Archivio

Archivio Maggio 2010

Mafia – Politica e Giornalismo

31 Maggio 2010 Commenti chiusi

Video importato

YouTube

Intercettazioni e bavaglio alla stampa: lavori parlamentari e strategie mafiose corrono di pari passo

Un accostamento da brividi tra lavori parlamentari e strategie mafiose.

A gridare forte il paradosso, nel corso dell’incontro organizzato il 20 maggio al Palazzo di Giustizia di Palermo dall’Anm (Associazione nazionale dei magistrati) in ricordo della strage di Capaci, è stato un magistrato: Antonino Di Matteo, della Direzione distrettuale antimafia.

Di Matteo, che ha parlato davanti a una platea di magistrati, Forze dell’Ordine e oltre 200 studenti, ha toccato tutti i nervi scoperti nel rapporto con la politica, a partire dal disegno di legge sulle intercettazioni telefoniche che, ha affermato “provocherebbe un arretramento sostanziale nella lotta alla mafia. La sordina al lavoro giornalistico e alle indagini della magistratura equivale al silenzio sui fatti di mafia che è sempre stato l’obiettivo primario di Cosa Nostra. Sono cresciuto con indagini giornalistiche che forse domani non potrete più leggere. Il silenzio su un’indagine, il fatto di non poter neppure pubblicare la notizia e il terreno di cultura della mafia e di insabbiamenti di ogni genere. C’è chi vuole sudditi che non devono conoscere, capiore, essere informati ma essere insufflati e diretti dal politico di turno”.

Poi l’affondo a poche ore dal ricordo del diciottesimo anno dalla strage di Capaci, avvenuto il 23 maggio del 1992 che ha visto poi la solita patetica sfilata di politici parolai. “Il panorama sociale e politico sembra avere smarrito i valori che Falcone e Borsellino incarnavano – ha spiegato Di Matteo – Non ci piacciono le parate e le sfilate ufficiali di tanti che tentano di appropriarsi della memoria di Giovanni Falcone e e che spendono poi gran parte delle energie per screditare la magistratura e denigrarla. Provo preoccupazione e un forte disagio per il tentativo di burocratizzare il ruolo. Il fine ultimo e incoffessabile è limitare il controllo di legalità. Molti politici sono insofferenti a questo contrappeso del potere politicoPaolo Borsellino ”.

LA MEMORIA TRADITA

Di Matteo, appassionato magistrato nel mirino delle cosche, titolare di alcune tra le più delicate indagini di mafia, non ha usato mezzo misure in quel convegno che ha attirato l’attenzione dei giovani ma non quella dei suoi colleghi: in aula, nel Palazzo di Giustizia, c’erano quattro gatti tra le toghe e – chissà perché – nessun politico.

Oggi – ha detto Di Matteo di fronte a Maria, la sorella del giudice trucidato a Capaci – sarebbero preoccupati anche Falcone e Borsellino di fronte a queste continue, sistematiche delegittimazioni. C’è chi ci ha chiamato delinquenti, chi deviati mentali e nati per fare del male”

Rotto il ghiaccio, i colleghi che si sono alternati sul palco hanno seguito la scia. Vincenzo Olivieri, presidente della Corte d’Appello di Palermo, ha dichiarato che “i politici vogliono insegnare ai magistrati cosa fare e cosa non fare. Autonomia e indipendenza della magistratura sono in pericolo e se non c’è chi fa rispettare la legge, quest’ultima non può essere uguale per tutti. C’è chi vuole una giustizia assecondata ai potentati politici, forte con i deboli e debole con i forti”.

La tensione si è sciolta quando Luigi Croce, procuratore generale della Repubblica di Palermo, ha orientato la bussola sul rapporto tra magistratura e società civile, anzi: società degli onesti come l’ha ribattezzata più tardi Don Luigi Ciotti. “Oggi – ha detto Croce – ci sono mafiosi che non vanno più a chiedere il pizzo perché hanno paura di essere denunciati. Anche per questo l’autonomia e l’indipendenza della magistratura devono essere rafforzate. Non sono un privilegio del passato”.

Ivan Lo Bello, presidente di Confindustria Sicilia, ancora una volta minacciato di morte per lo straordinario ruolo di risveglio sociale che sta conducendo, ha seguito l’onda del ragionamento mettendo in evidenza un aspetto paradossale. “Nel momento in cui l’imprenditoria e ampi settori della società civile – ha denunciato – hanno deciso di svolgere una funzione rigenerativa collettiva, c’è un degrado morale che in qualche modo in Sicilia è peggiore rispetto a qualche anno fa. Il voto di scambio è un sistema di classificazione e scelta della classe politica che sta diventando sistematico. Stiamo vivendo in qualche modo un emergenza democratica e delle due l’una: o la società civile, a rischio di implodere, si autoriforma o dobbiamo assistere ancora ad un controllo di legalità della magistratura, che finora ha colmato il vuoto e ha svolto una funzione supplente”. Non è mancata un’autocritica costruttiva sul ruolo dell’imprenditori e dell’associazionismo. “Anche tra di noi – ha detto Lo Bello – c’è chi si rivolge a mercati regolati da politica, burocrazia e mafia ma c’è chi, ed è la parte che segue con forza il corso di Confindustria, si rivolta contro questa cultura ed ha maggiore capacità di innovazione sociale”.

di Roberto Galullo giornalista del Sole 24 ore,   

preso da Guardie e ladri blog del sole 24 ore

Altre fonti interessanti sul tema sono:

http://www.repubblica.it/cronaca/2010/05/27/news/stragi_93-4363758/

http://www.repubblica.it/politica/2010/05/29/news/notte-golpe-4418306/

Categorie:Società Tag:

Così parlò……Berlusconi.

28 Maggio 2010 10 commenti

piazzale loreto

“Come primo ministro non ho mai avuto la sensazione di essere al potere, quando ero imprenditore e avevo 56mila collaboratori avevo la sensazione di avere del potere. In una vera democrazia sono al servizio di tutti, tutti mi possono criticare e magari anche insultare. Chi è in questa posizione non ha veramente potere”,

“Oso citarvi una frase di colui che era considerato come un grande dittatore: dicono che ho potere, ma io non ho nessun potere, forse ce l’hanno i gerarchi, ma non io. Io posso solo decidere se far andare il mio cavallo a destra o a sinistra, ma nient’altro”. “Lo stesso succede a me, tanto che tutti hanno il diritto sia di criticarmi che di insultarmi…”, aggiunge il premier. “Quindi – conclude – il potere se esiste non esiste addosso a coloro che reggono le sorti dei governo dei vari Paesi”.

Cosi parlò Berlusconi !

Visto che io non sono Presidente del Consiglio e  neppure  un gerarca, da  insignificante cittadino italiano, vista l’identificazione del nostro premier con il Duce, non mi rimane che sperare che la sua fine politica ricalchi quella del Duce.

Piazzale Loreto è ancora lì, non si è spostato.

Categorie:politicanti Tag:

Pier Silvio e i sacrifici

27 Maggio 2010 13 commenti

yacht2_B1Varato lo yacht di Pier Silvio Berlusconi

La nuova imbarcazione un «Custom line 124» è lunga 37 metri ed è costata circa 18 milioni di euro

 

MILANO – La crisi c’è, ma non per tutti. Mentre a Roma il governo varava una manovra da 24 miliardi di euro, ad Ancona è stato varato infatti il nuovo yacht da 37 metri di proprietà del vicepresidente di Mediaset Pier Silvio Berlusconi un «Custom line 124», da 18 milioni di euro realizzato dai cantieri del gruppo Ferretti.

IL NUOVO YACHT – Lo yacht che è dotato di 4 suite e una sala fitness può raggiungere una velocità di 27 nodi e può ospitare fino a dieci persone oltre alle sei di equipaggio. Come spiega nel dettaglio il quotidiano Romagna Oggi, si tratta della «prima unità del modello 124′, nuova ammiraglia della flotta planante di Custom Line. Il maxi yacht misura oltre 37 metri ed è stato realizzato nello stabilimento produttivo di Ancona». E proprio nel capoluogo è avvenuto il tradizionale battesimo con tanto di bottiglia di spumante infranta sulla chiglia.

Altri due esemplari analoghi, già venduti, sono in produzione nei cantieri marchigiani. Il nuovo modello farà il suo debutto ufficiale al Festival de la Plaisance di Cannes, il prossimo settembre.

IL PRECEDENTE – Tre anni fa Pier Silvio Berlusconi aveva già scelto i cantieri anconetani per un altro yacht, chiamato «Suegno», della lunghezza di 30 metri e costato circa dieci milioni di euro.

Redazione online
27 maggio 2010     corriere della sera

Grido d’allarme della Marcegaglia:
«Bruciati 700 mila posti di lavoro»

La leader di Confindustria: crisi, bilancio pesantissimo. Berlusconi alla platea: la volete ministro? Gelo in sala.

Redazione online
27 maggio 2010     corriere della sera

sindacati di baseManovra: hanno dichiarato guerra ai lavoratori pubblici e allo stato sociale

Lunedì 14 giugno sciopero generale del pubblico impiego per l’intera giornata con manifestazioni a roma e milano

 

“Non ci voleva grande immaginazione per capire che l’attacco allo Stato Sociale, e quindi ai lavoratori pubblici, sarebbe stato frontale e senza precedenti”, commenta Paola Palmieri, dell’Esecutivo Nazionale USB. “La manovra approvata dal Governo decurta le retribuzioni dei lavoratori pubblici bloccandole per 4 anni a quelle del 2009. Non c’è solo la cancellazione di un’intera tornata contrattuale, ma il Governo ha deciso il blocco generalizzato della contrattazione a qualsiasi livello”.

Prosegue Palmieri: “Il confronto tra sindacato e datore di lavoro, la Pubblica Amministrazione, è nei fatti abolito. Anticipata di due anni l’elevazione (65 anni) dell’età pensionabile delle lavoratrici pubbliche; blocco delle assunzioni fino al 2015, licenziamento in tronco del 50% dei lavoratori precari a tempo determinato, interinali, formazione-lavoro, Co.co.co e Co.co.pro. Abolito poi l’obbligo del documento di valutazione del rischio nella Pubblica Amministrazione: ci aspettiamo altri disastri, come il crollo delle scuole di San Giuliano e di Torino, di cui nessuno sarà responsabile. Tutto questo in un contesto di corruzione generalizzata del quadro dirigente del Paese, corruzione che la Corte dei Conti ha recentemente quantificato in 60 miliardi di Euro”.

“Dal 1992 ad oggi – sottolinea la dirigente USB – il lavoro dipendente ha dovuto ingoiare, con il contributo fattivo di Cgil Cisl Uil, sacrifici di ogni genere per risanare il debito pubblico. A distanza di 18 anni, caratterizzati da tagli pesantissimi allo Stato Sociale, ai diritti dei Lavoratori e alle retribuzioni, la situazione è addirittura peggiorata, con la differenza che ora più che mai i lavoratori sanno bene che la dolosa responsabilità è delle banche, degli speculatori finanziari, degli evasori e dei corrotti”.

Aggiunge Palmieri: “La risposta non può che essere adeguata a questo attacco senza precedenti messo in atto dal Governo. RdB-USB ha proclamato lo sciopero generale del Pubblico Impiego, raccogliendo la determinazione emersa in occasione del Congresso di RdB dello scorso 21 maggio. Si apre dunque una fase che non potrà che essere caratterizzata dal conflitto in tutto il Paese. I lavoratori della Scuola sono già in mobilitazione, con lo sciopero degli scrutini che parte dai primi di giugno; venerdì 28 Maggio è in programma la prima giornata di mobilitazione nazionale dei dipendenti pubblici con presidi e manifestazioni presso Istituti bancari e sedi della Borsa. Sabato 5 giugno la manifestazione nazionale a Roma di tutti i lavoratori contro la manovra e l’attacco ai diritti; infine lo sciopero generale del Pubblico Impiego, da noi indetto per il 14 giugno”, conclude la dirigente USB.

Roma, 26 maggio 2010

Unione Sindacale di Base – Pubblico Impiego

Categorie:economia Tag:

Sono incazzato nero e tutto questo non lo accetterò più….

25 Maggio 2010 9 commenti
Categorie:Argomenti vari, Società Tag:

La grande svendita

24 Maggio 2010 3 commenti
Valutazione critica del “federalismo demaniale”, e preoccupazione per il larghissimo consenso bipartisan.

vendesi_Federare vuol dire unire: unificare più stati in uno. In Italia significa dividere ciò che si era unito 150 anni fa. L’argomento principale è che quello Stato non funziona. Su questo quasi tutti sono d’accordo, infatti pochissimi si dicono contrari al federalismo all’italiana. Alcuni perché vogliono uno Stato che funzioni diversamente: anzi, differenziatamente, senza preoccuparsi di unificare condizioni, diritti, opportunità, ricchezze ma anzi rafforzandole. Altri perché hanno perso la fiducia che questo Stato (quello nato dal Risorgimento e modificato dalla Resistenza) possa essere reso migliore, e quindi subiscono il trend “federalista”. Magari questi altri cercano di ridurre la negatività del federalismo dei padani: meglio uno Stato separato in due come propone Giorgio Ruffolo, che lo “spezzatino federalista”. Ma il primo provvedimento dal quale si comprende che cos’è che sta marciando spiega tutto: qual è il disegno che si sta attuando, la strategia che domina, l’egemonia che ha coinvolto quasi tutti. Parliamo del federalismo demaniale.

Il suo obiettivo è ridurre il peso dello Stato, trasferire poteri dall’Italia alle sue parti periferiche ritenute, giustamente, più deboli nella resistenza contro l’obiettivo finale: la privatizzazione di tutto ciò che è privatizzabile, la riduzione a merce di tutto ciò che merce ancora non è ma che tale può diventare. La Repubblica è stata disegnata dalla Costituzione come un sistema di poteri equilibrato tra Stato, Regione e poteri locali (province e comuni). Negli ultimi decenni queste ultime istituzioni sono state pesantemente indebolite: se ne sono accresciute le funzioni e ridotte le risorse. Oggi sono adoperabili, proprio per la loro procurata povertà, come grimaldelli per cedere patrimoni pubblici a soggetti privati.

Preoccupa l’accordo sostanziale che si è raggiunto ieri nella commissione parlamentare, dove Di Pietro ha accettato tutto e il PD si è astenuto di malavoglia. Preoccupa il larghissimo consenso espresso anche dalle opposizioni parlamentari all’obiettivo della priorità della “valorizzazione economica” su qualunque altro obiettivo. I “miglioramenti” introdotti dagli oppositori sembrano costituire argini troppo deboli per porre i beni comuni al riparo dell’impetuosa marea della speculazione; sono già in moto le pratiche per abbatterli con procedure amministrative “facilitate” o con il coinvolgimento dei comuni nella “valorizzazione immobiliare”.

E preoccupa l’accettazione comune della liceità, per raggiungere quest’obiettivo, di alienare beni pubblici, di spezzettare beni strutturalmente unitari, e addirittura di modificare le destinazioni dei beni trasferiti derogando alla pianificazione urbanistica: privando così la collettività anche del potere di intervenire nelle decisioni sul territorio. Anche questo, la pianificazione democratica del territorio e delle città, è un bene comune che stanno liquidando.

Autore: Salzano Edoardo     il manifesto, 21 maggio 2010

Categorie:Beni Comuni, lega nord Tag:

Sulcis, Resort e squali vari.

20 Maggio 2010 1 commento

la madalenaL’ultima beffa della Maddalena
i soldi del Sulcis vanno alla regata vip

Aprono le strutture costruite a tempo di record e poi abbandonate dopo il trasloco del G8. Ma per finanziare l’evento la Regione ha dovuto ricorrere ai soldi destinati alla zona depressa

di PAOLO BERIZZI e MARCO MENSURATI  La Repubblica  (20 maggio 2010)

LA MADDALENA - Saranno i soldi sottratti al Sulcis, una delle zone più depresse della Sardegna, a far disputare le regate del Louis Vuitton Trophy alla Maddalena. È l’ultima beffa che va in scena sull’isola, già messa a dura prova dallo scandalo G8 e dall’abbandono delle strutture costruite per ospitare i Grandi della terra. E non è la sola: mentre gli edifici dell’ex Arsenale vengono tirati a lucido per l’evento in programma da sabato al 6 giugno, a poche centinaia di metri un’altra eredità del mancato G8 langue nella desolazione. È l’albergo a cinque stelle realizzato nell’ex ospedale militare, ancora abbandonato a se stesso e circondato da erbacce.

Era il 28 gennaio, quando Repubblica raccontò con un’inchiesta il flop della Maddalena post G8 (trasferito all’Aquila), gli sprechi, lo stato di degrado e di abbandono delle strutture. Da allora a oggi molto è successo. Gli arresti, l’avviso di garanzia a Bertolaso, gli interventi a gamba tesa della Corte dei conti secondo la quale una gara di vela non può essere considerata un’emergenza e un grande evento e dunque non può essere affidata alla Protezione civile. E così, su disposizione del governo, l’organizzazione della Louis Vuitton è passata alla Regione. Fuori Bertolaso, dentro Ugo Cappellacci, il giovane governatore berlusconiano.

Svolta automatica anche nella gestione economica. Perché uno dei problemi più difficili da risolvere è stato quello dei finanziamenti. Il costo della manifestazione, secondo il preventivo originale, era di 4 milioni di euro. Di questi – diceva l’ordinanza firmata dal premier Berlusconi – 3 milioni e 750mila li avrebbe messi lo Stato attraverso il fondo della Protezione civile “appositamente integrato dal ministero dell’Economia e delle Finanze”, mentre i restanti 250mila li avrebbe sborsati la Regione Sardegna.

Poi è arrivata la Corte dei conti: una regata non è una catastrofe. I magistrati contabili hanno tagliato di 2 milioni e 300mila euro il contributo statale all’evento, ingarbugliando i piani del governo. Che per rispettare gli impegni presi ha dovuto escogitare un sistema che adesso non mancherà di causare polemiche: i soldi che servono – ha stabilito Berlusconi – verranno presi in “prestito” da quelli riservati alla bonifica del Sulcis, una delle zone più depresse della Sardegna, per la quale esiste un fondo pluriennale finanziato principalmente dall’Europa (ma anche dallo Stato italiano e dalla Sardegna) di oltre 20 milioni di euro.

Giorgio Greco, ufficio stampa del governatore della Regione, Ugo Cappellacci, ne parla in termini di partita di giro. “Sia chiaro che noi non togliamo i fondi al Sulcis. Si tratta solo di un giro contabile per poter fare questa manifestazione che deve partire tra pochi giorni, ma poi i soldi prelevati verranno nuovamente immessi dal governo”. Una procedura che non convince proprio tutti. Il ragionamento è chiaro: i fondi escono dalle casse a fronte, sostanzialmente, di una semplice promessa. “Che la Sardegna partecipi a un evento internazionale così bello è auspicabile – dice Giulio Calvisi parlamentare sardo del Pd – ma farlo stornando i soldi del Sulcis in un periodo di crisi come questo è assurdo e gravissimo”.

Intanto, tranne il sole, alla Maddalena è tutto pronto. Ancora 48 ore e poi queste acque cristalline e tutto quello che ci hanno costruito sopra in tempi record (ma sino a ieri senza una destinazione precisa), si scrolleranno di dosso la brutta immagine di sfondo mancato per il vertice dei Grandi della terra. Via la melma che lo infangava, quella delle inchieste giudiziarie sulle consorterie e i maneggi dentro e attorno la Protezione civile. Questo paradiso italiano troverà finalmente una più degna dimensione: quattro barche di Coppa America si sfideranno nei match race mettendo uno contro l’altro dieci equipaggi di cui tre italiani (Mascalzone Latino, Luna Rossa e la rediviva Azzurra).

Nell’ex Arsenale, quello costato 256 milioni, un tempo sede della Marina, è un brulichio di uomini abbronzati e in cerata, i capoccia della Louis Vuitton sistemano le ultime cose, dispongono, attendono gli ospiti vip che, da domani, dormiranno nelle 95 stanze executive e superior. La suite presidenziale che doveva coccolare Obama, e che era finita nel dimenticatoio, sarà riservata alle riunioni dei team. “Dopo tutto quello che ci è toccato in sorte – tira un lungo sospiro il sindaco uscente Angelo Comiti (tra una settimana si vota) – ora inizia una nuova vita”.

Peccato che, tra una regata e l’altra, le polemiche siano destinate a continuare. Il 2 febbraio Guido Bertolaso, in visita alla Maddalena, promise che l’hotel ricavato nell’ex ospedale militare sarebbe stato utilizzato per ospitare i team velici. “Faremo una gara d’appalto entro la fine del mese, c’è già una grossa catena alberghiera interessata”, disse. Non è stato fatto niente. La struttura è ancora vuota. Rimasti al palo anche i 200 maddalenini che speravano in un’assunzione dalla Mita Resort (gruppo Marcegaglia), gestore (a prezzi di saldo, per 40 anni) dell’ex Arsenale di proprietà della Regione. Ne hanno chiamati solo un centinaio (pochi gli abitanti dell’isola), assunti a tempo determinato fino a settembre. Poi l’ex Arsenale chiuderà per riaprire ad aprile 2011.

villa certosaVilla Certosa, Berlusconi presenta alla Regione una richiesta di ampliamento

C’è anche un progetto del premier per costruire alcuni bungalow alla Certosa tra quelli presentati alla Regione in base al primo piano casa approvato dal Consiglio il 17 ottobre dell’anno scorso. Finora le domande arrivate alla commissione regionale del paesaggio sono appena 22

di Mauro Lissia  La Nuova Sardegna  (19 maggio 2010)

CAGLIARI. Berlusconi l’aveva detto: il piano casa darà alle famiglie la possibilità di realizzare una cameretta in più per i bambini. Difficile pensare che il premier possa sentirsi stretto nelle sei ville galluresi in cui trascorre vacanze dorate con amici e stuoli di fanciulle.

Eppure è certo che una dalle sue società, la Idra Immobiliare spa, ha chiesto alla commissione paesaggistica regionale il pronunciamento di compatibilità per un progetto di ampliamento che riguarda la Certosa, prima residenza estiva del premier, teatro di festini e ricevimenti popolati di leader politici e veline: si tratta di un numero imprecisato di bungalow, strutture probabilmente abitabili piuttosto lontane dal corpo centrale della villa, che forse il capo del governo intende destinare agli ospiti. La richiesta è legata al primo piano casa, a quell’insieme di norme un po’ confuse varate dalla giunta Cappellacci all’alba della legislatura secondo le indicazioni del governo nazionale.

Il piano paesaggistico regionale elaborato dall’amministrazione Soru impedirebbe qualsiasi aumento di volumetria nella sterminata area che circonda la residenza, ma grazie al piano casa regionale – ispirato dallo stesso Berlusconi – la Idra Immobiliare non dovrebbe avere alcuna difficoltà ad ottenere il nullaosta della commissione, malgrado alcuni componenti dell’organismo di valutazione abbiano manifestato perplessità: il terreno disponibile è vasto ma i bungalow, simili a tucul di disegno africano, provocherebbero un impatto visivo sgradevole. A confermare l’esistenza del progetto e dell’istanza di ampliamento è stato il presidente della commissione, l’artista Pinuccio Sciola: «Abbiamo fatto in tempo soltanto a dargli un’occhiata – ha spiegato il celebre scultore di San Sperate – ma il procedimento è in corso, la pratica risale a circa una settimana fa».

Berlusconi, attraverso la Idra, già nel 2006 aveva realizzato pesanti interventi edilizi a villa Certosa e sulla spiaggia, imponendo il segreto di Stato. Dopo l’intervento degli ambientalisti e poi della Procura l’amministratore della società Giuseppe Spinelli era finito sotto processo a Tempio: tredici capi d’imputazione contestati dall’allora procuratore capo Valerio Cicalò, tutti riferiti ad abusi edilizi e violazioni delle norme ambientali. Spinelli però era stato assolto dal giudice Vincenzo Cristiano perchè una parte dei lavori era autorizzata e il resto risultava condonato in tempi diversi.

Il nuovo progetto edilizio di Berlusconi sembra scorrere sui binari della piena legalità e sulla scia di atti pubblici: per ottenere il via libera dalla Regione la società immobiliare si è agganciata saldamente alle norme del piano casa, una corsia preferenziale disegnata dagli uffici dell’assessore all’urbanistica Gabriele Asunis per chi non si accontenta di quanto è già costruito. Così la blasonata e chiacchieratissima villa Certosa è finita nel calderone dei progetti di ampliamento piovuti sulla commissione del paesaggio, costituita poche settimane fa: fino ad oggi le richieste sono ventidue, quasi tutte riguardano aumenti di volumetria in superfici vicinissime al mare, alcune nella fascia dei trecento metri. Ci sono hotel, villaggi turistici e lussuose ville private: nessuna traccia di case familiari, nessuno sembra guidato dall’i mpellente necessità di realizzare uno spazio vitale per bimbi in arrivo. Alcuni progetti sarebbero di qualità imbarazzante: «È presto per dare giudizi – taglia corto Sciola – abbiamo appena avviato il lavoro, vedremo nei prossimi giorni».

 

IMG_0203La Forestale esamina tutti i progetti

Nuove cubature anche nei villaggi di Ligresti e di Mazzella

 

Il piano casa ha lanciato una nuova corsa al cemento e la procura della Repubblica ha deciso di verificare se le richieste avanzate da operatori turistici e privati, pronti ad allargarsi verso il mare, siano in linea con le norme del piano paesaggistico regionale e del codice Urbani. Non c’è ancora un’inchiesta: il nucleo investigativo del Corpo forestale è impegnato da giorni in uno screening dei progetti e degli atti conseguenti depositati nei comuni e negli uffici regionali. L’assalto alle coste è in corso: in provincia di Cagliari risultano istanze di accesso al piano casa presentate dal Tanka Village del gruppo Ligresti e dal Pullman-ex Timi Ama di Giorgio Mazzella, due strutture enormi che aspirano a occupare nuovi spazi sulla costa di Villasimius. Fra le residenze private candidate alla crescita spicca quella del leader dei Riformatori Massimo Fantola, a Santa Margherita di Pula: è sotto verifica da parte del Corpo forestale. Ma il numero delle istanze è destinato ad aumentare soprattutto grazie all’approvazione il 12 maggio del disegno di legge che precisa le competenze del Suap, lo sportello unico per le attività produttive creato dall’amministrazione Soru il 5 marzo 2008: doveva servire ad accelerare, fino a ridurli a venti giorni, i tempi delle pratiche autorizzative per l’avvio di un’iniziativa imprenditoriale. Una sorta di autocertificazione, utile per scavalcare le lungaggini burocratiche. Quella norma prevedeva una procedura semplificata anche per le autorizzazioni edilizie, ma non specificava se il riferimento fosse per gli edifici legati all’impresa: era scontato che lo fosse. Ma se la giunta Soru pensava solo a capannoni, fabbriche e uffici necessari per lavorare l’esecutivo guidato da Ugo Cappellacci ha fornito con il ddl un’interpretazione estensiva della norma, una rilettura esplicativa proposta dagli assessori all’urbanistica Gabriele Asunis e all’industria Sandro Angioni: la giunta ha chiarito che all’interno delle attività economiche e produttive per beni e servizi che hanno diritto alla procedura Suap sono comprese anche quelle edilizie ad uso residenziale. Come dire che una legge elaborata per agevolare l’impresa ha finito per aiutare i privati. La via da seguire è molto semplice: chi progetta di costruire un hotel, ma anche una villa, può rivolgersi a una ditta, che a sua volta presenta l’elaborato al Suap con le autocertificazioni e gli atti indicati dalle norme. In venti giorni la pratica si considera espletata. Insomma: si può aprire il cantiere. Una via breve graditissima alle imprese immobiliari, che potranno far girare le betoniere senza attendere l’esito dei procedimenti di autorizzazione. È chiaro che questa procedura non salva dal rischio legato ai controlli: Comuni, Regione e polizia giudiziaria potranno verificare la regolarità degli atti e la conformità alle norme paesaggistiche e ambientali. Ed è quello che sta facendo il nucleo investigativo del Corpo forestale, un lavoro di controllo su quello che ormai si delinea come un passaggio storico per la Sardegna: dal rigore ecologista del piano paesaggistico targato Soru all’opportunità per chiunque abbia denaro da spendere di portare nuovo cemento in siti delicatissimi, dove ormai nessuno pensava si potesse più mettere su un solo mattone. (m.l)

Categorie:Urbanistica Tag:

Servizi, Veleni e Betoniere

18 Maggio 2010 2 commenti

Palmi (RC): dalle acque emerge e si spiaggia una betoniera       

bettonieraCapita che il mare in Calabria restituisca tesori dell’antichità. Capita, sempre in Calabria, che il mare possa essere il teatro di strani e inquietanti traffici, come nel caso delle navi dei veleni. Ma, in Calabria, capita anche il mare restituisca “relitti” inaspettati. Sulla spiaggia  della Tonnara di Palmi, in provincia di Reggio Calabria, è da qualche ora, comparsa una betoniera con tanto di camion ancora agganciato. A seguito del ritrovamento sono state avvisate le autorità competenti che stanno effettuando dei rilievi.  Sul caso probabilmente verrà presto aperto un fascicolo d’indagine. L’incredibile spiaggiamento, infatti, potrebbe anche celare retroscena imprevedibili. Per questo sarà necessario tentare di rispondere alla prima domanda che viene in mente, la più ovvia: che ci faceva una betoniera sotto le acque calabresi?

Lunedì 17 Maggio 2010 17:32   Fonte : strill.it  Claudio Cordova

servizi_segreti_n

Navi dei veleni, Pecorella: “No riscontri presenza in Calabria

Nessun riscontro sulla presenza delle cosiddette ‘navi dei veleni’ in Calabria, ma la conferma di un ruolo dei servizi segreti nello smaltimento dei rifiuti che la commissione parlamentare d’inchiesta sulle attività illecite legate al ciclo dei rifiuti, approfondirà nei prossimi mesi. Ad annunciarlo è lo stesso presidente della commissione Gaetano Pecorella, a margine di un convegno sulle ecomafie a Bologna. “Gran parte o una parte delle dichiarazioni di Francesco Fonti (il pentito della ‘ndrangheta che ha raccontato la storia delle navi con rifiuti tossici, ndr) non hanno trovato riscontro – ha chiarito Pecorella – e sono anche viziate da interne contraddizioni cioe’ il mutamento di versioni nel tempo”. Tuttavia per il parlamentare c’é un dato “evidente perché riscontrato da altri auditi e da elementi obiettivi”, e cioé che “in qualche misura, per un certo periodo, i servizi segreti hanno gestito lo smaltimento dei rifiuti pericolosi – ha spiegato – e questo è un settore che approfondiremo, perché ha una sua logica nel senso che i rifiuti pericolosi venivano prodotti dalle aziende di Stato e a un certo punto bisognava eliminarli”. Anche illegalmente? “In quel momento non c’era un sistema diverso – ha ammesso – ad esempio i fanghi radioattivi dove sono finiti?”

29 Aptile 2010. Fonte : tele reggio calabria .it

carrette_del_mareNavi dei veleni: scovate le prove

Il capitano Natale De Grazia aveva individuato la rotta giusta: ben 180 affondamenti sospetti (Adriatico, Ionio e Tirreno). Lo hanno ammazzato gli apparati italici di sicurezza, vale a dire lo Stato che poi gli ha conferito una medaglia d’oro al valore per tentare di smacchiarsi la coscienza. Correva l’anno 1995, per l’esattezza a cavallo fra il 12 e 13 dicembre. L’amico Francesco Neri, magistrato integerrimo e generatore in quel periodo remoto dell’inchiesta sulle navi dei veleni rischia grosso dopo la recente bomba a Reggio Calabria.

Lui non ha neppure la scorta. Non è un politicante da strapazzo e non tesse affari con le mafie intercontinentali. A me la tutela della Polizia di Stato è stata assegnata il 22 dicembre 2009 dal ministero dell’Interno. Non l’avevo richiesta e volentieri ne faccio a meno, purché sia tutelata effettivamente la mia famiglia.

Da alcuni mesi ci stanno pressando in ogni modo e avvertiamo il loro fiato sul collo. A distanza di dieci mesi non sappiamo nulla in merito alle indagini giudiziarie sugli attentati del 2009. Ora ignoti nottetempo hanno manomesso l’auto di famiglia.

E’ un segnale? Cosa vogliono dirmi? Sempre nella stessa nottata ignoti hanno rubato l’auto ad un caro amico nonché collaboratore di Terra Nostra.

Scusi Berlusconi, ma che razza di tutela è se siamo effettivamente in balia degli eventi e in anticipo conoscono i miei spostamenti nonché i punti deboli di persone care? Tranquilli boiardi di stato. La famigerata inchiesta sulle “navi dei veleni” è in dirittura d’arrivo, autofinanziata in toto.

La mole di scoperte e di materiali faticosamente analizzati sul campo, i riscontri in mare, gli impedimenti governativi, le barriere istituzionali hanno allungato i tempi prefissati a dicembre. A fine settembre sarà pubblicato il rovente dossier.

Sia ben chiaro: le navi a perdere hanno ormai superato quota 200; e non sono relitti bellici della prima o seconda guerra mondiale. Abbondano i container colmi di rifiuti chimici oltre a scorie radioattive e quant’altro la bulimia del profitto a tutti i costi ha saputo realizzare sulla pelle degli ignari esseri umani.

L’ultimo riscontro probante smaschera il professor avvocato Gaetano Pecorella, gran sodale del presidente del consiglio Silvio Berlusconi, ma soprattutto presidente della commissione “ecomafie”. Vale a dire il garante ambientale e sanitario dei cittadini. In questo caso difesa a parole, poiché lo stesso Pecorella aiuta in realtà gli ecomafiosi.

Da alcuni mesi ho stabilito un contatto con la segreteria dell’ammiraglio Raimondo Pollastrini, comandante generale della Guardia costiera. Non è possibile intervistarlo personalmente, forse si fa prima con il presidente Napolitano o magari con l’unto del signore. L’alto graduato pretende le domande prima del colloquio. Incredibile.

Comunque, sono stati sottoposti 23 quesiti in materia di inabissamenti nel Mediterraneo. Risposte? Nessuna. Il 10 maggio in Roma a Maricogecap non c’era nessun ufficiale per fare il punto della situazione. A stento sono riuscito a colloquiare telefonicamente con il comandante Vittorio Alessandro.

Addirittura a Reggio Calabria, tale Antonio Ranieri, in forza alla direzione marittima mi ha impedito di visionare il registro pubblico dei sinistri in mare. Caso unico in tutte le guardie costiere d’Italia.

Cosa nasconde questo ufficiale reo del disastro a base di idrocarburi di nave Eden V?

La censura non è altro che il modo concreto per il discorso dell’ordine di travestire, escludere, eludere o negare quei contenuti che rischierebbero di mettere in pericolo la sua legittimità, le sue certezze, il suo potere. Vero ministri in carica ancora per poco? Che singolare coincidenza.

Stanotte l’ennesima sorpresa intimidatoria, mentre il ministro Prestigiacomo – rea di aver insabbiato il fenomeno a Cetraro – non ha accettato il contraddittorio pubblico nella televisione ormai controllata dal boss di Arcore.

Attenzione, per dirla con Brecht: “il nemico marcia alla nostra testa”.

 

 Fonte :  italiaterranostra.it  di Gianni Lannes     14 maggio, 2010

Categorie:Ambiente, Rifiuti Tag:

I precari con la giacca

17 Maggio 2010 Commenti chiusi
 L’INTERMITTENZA DEL LAVORO NELLA MILANO DA BERE
 
 
precari Dai freelance ai pubblicitari, agli intermittenti dello spettacolo, prove tecniche di organizzazione per figure lavorative nate con il decentramento produttivo e cresciute con il capitalismo cognitivo. Tra riduzione del reddito e licenziamenti, parte nella città lombarda «welfare for life», la compagna della MayDay precaria.
di Cristina Morini
 
 

 Professionisti? Sì, ma invisibili. Dicono: «Non ci vede il sindacato, non ci vede la sinistra che ha mantenuto, sempre, lo sguardo fisso sulla fabbrica e sul lavoro dipendente. Nomina i precari, figurandoseli, però, come disoccupati, gente a spasso oggi, in vista di un lavoro domani». In generale, i «lavoratori autonomi» vengono considerati una casta di privilegiati. Viceversa, sono schiacciati dai committenti, piegati dalla crisi economica, privi di tutele e di diritti. Lavoratori «autonomi», oppure lavoratori «liberi» di autosfruttarsi? Certa è una cosa: la presunta «atipicità» dei loro contratti va rivisitata sin a partire dal lessico, poiché tale «atipicità» è diventata regola, norma dominante. Nel presente si sono anche chiamati «lavoratori della conoscenza». Hanno formazione elevata, lavorano nel terziario avanzato, nell’editoria, nei giornali, nella moda, nella pubblicità. Sono web designer e freelance. Più ancora che dai processi di outsourcing e downsizing sono stati partoriti dal capitalismo cognitivo, dalle nuove tecnologie, dall’economia di rete, dalla scolarizzazione di massa. Sono passati più di dieci anni da quel «lavoro autonomo di seconda generazione » che, con Sergio Bologna, ha aiutato a capire le contraddizioni di questo processo che ha accompagnato una progressiva riduzione del numero dei lavoratori dipendenti. Oggi, la tendenza è in aumento poiché questo genere di modalità di erogazione del lavoro è la modalità in cui si esprime l’attuale paradigma del lavoro individualizzato e frammentato, centrato su saperi, relazioni, differenze. All’interno di questo quadro, il rischio esistenziale sembra essere stato liberamente sottoscritto dalle nuove generazioni di «autonomi», all’interno di un patto che ha svincolato lo «stato sociale» dalle funzioni di garanzia sulla sussistenza del lavoratore. Questa nuova generazione di lavoratori autonomi è giovane e più spesso donna. Svolge professioni che si sarebbero dette «intellettuali» in un passato ancora recente in cui godevano di un elevato grado di «autonomia» e di possibilità economiche. Nello scompaginamento delle categorie novecentesche, i lavoratori autonomi della conoscenza si sono impoveriti e non sono più padroni del loro tempo. Tuttavia per il sindacato, ma anche per lo Stato, incarnano l’incoerenza paradossale del non essere «classe operaia» nettamente contrapposta al «mondo degli interessi degli imprenditori». Le partite Iva in Italia sono circa 8 milioni (marzo 2009), con un aumento del 177% rispetto all’anno precedente (stime dell’Agenzia delle entrate). Due milioni risultano inattive, tuttavia ne restano ancora sei, tra microimprese e professionisti. Viceversa i co.co.pro, secondo l’Inps, da gennaio 2008 sono calati da 1.932.693 a 1.515.530 unità. E altri 664 mila collaboratori a progetto – coloro che hanno un reddito inferiore ai 30 mila euro annui – potrebbero sentirsi «portati» a passare alla partita Iva poiché essa viene promossa come più conveniente dal lato fiscale. In realtà, è soprattutto la stretta ispettiva sulle aziende a generare questo movimento. A Milano e in Lombardia il 63,2% degli occupati lavora nei servizi, il 19,1% nel terziario cognitivo-immateriale. Questi ultimi contribuiscono ormai al 29,3% del valore aggiunto dell’area contro il 28% delle attività industriali. Il lavoratore cognitivo lombardo guadagna in media 26.700 euro lordi (2006) contro i 27.600 che guadagnava nel 2000, con una perdita di 3,9 punti percentuali. Massimo Viegi, fotogiornalista, ha avviato insieme a molti altri colleghi «autonomi», una protesta, con la creazione di una rete nazionale, Altapressione, contro il dumping dei prezzi a cui è sottoposta la categoria. In un passato non lontano i fotogiornalisti erano in gran parte assunti nei giornali, oggi sono tutti «partite Iva» e con in più l’aggravio di dover reggere una doppia intermediazione, quella con l’editore e quella con l’agenzia fotografica. «Il rischio maggiore in questa situazione è la competizione sul prezzo del lavoro svolto», spiega. «Le grosse agenzie pagano cinque euro a foto. Si è confuso il libero mercato con il mercato selvaggio. Tra noi ci sono fotografi – lavoratori autonomi con partita Iva – a cui viene chiesta una disponibilità 24 ore su 24, sabato e domenica compresi. Il problema principale è il livello del reddito». La «responsabilità», come abbiamo detto, cade interamente sul singolo. Il lavoratore autonomo se la assume tutta per davvero, ed essa, nelle possibilità date, si traduce in dumping. Come uscire da questo circuito perverso? Negli ultimi cinque anni la tendenza racconta di uno spostamento dai contratti co.co.pro verso la formula della partita Iva. Verso, cioè, quel «farsi impresa del singolo soggetto», tanto gettonato in Lombardia, che fa ricadere sul singolo tutti gli effetti distorsivi del rischio: «Anche nell’editoria libraria si nota l’inclinazione a sostituire i contratti a progetto o il regime di cessione di diritti con la partita Iva», dice Alessandro Vigiani, redattore editoriale. «Un co.co.pro può, in determinante situazioni, far valere la propria condizione di subordinazione non riconosciuta. L’apertura della partita Iva contribuisce a far slittare il co.co.pro. dall’area della parasubordinazione a quella della “autonomia”. Ogni eventuale problema viene schivato». Tuttavia, secondo Alessandro Vigiani «l’autonomia del lavoro autonomo è un gioco di parole, un concetto fittizio. Il fatto di auto-convincerti che fai un lavoro gradevole è un aggravante che ti condiziona e fa inciampare la possibilità di progettare percorsi rivendicativi comuni». Non la vede così Alfonso Miceli, formatore, vicepresidente di Acta in rete, «Associazione consulenti del terziario avanzato» di Milano: «La scommessa è quella di acquisire sempre nuove competenze. Il lavoro intellettuale si connota per la sua creatività ed è su quella creatività che il lavoratore autonomo deve fare leva dentro un mercato del lavoro che non tornerà indietro ma viceversa segnala la tendenza verso una perdita ulteriore di posti a tempo indeterminato ». Nel frattempo, questo popolo delle partite Iva sperimenta pagamenti che sono slittati a 270, 360 giorni. Un fotocronista guadagna oggi una media di «1000, 2000 euro», racconta Viegi. Il 40% se ne va in contributi sociali e imposizioni fiscali. Stesse cifre (1000, 2000 euro lordi in media; record minimo di pagamento per revisione «a cartella»: 0,45 euro) per il mercato dei professionisti editoriali (redattori, traduttori, grafici, impaginatori, correttori di bozze) come fa notare la rete dei redattori precari che si è data un sito, Rerepre. org, con 130 iscritti. La realtà è che «siamo manovalanza intellettuale a basso costo», dice Vigiani. La realtà è che «migliaia di professionisti, da anni, lavorano senza regole, nella più completa indifferenza di qualsiasi organizzazione », sottolinea Massimo Viegi. Il sindacato, nei racconti di questa nuova generazione di lavoratori autonomi, sembra essere il vero grande assente. Alessandro Vigiani: «Il sindacato è stato inadeguato, fino a questo momento. È un’istituzione cresciuta in un mondo del lavoro che è scomparso. Dovrebbe assumere il tema del lavoro precario come dirimente, mentre per ora si è limitato organizzare qualche struttura marginale. Eppure, delegittimarlo, in questa fase, mi parrebbe sbagliato visto l’attacco complessivo a cui è sottoposto il mondo del lavoro. Va riconosciuto, dunque, ma deve modificarsi geneticamente». A sentire Alfonso Miceli di Acta «il sindacato ci pensa come quelli fortunati, mentre il passaggio delle aliquote per la gestione separata Inps dal 10 al 26% ci ha tagliato le gambe. Tra l’altro, per avere, in futuro, una pensione risibile. La prossima bomba sociale sarà proprio quella delle pensioni. La spaccatura generazionale è un altro problema vistoso di questo Paese, ed è evidente nella composizione degli ordini professionali: i giovani negli ordini professionali non ci sono. Nessuno sembra farci caso ma intanto è anche su questi temi che la sinistra perde, in Lombardia o nel Veneto. Il nostro richiamo è a insistere su un processo culturale che consenta al lavoratore autonomo di diventare davvero tale, di “autonomizzarsi”. È lui stesso che non deve fare dumping, deve imparare a contrattare, a non accettare cifre o compiti al di fuori della decenza e delle forze. Bisogna ricominciare dalla tutela di alcuni diritti universali come la maternità o la copertura in caso di malattia». Massimo Laratro, avvocato del lavoro, attivista del Punto San Precario di Milano, di Intelligence Precaria e della rete MayDay ritiene che i tariffari non servano: «Si tratta di un dato formale che non servirà se non viene accompagnato da coscienza e organizzazione. Dentro una situazione così disgregata, ci sarà sempre qualcuno disponibile a prescindere dalle norme prefissate sulla carta. Il punto di vista va invertito: il problema è darsi la forza, una forza collettiva capace di imporre alla controparte di rispettare le regole. Come primo passaggio, questi lavoratori devono essere capaci di “percepirsi”. Non siamo liberi professionisti, per noi è buona la definizione che usa per sé l’avvocato nel romanzo di Diego De Silva Non avevo capito niente: “Sono un operaio che spende un sacco di soldi per vestirsi bene e mantenere lo status sociale”. Partite Iva ad alta professionalità ma tenute con la testa sotto la sabbia, atomizzati, in una struttura reticolare che ti chiede la messa a disposizione totale del tempo di vita senza remunerartelo». Il tema a cui ritornare allora è quello «dell’eguaglianza», dice Massimo Laratro. Ricominciare dalle basi, ricostruire una cultura condivisa dei diritti a partire dal concetto di eguaglianza. Così, da Milano, la soluzione all’avvio di processi di soggettivazione che possano consentire questo maggior «percepirsi » che è base imprescindibile per riequilibrare le sorti del conflitto – vista la difficoltà a colpire direttamente imeccanismi di valorizzazione del capitalismo finanziario – diventa quella del reddito minimo incondizionato accompagnato da una serie di servizi. Un nuovo welfare, strumento che consenta l’esprimersi di questo basilare, eppure rimosso, concetto di eguaglianza. Inediti ammortizzatori sociali, misure concrete da attivare per ricomporre la frammentazione, per collegare ceti medi impoveriti e tutta l’area del precariato, in generale. La campagna Welfare for life, avviata quest’anno in Lombardia in vista del decimo anniversario della MayDay, fa perno su questa idea: deve passare il messaggio che il reddito non è una dazione di denaro che svincola lo Stato dalle sue responsabilità e rende inetto il lavoratore. La garanzia di reddito è, in un quadro come questo, un passaggio, appunto, «vitale».

 Fonte: Alias 1 maggio 2010

Categorie:lavoro Tag:

Quando fummo braccia

8 Maggio 2010 3 commenti

Enzo Del Re  Nuova scena  Povera gente

Video importato

YouTube

Rospo, locusta, pipistrello, analfabeta, ubriacone. Nei Paesi dove arrivò “l’Orda” così venivano visti i lavoratori italiani

Da “Il viaggio più lungo – L’Odissea dei migranti italiani” di Gian Antonio Stella, che Rizzoli manda in libreria questa settimana, riportiamo alcune delle voci di un dizionario che gli italiani dovrebbero tenere bene a mente.

ALCOOL

Quello del vino è uno dei tanti «vizi» rinfacciati ai nostri emigranti. Come in tutti gli stereotipi c’era qualcosa di vero. Nell’Italia povera di un tempo il vino era spesso un integratore alimentare. Il consumo di vino pro-capite annuo, oggi intorno ai 50 litri, era nel primo decennio del Novecento di 126. Mandare i figli a scuola dopo aver dato loro una scodella di vino con la polenta vecchia era un’abitudine diffusissima, soprattutto nelle aree più povere dove veniva coltivata la vite. «La Rivista Veneta di scienze mediche» scriveva che in provincia di Venezia, «una delle città più sifilizzate d’Italia», su 12.000 scolari delle elementari «soltanto3000 non bevono, 9000 bevono regolarmente vino e la metà ne abusa».

ANALFABETI

Ai nostri emigrati è stato per molto tempo rinfacciato di essere più ignoranti rispetto a quelli di altri Paesi europei. I dati, del resto, non lasciano dubbi. Stando ai censimenti la percentuale di analfabeti nel nostro Paese, ancora del 21 per cento nel 1931, negli anni della Grande Emigrazione era spaventosa: 67,3 per cento nel 1881; 73 per cento nel 1871; 78 per cento al momento dell’Unità d’Italia nel 1861. Uno studio sulle liste passeggeri dei transatlantici di Ira A. Glazier e Robert Kleiner, del resto, dice tutto: su due navi a caso arrivate negli Usa nel 1910, gli immigrati analfabeti sbarcati dall’italiana «Madonna» erano il 71 per cento, quelli russi scesi dalla «Lithuania» il 49 per cento: 22 punti in meno. Quanto ai lavoratori specializzati, i nostri erano 7 su 100, i russi 40.

BABIS

Rospi. Uno dei nomignoli dati agli italiani in Francia alla fine dell’Ottocento.

BAT

Pipistrello. Soprannome insultante dato ai nostri emigranti in certe zone degli Stati Uniti alla fine dell’Ottocento e ripreso dal giornale «Harper’s Weekly» per spiegare come molti americani vedessero gli italiani «mezzi bianchi e mezzi negri» così come i pipistrelli sono mezzi uccelli e mezzi topi.

CHIANTI

Ubriacone (nomignolo dato ai nostri emigranti in Usa, con un riferimento al vino toscano che per gli americani rappresentava tutti i vini rossi italiani, chiamati «dago red».

FINESTRE

«Gli italiani tengono le finestre spalancate per tutta la domenica, dal primo mattino fino a sera. Le loro stanze sono affollate per tutto il giorno. Fanno tutto con le finestre aperte, anche vestirsi, come i selvaggi. Siedono intonando da mattina a sera canzoni oscene e alcuni giocano a carte sulle note dei loro strumenti d’ottone. La cara domenica ci viene guastata da questo indicibile e vergognoso comportamento. Abbiamo l’impressione di esserci trasferiti in una regione selvaggia». (Denuncia di un abitante del quartiere Petersberg del 1893)

GIOPPINO

Poche cose come la storia dei gioppini ricordano quanto l’Italia della Grande Emigrazione fosse un Paese molto povero. I gioppini erano le più popolari marionette bergamasche quando la provincia di Bergamo, oggi ricca, era ridotta in condizioni miserabili. Tutti i gioppini avevano i «tri gos», i tre gozzi, una malattia comunissima tra i montanari piemontesi, lombardi e veneti, sulla quale i bergamaschi trovarono il coraggio di ironizzare. Era causata dalla cattiva alimentazione e in particolare dall’ipotiroidismo dovuto al bere, senza alcuna integrazione, acqua del tutto priva di iodio. Sarebbe bastato del normale sale marino a sanare la piaga. Ma costava troppo e la gente usava sale da salgemma.

IGIENE

«La verità si è che nella maggior parte dei nostri operai non è per nulla sviluppato il sentimento della pulizia e della decenza, che le loro condizioni di vita all’estero rispecchiano fedelmente le loro condizioni di vita in patria. L’operaio che viene dalla Basilicata o dal Napoletano, dove abita in piccole, poverissime case simili ad alveari, talvolta scavate sotto terra (…); o dalle campagne venete e lombarde, ove abita in casolari intessuti di fango e vimini; o dalle pendici alpine; (…) l’operaio, dico, che arriva da queti luoghi, ha dei bisogni limitatissimi da soddisfare; egli non sente nessuna necessità di elevarsi un po’. (…) Domandate un po’ a questi operai perché vivono così male ed essi vi risponderanno invariabilmente che a casa loro vivevano assai peggio.» (Gli italiani in Germania, rapporto del 15 novembre 1914 del regio ispettore dell’Emigrazione Giacomo Pertile)

JIM ROLLINS

Era un giovane nero dell’Alabama processato nel 1922 per il reato di «miscegenation » (mescolanza di razze) con l’accusa di avere avuto rapporti sessuali con una donna bianca. Condannato in primo grado, Rollins fece ricorso in appello: «Non era bianca, era italiana». Il giudice, come ricorda la studiosa Bénédicte Deschamps nel suo saggio Le racisme anti-italien aux États-Unis, nella raccolta del 2000 curata da Michel Prum, Exclure au nom de la race, gli diede ragione. Spiegando nella sentenza che «non si poteva assolutamente dedurre che ella fosse bianca, né che fosse lei stessa negra o discendente da un negro».

KATZELMACHER

«Fabbricacucchiai» nel senso di stagnaro, artigiano di poco conto ma anche «fabbricagattini» forse perché gli emigrati figliavano come gatti. Nomignolo appiccicato ai nostri emigrati in Austria e Germania.

LOCUSTE

«[Sono] briganti, lazzaroni, fannulloni, corrotti nell’anima e nel corpo. (…) Se il boicottaggio vale a qualcosa, è in questo caso degli italiani che debbasi applicare. Siamo certi che i nostri capitalisti non ricaveranno beneficio alcuno dall’importazione di queste locuste.» («Australian Workman», 24 ottobre 1890).

NOMI

Nel mondo ci sono 6 Crotone, 5 Pavia, 4 Siena, 5 Como, 20 Palermo, 33 Firenze, 27 Verona e 44 Roma. («Gazzetta del Sud», 21 luglio 2000, citando «Focus»).

RIMPATRIO

«Le nostre leggi sul rimpatrio sono inesorabili e in molti casi disumane. (…) Ho visto centinaia di persone (…)costrette a ritornare nei Paesi di provenienza, senza soldi, e a volte senza giacche sulle spalle. Ho visto famiglie separate, che non si erano mai riunite: madri separate dai loro figli, mariti dalle loro mogli, e nessuno negli Stati Uniti, nemmeno il Presidente in persona, poteva evitarlo». (Edoardo Corsi, All’ombra della Libertà, 1935)

Da il Fatto Quotidiano del 6 maggio

Categorie:Immigrazione, Società Tag:

Surf……….

8 Maggio 2010 10 commenti

Questo è uno sport di cui  (io e Luciano) non ne sappiamo nulla

Certo che vedere queste immagini ci invoglia a buttarci ……

e questa invece ci fa pensare che la nostra pigrizia è salutare ……

Villasimius… spiaggia di Porto Giunco…

DSCF6084

… dilettanti allo sbaraglio.

DSCF6083

Categorie:Argomenti vari Tag: