possono essere definite come balcaniche, ispano-sudamericane e maghrebine.

A) Organizzazioni balcaniche (albanesi e kosovare)

Siffatti gruppi criminali, che nei primi anni di insediamento sul territorio peravano peraltro senza alcun tipo di organizzazione unitaria a struttura verticistica, ma solo ed esclusivamente in bande autonome, spesso in feroce competizione tra di loro ed in genere senza collocazione stabile sul territorio, man mano che si sono radicate capillarmente nel mercato della droga sia in Italia che in altri Stati europei, specie del centro nord, hanno assunto a volte forme di organizzazione più definite, e quindi a struttura verticale, pur non disdegnando di operare anche in gruppi più snelli ed indipendenti, ma sempre collegati ai vertici siti oltre Adriatico.

A tali associazioni va prevalentemente attribuita la ripresa in grandi quantità del traffico di eroina, in forte competizione con quelle turche, traffico connotato dal notevole peggioramento della qualità dello stupefacente introdotto in Italia e soprattutto da una organizzazione strutturale molto vasta che comprende la capacità di trasporto di ingenti quantitativi di sostanze stupefacenti che partono da molteplici porti adriatici e giungono sulla costa italiana per essere poi smistati su tutto il territorio fino al consumatore, anche tramite manovalanza locale, e dalla creazione sul territorio di laboratori addetti al raffinamento della droga dotati di tutte le necessarie attrezzature, dalle presse idrauliche, agli stampi, alle sostanze da taglio.

La più recente strutturazione verticistica ha comportato, tra l’altro, che le ordinazioni di droga non vengono più concordate tra cliente e fornitore materiale, ma direttamente con l’associazione per il tramite di personaggi a ciò delegati.

Ulteriore nuova figura emersa nelle attuali associazioni è quella del “corriere dei soldi”, che si muove su tutto il territorio con il fine specifico di riscuotere i pagamenti delle partite di droga, e che fa capo ad un responsabile finanziario che si occupa solo di tale aspetto, sicché risulta ormai sempre più raro che le medesime persone si occupino di trasportare sul territorio le sostanze stupefacenti e ripartirne con il danaro.

Va infine ricordato come organizzazioni albano – macedoni siano invece specializzate nel traffico di cocaina proveniente dall’Olanda giovandosi di un’elevata ramificazione in quel paese, ove dispongono di numerosi depositi in cui procedono allo stoccaggio della cocaina proveniente dal Sud America, per poi distribuirla in altri paesi europei, tra cui anche il nostro.

Tutte le pregresse indagini concernenti soggetti di etnia albanese sono state a lungo ostacolate negli anni passati dalla assenza pressoché totale di collaborazione da parte degli inquirenti albanesi; di recente, peraltro, si è verificata un’inversione di tendenza per effetto della disponibilità manifestata dal Procuratore Generale di Albania a seguito dei rapporti intrattenuti per il tramite della Direzione Nazionale Antimafia; trattasi di tendenza già verificata nei fatti, che va peraltro consolidata fino a divenire collaborazione continuativa ed efficace.

B) Organizzazioni ispano-sudamericane

Le associazioni di narcotrafficanti colombiani detengono tuttora il primato relativo all’introduzione della cocaina nel nostro paese, in ciò fortemente agevolate dalla presenza notevolmente radicata sul territorio già da lungo tempo e per i rapporti ormai consolidati con molteplici organizzazioni facenti capo alla criminalità organizzata italiana con le quali da anni sono intercorsi “affari” per importi di rilevante valore.

Ciò comporta che le stesse riescono ad operare trasporti e cessioni di rilevanti partite di stupefacenti, gestendo depositi ed intrattenendo rapporti con i destinatari finali solitamente per il tramite di intermediari colombiani che si frappongono tra i vertici dell’associazione e gli acquirenti italiani, che pertanto non hanno con i primi rapporti diretti.

Al fianco delle grosse organizzazioni di narcotrafficanti operano singoli gruppi di trafficanti locali colombiani e di altri paesi dell’America latina (Perù, Equador, Venezuela, Bolivia) che fanno pervenire sul territorio partite di minore entità, in genere dirette a connazionali già residenti in Italia, con plichi occultati variamente.

C) Organizzazioni maghrebine

Siffatte associazioni detengono invece il primato del traffico internazionale di hashish che dal Marocco, considerato uno dei maggiori produttori mondiali, attraverso lo stretto di Gibilterra, approda in Spagna e di lì viene distribuito in tutta Europa, in genere per il tramite di TIR condotti da autotrasportatori spagnoli o italiani ovvero ad opera delle medesime organizzazioni una volta dedite al contrabbando di t. 1. e., solite adottare particolari cautele durante i trasporti (repentini cambi di schede telefoniche, uso di telefonate particolarmente brevi e criptiche, uso di fiancheggiatori che effettuano una vera e propria bonifica del territorio al fine di individuare eventuali pedinatori o osservatori, utilizzo di spazi per lo scarico siti nelle vicinanze degli svincoli autostradali così da assicurarsi una rapida via di fuga) tali da rendere molto difficoltosa l’azione di contrasto.

Le indagini soffrono a volte la non puntuale collaborazione degli inquirenti spagnoli, pure sollecitati nell’ambito di richieste di assistenza giudiziaria, e dalla totale assenza di collaborazione da parte delle autorità marocchine : allo stato rimangono irrisolti tutti i problemi legati alla individuazione dei soggetti marocchini che operano in Spagna e Marocco, al vertice delle organizzazioni criminali. Le forze di polizia italiane, pertanto, rimangono impegnate in un lavoro di pura repressione del fenomeno locale.

Ulteriore tipica connotazione di siffatte organizzazioni consiste nel reimpiego direttamente sul territorio del danaro provento del narcotraffico che, in genere, non viene inviato in Marocco, ma reinvestito in attività apparentemente lecite già facenti capo a soggetti estranei alle organizzazioni ed acquisite dalle stesse.

D) Altre organizzazioni

Risultano sempre presenti sul territorio del distretto gruppi criminali di etnia cinese, peraltro come sempre particolarmente impermeabili alle indagini sia per la diffusa omertà sia perché le attività criminali sono per lo più rivolte all’interno della stessa comunità cinese.

Tali attività concernono fenomeni classici quali la immigrazione clandestina (da cui derivano sequestri di persona finalizzati ad ottenere il pagamento del prezzo concordato per l’espatrio dal paese di origine, e che costituiscono nell’attualità i soli reati di tal genere oggetto di indagine da parte di questa D. D. A.), la prostituzione, il racket delle estorsioni ai danni di esercenti commerciali sempre cinesi, il traffico di stupefacenti, di modesta entità e per lo più all’interno di ristoranti ed altri esercizi pubblici gestiti da tali cittadini, lo sfruttamento del lavoro ed il gioco d’azzardo.

Appare inoltre sempre più diffuso il fenomeno dell’acquisto da parte di cittadini cinesi di immobili anche fuori della zona denominata “Chinatown” e del subentro in licenze commerciali, fenomeno che può essere attribuito sia ad attività finanziarie lecite che a riciclaggio di danaro provento di reato. Risultano in proposito avviate indagini preliminari di polizia giudiziaria non ancora formalizzate con comunicazioni di reato dirette a questo Ufficio.

Deve farsi infine cenno alla presenza sul territorio, accertata di recente e sia pur in fase assolutamente iniziale, di personaggi di spicco appartenenti alla mafia russa e cecena, per lo più operanti in traffici di armi, di materie prime, del petrolio e di pietre preziose, nonché nel riciclaggio di danaro provento di reato.

MAFIE STORICHE ITALIANE

Va preliminarmente osservato come già dai primi anni 2000 sia stata ripetutamente segnalata la notevole contrazione delle indagini effettuate da questa D. D.A. per il reato di cui all’art. 416 bis C. P. risultando iscritti solo 11 nuovi procedimenti per detto reato nel periodo 1\7\2003 – 30\6\2004; 10 in quello 1\7\2004 – 30\6\2005;15 in quello 1\7\2005 – 30\6\2006; 10 in quello 1\7\2006 – 30\6\2007 e nuovamente 10 in quello 1 \7\2207 – 30\6\2008.

Tale fenomeno veniva solo in parte attribuito all’intensa attività posta in essere da questa D. D. A. negli anni pregressi, che ha consentito sicuramente di sgominare gran parte delle associazioni mafiose già operanti sul territorio, ma si imponeva peraltro particolare cautela nella sua interpretazione, non potendosi certamente affermare la totale eliminazione di siffatto fenomeno criminale, di cui si appalesavano invece inquietanti segnali nel campo del ed. “narcotraffico”.

Veniva allora evidenziato che tale contrazione appariva contestuale a quella dei nuovi collaboratori di giustizia, secondo un fenomeno che appariva ed appare ormai inarrestabile : il dato statistico risulta infatti di palese evidenza in quanto, a fronte di 223 complessive proposte di ammissione a programma di protezione avanzate da questa D.D. A. dalla sua costituzione, solo 12 risultano presentate nel periodo 2001-2007, “trend” che ha trovato ulteriore conferma nei 2 anni successivi.

Non sembra azzardato affermare che tale fenomeno risulti riconducibile, da un lato, alla costante e feroce reazione violenta degli appartenenti ai clan mafiosi colpiti dalle indagini per effetto degli apporti investigativi resi dai collaboratori di giustizia e, dall’altro, all’atteggiamento sempre più critico tenuto nei confronti di siffatto fenomeno da esponenti della classe politica, da intellettuali, da giornalisti, e soprattutto alla legge 45V2001, ben più restrittiva rispetto alla normativa precedentemente in vigore.

Negli ultimissimi tempi, infine, a seguito di polemiche concementi l’affidamento da attribuire a dichiarazioni rese da “dichiaranti” nei confronti di esponenti politici di primo piano, si parla di modificare nuovamente la normativa in oggetto al fine di renderla ulteriormente restrittiva.

Tale prospettiva appare molto scoraggiale, così come quella di dovere rinunciare alle intercettazioni telefoniche e\o ambientali secondo il disegno di legge attualmente in discussione in quanto, pur essendo formalmente escluse dalle limitazioni previste le indagini per reati mafiosi, è evidente e notorio che siffatte indagini non si iniziano – a meno di non pretendere dal pubblico ministero ingiustificate e scorrette forzature all’atto dell’iscrizione  dei nuovi procedimenti – per reati previsti dall’ari. 51 comma 3 bis C. P. P., ma per reati diversi quali estorsione, usura, spaccio di sostanze stupefacenti, e lo diventano a seguito del loro sviluppo.

Ne deriva il timore di rinunziare, di fatto, all’apporto investigativo di siffatti strumenti che, pur non essendo gli unici possibili, appaiono certamente importanti, specie ove vadano a coniugarsi con l’attività investigativa in senso stretto, che questa D.D. A. e le forze di polizia giudiziaria da essa coordinate non hanno mai abbandonato.

E proprio siffatta attività investigativa ha comunque consentito di iscrivere nel periodo 1\7\2008 – 30\6\2009 ben 31 nuovi procedimenti per il reato di cui all’art. 416 bis C. P.; ciò a seguito dell’esito particolarmente favorevole di indagini sviluppate con particolare competenza, specie per il tramite di attività tecniche (intercettazioni telefoniche e\o ambientali) e di controllo del territorio (pedinamenti, osservazioni di persone e luoghi) e patrimoniali sull’origine di capitali utilizzati in attività finanziarie sospette.

Per l’effetto è stato possibile trovare conferma che tra le organizzazioni mafiose operanti sul territorio di questo distretto risulta assolutamente prevalente la costante attività criminale di associazioni calabresi di natura ‘”ndranghetista” rispetto alle cosche “mafiose” siciliane ed alle associazioni “camorristiche” campane e quelle pugliesi della “Sacra Corona Unita”, e che le associazioni di ‘”ndrangheta” operano tuttora secondo schemi già collaudati ed accertati nel corso della pregressa attività di contrasto posta in essere da questa D. D. A. nei confronti della criminalità mafiosa, seppur diversificando i propri obiettivi ed affinando gli strumenti operativi.

Va allora precisato che, nell’attualità, si colgono segnali assolutamente minoritari di attività illecite poste in essere da personaggi legati ad associazioni “mafiose” siciliane, per lo più riconducibili a gruppi già noti ed oggetto di indagini in epoche pregresse, che hanno ripreso ad operare all’esito dei procedimenti penali e dell’espiazione delle pene inflitte.

Ancor meno rilevanti appaiono le presenze di organizzazioni facenti capo alla “camorra” campana, e del tutto assenti, allo stato, quelle rifacentisi alla “Sacra Corona Unita”.

Come detto, invece, sempre più presente ed operativa appare l’attività illecita posta in essere da associazioni criminali che si rifanno alla ‘”ndrangheta” calabrese : infatti risulta accertato che i gruppi qui operanti e che costituiscono articolazione autonoma delle cosche calabresi hanno svolto per anni un’intensa, complessa, attività illecita (soprattutto importazione e commercio di ingenti quantitativi di diversi tipi di stupefacente) con contemporaneo riciclaggio degli altrettanto ingenti proventi illeciti conseguiti, al riparo da reazioni ambientali e controlli delle forze dell’ordine, o da azioni di disturbo dei gruppi criminali concorrenti, infiltrandosi e mimetizzandosi nell’ambiente socio economico della zona di insediamento attraverso condotte ed investimenti apparentemente leciti, con l’utilizzo di attività imprenditoriali e proprietà immobiliari, nonché avvalendosi della rete protettiva rappresentata dai numerosi canali informativi e da supporti operativi acquisiti anche all’interno delle forze di polizia.

L’attività associativa risulta infatti realizzata da gruppi collegati alle cosche di origine avvalendosi della forza intimidatoria soprattutto nei confronti dei gruppi o soggetti in grado di limitare ed ostacolare gli obiettivi programmati, secondo un criterio non solo “economico”, ma anche strategico in relazione al contesto sociale nel quale i sodalizi hanno inteso radicarsi.

Tale “modus operandi” integra una forma di controllo sociale ed ambientale correttamente definita nelle sentenze già passate in giudicato come “selettiva” e strettamente funzionale alla conduzione del programma criminoso in un’area geografica diversa per cultura, mentalità , abitudini rispetto a quella di origine del metodo mafioso, ma estremamente pericolosa per la sua occulta pervasività e per gli effetti provocati, oltre che sulle persone, anche sul “mercato” inteso come regole comunemente osservate nell’esercizio dell’attività imprenditoriale e commerciale, la cui urbativa esercita gravi compromissioni anche sull’economia.

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La costante infiltrazione ambientale anonima, mimetica, in genere scevra da atteggiamenti che possano destare allarme sociale, con l’abbandono di comportamenti tradizionalmente “mafiosi” per assumere quelli rassicuranti di lavoratori dipendenti o gestori di apparentemente lecite ed avviate attività imprenditoriali, risulta aver consentito un radicamento ambientale ideale per lo svolgimento indisturbato per anni di illecite attività nei campi più disparati cui di seguito si farà cenno.

In tal modo la potenzialità intimidatoria connessa al vincolo associativo risulta essere stata efficacemente utilizzata non solo all’interno dei gruppi al fine di assicurarne la compattezza, ma anche all’esterno per prevenire interferenze sgradite di gruppi concorrenti e\o per imporre loro il predominio della attività criminosa nella zona occupata, per ottenere ed imporre utili collaborazioni nel settore della grande o piccola criminalità, nonché per occupare diversi settori economici, alcuni dei quali connotati da difficoltà finanziarie.

LE IMPRESE MAFIOSE NEL NORD ITALIA

Come già riferito, le associazioni di natura maliosa e prevalentemente ‘”ndranghetista” operano da un lato nel procacciamento di ingenti capitali illeciti dedicandosi prevalentemente nel settore del traffico di sostanze stupefacenti, in particolare eroina e cocaina, sia in proprio che in collaborazione con gruppi di etnia straniera, ma non disdegnando peraltro anche altre attività criminali di notevole rilevanza quali il traffico di armi, l’usura e l’estorsione in danno di imprenditori ed esercenti.

D’altro canto, e trattasi di attività riferibile agli anni più recenti, sempre più frequente ed intenso risulta il fenomeno del riciclaggio, che ha assunto via via caratteristiche sempre più raffinate e pericolose.

Il riciclaggio, infatti, risultava dapprima finalizzato al mero intento di “ripulire” il capitale provento di reato (art. 648 bis C. P.) così da impedire ovvero ostacolare l’accertamento della sua provenienza, e veniva effettuato addirittura in perdita, tramite consegna a persone estranee all’associazione mafiosa di danaro a rischio (ad esempio, ricevuto a titolo di riscatto in ipotesi di sequestro di persona a scopo di estorsione) e ricezione di danaro pulito in misura minore del suo valore nominale, oscillante tra il 40% e l’80% a seconda del grado di rischio.

Si è passato poi al perseguimento dello stesso scopo per il tramite del reinvestimento in attività illecite ad opera della stessa organizzazione, in genere operando nel campo dell’usura, ovvero del gioco d’azzardo, ovvero ancora dell’acquisto da fornitori esteri di ingenti quantitativi di sostanze stupefacenti da collocare poi sulla piazza, così da riprendere il medesimo ciclo criminale.

Negli anni più recenti, infine, a quel tipo di riciclaggio si è affiancato, in misura sempre più vasta, quello volto al reimpiego del capitale di illecita provenienza (art. 648 ter C. P.) mediante suo reimpiego in svariate attività economiche apparentemente lecite, ma commesse attraverso imprese che possono definirsi mafìose.

A tale definizione si perviene non tanto e\o non solo per il ricorso a strumenti di intimidazione diretta, in quanto le stesse di frequente operano nel sistema economico solo avvalendosi del ed. “affidamento” mafioso che produce comunque i suoi effetti nei confronti degli imprenditori concorrenti, ma in ragione dei legami dei soggetti coinvolti con i gruppi mafiosi dominanti nei luoghi di origine, nonché in ragione della provenienza dei capitali utilizzati e delle modalità operative idonee all’eliminazione o quanto meno turbativa delle regole di mercato.

Infine, e trattasi di fenomeno di recente rilevazione, sempre più spesso si è verificato che alcuni degli imprenditori concorrenti, pur originariamente estranei all’associazione criminale, siano passati dalla fase in cui erano solo soggetti passivi dell’intimidazione ambientale, a quella in cui sono divenuti compiici delle imprese mafìose concorrendo alla loro attività tramite condotte criminali quali la fatturazione per operazioni inesistenti e la turbativa d’asta, così usufruendo essi stessi dei medesimi vantaggi.

In proposito non si può che ripetere e confermare quanto precedentemente osservato in argomento, ed in particolare nell’analoga relazione trasmessa da questa D.D. A. a codesta Commissione in data 27\11\2007, con cui si segnalava, tra l’altro che : “I settori produttivi ed economici nell’ambito dei quali opera la criminalità organizzata attraverso le imprese in questione sono prevalentemente i seguenti :

1 settore edilizio ed attività connesse (movimento terra; scavi; trasporto dei materiali di scavo);

2 settore immobiliare;

3 settore delle forniture di prodotti alimentari, in particolare ortofrutticoli;

4 settore delle agenzie dei servizi di sicurezza, in particolare nei locali pubblici quali discoteche, ecc.;

5 settore degli appalti pubblici, in particolare quelli concessi da Comuni dell’hinterland;

6 settore delle autorimesse e del commercio di automobili;

7 settore dei locali pubblici (sale di videogiochi, sale da ballo, discoteche, bar,

locali di ristorazione);

8 settore dei distributori stradali;

9 settore dei servizi di facchinaggio e pulizia;

10 settore delle società di trasporti;

11 finanziamenti pubblici nazionali e comunitari;”

12 nonché noleggio di generi di lusso, quali barche, ecc.

Non appare per il resto necessario e neahche opportuno ripetere quanto già riferito con la relazione sopra specificata, alle cui osservazioni di carattere   generale integralmente ci si riporta in quanto tuttora totalmente attuali, anche perché confermate dalle ulteriori indagini esperite.

LE INDAGINI RECENTI

Tra le indagini più recenti in materia, meritevoli di segnalazione per peculiarità di condotte meritevoli di opportuna conoscenza da parte di codesta Commissione, si rappresenta che : 1 Pende avanti al Tribunale di Varese il giudizio nel proc. n. 453405 nei confronti di 13 imputati, tra gli altri, dei reati di cui agli arti. 323 e 640 bis C.P. aggravati ex art. 7 D. L. 152M991, relativi agli appalti concessi per la ristrutturazione dell’Ospedale di Circolo di Varese e di un edificio scolastico sempre in provincia di Varese alla Angelo RUSSELLO s. p. a. di Gela (poi Tecnical s. p. a. di Catania), i cui titolari RUSSELLO Angelo e RUSSELLO Fabrizio risultano imputati da parte della Procura Distrettuale di Caltanissetta del reato di cui all’art. 416 bis. C. P., pur risultando poi RUSSELLO Fabrizio assolto a seguito di giudizio abbreviato.

L’appalto per la ristrutturazione dell’Ospedale, inizialmente aggiudicato ad altra impresa siciliana (la Angelo SCUTO), e successivamente ceduto a seguito di affitto d’azienda, e pertanto in modo irregolare con semplice presa d’atto da parte dei pubblici ufficiali, senza rinnovazione della gara e senza acquisizione della certificazione antimafia, ha preceduto l’esecuzione dei lavori in modo parimenti irregolare per effetto della falsificazione della documentazione attestante gli stati di avanzamento dei lavori.

Va infine rilevato che la citata TECNITAL s. p. a. risulta aggiudicataria negli ultimi anni di ulteriori 2 appalti di opere pubbliche conferiti da amministrazioni comunali.

Considerata la molteplicità dei fatti e la gravita delle imputazioni appare utile allegare alla presente relazione copia della richiesta di rinvio a giudizio con l’esposizione dei reati ascritti agli imputati (ali. 1).

Sono state richieste ed emesse misure cautelari personali nel proc. 498N09 nei confronti di PANGALLO Giuseppe ed altri personaggi legati al gruppo di matrice ‘”ndranghetista” BARBARCAPAPALIA per reati associativi di matrice mafiosa nonché finalizzati al narcotraffico, con successive attività di riciclaggio nei settori dell’edilizia, sia sotto l’aspetto del movimento terra e delle ristrutturazioni, sia sotto quello dell’attività di compravendita immobiliare e dell’aggiudicazione di pubblici appalti, specie da parte di amministratori di enti pubblici territoriali, presso i quali è stata posta specifica attenzione al fine di acquisirne i favori.

Di particolare interesse, sia pur priva di risvolti di interesse penale, emerge l’attenzione più volte manifestata alla cartolarizzazione del patrimonio immobiliare del Comune di Milano, nonché peculiare attività di riciclaggio commessa tramite numerosi e gravi reati di truffa ai danni di società di finanziamento.

Per una completa comprensione dei fatti si allega in copia l’ordinanza di custodia cautelare emessa dal G.I.P. in data 30\4\2009 nonché le successive isure cautelari patrimoniali (ali. 3).

Pende il proc. n. 502874 per i reati di bancarotta fraudolenta, 648 ter C. P. e7D.L. 152/91.

Trattasi di procedimento iscritto il 03.12.2004, relativo alle indagini del R.O.S. Carabinieri – Sezione Anticrimine di Milano, che traggono origine dal procedimento N.3457/01 R.G. Mod. 21 della Procura della Repubblica di Varese. Le indagini della Procura di Varese nascevano a loro volta dalle dichiarazioni auto/eteroaccusatorie di POLLIZZI Pietro in ordine alle attività illecite nella provincia di Varese della COSCA TERRAZZO di Mesoraca (KR).

Le indagini del R.O.S. si incrociavano con quelle della Polizia Federale Svizzera circa i flussi finanziari che, per il tramite di ANDALI Fortunato Domenico, cassiere della ‘”ndrina” riconducibile a TERRAZZO Felice, TERRAZZO Mario Donato, IAZZOLINO Sergio, GRANO Giuseppe ed altri, radicata in Mesoraca (KR) e nella presila catanzarese, ma gravitante da sempre in provincia di Varese e in Zurigo (CH), venivano posti a disposizione di un personaggio italo-svizzero, tale ZOCCOLA Alfonso, che a sua volta si occupava di ripulire i capitali attraverso il loro reimpiego in finanziarie svizzere con sede in Zurigo: “World Financial Service AG” e “PP Finanz AG”.

Stando alle indagini svolte dalle autorità svizzere, le suddette società si occupavano di raccogliere i capitali della clientela svizzera ed internazionale (direttamente o attraverso intermediari) e di operare sul mercato Forex, ovvero di effettuare transazioni di trading su divise per conto della suddetta clientela.

L’attività di WFS e PP era principalmente gestita da PAULANGELO Salvatore, quale componente del consiglio di amministrazione di entrambe le società, ma un ruolo sicuramente decisionale era riservato anche a ZOCCOLA Alfonso, benché quest’ultimo non avesse mai assunto ufficialmente alcun incarico formale Nell’ottobre del 2003 le società WFS e PP venivano sottoposte a separate procedure fallimentari, che accertavano la sottrazione degli ingenti capitali che erano stati loro affidati da centinaia di investitori, valutati in alcune decine di milioni di CHF.

Ma l’indagine svizzera evidenziava soprattutto, per quel che interessa le indagini in Italia, che gli importi di denaro distratti erano stati reinvesti in Italia, anche per conto dei “calabresi”, documentando in modo pressoché oggettivo i prelievi e i percorsi di un fiume di denaro dalle casse della WFS/PP verso conti bancari in Italia e in Svizzera nella disponibilità dell’avvocato MELZI Giuseppe Carlo, con studio legale in Milano, vera mente finanziaria del riciclaggio, al quale risultavano collegati diversi personaggi in Sardegna, tutti implicati in importanti investimenti immobiliari.

Per una completa comprensione dei fatti si allega in copia l’ordinanza di custodia cautelare emessa dal G.I.P. in data 171\2008 (ali. 4).

Pende il proc. n.!03545 per i reati di cui alFart.416 bis C. P. ed altro. Le indagini della Compagnia Carabinieri di Sesto San Giovanni traggono origine dai fatti verificatisi nel corso della notte tra il 3 e il 4 2004, quando la facciata dell’abitazione di tale ROSSETTO Giuseppe sita in Cologno Monzese via Curici nr.29, veniva attinta da quattro colpi di arma da fuoco.

Nel corso del sopralluogo i militari operanti accertavano che altri colpi d’arma da fuoco avevano colpito l’autovettura Mercedes ML 400 tg.CL416VN di proprietà di PAPARO Marcelle, effettivo destinatario dell’azione di fuoco.

Si accertava altresì che a PAPARO Marcelle faceva capo una avviata attività economica, che, sotto la veste di società cooperativa di cui risultavano soci-lavoratori pregiudicati calabresi ed immigrati extracomunitari di origine turca, operava nel settore del facchinaggio per conto di importanti imprese alimentari.

Emergeva inoltre che PAPARO Marcelle e il fratello PAPARO Giancarlo, pure socio della medesima cooperativa, risultavano affiliati alla cosca di ‘”ndrangheta” dei “NICOSCIA”, operante nel territorio del comune di Isola Capo Rizzuto (KR), che, tra l’altro, costituisce il tradizionale e notorio luogo di approdo degli immigrati clandestini provenienti dalla Turchia.

A PAPARO Marcelle risultava infine strettamente collegato LA PORTA Carmelo, cognato di NICOSCIA Pasquale, capo della omonima cosca.

Dall’attività investigativa è emerso anche il coinvolgimento degli indagati nell’acquisizione illecita degli appalti dell’alta velocità ferroviaria e del potenziamento dell’autostrada “A 4″ in diverse tratte lombarde.

Per una completa comprensione dei fatti si allega in copia l’ordinanza di custodia cautelare emessa dal G.I.P. in data 3\3\2009 (ali. 5).

Pende il proc. n.!26866 per i reati di cui all’art. 416 bis C. P. ed altro. Quanto alle attività più tradizionalmente proprie delle organizzazioni di tipo mafioso, che vanno dai traffici di armi e droga, alle estorsioni e alle rapine, sono davvero inquietanti le risultanze di tale procedimento.

Si tratta delle indagini del Reparto Operativo del Comando Provinciale Carabinieri di Varese circa la presenza di organizzazioni criminali di stampo mafioso nei comuni del basso varesotto.

Segnalavano i Carabinieri di Varese che recenti avvenimenti avevano indotto ad esaminare con attenzione la situazione della provincia di Varese segnatamente con riferimento a quei comuni ricadenti nell’area compresa tra la statale varesina e le province di Novara e Milano che con un termine molto in voga viene chiamato “basso varesotto” (in pratica il territorio di competenza della Procura di Busto Arsizio).

In questa fascia di territorio si sono insediati nei vari anni personaggi provenienti dalle regioni meridionali, in prevalenza calabresi e siciliani legati per vincolo di parentela o di “comparato” a cosche di stampo mafioso operanti nelle regioni di origine.

Questi personaggi nel corso degli anni si sono fortemente radicati nella zona avviando attività in diversi settori, e soprattutto in quello commerciale ed edilizio, ma, anzicché adattarsi alla “mentalità lombarda”, hanno creato un sorta di substrato sociale, fondato su parametri tipici della mentalità calabrese e siciliana. Il senso dell’onore, l’orgoglio di appartenenza ad una determinata famiglia, il vedere lo Stato ed i suoi rappresentanti come nemico comunque da avversare, sono caratteristiche oramai ricorrenti nella realtà di questi comuni.

I gruppi di maggiore rilevanza sono quelli dei gelesi e dei calabresi provenienti della provincia di Reggio Calabria, Crotone e Catanzaro.

Mentre per i primi la cosca di riferimento risulta quella del boss “Piddu MADONIA” attraverso i noti RINZIVILLO, per i secondi la situazione è più complessa. I punti di riferimento principali appaiono infatti la cosca “GALLACE – CIMINO” di Guardavalle (CZ) e quella “FARAO -MARINCOLA” di Ciro Marina (KR), rappresentati in loco da NOVELLA Alessio e RISPOLI Vincenzo di Legnano (MI). Costoro, attraverso una fitta rete di affiliati e “collaboratori”, di fatto gestirebbero nella zona citata tutta una serie di attività illecite i cui proventi sarebbero poi investiti nel narcotraffico e quindi riciclati attraverso attività imprenditoriali “lecite”, gestite da persone insospettabili.

Gelesi e calabresi, in una sorta di patto di non belligeranza, si sono divisi il territorio, stabilendo rigidi principi per lo svolgimento di loro “affari”: i gelesi risultano esercitare estorsioni e spaccio di stupefacenti nella zona est di Busto Arsizio ed in quei comuni compresi tra quella parte di Busto e la statale varesina; ai calabresi invece toccano invece la parte ovest ed i comuni fino a Malpensa. Sembrerebbe infatti che nella zona non vi sia un cantiere edile che non paghi “il pizzo” alle organizzazioni e che numerosi esercizi commerciali versino, agli emissari dei criminali, tangenti di entità commisurata alla importanza dell’azienda.

Per una completa comprensione dei fatti si allega in copia l’ordinanza di custodia cautelare emessa dal G.I.P. in data 20\4\2009 (ali. 6).

Pende in giudizio il proc. n. 305004 nei confronti di BARBARO Salvatore + 7 per i reati di cui all’ari. 416 bis C. P. e plurime estorsioni.

Trattasi di fattispecie tipica delle condotte già descritte come tipiche dell’attività delle imprese mafiose, operanti nel territorio del Comune di Buccinasco in danno di imprese operanti nell’edilizia e nel movimento terra, in cui la condotta illecita posta in essere da soggetti notoriamente legati a cosca ‘”ndranghetista” si affianca a quella concorrente dell’imprenditore LURAGHI Maurizio, le cui successive dichiarazioni collaborative hanno consentito di comprendere dall’interno le dinamiche dell’associazione e le condotte estorsive.

Per una completa comprensione dei fatti si allega in copia l’ordinanza di custodia cautelare emessa dal G.I.P in data 7\7\2008 (ali. 7) e relazione a firma del pubblico ministero sul clima di particolare tensione che caratterizza il dibattimento, con numerosi episodi di intimidazione in danno dei testimoni, a comprova della persistente pericolosità degli imputati pur dopo l’esecuzione delle misure (ali. 8).

Pende il proc. n. 418497 nei confronti di BARBARO Domenico + 16 per i reati di cui agli artt. 416 e. p. ed altro.

Trattasi di condotte analoghe a quelle descritte sub 8), che vede tra le altre condotte il coinvolgimento di un esperto nominato dal Tribunale di Milano nell’ambito di procedura esecutiva che ha consentito, tramite una relazione di stima ideologicamente falsa, l’aggiudicazione di terreni edificabili a prezzo vile.

Come si vede l’infiltrazione mafiosa, operante a volte con intimidazione, altre mediante corruzione, aggredisce sistematicamente il libero mercato, caratterizzando sempre più invasivamente l’attività delle associazioni di ‘”ndrangheta” per il tramite delle imprese mqfwse piuttosto che, come un tempo, con il ricorso a condotte intrinsecamente illecite quali il sequestro di persona a fini di estorsione prima ed il narcotraffico poi.

Per una completa comprensione dei fatti si allega in copia l’ordinanza di custodia cautelare emessa dal G.I.P. in data 26\19\2009 (ali. 9)

Sono inoltre in corso altre indagini di particolare rilevanza di cui, per la fase investigativa tuttora in corso, e per la conseguente stringente necessità di totale riserbo, nulla assolutamente può riferirsi se non che concernono gruppi criminali associativi diffusi sul territorio del Distretto secondo le regole tipiche delle cosche mafiose.

La conclusione positiva di siffatte indagini, che si prevede peraltro non imminente, potrebbe consentire di infliggere a siffatti gruppi colpi di particolare rilevanza sia sotto il profilo personale che sotto quello patrimoniale, cui questa D. D. A. presta particolare attenzione, e non è escluso – come sovente succede in siffatte occasioni – che possa poi indurre ad episodi di collaborazione processuale idonei ad illustrare dall’interno le partecipazioni dei singoli personaggi ai più gravi fatti criminosi, sempre che, come si diceva in premessa, non si modifichi la normativa vigente in materia rendendo sempre più difficile il ricorso a siffatto strumento investigativo.

Da quanto finora accertato trova comunque conferma il particolare interessamento in questo momento storico da parte dei gruppi criminali non solo alla percezione di capitali illeciti come provento diretto dei reati perpetrati, ma anche e soprattutto al loro riciclaggio secondo le modalità sopra specificate, ed in particolare tramite l’aggiudicazione di appalti da parte degli enti pubblici territoriali e l’ingresso nel mercato per il tramite delle imprese mafiose sopra descritte a seguito anche di acquisto di società già regolarmente operanti mediante il loro acquisto, il sub ingresso nelle relative licenze e l’acquisto anche degli immobili su cui le stesse insistono.

Sono pertanto già state effettuate riunioni con i responsabili dei servizi centrali e locali di polizia giudiziaria, ed ulteriori ne sono previste per il futuro, al fine di concordare le specifiche iniziative da assumere al fine di ovviare a tale fenomeno.

Ed allora, oltre ai controlli già previsti per legge da parte della D. I. A. per quanto concerne le ed. “grandi opere” quali il raddoppio della tratta autostradale Milano – Torino, i lavori per l’Alta velocità ferroviaria, quelli per la Metropolitana milanese e quelli per l’Expo 2015, già oggetto di specifico interesse da parte delle associazioni criminali, e sui cui primi esiti si dirà in seguito, deve procedersi ad attenta verifica anche delle modalità di conferimento ed esecuzione degli appalti minori che peraltro, in ragione del loro numero elevato e del minore controllo effettivo, costituiscono tuttora oggetto di particolare appetito.

Appare allora opportuno, se non necessario, procedere ad effettuare indagini più approfondite in tema di appalti a favore di imprese apparentemente regolari non limitandosi all’esibizione della certificazione antimafia, ma verifìcando in concreto, tramite accertamenti non meramente formali, ma da eseguire sul territorio, raccogliendo tutti i dati provenienti dai controlli anche di natura amministrativa operati dalle ASL, dalla Polizia Locale, dai W. FF. ecc., chi esegue i lavori e se gli intestatari delle imprese operanti non siano in realtà meri prestanomi di soggetti legati ad associazione di ‘”ndrangheta”.

Siffatte verifiche, che sarebbero opportune in ogni ipotesi di aggiudicazione di appalti interessanti la pubblica amministrazione, risultano viepiù necessaria quando emergono indizi significativi di procedure sospette quali la proposta di offerte estranee ai prezzi di mercato, il ricorso a procedure numerose e ravvicinate nel tempo di subappalto dei lavori, l’aggiudicazione in specifici settori e ristretti ambiti territoriali degli appalti al medesimo gruppo di imprese con esclusione di tutte le altre operanti nel settore stesso, l’avvenuta commissione di fatti palesemente intimidatori in danno di imprese operanti nel medesimo settore quali incendi o danneggiamenti di mezzi di lavoro e strutture, ecc.

Con l’occasione si ritiene opportuno segnalare l’assoluta inadeguatezza della previsione penale prevista dall’ari. 21 L. 646M982 che, pur prevedendo nell’ipotesi  di concessione in subappalto di opere riguardanti la pubblica amministrazione senza autorizzazione sanzioni pecuniarie elevate, rimane comunque mera contravvenzione.

Occorre inoltre effettuare un capillare controllo delle vendite immobiliari avvenute in tempi recenti nelle zone di Milano e delF”hinterland” già note in quanto soggette ad infiltrazione mafìosa, ed effettuare analoghe verifiche di tutte le cessioni di licenze per la gestione di esercizi commerciali, in specie accertando la lecita provenienza dei capitali utilizzati e la loro congruità con i patrimoni già precedentemente denunziati in sede fiscale.

Altra considerazione che emerge prepotente dalle indagini condotte da questa D.D. A. risulta, come sopra già riferito, il coinvolgimento in attività illecite di persone già inquisite e condannate per analoghi gravi reati in anni ormai lontani.

Occorre allora procedere ad un attento monitoraggio di tutti i personaggi, sempre più numerosi, già condannati negli anni ’90 per reati commessi nell’ambito di attività criminali di matrice mafiosa, ed ormai scarcerati per espiazione definitiva delle pene inflitte o per fruizione di benefici penitenziari, sicché questo Ufficio si è fatto carico di predisporre un elenco aggiornato di tali persone poi trasmesso alle varie forze di polizia per le opportune verifiche.

In proposito deve peraltro evidenziarsi che la polizia giudiziaria impegnata sul territorio nell’attività di contrasto all’attività criminale di matrice mafiosa, pur dotata di specifica ed elevata capacità professionale, appare numericamente palesemente inadeguata alle numerose esigenze di indagine, tanto che sempre più spesso succede che i magistrati di questa D. D, A. trovino notevoli difficoltà nelle richieste di approfondimento di spunti di indagini emergenti dalle indagini in corso ma estranei al loro specifico oggetto, nonché nell’individuare un servizio disponibile a ricevere deleghe di indagine per i procedimenti provenienti da altre A. G. i quali, per non essere stati seguiti sin dall’origine, appaiono di maggiore complessità e minore interesse investigativo.

Si rappresenta infine a codesta Commissione che questa D. D. A. gestisce direttamente tutta la materia relativa alle Misure di Prevenzione, con particolare attenzione a quelle di natura patrimoniale, tanto che nel periodo 1 \7\2008 – 30\609 sono state trasmesse alla competente Sezione autonoma del Tribunale penale 24 proposte di prevenzione personale e patrimoniale, di cui 21 accolte, con sequestro di beni mobili ed immobili, società, titoli e danaro liquido per un valore complessivo pari a circa € 21.000.000 euro, e 3 tuttora pendenti.

A tale attività deve sommarsi quella, ancor più ingente, ma non quantificabile per mancanza di idoneo strumento di rilevazione statistica, operata dai magistrati nel corso delle specifiche indagini tramite il ricorso allo strumento del sequestro preventivo richiesto e disposto ai sensi dell’ari. 12 sexies D. L. 306\992, che viene direttamente richiesto, contestualmente alle misure cautelari personali, sui beni individuati come di proprietà diretta ovvero intermediata delle persone coinvolte nelle attività criminali.

In proposito appare opportuno ribadire l’efficacia della normativa complessiva relativa all’aggressione dei patrimoni di origine criminale, anche a seguito delle recenti innovazioni, mentre appare invece critica l’applicazione concreta nella parte relativa alla destinazione dei beni oggetto di confisca, risultando i tempi della stessa eccessivamente dilatati.

Al contrario, desta notevole perplessità, ed anzi specifica opposizione, l’ipotesi di modifica legislativa che consenta la vendita al pubblico dei beni, sia mobili che immobili, già oggetto di confisca da parte dell’autorità giudiziaria.

Infatti il pur apprezzabile intento di assicurare allo Stato risorse patrimoniali da destinare all’attività di contrasto al fenomeno criminale trova in concreto motivi di inopportunità in considerazione della sicura illecita attività che verrebbe posta in essere da appartenenti all’associazione criminale già spogliata dei beni.

Appare infatti estremamente probabile, ed anzi sicuro, il ricorso all’intimidazione mafiosa per scoraggiare la partecipazione agli incanti di estranei all’associazione mafiosa e quello dell’utilizzo di prestanomi che partecipino alle aste, così da assicurarsi il ripristino della titolarità dei beni stessi a prezzi esigui.

Milano, 9 dicembre 2009

IL SOST. PROCURATORE DELLA REPUBBLICA

dott.Ferdinando POMARlCI

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Lettera al ministro Maroni.

13 Luglio 2010 1 commento

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Signor Ministro,

abbiamo letto le Sue dichiarazioni riguardo la richiesta di indagine per verificare i fatti accaduti durante la manifestazione degli aquilani a Roma del 7 luglio scorso. Chi Le scrive è l’assemblea dei cittadini del presidio di Piazza Duomo, promotrice di quella manifestazione. La presente è per portare alla Sua conoscenza degli elementi in grado di aiutare lo svolgimento dell’inchiesta.

Abbiamo sentito il capo della Digos di Roma, il Questore di Roma e anche il capo della Polizia, dott. Manganelli, evocare la presenza di elementi esterni a noi estranei che avrebbero agito da agenti provocatori. La informiamo che di quel che è accaduto gli unici responsabili siamo noi, cittadini aquilani, madri, padri, figlie e figli. Di questo CI ASSUMIAMO TUTTI UNITI PIENA E UNICA RESPONSABILITA’. Tutto il resto sono delle assolute falsità.

Riteniamo nostro diritto far sentire la nostra voce pacificamente nei palazzi dove si vuol negare il futuro alla nostra terra e ai nostri figli. Questo diritto lo difendiamo, siamo determinati e uniti, senza mai retrocedere, con i nostri Sindaci e i nostri gonfaloni, sempre con le mani alzate, con i volti ben visibili e armati solamente della bandiera neroverde della nostra città (tutte rigorosamente con asta di plastica leggera). Tutti i filmati possono testimoniarlo.

Noi non abbiamo nulla da nascondere. Sfidiamo chiunque a dimostrare il contrario. I dirigenti del suo Ministero che affermano il contrario, a cominciare dal dott. Manganelli, o sono male informati o, molto probabilmente, agitano inesistenti spettri per coprire i propri errori. In entrambi i casi riteniamo che incarichi così delicati non possano essere più ricoperti da persone che mentono per coprire le proprie responsabilità screditando le Istituzioni che rappresentano.

Per questo Le chiediamo di procedere alla loro immediata sostituzione.

Siamo a Sua completa disposizione, se riterrà utile ascoltarci nell’ambito dell’inchiesta che ci auguriamo sia rapida e approfondita. Rileviamo comunque che l’attenzione data dal governo – e conseguentemente da molti mezzi di informazione – agli incidenti e alle presunte provocazioni, rappresenti solo uno spostamento dell’attenzione rispetto ai problemi e alle richieste di cui i cittadini manifestanti erano portatori: cioè il loro SOS Ricostruzione (che significa Sospensione delle tasse, Occupazione, Sostegno all’economia), e soprattutto la necessità di una legge organica sul terremoto che stabilisca tempi e finanziamenti certi e che possa consentire di riprogettate il futuro del territorio. Tutti problemi sui quali nessuna risposta è stata data dal governo.

Dal tendone di Piazza Duomo, i cittadini dell’Assemblea le porgono Distinti Saluti

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Saccheggio globale

12 Luglio 2010 Commenti chiusi

ecomostrofalerna-300x197La strategia che subisce il territorio è chiara. Basta una parola per esprimerla: saccheggio. Non è praticato da una banda di predoni, ma da un gruppo di persone che s’è impadronito dello Stato, cioè del dispositivo che trasforma le parole (le idee, le intenzioni, gli interessi) in fatti. 

 L’obiettivo è chiaro: far sì che di ogni bene, materiale o immateriale, che possa essere oggetto di lucro, sia trasferito dall’appartenenza pubblica, o collettiva, o comune a quella di singoli soggetti privati, e possa dare un reddito a chi se ne impossessa.

 Per raggiungere quest’obiettivo le componenti della strategia sono chiare. Il primo passaggio ha a che fare con il peso assegnato alle diverse dimensioni della vita dell’uomo e dei saperi che ne determinano le condizioni. L’unica scienza valida è l’Economia. Tutti gli altri saperi sono squalificati, sono ridotti, da Scienza, a Tecnica: anzi, a mera Tecnologia. E per scienza economica s’intende quella che descrive e ipostatizza l’economia data, questa economia, che ha nel Mercato lo strumento supremo, l’unico capace di misurare il valore delle cose.

Bisogna negare l’esistenza di beni non riducibili a merci, perchè se ogni cosa è “merce”, ogni cosa è soggetta al calcolo economico, e il mercato diventa la dimensione esclusiva delle scelte. Bisogna abolire qualunque regola che possa introdurre criteri e comportare decisioni diverse da quelle che il mercato compie; l’unica regola ammessa è quella del mondo dei pesci, grazie alla quale il grosso mangia il piccolo.

I beni che si vogliono ridurre a merci, i “comuni” che si vogliono privatizzare li conosciamo della nostra esperienza quotidiana e dalle cronache che su eddyburg registriamo. Il suolo, che deve avere quale unica utilizzazione quella più lucrosa per il proprietario (cui non chiede né lavoro, né imprenditività, nè rischio): l’edilizia. Gli immobili pubblici, aree o edifici che siano (le prime saranno trasformate anch’esse in edilizia) che devono diventare privati ed essere adibiti a funzioni lucrose. Gli elementi del paesaggio la cui privatizzazione può arricchire i proprietari, come le coste e le spiagge, i boschi, e le stesse aree di maggiore qualità per i lasciti della storia, dall’Appia Antica alla necropoli di Tuvixeddu. Perfino l’acqua deve essere gestita secondo modelli che la trasformino in possibilità di lucro e la sottomettano alla gestione privata.

 Le armi

 Tra le armi che si adoperano nella strategia dei saccheggiatori due sono quelle decisive, una distruttiva l’altra distorsiva. Si devono distruggere le regole, con l’unica eccezione di quella del mondo dei pesci, e si deve trasformare la testa della “gente”.

 

Via tutte le regole elaborate nel corso dei secoli per sottoporre i beni (il territorio, le sue risorse e qualità, l’ambiente della vita degli uomini) a una finalità d’interesse comune, o generale, o collettiva. Via gli strumenti mediante i quali quelle regole si concretano e diventano efficaci: non solo le leggi, ma anche la pianificazione delle città e del territorio. Via le strutture che dovrebbero garantire la corretta formazione e applicazione delle regole (a partire dalla pubblica amministrazione) e quelle che dovrebbero consentire l’ancoraggio del potere normativo alla volontà della maggioranza dei cittadini (i parlamenti, i consigli elettivi). Ed ecco allora l’incentivo all’abusivismo, la generalizzazione della deroga ai piani, il passaggio dalla “urbanistica autoritativa” alla “urbanistica contrattata” (anzi, addirittura alla registrazione delle scelte immobiliari decise dai proprietari), la sostituzione dei controlli ex-post a quelli ex-ante (addirittura con una modifica della Costituzione), il discredito della pubblica amministrazione e la sua tendenziale distruzione (Brunetta sta lì per questo). E via addirittura le regole del mercato, se questo è manipolabile dai pesci più grossi.

 Ma distruggere le regole non si può senza ottenere il consenso necessario, finché si opera in un contesto nel quale non si possono abbandonare le forme della democrazia. Un Berlusconi alla fine del secolo non può fare ciò che fece un Mussolini nei primi decenni. Allora bisogna cambiare la testa della gente. Via lo spirito critico, via la conoscenza, via il sapere diffuso. Via la memoria, se il passato recente ricorda ai più anziani che cosa era stato conquistato e che cosa ci stanno togliendo. E via la storia, magistra vitae e testimonianza del fatto che non tutto è già scritto e che il futuro non è necessariamente appiattito sul presente (non è vero che “There Is No Alternatives”).

Per cambiare le teste basta cambiare gli strumenti della formazione: non più la scuola, la parrocchia, la casa del popolo, è la televisione commerciale che foggia le teste e le coscienze della gente da almeno trent’anni. E allora, disponendo di questo strumento si può far diventare pensiero corrente gli slogan utili alla strategia del saccheggio (“meno stato più mercato”, “privato è bello”, “padrone a casa mia”, “meno tasse per tutti”) e far credere alla “gente” che benessere significa modernizzazione, sviluppo significa crescita, democrazia significa a votare una volta tanto, privato è meglio che pubblico, Io è meglio che Noi.

 Un saccheggio globale

 Il saccheggio del territorio è un aspetto di un processo culturale e sociale molto più ampio, che degrada e cancella, oltre alla “nicchia ecologica” dell’uomo e della società, altre dimensioni e valori essenziali della vita . Il lavoro, la salute, l’eguaglianza, la solidarietà, l’etica. Il meccanismo è lo stesso: ridurre ogni cosa a merce e cancellare tutto ciò che lo impedisce; plagiare le persone e trasformarle, da cittadini a clienti (e sudditi), da produttori a consumatori (o schiavi).

É davvero un saccheggio globale, anche nel senso che riguarda tutte le dimensioni della vita personale e sociale. Esso genera reazioni, poiché provoca disagi e sofferenze. Proteste nascono a partire da ciascuno dei moltissimi aspetti minacciati: dalle diverse componenti del mondo del lavoro (i lavoratori licenziati, i precari, gli inoccupati), delle molteplici sfaccettature dell’ambiente e del territorio (gli spazi pubblici erosi, gli interventi invasivi, il degrado dei paesaggi), dalla riduzione della qualità della vita (l’assenza di abitazioni a prezzi ragionevoli, il costo dei servizi, i disagi della mobilità).

E tuttavia l’insieme di questi malesseri sociali non si unifica, non raggiunge un livello di sintesi capace di competere con l’unitarietà del processo che provoca i mille aspetti del disagio: si illude di poter vincere la piovra che l’avvolge colpendo uno solo dei suoi mille tentacoli. A una strategia compatta non sa contrapporre una strategia alternativa, ma solo un pulviscolo di proteste e proposte. (E quand’anche strategie alternative si manifestano, come accade nella frammentata sinistra iìtaliana, esse sono molteplici, e sono in competizione tra loro prima che contrapposte a quella dominante). Questo è il limite che occorre superare.

 Quali errori?

 Il processo che abbiamo descritto non nasce oggi. Le sue radici sono antiche, ma esso ha avuto un’accelerazione consistente e indubbi successi nei decenni più vicini: i decenni del neoliberismo, rappresentati da David Harvey nel poker d’assi Reagan, Tatcher, Deng Xiaoping, Pinochet. In Italia, esso ha cominciato ad affermarsi a partire dagli anni Ottanta, negli anni del doroteismo democristiano e del craxismo. É utile domandarsi quali errori, compiuti nel campo della cultura democratica e di sinistra, ne abbiano agevolato il successo; soprattutto, su queste pagine, quali siano state le responsabilità della cultura urbanistica.

 Alcune sono evidenti, e se ne abbiamo trattato spesso in questo sito. É stato certamente un errore (ha agevolato il propagarsi dell’ideologia neoliberista) l’enfasi data all’estensione della perequazione, proposta come strumento generalizzato per risolvere il conflitto tra appropriazione privata della rendita e salvaguardia degli interessi collettivi nelle trasformazioni della città e del territorio. Un errore ancora più grave è stato l’affermare l’esistenza di un diritto edificatorio, giuridicamente ed economicamente fondato, che apparterrebbe al proprietario di un suolo cui un piano urbanistico avesse attribuito una previsione di edificabilità. Si sono date così armi possenti a chi voleva anteporre il privato al pubblico, l’interesse economico del singolo all’interesse collettivo nelle decisioni sul territorio. Su questo sito ci siamo così spesso intrattenuti su questi errori che non è necessario dilungarvisi ora.

Ma è stato un errore altrettanto grave il rinchiudersi dell’urbanistica su se stessa, sulla sua tecnicità, ridursi all’accademismo o al professionismo. É stato un errore promuovere o subire un “fare” disancorato dai princìpi, preoccuparsi di essere operativi abbandonando lo spirito critico, il senso di ciò che si contribuiva a fare. Ed è stato un errore impoverire i collegamenti con la società nel suo complesso, con le aspirazioni, le esigenze, i disagi, le sofferenze che in essa si esprimevano.

É vero, una volta la società era rappresentata dalla politica dei partiti, e questa si esprimeva nelle istituzioni della democrazia; riferirsi ai partiti e alle istituzioni era dunque sufficiente a un’urbanistica che volesse esprimere la società e servirla. Oggi non è più così. La politica dei partiti è in crisi vistosa proprio sul punto che la rendeva una dimensione cardine dell’urbanistica operativa: nel suo essere espressione della società. Le istituzioni della democrazia (in quanto organismi rappresentativi della società) sono ancora il riferimento obbligato per un’azione che voglia avere il bene comune come suo fondamento, ma esse sono largamente conquistate dal’ideologia dominante e signoreggiate dai partiti .

É in altri ambiti che l’urbanistica deve allora ritrovare oggi i suoi collegamenti con la società. Due mi sembrano particolarmente rilevanti: quelli nei quali si formano conoscenza e coscienza delle persone, e soprattutto dei più giovani; quelli nei quali si esprimono il disagio e la protesta per il saccheggio dei beni comuni – e in particolare quelli territoriali.

Si tratta di due ambiti che in gran parte coincidono. Nei processi formativi classici (la scuola, l’università) mi sembra particolarmente necessario far riemergere lo spirito critico, oggi seppellito dal nozionismo e dalla sterilità dell’accademismo. Ma si può svolgere una funzione formativa anche nel collaborare a una di quelle numerose forme della cittadinanza attiva (associazioni, comitati, reti locali e settoriali) nelle quali trova espressione collettiva il disagio e la protesta. In quelle sedi, generalmente, lo spirito critico è già presente. Ma non è sempre immediato né facile il passaggio dalla percezione di quel determinato problema in relazione al quale il disagio e la protesta sono nati, alla consapevolezza delle connessioni col resto del saccheggio: quindi alle sue cause e alle possibili soluzioni. Così come non è facile (ed ha bisogno dell’aiuto degli esperti) l’individuazione delle soluzioni positive, delle alternative possibili, delle proposte da formulare per ottenere un consenso più ampio.

 Qualcosa da fare

 Se si guarda a ciò che succede sul territorio, e a ciò che si muove nella società, alcuni concreti temi d’azione emergono subito.

Il più immediato è la difesa dei beni comuni territoriali. É un tema che richiede la formulazione di analisi chiare e facilmente comprensibili, la presentazione efficace delle ragioni per cui quel bene deve essere tutelato e fruito nell’interesse non solo dei suoi immediati fruitori, l’individuazione degli strumenti utilizzabili per tutelarlo e delle alternative possibili alle azioni minacciate. Sono già disponibili esperienze di situazioni in cui la collaborazione tra specialisti e risorse locali ha consentito successi.

Un altro tema sul quale gli urbanisti dovrebbero impegnarsi è l’illustrazione del modo nel quale determinate esigenze della vita individuale sociale – oggi divenute problemi – possono essere affrontate e risolte, e delle ragioni per le quali, al contrario, certe ipotesi ricorrenti di trasformazione urbana sono negative. Ad esempio, a quanti di quelli che propongono la “densificazione urbana” finalizzata a meri interessi immobiliari si oppone – da parte di chi vuole contrastarla – la buona ragione che a ogni metro cubo di nuovi volume destinato alla residenza o al lavoro devono corrispondere tot metri quadrati di spazio pubblico, utilizzato per il verde e i servizi collettivi, e che comportarsi in modo diverso è non solo irresponsabile ma anche illegittimo?

Connesso a questo tema è poi quello della difesa della memoria: non solo come collaborazione alla generale imprese di rivendicare la storia come momento fondativo della comprensione del presente e quindi della progettazione del futuro, ma anche come dimostrazione che, ove esistano determinate condizioni spesso ripetibili, sia possibile affrontare in termini positivi problemi che oggi appaio no risolubili solo perché non se ne vogliono mutare le condizioni. Penso ad esempio al problema della casa, per il quale in Italia, negli anni 60 e 50 del secolo scorso, si raggiunsero obiettivi e si costruirono strumenti di eccezionale rilevanza.

Più in generale, spetta certamente agli urbanisti (non da soli, ma certamente in modo del tutto particolare) la progettazione di alternative al modo in cui città e territorio oggi vengono organizzati e trasformati nell’ambito della strategia del saccheggio. Come si può ridurre, o fortemente limitare, lo scandalo dell’appropriazione privatistica del plusvalore determinato dalle decisioni e dalle opere della collettività (la rendita urbana)? Quale città nella quale vita personale e vita sociale vivano in armonioso equilibrio può essere definita, sulla base di un pieno controllo collettivo delle trasformazioni del territorio? In che modo l’obiettivo del “diritto alla città”, nelle sue componenti della partecipazione alle scelte e dell’eguale accesso alle qualità urbane, può essere oggi proposto?

 Edoardo Salzano (Urbanista) 11 Luglio 2010     http://www.eddyburg.it/article/archive/91/

Categorie:Società, Urbanistica Tag:

Abbatto il Castello per il mio grattacielo

12 Luglio 2010 Commenti chiusi

«Abbatto il Castello per il mio grattacielo» 

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 Un’architettura che sa fare magnificamente il suo mestiere e comunica l’orrore del rozzo potere mercantile sulla città, travestito da “piano”. 

Se persino il Vaticano è lieto di «trasmettere il ringraziamento e il benedicente saluto di Sua Santità», allora si può davvero cementificare il cielo di Milano. «No-Spot city» è un mostro, devasta 40 chilometri quadrati del centro, demolisce una torre del Castello, s’alza per un miglio, è un enorme complesso di grattacieli, 200 milioni di metri cubi per un milione di abitanti. Lorenzo Degli Esposti, architetto e professore al Politecnico, ha depositato la Dichiarazione d’inizio attività nel 2009 (numero di protocollo: 473371), integrata da un’approfondita e assurda relazione tecnica. Risposte dal Comune? «Nessuna. Dunque, nulla osta. Per altro, il 19 novembre sono arrivati i “distinti ossequi” del Papa…». Ieri, l’architetto ha comunicato la data (simbolica) d’inizio lavori: 11 luglio 2010, ore 11.

 Una picconata al Castello seppellirà il Pgt? È l’obiettivo. Lorenzo Degli Esposti dirige l’Architectural & Urban Forum, sostiene che «Milano deve crescere in modo critico e intelligente» e colpisce la città al cuore per «svelare» i rischi del Pgt: una provocazione intellettuale sostenuta da associazioni, storici e critici d’arte.

Trenta giorni e scatta il silenzio-assenso. Qui è passato un anno: «Qualcuno — continua Degli Esposti — si sarebbe dovuto accorgere che non sono proprietario delle aree, che il progetto devasta il Castello…». No: è passato inosservato. A Palazzo Marino dicono che qualche pratica è in ritardo, d’accordo, ma la legge e il diritto penale non si discutono, tutelano Milano e condannano la «No-Spot city»: «Non è che uno può svegliarsi e decidere di abbattere il Duomo». Qualcuno ha già fatto domanda? 

Il Corriere della Sera ed. Milano, 10 luglio 2010  Armando Stella

Silenzio-assenso per chi vuole costruire azzerate le autorizzazioni ambientali

Case, alberghi, ipermercati e infrastrutture: passa la norma fai-da-te. Pd e Legambiente: “Effetti devastanti per il territorio, via al banditismo urbanistico”. I Verdi: “Favoriti i grandi speculatori già beneficiati dal federalismo demaniale”

ROMA – Costruire, mai stato così facile. Da oggi non occorre più alcun permesso. Basta una banale segnalazione di inizio attività, certificata da un “tecnico abilitato”, la Scia, e il gioco è fatto. Unico requisito: essere un’impresa. D’un colpo, spariscono dunque tutte le altre “carte”: autorizzazioni, licenze, concessioni, nulla osta. E con loro anche le procedure e i controlli essenziali per la tutela del territorio e la lotta all’abusivismo. Sparisce così la Dia, applicata finora a ristrutturazioni e manutenzioni, sostituita e ampliata dalla Scia. Con il rischio che tirare su case, alberghi, ipermercati, persino infrastrutture alla fine diventi un’attività fai-da-te, facile e insicura.

 Le nuove norme sono frutto dell’ultima opera di ritocco all’articolo 49 della manovra di Tremonti, martedì all’esordio in aula. Tema generale: la semplificazione. In base al principio “un’impresa in un giorno”, si potranno inaugurare ristoranti, internet point, ma anche armerie e depositi di carburante con una semplice autocertificazione, senza controlli preventivi, senza chiedere permessi, neanche alla questura. In campo edilizio, la procedura è ancora più veloce. Si apre un cantiere, dove si vuole, segnalando l’intenzione a costruire e facendola certificare da un tecnico. Trascorsi trenta giorni senza che l’amministrazione abbia contestato quell’intenzione per carenza dei requisiti, il gioco è fatto, in attesa di eventuali controlli ex post.

 Non solo. Le autorizzazioni paesaggistiche (rilasciate ora da sovrintendenze o regioni) vengono fatte rientrare nell’ambito della conferenza dei servizi e sottoposte dunque al principio del silenzio-assenso: se il parere non arriva entro i termini, è considerato positivo. Infine, anche ottenere la Via (valutazione di impatto ambientale) sarà più facile, perché rilasciata non più solo da ministero dell’Ambiente e Regione, ma “appaltata” a università ed enti pubblici.

 ”Così salta tutta la normativa di tutela ambientale e il regime delle autorizzazioni in vigore da sempre in Italia, cancellando con un colpo di spugna l’articolo 9 della Costituzione e il Codice dei beni culturali, varato proprio dal governo Berlusconi”, sbotta Salvatore Settis, archeologo e direttore della Normale di Pisa. “E poi come può l’università rilasciare la Via, se non ha alcun compito di tutela?”, prosegue.

 ”Eliminare la burocrazia e garantire tempi certi non può tradursi in un “tana libera tutti”", aggiunge Ermete Realacci, deputato Pd e presidente onorario di Legambiente. “Si introduce il far west urbanistico e si dà il via al banditismo edilizio”, attacca il presidente dei Verdi, Angelo Bonelli. “Questa norma continuerà ad arricchire i grandi speculatori edilizi a cui il governo ha già incartato un regalo enorme con il federalismo demaniale che svende beni e terreni dei cittadini italiani per dare il via alla più grande speculazione edilizia della storia della Repubblica” prosegue Bonelli. “A fare le spese di questa politica sciagurata saranno ovviamente i cittadini onesti che hanno seguito le regole per costruirsi una casa, ma anche l’ambiente e il territorio italiano su cui insistono quasi 500 mila frane e che è letteralmente a pezzi, come dimostrano i disastri degli ultimi anni”.

 Si dice preoccupato anche Roberto Della Seta, capogruppo Pd in commissione ambiente del Senato: “Con questa norma, in pratica viene abolito il permesso a costruire e si introduce una sorta di condono preventivo. E non solo per le imprese. Anche i privati interessati possono fare una società e tirare su un villino. Così si rischia una nuova Punta Perotti”. “E di vanificare anche le norme antisismiche, rafforzate dopo il terremoto dell’Aquila”, gli fa eco Francesco Ferrante, senatore Pd, che insiste: “L’errore è pensare di risolvere la burocrazia con l’abolizione dei controlli”.

di VALENTINA CONTE su Repubblica  11 Luglio 2010 

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