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Archivio Giugno 2010

Proletari di tutto il mondo unitevi

19 Giugno 2010 21 commenti

La lettera di un gruppo di lavoratori della fabbrica di Tychy, in Polonia, ai colleghi di Pomigliano d’Arco che stanno per votare (il 22 giugno) se accettare o meno le condizioni della Fiat peimages marxr riportare la produzione della Panda in Italia.

Questa lettera è stata scritta il 13 giugno, alla vigilia del referendum a Pomigliano d’Arco in cui i lavoratori sono chiamati a esprimersi sulle loro condizioni di lavoro. La Fiat ha accettato di investire su questa fabbrica per la produzione della Panda che al momento viene prodotta a Tychy in Polonia. I padroni chiedono ai lavoratori di lavorare di sabato, di fare tre turni al giorno invece di due e di tagliare le ferie. Tre sindacati su quattro hanno accettato queste condizioni, la Fiom resiste.

La Fiat gioca molto sporco coi lavoratori. Quando trasferirono la produzione qui in Polonia ci dissero che se avessimo lavorato durissimo e superato tutti i limiti di produzione avremmo mantenuto il nostro posto di lavoro e ne avrebbero creati degli alti. E a Tychy lo abbiamo fatto. La fabbrica oggi è la più grande e produttiva d’Europa e non sono ammesse rimostranze all’amministrazione (fatta eccezione per quando i sindacati chiedono qualche bonus per i lavoratori più produttivi, o contrattano i turni del weekend)

A un certo punto verso la fine dell’anno scorso è iniziata a girare la voce che la Fiat aveva intenzione di spostare la produzione di nuovo in Italia. Da quel momento su Tychy è calato il terrore. Fiat Polonia pensa di poter fare di noi quello che vuole. L’anno scorso per esempio ha pagato solo il 40% dei bonus, benché noi avessimo superato ogni record di produzione.

Loro pensano che la gente non lotterà per la paura di perdere il lavoro. Ma noi siamo davvero arrabbiati. Il terzo “Giorno di Protesta” dei lavoratori di Tychy in programma per il 17 giugno non sarà educato come l’anno scorso. Che cosa abbiamo ormai da perdere?

Adesso stanno chiedendo ai lavoratori italiani di accettare condizioni peggiori, come fanno ogni volta. A chi lavora per loro fanno capire che se non accettano di lavorare come schiavi qualcun altro è disposto a farlo al posto loro. Danno per scontate le schiene spezzate dei nostri colleghi italiani, proprio come facevano con le nostre.

In questi giorni noi abbiamo sperato che i sindacati in Italia lottassero. Non per mantenere noi il nostro lavoro a Tychy, ma per mostrare alla Fiat che ci sono lavoratori disposti a resistere alle loro condizioni. I nostri sindacati, i nostri lavoratori, sono stati deboli. Avevamo la sensazione di non essere in condizione di lottare, di essere troppo poveri. Abbiamo implorato per ogni posto di lavoro. Abbiamo lasciato soli i lavoratori italiani prendendoci i loro posti di lavoro, e adesso ci troviamo nella loro stessa situazione.

E’ chiaro però che tutto questo non può durare a lungo. Non possiamo continuare a contenderci tra di noi i posti di lavoro. Dobbiamo unirci e lottare per i nostri interessi internazionalmente.

Per noi non c’è altro da fare a Tychy che smettere di inginocchiarci e iniziare a combattere. Noi chiediamo ai nostri colleghi di resistere e sabotare l’azienda che ci ha dissanguati per anni e ora ci sputa addosso.

Lavoratori, è ora di cambiare.

Originale tratta da http://libcom.org/news/letter-fiat-14062010

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Come mai sempre in c…o agli operai

16 Giugno 2010 Commenti chiusi

FIAT-COSTITUTION-2La legge del più forte 

Se fossimo in una condizione di normalità, il dilemma che si trova di fronte oggi la Fiom a Pomigliano sarebbe risolto in partenza. Essa non può sottoscrivere l’accordo proposto da Marchionne per il semplice fatto che vi si chiede la liquidazione di diritti indisponibili. Diritti che nessun sindacato potrebbe «negoziare», per il semplice fatto che non gli appartengono. Diritti che nessuno, neppure i titolari diretti, può alienare, perché costitutivi di una civiltà giuridica che trascende le parti sociali e gli individui.

 Alcuni di quei diritti – come il fondamentale «diritto di sciopero» – sono sanciti costituzionalmente. Altri – come il pagamento dei primi tre giorni di malattia – sono garantiti dalla legislazione ordinaria. Altri infine – come la difesa del proprio tempo di vita da una gestione del tempo di lavoro drammaticamente soffocante e totalitaria -, fanno parte di un livello contrattuale nazionale impegnativo per tutti i contraenti. L’accettazione di un accordo aziendale che ne sacrificasse anche solo parzialmente l’operatività, significherebbe una dichiarazione di messa in mora e di inefficacia di quei tre livelli basilari del nostro assetto gius-lavoristico. Una grave lesione al modello giuridico, politico e sociale della modernità industriale.

 Ma non ci troviamo in una condizione di normalità. La «dura legge» che Marchionne ha evocato non è né la Norma Costituzionale né la Legge ordinaria. È la legge di mercato, nella sua dimensione ferina del «primum vivere». Dell’«arrendersi o perire». Della darwiniana «lotta per la sopravvivenza», applicata alle imprese, agli uomini e ai territori. A Pomigliano è la verità della «globalizzazione» a materializzarsi nella forma più estrema del «prendere o lasciare», che travolge ogni principio giuridico, ogni regolazione nazionale e ogni accordo sancito.

 Per questo diciamo che a Pomigliano quello che muore non è solo un modo di fare sindacato, ma è la nostra stessa modernità industriale, fatta di conflitto, negoziazione, regole e normative, a rischiare di dissolversi. E quello che si profila è un nuovo «stato di natura», in cui a contare è ormai solo la legge del più forte, momento per momento, occasione per occasione. Un mondo che non è solo post-socialista e post-novecentesco, ma che vede travolgere le stesse basi del più antico «stato liberale»: quello del costituzionalismo, dell’impero della Legge, dello Stato di diritto. Potrà apparire un caso, ma che nel medesimo tempo si allineino nel cielo del nostro paese – come in un’infausta congiunzione astrale – l’attacco di Berlusconi alla Costituzione, la legge-bavaglio dell’editoria e il «lodo Marchionne» (sbandierato da fior di ministri come «nuovo modello» di relazioni industriali), suona come un pessimo auspicio. E che a trainarci oltre quel confine sia uno come l’A.D. della Fiat, che non è un «fascista», che non veste l’orbace ma un maglioncino casual ed è stato a lungo un esempio di liberal progressista, non ci rassicura affatto. Anzi, ci spaventa di più.

 Forse a Pomigliano, oggi, non c’è davvero altra alternativa che piegarsi al ricatto. Forse al voto gli operai presi dalla disperazione direbbero davvero sì a un accordo che li consegna a condizioni di lavoro servile, pur di mantenere un esile residuo di sopravvivenza produttiva. Forse, quello che incombe sulla Fiom è davvero un «dilemma mortale». Ma se almeno uno – uno! – tra i sindacati mantenesse pulite le proprie mani, e rifiutasse di sottoscrivere il pactum subiectionis che cancella tutti gli altri patti e ogni altra ragione, forse una testimonianza rimarrebbe, per tempi migliori, di un brandello di dignità e dunque di speranza.

Marco Revelli        Il manifesto, 16 giugno 2010

Ma l’alternativa a Marchionne c’è 

Non c’è alternativa. Questa sentenza apodittica di Margaret Thatcher per la quale è stato creato anche un acronimo (Tina: there is no alternative) è la silloge del cosiddetto «pensiero unico» che nel corso dell’ultimo trentennio ha accompagnato le dottrine più o meno «scientifiche» da cui sono state orientate, o con cui sono state giustificate, le scelte di volta in volta dettate dai detentori del potere economico: prima liberismo (a parole, con grande dispendio di diagrammi e formule matematiche, ma senza mai rinunciare agli aiuti di stato e alle pratiche monopolistiche); poi dirigismo e capitalismo di stato (per salvare banche, assicurazione e giganti dell’industria dai piedi d’argilla dal precipizio della crisi); per passare ora a un vero e proprio saccheggio, usando come fossero bancomat salari, pensioni, servizi sociali e «beni comuni», per saldare i debiti degli Stati messi in crisi dalle banche appena salvate. Così la ricetta che non contempla alternative oggi è libertà dell’impresa; che va messa al di sopra di sicurezza, libertà e dignità, ovviamente dei lavoratori, inopportunamente tutelate dall’art. 41 della Costituzione italiana.

 A enunciarlo in forma programmatica è stato Berlusconi, subito ripreso dal ministro Tremonti e, a seguire, dall’autorità sulla concorrenza, che non ha mai mosso dito contro un monopolio. A tradurre in pratica quella ricetta attraverso un aut aut senza condizioni, subito salutato dagli applausi degli imprenditori giovani e meno giovani di Santa Margherita Ligure, è stato l’amministratore delegato della Fiat, il Valletta redivivo del nuovo secolo. Eccola. Limitazione drastica (e anticostituzionale, ma per questi signori la Costituzione va azzerata; e in fretta!) del diritto di sciopero e di quello di ammalarsi.

 Una organizzazione del lavoro che sostituisce l’esattezza cronometrica del computer alla scienza approssimativa dei cronometristi (quelli che un tempo alla Fiat si chiamavano i «vaselina», perché si nascondevano dietro le colonne per spiare gli operai e tagliargli subito i tempi se solo acceleravano un poco per ricavarsi una piccola pausa per respirare). Una turnazione che azzera la vita familiare, subito sottoscritta da quei sindacalisti e ministri che due anni fa erano scesi in piazza per «difendere la famiglia»: la loro, o le loro, ovviamente. È un ricatto; ma non c’è alternativa. Gli operai non lo possono rifiutare e non lo rifiuteranno, anche se la Fiom, giustamente, non lo sottoscrive. L’alternativa è il licenziamento dei cinquemila dell’Alfasud – il «piano B» di Marchionne – e di altri diecimila lavoratori dell’indotto, in un territorio in cui l’unica vera alternativa al lavoro che non c’è è l’affiliazione alla camorra.

Per anni, a ripeterci «non c’è alternativa» sono stati banchieri centrali, politici di destra e sinistra, sindacalisti paragovernativi, professori universitari e soprattutto bancarottieri. Adesso, forse per la prima volta, a confermarlo con un referendum, sono chiamati i lavoratori stessi che di questo sopruso sono le vittime designate. Ecco la democrazia del pensiero unico: votate pure, tanto non c’è niente da scegliere.

 Effettivamente, al piano Marchionne non c’è alternativa. Nessuno ci ha pensato; neanche quando il piano non era ancora stato reso pubblico. Nessuno ha lavorato per prepararla, anche quando la crisi dell’auto l’aveva ormai resa impellente. Nessuno ha mai pensato che sarebbe stato necessario averne una, anche se era chiaro da anni che prima o poi – più prima che poi – la campana sarebbe suonata: non solo per Termini Imerese, ma anche per Pomigliano.

Ma a che cosa non c’è alternativa? Al «piano A» di Marchionne. Un piano a cui solo se si è in malafede o dementi si può dar credito. Prevede che nel giro di quattro anni Fiat e Chrysler producano – e vendano – sei milioni di auto all’anno: 2,2 Chrysler, 3,8 Fiat, Alfa e Lancia: un raddoppio della produzione. In Italia, 1,4 milioni: più del doppio di oggi. La metà da esportare in Europa: in un mercato che già prima della crisi aveva un eccesso di capacità del 30-35 per cento; che dopo la sbornia degli incentivi alla rottamazione, è già crollato del 15 per cento (ma quello della Fiat del 30); e che si avvia verso un periodo di lunga e intensa deflazione.

 Quello che Marchionne esige dagli operai, con il loro consenso, lo vuole subito. Ma quello che promette, al governo, ai sindacati, all’«opinione pubblica» e al paese, è invece subordinato alla «ripresa» del mercato, cioè alla condizione che in Europa tornino a vendersi sedici milioni di auto all’anno. Come dire: «il piano A» non si farà mai.

Non è una novità. Negli ultimi dieci anni, per non risalire più indietro nel tempo, di piani industriali la Fiat ne ha già sfornati sette; ogni volta indicando il numero di modelli, di veicoli, l’entità degli investimenti e la riduzione di manodopera previsti. Tranne l’ultimo punto, che era la vera posta in palio, degli obiettivi indicati non ne ha realizzato, ma neanche perseguito, nemmeno uno. Ma è un andazzo generale: se i programmi di rilancio enunciati da tutte le case automobilistiche europee andassero in porto (non è solo la Fiat a voler crescere come un ranocchio per non scomparire) nel giro di un quinquennio si dovrebbero produrre e vendere in Europa 30 milioni di auto all’anno: il doppio delle vendite pre-crisi. Un’autentica follia.

 

Dunque il «piano A» non è un piano e non si farà. L’alternativa in realtà c’è, ed è il «piano B». Se a chiudere non sarà Pomigliano, perché Marchionne riuscirà a farsi finanziare da banche e governo (che agli «errori» delle banche può sempre porre rimedio: con il denaro dei contribuenti) i 700 milioni di investimenti ipotizzati e a far funzionare l’impianto – cosa tutt’altro che scontata – a cadere sarà qualche altro stabilimento italiano: Cassino o Mirafiori. O, più probabilmente, tutti e tre. La spiegazione è già pronta: il mercato europeo non «tirerà» come si era previsto

Hai voglia! Il mercato europeo dell’auto è in irreversibile contrazione; l’auto è un prodotto obsoleto che nei paesi ad alta intensità automobilistica non può che perdere colpi: «tirano», per ora, solo i paesi emergenti – fino a che il disastro ambientale, peraltro imminente, non li farà recedere anch’essi – ma le vetture che si vendono là non sono certo quelle che si producono qui: né in Italia né in Polonia.

 Anche se la cosa non inciderà sulle scelte dei prossimi mesi, è ora di dimostrare che non è vero che non c’è alternativa. L’alternativa è la conversione ambientale del sistema produttivo – e dei nostri consumi – a partire dagli stabilimenti in crisi e dalle fabbriche di prodotti obsoleti o nocivi, tra i quali l’automobile occupa il secondo posto, dopo gli armamenti. I settori in cui progettare, creare opportunità e investire non mancano: dalle fonti di energia rinnovabili all’efficienza energetica, dalla mobilità sostenibile all’agricoltura a chimica e chilometri zero, dal riassetto del territorio all’edilizia ecologica. Tutti settori che hanno un futuro certo, perché il petrolio costerà sempre più caro – e persino le emissioni a un certo punto verranno tassate – mentre le fonti rinnovabili costeranno sempre meno e l’inevitabile perdita di potenza di questa transizione dovrà essere compensata dall’efficienza nell’uso dell’energia. L’industria meccanica – come quella degli armamenti – può essere facilmente convertita alla produzione di pale e turbine eoliche e marine, di pannelli solari, di impianti di cogenerazione. Poi ci sono autobus, treni, tram e veicoli condivisi con cui sostituire le troppe auto, assetti idrogeologici da salvare invece di costruire nuove strade, case e città da riedificare – densificando l’abitato – dalle fondamenta.

 Ma chi finanzierà tutto ciò? Se solo alle fonti rinnovabili fosse stato destinato il miliardo di euro che il governo italiano (peraltro uno dei più parsimoniosi in proposito) ha gettato nel pozzo senza fondo delle rottamazioni, ci saremmo probabilmente risparmiati i due o tre miliardi di penali che l’Italia dovrà pagare per aver mancato gli obiettivi di Kyoto. Ma anche senza incentivi, le fonti rinnovabili si sosterranno presto da sole e i flussi finanziari oggi instradati a cementare il suolo, a rendere irrespirabile l’aria delle città, impraticabili le strade e le piazze, a riempirci di veleni per rendere sempre più sterili i suoli agricoli, a sostenere un’industria delle costruzioni che vive di olimpiadi, expo, G8, ponti fasulli e montagne sventrate potranno utilmente essere indirizzati in altre direzioni. È ora di metterci tutti a fare i conti!

Ma chi potrà fare tutte queste cose? Non certo il governo. Né questo né – eventualmente – uno di quelli che abbiamo conosciuto in passato; e meno che mai la casta politica di qualsiasi parte. Continuano a riempirsi la bocca con la parola crescita e stanno riportandoci all’età della pietra.

 La conversione ecologica si costruisce dal basso «sul territorio»: fabbrica per fabbrica, campo per campo, quartiere per quartiere, città per città. Chi ha detto che la programmazione debba essere appannaggio di un organismo statuale centralizzato e non il prodotto di mille iniziative dal basso? Chiamando per cominciare a confrontarsi in un rinnovato «spazio pubblico», senza settarismi e preclusioni, tutti coloro che nell’attuale situazione non hanno avvenire: gli operai delle fabbriche in crisi, i giovani senza lavoro, i comitati di cittadini in lotta contro gli scempi ambientali, le organizzazioni di chi sta già provando a imboccare strade alternative: dai gruppi di acquisto ai distretti di economia solidali. E poi brandelli di amministrazioni locali, di organizzazioni sindacali, di associazioni professionali e culturali, di imprenditoria ormai ridotta alla canna del gas (non ci sono solo i «giovani imprenditori» di Santa Margherita); e nuove leve disposte a intraprendere, e a confrontarsi con il mercato, in una prospettiva sociale e non solo di rapina.

 Il tessuto sociale di oggi non è fatto di plebi ignoranti, ma è saturo di intelligenza, di competenze, di interessi, di saperi formali e informali, di inventiva che l’attuale sistema economico non sa e non vuole mettere a frutto.

Certo, all’inizio si può solo discutere e cominciare a progettare. Gli strumenti operativi, i capitali, l’organizzazione sono in mano di altri. Ma se non si comincia a dire, e a saper dire, che cosa si vuole, e in che modo e con chi si intende procedere, chi promuoverà mai le riconversioni produttive?

Guido Viale . Il manifesto, 16 giugno 2010

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Smettere o non smettere? questo è il dilemma!

15 Giugno 2010 17 commenti

Tabagismo e dipendenza

Fumo e sigarette, sigari e pipe … TABAGISMO!!!

Le sostanze derivanti dalla combustione del tabacco, contenute nel fumo che aspirate o NON aspirate, viene comunque assorbito dall’organismo; per vie diverse, per motivi diversi, ma entra comunque in circolo.

La medicina ufficiale riconosce ormai da anni che la nicotina contenuta nel tabacco provoca dipendenza e assuefazione.

Tecnicamente essa stimola la produzione di una sostanza chiamata Dopamina nella corteccia frontale del cervello. Nella realtà questo processo provoca una sensazione di benessere, di fatto coinvolgendo il fumatore positivamente, e portandolo a ricercare quella sensazione in un secondo momento (rinforzo dello stimolo).

Nel momento in cui un soggetto assuefatto all’uso di nicotina non può (o non vuole) procurarsi la sua dose, scatta immediatamente la sindrome di astinenza, caratterizzata da diverse sensazioni mentali negative, tra le quali: insonnia, frustrazione, rabbia, depressione, aumento della fame…

Tipi di astinenza

Premesso che la dipendenza dal fumo è una cosa soggettiva, influenzata dalle condizioni fisiche e dal carattere del fumatore, in linea di massima esistono due tipi di astinenza nei quali si riscontrano tutti i fumatori: dipendenza fisica e dipendenza psicologia.

Dipendenza fisica

E’ causata dalla continua assunzione di una determinata sostanza (o sostanze); nel momento in cui vengono a mancare, si innesca una crisi di astinenza che ha come conseguenze degli attacchi d’ansia ed irritabilità, difficoltà di concentrazione e sonnolenza, depressione, aumento della fame.
La nicotina è una sostanza molto tossica: 50 mg (il contenuto di 2 pacchetti di sigarette), se assunta in un solo momento è una dose mortale.

Dipendenza psicologicaLa medicina ufficiale riconosce ormai da anni che la nicotina contenuta nel tabacco provoca dipendenza e assuefazione.

Tecnicamente essa stimola la produzione di una sostanza chiamata Dopamina nella corteccia frontale del cervello. Nella realtà questo processo provoca una sensazione di benessere, di fatto coinvolgendo il fumatore positivamente, e portandolo a ricercare quella sensazione in un secondo momento (rinforzo dello stimolo).

Nel momento in cui un soggetto assuefatto all’uso di nicotina non può (o non vuole) procurarsi la sua dose, scatta immediatamente la sindrome di astinenza, caratterizzata da diverse sensazioni mentali negative, tra le quali: insonnia, frustrazione, rabbia, depressione, aumento della fame…
La ritualità e la gestualità del fumare, specialmente se l’abitudine è radicata nel tempo, sono – forse – lo scoglio più duro da superare; modificare e sostituire queste abitudini possono portare a sensi di vuoto ed inadeguatezza. Nell’ambito della dipendenza psicologia, possiamo inserire degli altri fattori:

Fattore sociale, quale adattamento alle mode, ricerca di di atteggiamenti per darsi contegno e ricerca di aiuti/stimoli per superare le pressioni dell’ambiente.

Fattore psicologico personale, quale ricerca di un piacere, di un calmante, di uno stimolante, di una protezione.

Fattore psicologico profondo, quale il portare un qualcosa alla bocca come gesto dalla forte componente inconscia (fase orale).

Il benessere, passo dopo passo

Ecco in breve, passo dopo passo i benefici dallo smettere di fumare:
Dopo 20 minuti, la pressione sanguigna torna normale.
Dopo 8 ore, il livello di monossido di carbonio nel sangue diminuisce e respiri meglio.
Dopo 12 ore i polmoni sono in grado di funzionare in modo migliore.
Dopo 24 ore, capelli e alito non puzzano più
Dopo 2 giorni la nicotina ed i suoi metaboliti spariscono dall’organismo, il senso del gusto e dell’olfatto migliorano.
Dalle due settimane a tre mesi, il lavoro o le attività fisiche risultano più facili, e si ha più energia; l’aspetto fisico migliora, non più dita e denti giallastri, la pelle è splendente, i capelli profumano. La tosse cronica tende a diminuire.
Dopo 1 anno, il rischio di patologia tumorale, di infarto ed altre patologie e’ ridotto.
Dopo 5 anni, il rischio di decesso per tumore al polmone si riduce del 50%, e dopo 15 anni questo rischio è pari a quello di un non fumatore.
Dopo anni, diminuisce il rischio di tumore in altre parti del corpo. Per le patologie ai vasi sanguinei, il rischio si riduce gradualmente.

Per riderci su un po’: 

Tre astronauti devono partire per lo spazio per un viaggio che durerà anni.
Naturalmente visto che staranno nello spazio per tanto tempo sono liberi di portarsi quello che vogliono, per rendere meno gravoso il passare del tempo.
Il primo dice che gli piacciono le donne e così si porta dietro 20 donne bellissime.
Il secondo dice che adora mangiare, così gli riempiono l’astronave di ogni possibile alimento. Il terzo confessa di essere un patito per il fumo e così gli riempiono l’astronave di sigari e sigarette.
I tre partono quindi ognuno con la sua astronave.
Dopo 10 anni finalmente ritorna il primo astronauta.
Si apre il portellone ed escono dozzine di bambini.
Gli chiedono come e’ andata e lui: “Ah, veramente una bella missione”. Dopo un po’ arriva il secondo; si apre il portellone e ne esce una sfera compatta di lardo di 200 Kg che tutto contento se ne va.
Dopo un po’ arriva il terzo; si apre il portellone ed esce l’astronauta incazzato come una bestia.

Gli chiedono com’e’ andata e lui: “I CERINIIIIII”.  capodanno_36_16_27

e qualche freddura: smiles_246

Te piace er fumo?? … Me fa’ morì!!
Giuro su Dio che smetto!! … (un ateo)
E’ l’ultima sigaretta! … (un condannato a morte)

(no eh?)

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Sacrificati

14 Giugno 2010 4 commenti

Pensioni, il 72% non supera i 1000 euro
Quasi un assegno mensile su due non supera i 550 euro. Le donne percepiscono in media il 30% in meno.

 Giorgio Guazzaloca, che alla pensione di 9.704,64 euro somma un incarico nell’Antitrust.     

Giuliano Amato (dott. Sottile) ex presidente del consiglio, famigerato autore della prima

riforma previdenziale gode di pensione da professore universitario da 1/1/98 di 22.048,11 euro mensili lordi.

Rocco Buttiglione gode di pensione da professore universitario da 1/11/2007 di 5.498,30

euro mensili lordi.

Mario Baldassarri economista e presidente commissione bilancio ed ex sottosegretario Commissione  Bilancio ed ex sottosegretario al tesoro del governo Berlusconi gode di pensione di professore universitario di € 5.714,42 mensili dal 7/8/2008

Renato Brunetta gode di pensione da professore universitario da 31/12/2009 di 4.351,07 euro mensili lordi.

Giuliano Cazzola, famoso per i suoi continui ed insistenti interventi a favore delle modifiche (leggi tagli) del regime pensionistico (degli altri), come ex dirigente della pubblica amministrazione prende una pensione dal 1/4/2007 di € 10.776,66 mensili.              

Antonio Di Pietro,dal  12/1/96 gia  gode di pensione pari a € 2.664,57 mensili .

Sergio D’Antoni ex sindacalista ed ex segretario CISL ora deputato PD prende una pensione da docente universitario dal 1/4/2001 di € 8.595,74 mensili lordi

Daghi Mario oltre ai suoi lauti stipendi da governatore della banca d’Italia gode di pensione da dirigente della pubblica amministrazione dal 1/4/05 di € 14.843,56 mensililordi

Guazzaloca Giorgio ex esercente macellaio di Bologna, ex sindaco, successivamente

nominato membro della Autority Anti trust, è consigliere comunale a Bologna, e ora gode

di una pensione di 16.516,58 € mensili lordi a decorrere dal 1/7/2009

 Monorchio Andrea, ex direttore generale ragioneria generale dello stato ora consulente

del ministro Tremonti, è in pensione dal 1/7/2002 con € 19.051,51

Sergio Siracusa ex Generale ora membro del consiglio di stato con lauta remunerazione

gode pure di pensione fin dal 2/4/2000 di € 27.927,75 mensili lordi 

 Tutto legale, per carità. Ma perché se questa legge finanziaria è, come dicono le “fonti governative”, una manovra di sacrifici, le pene comandateci dall’Europa non devono essere distribuite in modo equo tra tutti gli italiani? Perché non è possibile reintrodurre il divieto di cumulo?

.Sarà un caso se l’ex fondo pensionistico pubblico dei manager, Inpdai, è stato assorbito dall’Inps? Il fondo attualmente perde 2 miliardi l’anno. Con il paradossale effetto che sono i lavoratori a reddito fisso a pagare le ricche pensioni dei loro dirigenti. Perché Confindustria non dice quante sono, tra le sole aziende aderenti, quelle che pagano consulenze di dirigenti in pensione?

  Montezemolo: bisogna salire sul ring.

Retribuzione 2009 quale Presidente Fiat 5.177.000 euro

Marchionne, senza accordo Pomigliano chiude

Sergio Marchionne:Retribuzione 2009  in quanto Amministratore Delegato Fiat 5.177.000 euro

 

  Marcegaglia: «Fisco, subito la riforma»
 

Antonio Marcegaglia patteggia per una tangente a Enipower

MILANO – La tangente di 1 milione 158mila euro nel 2003 al manager Enipower Lorenzo Marzocchi, per un appalto di caldaie da 127 milioni, costa alla Marcegaglia spa 500mila euro di pena pecuniaria patteggiata davanti al giudice Paola Belsito (per l’ illecito amministrativo della legge 231) e 250mila di confisca; alla controllata «N.e./C.c.t. spa» 500mila di pena, e 5 milioni 250mila di confisca; e 11 mesi patteggiati (ma sospesi) per corruzione al vicepresidente Antonio Marcegaglia, fratello della presidente designata di Confindustria, Emma. Altre 12 persone o società indagate (fra le quali Alstom Power, SP Cooling Technologies Italia e Tamini) hanno patteggiato da 9 mesi a 2 anni, accettando confische e pene pecuniarie per altri 2 milioni. (L. Fer.)

 Le autorità svizzere riaprono il caso con una lettera alla Procura di Milano
La famiglia: “Il nostro patrimonio si trova per lo più in Italia ed è in regola”

Nel mirino dei pm e del Fisco
17 conti “segreti” di Marcegaglia

 Senza demagogia o populismo, ma  tutto questo non vi fa un pò schifo ?                                 

Viva l’Italia,l’Italia alla deriva.

7 Giugno 2010 1 commento

Manovra, le menzogne del governo

di Luciano Gallino, da Repubblica, 2 giugno 2010

Se fossi un disoccupato, dinanzi agli ultimi dati sulla disoccupazione mi verrebbe da fare alcune domande. La prima: come potete voi, ministri e parlamentari, dirigenti ed esperti di economia, venirci a dire per mesi «l’economia va meglio, la ripresa è in corso, ma la disoccupazione è in aumento»? Da che mondo è mondo, i miei compagni ed io abbiamo imparato a scuola, e re-imparato lavorando – quando il lavoro ce l´avevamo – che l´economia ha una funzione vitale da svolgere: deve produrre ricchezza per il maggior numero di individui, offrire condizioni di impiego decenti, moltiplicare i posti di lavoro. Deve, in sostanza, creare occupazione. Se invece di creare occupazione la distrugge, perché la vostra stupefacente frase significa in fondo questo, l´economia non va meglio. Va decisamente peggio. E voi dovreste smetterla di raccontarci il contrario.
Un´altra domanda che mi verrebbe da fare, nel caso in cui oltre a essere disoccupato avessi pure una figlia o un figlio nella medesima condizione, è se voi tutti, politici ecc., vi rendete conto di che cosa significa per un giovane non riuscire, per anni di seguito, a non trovare nemmeno il primo lavoro dopo la scuola, quello che non si scorda mai, la porta di ingresso nella vita. Magari pagato poco, ma ragionevolmente interessante, passabilmente stabile. Non riuscire a trovare per tempi lunghissimi il primo lavoro non è soltanto una umiliazione. È un logoramento del carattere, un lento sprofondare nella convinzione che nella società non c´è più spazio per i nuovi arrivati, che per qualche oscura ragione si è venuti al mondo essendo già etichettati come esuberi. Sappiamo che nel Mezzogiorno i giovani che escono dalle superiori si trovano troppo spesso dinanzi a un bivio semplice e netto: o si arruolano nella malavita organizzata, quale che sia la sua denominazione locale, o imboccano la strada della disoccupazione permanente. I pochi che non accettano di prendere nessuna delle due strade emigrano, al Nord o all´estero. Vi rendete conto, tutti voi – è sempre il disoccupato che parla – che l´Italia intera sta diventando un paese che ai suoi giovani non sa offrire niente di meglio di quel bivio, o l´emigrazione come alternativa?
Infine, se fossi un disoccupato chiederei come possa mai essere venuto in mente a tutti voi di elaborare una manovra finanziaria che non solo vale zero quanto a stimolo per l´economia, ma produrrà in breve altre centinaia di migliaia di miei simili, cioè di disoccupati. È evidente che i massicci tagli alla scuola, alla sanità, alla pubblica amministrazione centrale e locale butteranno fuori dal mercato del lavoro moltissime persone. Molte altre perderanno il lavoro poco dopo perché, come sta scritto nei manuali di economia delle medie, uno stipendio o un salario che gira ne crea uno o più in altri settori. Perciò uno stipendio in meno non è un risparmio benefico, come ci raccontate, bensì una contrazione di attività che si ripercuote negativamente su altri stipendi. Se, come avverrà, i comuni riducono il numero delle maestre d´asilo a causa dei tagli inflitti ai loro bilanci, un certo numero di mamme che un lavoro ce l´ha dovrà lasciarlo per poter badare ai figli. Se province e regioni costruiscono meno scuole, strade e ponti non si risparmiano affatto soldi: si creano altri disoccupati. Se nelle scuole ci saranno centomila insegnanti in meno, e meno ore di istruzione per tutti, questo non vuol dire risparmiare. Vuol dire costruire per il futuro un altro reparto della grande fabbrica di lavoratori disoccupati, sotto-occupati e malpagati in cui state trasformando l´Italia. E per concludere: qualcuno vi ha mai informato che il piano di stimolo all´economia varato un anno fa dal governo Obama, comprendente discutibili salvataggi di istituti finanziari, ma anche notevoli investimenti, ha fatto sì crescere il debito pubblico, ma ha tenuto il tasso di disoccupazione 1,5-2 punti più in basso di quello che sarebbe stato senza di essi, evitando quasi sicuramente una catastrofe sociale?
Buttate lì le domande di cui sopra, se fossi un disoccupato chiederei una cortesia. Non venite a dirci, voi tutti politici e imprenditori, megaconsulenti e top manager, cose tipo «ce lo chiede l´Europa», «altri paesi hanno più disoccupati di noi», oppure «lo esige la globalizzazione». Altri paesi avranno magari qualche decimo di punto di disoccupazione in più, ma hanno sussidi più alti e di maggior durata – il che permette al disoccupato di continuare a spendere. Hanno servizi alle famiglie tali da permettere alle donne di lavorare senza problemi. E di certo non è l´Europa che ci chiede di pagare i salari più bassi di tutta la Ue a 15. Quanto alla globalizzazione, siete stati voi e i vostri colleghi europei a mettere in concorrenza i nostri salari e i nostri posti di lavoro con quelli della Cina e dell´India, del Messico e del Sud Africa. Il peggioramento delle condizioni di lavoro che ne è seguito, di cui la disoccupazione è l´aspetto peggiore ma non il solo, gravano già sulle nostre vite. Risparmiateci per favore le spiegazioni che ritorcono su di noi, disoccupati presenti e futuri, la responsabilità dell´accaduto.

Sarà che io sono il disoccupato reale (quello in carne e ossa) di cui Gallino si fa interprete ponendo le sue domande, mi chiedo anche a chi dovrei porle ‘ste benedette domande, sinceramente con la classe politica che ci troviamo  al governo (ma anche all’opposizione) non vedo molti interlocutori che mi possano rispondere con un minimo di onestà intellettuale.Forse sarebbe meglio smetterla di parlare di econo-mia, sarebbe più onesto parlare di econo-loro!!!                                                                                     Sostanzialmente  mi sembra che la riduzione del debito pubblico alla fin fine non sia altro che il trasferimento dello stesso (il debito)  dallo stato al lavoro ( ai lavoratori e alle famiglie).

Tremonti: misure per la libertà di impresa

modificare l’articolo 41 della CostituzioneIl ministro dell’Economia annuncia la proposta dal G20 di Busan, in Corea del Sud: sospensione per 2-3 anni delle autorizzazioni per pmi, ricerca e attività artigiane

 BUSAN (Corea del Sud) – Modificare l’articolo 41 della Costituzione in modo da sospendere per due-tre anni le autorizzazioni per le piccole e medie imprese, la ricerca e le attività artigiane. Questa la strada prospettata dal ministro dell’Economia Giulio Tremonti a margine del vertice G20 di Busan, in Corea del Sud. Il titolare del Tesoro ha specificato che la proposta ha il consenso del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e sarà presentata domani al G20 e lunedì all’Ecofin.

L’articolo 41 della Carta costituzionale recita: L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali.

 Tremonti ha fatto riferimento alla nota diffusa ieri da Palazzo Chigi in cui si parlava della necessità della stabilizzazione finanziaria e di un grande progetto di liberalizzazione delle attività economiche. “Non si tratta di liberalizzazioni o di privatizzazioni – ha affermato Tremonti – perché non si cambia il sistema dall’interno ma di una rivoluzione liberale che renda possibile tutto ciò che non è proibito”. Il ministro ha aggiunto che “sia le lenzuolate di Bersani che il piano casa di Berlusconi hanno fallito” a causa degli interessi di molti settori che vogliono “bloccare tutto”. E’ per questo che il ministro dell’Economia pensa a un provvedimento sotto forma di legge costituzionale “limitato all’economia reale e non alla finanza e con l’urbanistica che abbia un regime a parte”. “Pensiamo a una radicale e totale autocertificazione per le pmi, l’artigianato e la ricerca con i controlli e verifica dei requisiti che va fatta ex post”, ha sintetizzato precisando che non saranno contemplati incentivi fiscali e che la misura “non va in contrasto con il federalismo, anzi”.

L’eccesso di regole, secondo Tremonti, blocca anche l’Europa. Se vuole evitare “una dolce morte” nei prossimi anni, la Ue deve eliminare le troppe norme che si sono stratificate negli ultimi tre decenni. Anche in questo caso, non vanno toccate le regole che riguardano la finanza o la grande industria, ma solo quelle che interessano le attività delle piccole imprese e della ricerca. Il ministro dell’Economia è convinto che il Vecchio Continente “non ha alternative” perché oramai “è un lusso che non si può permettere” data la concorrenza dei Paesi in via di sviluppo.

 (04 giugno 2010) La Repubblica

Mi riesce difficile capire cosa voglia cambiare Tremonti dell’articolo 41 della costituzione, escludendo a priori “L’iniziativa economica privata è libera” rimane che“Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.  E devo dire che l’ipotesi  che voglia modificare questa proposizione mi lascia alquanto perplesso, non tanto perchè abbia una grande fiducia sul valore che lui da alla “dignità umana”, “l’utilità sociale” “alla sicurezza, alla libertà” quanto piuttosto nell’esplicitarlo in modo così diretto e bruttale. Ma no, vuole semplicemente eliminare lacci e lacciuoli eliminare tutte ste regole che rendono così difficile essere imprenditori oggi, certo non a tutti gli imprenditori, solo alle PMI che però sono se non vado errando tra il 95-98% delle imprese. Ma in tutto questo cosa c’entra la costituzione?

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