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Archivio Marzo 2010

La Gelmini cancella la Resistenza.

30 Marzo 2010 2 commenti

L’Ass. Partigiani (Anpi): una vergogna.

autore: Alessandra Ricciardi

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Semplicemente non c’è. Nei nuovi programmi di storia che si studieranno dal prossimo anno nei licei non si parla di Resistenza. Così come antifascismo e Liberazione non sono neanche citati. Il buco è al quinto anno, dedicato allo studio dell’epoca contemporanea, dall’analisi delle premesse della I guerra mondiale fino ai nostri giorni. La nuova articolazione, spiegano dal dicastero di viale Trastevere, è stata dettata dalla necessità di evitare che succedesse, come spesso è successo, che non si arrivasse neanche a fare la II guerra mondiale. Troppo poco, ecco perché la commissione per la storia, presieduta da Sergio Belardinelli, ha deciso di assegnare un intero anno di studi al Novecento. Nella formulazione dei temi fondamentali, le indicazioni nazionali precisano che «non potranno essere tralasciati i seguenti nuclei tematici»: l’inizio della società di massa…«il nazismo, la shoah e gli altri genocidi del XX secolo, la seconda guerra mondiale, la guerra fredda (il confronto ideologico tra democrazia e comunismo), l’aspirazione alla costruzione di un sistema mondiale pacifico (l’Onu), la formazione e le tappe dell’Italia repubblicana».
Si passa poi alla formazione dell’Unione europea e agli Usa, «potenza egemone, tra keynesismo e neoliberismo», senza tralasciare «il rapporto tra intellettuali e potere politico», da affrontare in modo interdisciplinare. A differenza dei vecchi programmi, parole come antifascismo, Resistenza, Liberazione sono sparite. «Nessuna operazione di rimozione», dice a ItaliaOggi Max Bruschi, consigliere del ministro dell’istruzione, Mariastella Gelmini, e presidente della cabina di regia sulle indicazioni nazionali dei licei. «I programmi hanno individuato alcuni nuclei fondamentali lasciando grande libertà alle scuole, ai docenti. Quando parliamo di seconda guerra mondiale e della costruzione dell’Italia repubblicana per noi è evidente che è inclusa la Resistenza». Eppure sulla Shoah, per esempio, si precisa che lo studio deve ricomprendere anche gli altri genocidi, una precisazione che manifesta una sensibilità storica e politica sui cui non si è disposti ad affidarsi all’autonomia e alla bravura dei docenti. «La Shoah è un unicum, poi ci sono altri genocidi su cui non si può far finta di niente. Ciò non toglie, sull’altro fronte, che la Resistenza è un valore imprescindibile, mai pensato di declassarla». Il punto è che un elenco di fatti significativi di un periodo può facilmente essere accusato di parzialità se non li cita tutti. «Il nostro non è un elenco esaustivo e prescrittivo, abbiamo solo indicato macrotemi», dice Bruschi. Che nega che possa esserci il rischio che la Liberazione finisca per essere liquidata in due righe e la lotta partigiana magari in una nota. «Che esagerazione, non c’è nessun rischio di questo tipo. Ma se il fatto che nei programmi non c’è la parola Resistenza è un problema, allora… possiamo sempre reinserirla», ribatte.
I programmi infatti non sono ancora definitivi. Genitori, insegnanti e associazioni possono dire la loro alla Gelmini sul forum dell’Indire. C’è tempo fino al 22 di aprile.
“Protesteremo, protesteremo con il ministro Gelmini, innanzitutto. E coinvolgeremo tutti a tutti i livelli, politici, sindacalisti, storici, perché si rimedi a un grave errore, una vergogna». Al telefono dalla sua casa romana, il 91enne Massimo Rendina, medaglia d’oro della Guerra contro il nazifascismo, presidente dell’Anpi di Roma, l’associazione nazionale partigiani d’Italia, ha l’indignazione appassionata di quando era partigiano a Torino. Eppure dal ministero assicurano che non c’è stata nessuna volontà politica di cancellare la Resistenza o la Liberazione non citandole espressamente nei programmi di storia… «È una dimenticanza pericolosa. C’è il tentativo, da un po’ di tempo, di rimuovere il nostro passato, la cui conoscenza è già così flebile. Si vuole mettere tutto sullo stesso piano, tutti colpevoli e tutti innocenti, i ragazzi partigiani e i repubblichini di Salò, senza così far capire come è nata l’identità democratica dell’Italia». E ricorda come, ministro della pubblica istruzione Rosa Russo Iervolino, «ci fu il primo riferimento diretto nei programmi di storia al fascismo, l’antifascismo e alla Resistenza. Il ministro Berlinguer poi lo chiarì con una circolare. Tornare indietro è un errore dal punto di vista culturale e politico, una lesione alla memoria storica del paese». C’è chi rivendica la necessità di riscrivere la storia di quegli anni dolorosi, di mettere in luce gli errori e i delitti commessi da una parte e dall’altra. «Ma glissare sulla Resistenza, con la scusa che tanto è compresa tra le tappe dell’Italia repubblicana, farla finire magari in una nota a piè di pagina di un libro di testo, non è revisionismo, è confusionismo», ribatte Rendina, «io vado in giro nelle scuole, i ragazzi non sanno nulla… Non c’è bisogno di confondere le acque, non gli facciamo un buon servizio».

Fonte: Articolo originale – Italia Oggi Mar, 30/03/2010 – 08:52

Categorie:Scuola Tag:

Lambro, il mistero dei germani

29 Marzo 2010 4 commenti
Lambro, il mistero dei germani
non li ha uccisi il petrolio: e allora cosa?

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Le autopsie della Lipu su 30 uccelli non hanno trovato tracce degli idrocarburi che si erano riversate nel fiume, arrivando fino al Po, dalle cisterne della Lombardia Petroli. “Nell’acqua c’era qualcos’altro”

Gli 8mila metri cubi di sostanze uscite dalla Lombarda Petroli di Villasanta e finiti nel Lambro e nel Po il 23 febbraio hanno fatto strage della fauna che popola le rive dei due fiumi. L’immagine stampata negli occhi è quella di decine di germani reali e cormorani, agonizzanti sulle sponde, che i volontari hanno tentato inutilmente di salvare. Ne hanno raccolti una trentina, impregnati di petrolio, ma sono morti tutti. A ucciderli però non sono stati gli idrocarburi, lo hanno stabilito le autopsie. Allora, si chiedono gli ambientalisti, cosa è stato? Cosa è finito veramente nel Lambro?
Se lo domanda la Lipu, la Lega italiana protezione uccelli, che ha attivato un imponente task-force a poche ore dal disastro ecologico. Lo stesso spiegamento di forze sperimentato nel 2002, quando le coste della Galizia vennero raggiunte da 63mila tonnellate di greggio uscito da uno squarcio nello scafo della petroliera Prestige. In quel caso i volontari partiti dall’Italia salvarono il 95 per cento degli esemplari ricoverati. Questa volta la mortalità è stata del 100 per cento. Eppure i protocolli seguiti sono stati gli stessi. A Cesano Maderno, in Brianza, all’interno di una delle oasi più importanti del nord Italia, decine di volontari si sono dati il cambio in una disperata lotta contro il tempo.
“Abbiamo seguito direttive internazionali – spiega Massimo Soldarini, responsabile nazionale Lipu – Si lavano gli animali, vengono stabilizzati evitando che vadano in ipotermia e solo alla fine si possono alimentare e lavare”. Un iter seguito anche a Pontevecchio di Magenta, dove all’interno del centro di recupero della fauna selvatica è stata allestita un’altra unità di crisi. Ma nessuno degli esemplari raccolti nel tratto che va dal depuratore di Monza fino a San Colombano ce l’ha fatta. “Nello stomaco degli uccelli non c’era traccia di idrocarburi. Sono sostanze indigeribili e non possono svanire. Quello che è accaduto è un fatto inspiegabile, a meno che nella marea nera non ci fosse solo petrolio”, dice Soldarini.
I primi risultati delle autopsie parlano chiaro: i reagenti degli idrocarburi hanno dato esito negativo. Invece, sono stati evidenziati danni al fegato, neurologici e gravi emorragie. Sintomi incompatibili con l’avvelenamento da petrolio. Per capire quali sostanze hanno falcidiato i due fiumi e assassinato gli uccelli bisognerà attendere la fine della prossima settimana, quando saranno pronti gli esiti degli ultimi esami condotti dai veterinari dell’Istituto di zooprofilassi di Brescia.
E mentre proseguono le indagini della Procura di Monza per individuare gli autori del sabotaggio (i carabinieri lasciano trasparire un cauto ottimismo) la provincia brianzola ha steso una mappa delle aziende a rischio lungo il Lambro (17), che saranno monitorate costantemente.

(26 marzo 2010)
di Gabriele Cereda La Repubblica

Categorie:Ambiente, Economia criminale Tag:

Milano, il racket degli affitti low cost

27 Marzo 2010 1 commento

Milano, il racket degli affitti low cost
“La casa è tua con 15mila euro in nero

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Il prezzo di affitto è basso da non crederci. Meno di 400 euro al mese per un bilocale di sessanta metri quadrati, con tanto di box, nel cuore dei Navigli. Poco di più 500 per tre locali, 90 metri quadri in tutto, sempre con posto auto a disposizione. Le tariffe sono basse, perché quelle case sono destinate a sfrattati, portatori di handicap e giovani coppie.

Lo prevede una convenzione firmata fra il Comune e il costruttore della nuova “corte residenziale” in via Magolfa 17. Ma quello che non dice la convenzione è che per farsi assegnare gli appartamenti da sogno bisogna pagare una «piccola cifra». Una somma «una tantum», come spiega l’uomo dietro la scrivania a chi si presenta nel suo ufficio. «Soldi che mi dai, ma che è come non mi avessi mai dato», per capirsi. Perché tanto «il nero lo fanno tutti», e comunque «per registrare il contratto in Comune poi non ci sono problemi». Tariffe fisse: 10mila euro per il bilocale, 15mila per avere una stanza in più. È la proposta che si sono sentiti fare giovani coppie e ragazzi in cerca di casa quando hanno provato ad affittare uno dei nuovi appartamenti nell’area che la burocrazia comunale classifica come “Gola – Pichi – Magolfa”.

L’ufficio all’angolo con via Fusetti, in cui l’agente da mesi ripete la formula della «piccola cifra», porta le insegne della Cmb Infoservice: non un’improvvisata immobiliare di avventurieri, ma il braccio commerciale per la Lombardia (come risulta dal sito Internet della società) della Cooperativa Muratori e Braccianti, gigante delle costruzioni con sede a Carpi, cuore delle coop rosse del mattone. Ma la questione, al di là delle insegne, sembra essere più complicata. In uno dei documenti già depositati in Comune, non per forza relativo ad affitti ottenuti col pagamento di somme in nero, risulta che la corte sia passata di mano più volte.

Nel maggio 2009 l’immobiliare Emmemme l’avrebbe acquistata dall’immobiliare Magolfa, nel frattempo assorbita dalla Cmb a seguito di una fusione nel giugno 2008. E nella vicenda compare come intermediario una terza azienda, che risulta avere soci in comune con la Emmemme e che nel bilancio 2008 di Cmb risultava essere partecipata dalla cooperativa. Una giungla in cui è difficile capire chi possieda cosa, per chi lavori l’ufficio, e soprattutto come vengano divise le eventuali somme intascate in nero.

Per capire invece come sia possibile che i contratti ottenuti con pagamenti fantasma siano poi regolarmente registrati in Comune, bisogna tornare indietro all’inizio della vicenda, al gennaio 2006, quando Palazzo Marino firma la convenzione con l’Immobiliare Magolfa srl. L’accordo, approvato in via preliminare dal consiglio comunale, prevede che l’azienda proprietaria dell’area di 6.133 metri quadri possa costruire sul terreno, ma a patto che riservi il 20 per cento della superficie edificata alla «realizzazione di edilizia abitativa convenzionata e relativi parcheggi».

Dai calcoli sulle metrature nascono 22 appartamenti per 1.476 metri quadrati complessivi. Case che per 15 anni dall’ultimazione dei lavori devono essere destinate «a persone da scegliersi fra le seguenti categorie». E segue elenco: «Conduttori interessati da ordinanza esecutiva di sfratto (non per mora), famiglie di pensionati o con presenza di handicappati, giovani coppie (sotto i 35 anni) e famiglie di nuova formazione». E qui si apre quello spazio di arbitrio che il venditore ha deciso di colmare a suo vantaggio: di fatto, per il Comune, qualunque coppia giovane che voglia andare a vivere insieme ha possibilità di accedere all’affitto.

Non c’è niente di male, anzi. Ma i candidati sono tantissimi, o almeno così sostiene l’agente: «Se quei soldi non me li dai tu me li dà qualcun altro e si prende la casa», dice, forse per mettere fretta. La speranza dell’uomo dietro la scrivania, e di chi accetta le sue condizioni, è che la pratica di affitto (peraltro “pulita”, visto che sul contratto non c’è traccia dell’iniziale pagamento) si perda fra le migliaia di pratiche di edilizia convenzionata che ogni anno arrivano a Palazzo Marino.

Dal giugno 2000 al maggio 2008 il Comune ha stretto convenzioni con i costruttori per la destinazione “controllata” di 6.954 alloggi. Vale a dire, il 38 per cento di tutto quello che è stato costruito in città nell’ambito di 53 successivi “Pii”, i Piani integrati di intervento. Che nel caso di via Magolfa qualcosa non abbia funzionato, qualcuno forse lo immaginava. Una mano anonima ha sporcato il muro esterno delle nuove case con una scritta rabbiosa. Una scritta che, letta da chi si è appena sentito proporre in nero una casa destinata a portatori di handicap, suona doppiamente sinistra: «Speculatori al cappio del popolo».

Fonte : La Repubblica 26 Marzo 2010

Categorie:Economia criminale Tag:

Bertolaso, Marcegaglia e gli affari a La Maddalena

26 Marzo 2010 1 commento

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Miracoli della Bertolaso s.p.a.: la Marcegaglia ci guadagna e paga la Regione.

L’ex Arsenale di La Maddalena è diventato un hotel a 5 stelle con porto turistico grazie agli interventi programmati per la riunione G 8 poi spostata a L’Aquila. Una dei fulcri del noto sistema gelatinoso.  Sono stati spesi 118.946.000,00 euro in proposito (48.400.000,00 euro per la ristrutturazione dell’Arsenale in albergo + 23.436.000,00 euro per la realizzazione di servizi connessi + 41.610.000,00 euro per l’adeguamento del bacino dell’Arsenale in porto turistico + 5.500.000,00 euro per il piano di caratterizzazione e la bonifica ambientale, dati Protezione civile) di soldi pubblici.

227 mila metri cubi di volumetrie turistiche su un’area di 115 mila metri quadri, un porto turistico in posizione privilegiata.

La gestione è stata affidata – per 40 anni – alla Mita Resort s.r.l. del Gruppo Marcegaglia, verso il pagamento di 31 milioni di euro e un canone annuale di 60 mila euro.  Una miseria.   L’affidamento è stato effettuato dalla struttura di missione gestita dal sottosegretario alla Protezione civile (e direttore del Dipartimento della Protezione civile) Guido Bertolaso e successivamente il complesso è stato trasferito alla Regione autonoma della Sardegna.

La Regione autonoma della Sardegna dovrà pagare quale proprietario ben 400 mila euro all’anno di sola I.C.I.

In queste settimane la Mita Resort s.r.l. sta effettuando le selezioni del personale: “per tutti i profili vengono richiesti ottima attitudine e professionalità del ruolo. E’ richiesta comprovata esperienza in strutture 4/5 stelle in posizioni analoghe per l’hotel ed esperienza pluriennale in Marina a gestione omogenea ed unitaria con almeno 500 posti barca”, così recita l’avviso.  Giustamente.Viene da chiedersi quanti saranno i sardi e i maddalenini in particolare a potervi trovare lavoro, considerato che questo era l’obiettivo fondamentale promosso dall’Amministrazione regionale Soru con il programma degli interventi per il G 8.   Viene ovviamente da chiedersi anche che cosa ha fatto in un anno in merito l’Amministrazione regionale Cappellacci per tornar padrone in casa propria.  Viene invece da ringraziare il sottosegretario-capo del dipartimento-commissario Guido Bertolaso per la straordinaria cura dell’interesse pubblico ancora una volta dimostrata.

 

da La Nuova Sardegna, 21 marzo 2010

Ex arsenale, la beffa dell’Ici da 400mila euro: a pagare sarà la Regione. Guido Piga

LA MADDALENA. Un vantaggio La Maddalena lo ottiene dall’ex arsenale: 400 mila euro di Ici all’anno nelle casse comunali. Ma per un ente pubblico che ci guadagna, un altro va in perdita: la Regione, che quella cifra dovrà sborsarla. Lo ha decretato Bertolaso nella convenzione con Mita Resort del duo Marcegaglia-Donà Dalle Rose che pagherà solo l’affitto annuale del complesso, 60 mila euro alla Regione. La convenzione è stata sottoscritta dalla protezione civile e da Mita resort il 9 giugno del 2009. Pochi la conoscono. Meglio di tutti Guido Bertolaso, commissario del G8. Le date sono importanti. Il 22 maggio 2009, esattamente un mese dopo il trasferimento del vertice dalla Maddalena all’Aquila, Bertolaso delega Angelo Borrelli per la stipula della convenzione per la gestione dell’ex arsenale con la società di Emma Marcegaglia e di Andrea Donà Dalle Rose. Nonostante non ci sia più l’esigenza di arredare l’hotel e di allestire il porto per il G8, dunque, Bertolaso non torna indietro: Mita Resort, dichiarata aggiudicataria del complesso il 24 marzo 2009, deve continuare a gestirlo. Borrelli è rapidissimo. In appena 18 giorni scrive e fa sottoscrivere, all’Aquila, la convenzione con Mita Resort, che – con un’ordinanza di Berlusconi dell’11 giugno 2009 – otterrà l’ex arsenale non più per 30 ma per 40 anni. «Un regalo» l’ha definito l’avvocato Pietro Corda nel ricorso per l’annullamento del bando di gara fatto al Tar del Lazio per conto dei gruppi Molinas e Peru e Muntoni. Ma in quella convenzione – come hanno scoperto solo da poco i funzionari della Regione – c’è anche di più a favore di Mita Resort. Per decisione di Borrelli, con la copertura di Bertolaso, l’Ici al comune della Maddalena sui115 mila metri quadri dell’ex arsenale non la pagherà la società, ma la Regione, proprietaria dell’area e delle strutture (27mila metri quadri solo tra hotel, palazzo delle conferenze e area commerciale). Ed è una cifra rilevante quella che finirà nelle casse comunali: 400mila euro all’anno, come ha rivelato l’assessore regionale ai Lavori pubblici Carta. Non fosse estremamente seria, sarebbe anche buffa, questa vicenda. Perché la Regione è titolare dell’ex arsenale, ma non ha potuto fare un bando per darlo in gestione, né pretende con forza che venga annullato quello di Bertolaso, anzi lo difende. Perché la Regione riceverà all’anno da Mita Resort solo 60mila euro per l’affitto del complesso e invece sarà costretta a spenderne 400mila in tasse perché così ha deciso proprio Bertolaso. Una perdita di 340mila euro. Una cifra che potrebbe anche crescere quando la Regione diventerà effettivamente proprietaria dell’ex ospedale militare, oggi hotel senza un gestore (lo assegnerà direttamente Bertolaso). E’ un ingente buco nelle casse della Regione, tanto che l’assessore all’Urbanistica Asunis starebbe già lavorando per rifare la convenzione, e accollare i costi a Mita Resort. Alla fine, paradossalmente, a guadagnarci è solo il comune della Maddalena: 400mila euro di Ici, in tempi di tagli, sono un tesoretto fenomenale per le opere pubbliche e i servizi sociali. E pensare che il consiglio comunale, all’unanimità, ha recentemente chiesto per l’ennesima volta che l’ex arsenale passi dalla Regione al Comune. Andasse veramente così, alla fine ci perderebbe. Per ora chi ci perde sono i lavoratori maddalenini, nell’ex arsenale e dintorni. Mita Resort, attraverso il suo veicolo societario Porto Arsenale La Maddalena srl, ha lanciato l’annuncio per la ricerca di personale. Direttore d’albergo, maitre, commis sala, chef de rang, responsabile tecnico del porto, ormeggiatore, nostromo, operaio comune, tutte figure professionali che la società deve assumere subito per la Vuitton Cup programmata alla Maddalena dal 22 maggio al 6 giugno. «Speriamo che siano tutti sardi» ha detto Donà Dalle Rose in un’intervista alla “Nuova”. Sarà difficile che siano maddalenini. La disoccupazione nell’isola c’è, proprio in questi giorni si sta costituendo un’associazione. La guida Marco Poggi, segretario dei Comunisti italiani (dimissionario) che si è alleato con il segretario della Destra, tanto per gradire. Poggi è uno che scrive molti documenti, ora anche il suo curriculum. «Tutti noi disoccupati stiamo mandando i nostri curriculum a Mita – dice insieme a Roberto Siro, precario di Abbanoa -. Ma abbiamo poche, pochissime speranze di essere assunti». Tanto scetticismo è giustificato da una postilla all’annuncio di Mita: «E’ richiesta comprovata esperienza in strutture 4/5 stelle». Alla Maddalena non ci sono hotel con quelle caratteristiche. «Il nostro turismo è molto particolare – spiega Ramon Del Monaco una vita al Touring Club -. Da noi ci sono i villaggi, come il Club Med, e non c’è mai stato un albergo con più di 3 stelle. Pochissimi sono andati all’alberghiero di Arzachena, temo che pochissimi maddalenini potranno essere assunti nell’ex arsenale». E il settore nautico, niente chance neppure lì? «Prima dell’annuncio, dovevano fare una riunione con i lavoratori della Maddalena. Perché per noi non c’è mai spazio, mai rispetto, ci usano tutti» dicono i fratelli Paolo, Mario e Gianni Loi.

da La Nuova Sardegna, 21 marzo 2010

La Regione a Mita resort: ridiscutiamo il contratto Il Pd: condizioni capestro. È polemica per l’Ici stratosferica ma anche perché tutte le carte restano in mano a Bertolaso. Guido Piga

LA MADDALENA. La Regione vorrebbe rinegoziare la convenzione con Mita resort per la gestione dell’ex arsenale scritta da Bertolaso. Vorrebbe anche trattare sull’Ici che dovrà versare al comune della Maddalena, 400 mila euro all’anno, e sul canone di 60 mila euro che riceverà dalla società della Marcegaglia. Ma non può fare nulla. Perché la struttura di Bertolaso non ha ancora inviato a Cagliari, nonostante la formale richiesta, né la convenzione né gli allegati tecnici sui lavori a carico di Mita resort. Il Pd chiede che Cappellacci stracci quell’atto e lo riscriva. Dunque quella convenzione, che stabilisce che cosa Mita resort deve fare nell’ex arsenale per i prossimi 40 anni, e quanto deve pagare, è ancora nel solo possesso della struttura di Bertolaso, dello Stato che non è più titolare né di quell’area né delle strutture ricettive (portoG8, di Miquelescluso). La Regione, che dell’ex arsenale è proprietaria dal 1 gennaio di quest’anno, non sa nulla del rapporto contrattuale con il suo “inquilino”, la società di Emma Marcegaglia e Andrea Donà Dalle Rose. E’ l’ennesimo paradosso di tutta la vicenda G8. «Conosciamo solo informalmente alcuni aspetti di quella convenzione. L’abbiamo richiesta formalmente, ma dalla struttura della protezione civile non ce l’hanno ancora fatta avere» ammette Gabriele Asunis, titolare agli Enti locali, l’assessorato “padrone” dell’ex arsenale. «Tutto questo è lesivo dell’autonomia regionale» attaccano Giulio Calvisi e Pierluigi Caria, parlamentare e consigliere regionale del Pd, partito che ha presentato interrogazioni sia alla Camera che in consiglio regionale. La convenzione è stata sottoscritta dalla struttuta di Bertolaso e da Mita resort il 9 giugno, quando il G8 era già stato spostato dalla Maddalena all’Aquila, quando la proprietà dell’ex arsenale era ancora dello Stato, non della Regione. E, nonostante il trasferimento dell’area da Roma a Cagliari, nulla da allora è cambiato. Dopo la lettera a Bertolaso per chiedere di entrare in possesso della convenzione e degli allegati tecnici, gli uffici di Asunis si sono messi al lavoro per cercare di capire come la Regione dovrà comportarsi con Mita resort, società che per la gestione dell’arsenale verserà nelle casse dello Stato 31 milioni (inizialmente erano 40, somma ridotta per lo spostamento del G8) e solo 60 mila euro all’anno d’affitto alla Regione. I funzionari hanno fatto alcune scoperte, prima fra tutte quella sull’Ici. L’imposta sui 115 mila metri quadri dell’ex arsenale (227 mila metri cubi di strutture) al comune della Maddalena dovrà pagarla la Regione, non la società. Tecnicamente, non ci sarebbero problemi. Politicamente, sì. Il Pd, a livello nazionale e regionale, è partito all’attacco di Cappellacci, che non ha ancora preso posizione sul bando per l’ex arsenale (se non a favore della Marcegaglia) «E’ assurdo che la Regione riceva un canone di locazione per la gestione dell’ex arsenale di 60 mila euro all’anno e ne debba pagare 440 di Ici» dicono Calvisi e Caria in un comunicato. Segue l’elenco dei punti contestati. «Già trovavamo incomprensibile che i 31 milioni di euro che Mita Resort doveva versare a titolo di una tantum, andassero alla protezione civile e non alla Regione. Già trovavamo esiguo un canone annuale di soli 60 mila euro l’anno per 40 anni. Ora siamo all’assurdo perché si scopre che gli oneri dell’Ici sono rimasti a carico della Regione, con una perdita di 340mila euro. A questo punto sulla vicenda occorre fare un chiarimento definitivo – proseguono -. Ci venga detto se non si ritenga gravemente lesivo delle prerogative statutarie della Regione l’eventuale mancato coinvolgimento della Regione e del suo presidente. Ci dicano se non si ritenga contrario ai principi della buona amministrazione che su un bene pubblico dato in gestione ai privati gli oneri tributari possano rimanere in capo al pubblico e non al privato già beneficiario, a prezzi più che vantaggiosi, dell’affidamento del bene. Ci venga detto se non si ritenga opportuno intervenire al più presto per modificare le condizioni capestro per la Regione». E la Regione, con l’assessore Asunis, questo vorrebbe fare. Vorrebbe avere intanto la convenzione, e poi fare bene i conti tra quanto incassa e quanto spende, ed eventualmente rivedere alcune cose del contratto d’affitto, se non tutto. Proprio come farebbe ogni padrone di casa.

 Fonte: Gruppo di intervento giuridico onlus

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Pedofilia, Benedetto XVI predica bene ma ratzola male

23 Marzo 2010 10 commenti

L’ articolo è  lungo, però visto il tema trattato penso valga la pena leggerlo per intero.  E’ riuscito a scandalizarmi ( cosa non facile). E’ una lezione di storia che nelle scuole non si insegnerà mai.

                                                                                                           ratzinger_balconeFa specie sentire il portavoce del Vaticano, padre Federico Lombardi, parlare di tentativi accaniti di “coinvolgere personalmente il Santo Padre nella questione degli abusi” e dello scandalo della pedofilia. Non me ne voglia, padre Lombardi, ma non c’è bisogno di tentativi, i fatti parlano da soli, basta metterli in fila. A cominciare dal principio, sgomberando il campo dalle chiacchiere.

Il fatto che gli ecclesiastici abbiano pruriti pedofili fin dalla notte dei tempi non c’è bisogno di inventarselo, lo dice un papa, per la precisione Leone X, e lo dice in un atto ben conosciuto, la Taxa Camerae, un documento vergognoso che, ad onta del Vangelo che condanna la simonia come peccato imperdonabile, promette il perdono in cambio di denaro.
I primi due dei 35 articoli di cui si compone la Taxa Camarae riguardano proprio gli ecclesiastici e i loro “peccati”, in particolare il secondo articolo:
“Se l’ecclesiastico, oltre al peccato di fornicazione chiedesse d’essere assolto dal peccato contro natura o di bestialità, dovrà pagare 219 libbre, 15 soldi. Ma se avesse commesso peccato contro natura con bambini o bestie e non con una donna, pagherà solamente 131 libbre, 15 soldi.”
Correva l’anno 1517. Poco meno di cinquecento anni fa. E la Chiesa già sapeva. Solo che fa più comodo, adesso, contare sulla memoria fallace o sulla non conoscenza di chi ascolta le chiacchiere dei vari portavoce.

Ho cominciato da troppo lontano? Veniamo ai giorni nostri, allora.
Nel 1962 il cardinale Ottaviani redige un documento noto come Crimen Sollicitationis. Questo documento, prescrive ai vescovi come comportarsi quando un sacerdote viene denunciato per pedofilia. Nel documento c’è scritto, in stampatello e ben evidente: “Servanda diligenter in archivio secreto curiae pro norma interna. Non publicanda nec ullis commentariis augenda”, che vuol dire “Da conservare con cura negli archivi segreti della Curia come strettamente confidenziale. Da non pubblicare, né da integrare con alcun commento

Il Crimen, in pratica, stabiliva una serie di norme da seguire nei casi di pedofilia clericale. Il processo canonico al sacerdote accusato era un processo diocesano, e a condurlo era il vescovo della diocesi cui il sacerdote apparteneva. Il Crimen va analizzato e “studiato” con cura, poichè è il vademecum che hanno seguito sempre i vescovi nei casi di pedofilia clericale. E fin dal principio risulta chiaro che la stessa esistenza del documento deve essere mantenuta segreta. Perchè?

Analizzando il testo nel dettaglio se ne comprende perfettamente il motivo. Intanto viene definito cosa intendere come peccato di provocazione: “Il crimine di provocazione avviene quando un prete tenta un penitente, chiunque esso sia, nell’atto della confessione, sia prima che immediatamente dopo, sia nello svolgersi della confessione che col solo pretesto della confessione, sia che avvenga al di fuori del momento della confessione nel confessionale, che in altro posto solitamente utilizzato per l’ascolto delle confessioni o in un posto usato per simulare l’intento di ascoltare una confessione.” Insomma, praticamente sempre.

Un’altra prerogativa del Crimen è quella di accomunare l’abusatore all’abusato: entrambi peccatori per aver “fornicato”, anche se l’abusato è stato circuito, plagiato, e, in molti casi, violentato. Nel testo, infatti, (art.73, pag.23 del documento in latino) parlando di “crimine pessimo”, intendendo l’abuso di un bambino o gli atti sessuali con un animale (perchè la Chiesa continua a paragonare, accomunare ed equiparare i bambini agli animali, come ai tempi della Taxa Camerae, a meno che il bambino non sia ancora nato e lì allora la sua vita diventa sacra e inviolabile), si legge che tale peccato è commesso dal sacerdote “cum impuberibus”, cioè “con” il bambino, non “contro”. Perchè, prima di tutto, viene la condanna del sesso, anche quando è fatto contro la propria volontà; poi tutto il resto.

Nei 74 articoli di cui è composto il Crimen, si impartiscono direttive precise. Quella più pressante riguarda sicuramente la segretezza, di cui tutto il documento è imbevuto. Ma cosa prescrive il Crimen? Fondamentalmente questo: coprire, celare, trasferire. L’articolo 4 dice infatti che non c’è nulla che impedisca ai vescovi “se per caso capiti loro di scoprire uno dei loro sottoposti delinquere nell’amministrazione del sacramento della Penitenza, di poter e dover diligentemente monitorare questa persona, ammonirlo e correggerlo e, se il caso lo richiede, sollevarlo da alcune incombenze. Avranno anche la possibilità di trasferirlo, a meno che l’Ordinario del posto non lo abbia proibito perché ha già accettato la denuncia e ha cominciato l’indagine.” Quindi, se si sa che il sacerdote è un pedofilo ma non è stato aperto un processo canonico a suo carico, non c’è nulla che impedisca al vescovo di trasferirlo.

E se invece c’è una denuncia al vescovo? Prima di tutto, la segretezza. Viene fatto giurare a tutti (esistono formule apposite, riportate nel Crimen) di mantenere il segreto, sotto pena di scomunica. Devono mantenere il segreto i membri del tribunale diocesano che “indagano” sulla denuncia, deve mantenere il segreto l’accusato e devono mantenere il segreto anche gli accusatori e i testimoni, pena la scomunica immediata, ipso facto e latae sententiae. Sì, certo, anche la vittima ed eventuali testimoni: “Il giuramento di segretezza deve essere in questi casi fatto fare anche all’accusatore o a quelli che hanno denunciato il prete o ai testimoni.” (Crimen sollicitationis, art. 13, pag. 8 del testo in latino)
“Prometto, mi obbligo e giuro che manterrò inviolabilmente il segreto su ogni e qualsiasi notizia, di cui io sia messo al corrente nell’esercizio del mio incarico, escluse solo quelle legittimamente pubblicate al termine e durante il procedimento” recita la formula A del Crimen. Tuttavia, all’articolo 11 viene specificato che tale silenzio deve essere perpetuo: “Nel trattare queste cause la cosa che deve essere maggiormente curata e rispettata è che esse devono avere corso segretissimo e che siano sotto il vincolo del silenzio perpetuo una volta che si siano chiuse e mandate in esecuzione. Tutti coloro che entrino a far parte a vario titolo del tribunale giudicante o che vengano a conoscenza dei fatti per la propria posizione devono osservare il rispetto più assoluto del segreto – che dev’essere considerato come segreto del Santo Uffizio – su tutti i fatti e le persone, pena la scomunica ‘lata sententiae’ ‘ipso facto’ e senza nessuna menzione sulla motivazione della scomunica che spetta al Supremo Pontefice, e sono obbligati a mantenere l’inviolabilità del segreto senza eccezione nemmeno per la Sacrae Poenitentiariae.”

Tutto questo si è tradotto per decenni in una prassi vergognosa che includeva il trasferimento dei preti pedofili di parrocchia in parrocchia e la richiesta alle vittime di mantenere il segreto, magari tacitandole con piccole somme, sapendo che in molti casi le vittime venivano da ambienti già disagiati e mai avrebbero affrontato la vergogna e le spese di una denuncia alle autorità civili.
Una volta concluso il processo diocesano, se c’erano prove sufficienti a condannare il prete pedofilo (e, caso strano, pare non si siano quasi mai trovate), gli atti dovevano essere trasmessi, sempre in totale segretezza, all’allora Santo Uffizio, poi divenuto Congregazione per la Dottrina della Fede. In caso non ci fossero prove sufficienti, gli atti dovevano invece essere distrutti.
Ma come mai così poche condanne da parte dei tribunali diocesani? Anche qui, il Crimen detta prescrizioni precise. Innanzitutto, a decidere se la denuncia è fondata o meno è l’ordinario diocesano, cioè il vescovo. Inoltre il documento prescrive: “Se comunque ci sono indicazioni di un crimine abbastanza serie ma non ancora sufficenti a instituire un processo accusatorio, specialmente quando solo una o due denunce sono state fatte, o quando invece il processo è stato tenuto con diligenza, ma non sono state portate prove, o queste non erano sufficienti, o addirittura si sono trovate molte prove ma con procedure incerte o con procedure carenti, l’accusato dovrebbe essere ammonito paternamente, seriamente, o ancora più seriamente secondo i diversi casi, secondo le norme del Canone 2307 [...] gli atti, come sopra, dovrebbero essere tenuti negli archivi e nel frattempo dovrebbe essere fatto un controllo morale sull’accusato.”
Chi decide se le prove sono consistenti e sufficienti? Sempre l’ordinario diocesano.

Il Crimen prescrive anche cosa fare nel caso in cui il sacerdote sia stato ammonito ma il vescovo riceve nuove denunce contro di lui: “Se, dopo la prima ammonizione, arrivano contro lo stesso soggetto altre accuse riguardanti crimini di provocazione precedenti l’ammonizione, l’Ordinario dovrebbe vedere, secondo la propria coscienza e giudizio, se la prima ammonizione può essere considerata sufficiente o se procedere a una nuova ammonizione oppure ad eventuali misure successive.”

Con queste premesse, è ovvio che siano in pochissimi i sacerdoti condannati dai tribunali diocesani: i vescovi si limitavano ad ammonire e trasferire, molto spesso solo a trasferire. E la tutela dei bambini? Mai presa in considerazione.

A fare un bilancio della situazione a posteriori, il Crimen non è servito in alcun modo ad arginare il problema della pedofilia clericale, è stato invece utile alla Chiesa a “lavare i panni sporchi in famiglia”. Solo che, con l’andare del tempo, i panni sporchi sono aumentati in maniera sproporzionata. La politica dello struzzo non paga mai, e in questo caso si è dimostrata letale. Negli anni, infatti, gli abusi non sono diminuiti, anzi, il problema si è incancrenito e le vittime sono diventate migliaia.

Non è neppure lontanamente credibile la professione di ignoranza fatta da vescovi e prelati chiamati a rispondere nei tribunali penali, e non diocesani, del loro operato. E sono sempre i fatti a smentirli. Primo fra tutti l’esistenza di una congregazione religiosa dedicata esclusivamente alla cura dei sacerdoti: i Servi del Paraclito. Poco nota, se non agli “addetti ai lavori”, la congregazione dei Servi del Paraclito viene fondata nel 1942 dal sacerdote statunitense Gerald Fitzgerald, a Jemez Springs (Nuovo Messico), con lo scopo di dedicarsi all’assistenza ai sacerdoti in particolare condizioni giuridiche e morali.
Inizialmente, arrivavano a Jemez Springs soprattutto sacerdoti con problemi di alcolismo, ma dal 1965 i Servi del Paraclito cominciarono a trattare anche i sacerdoti pedofili. Con scarsissimi, se non nulli, risultati. Lo stesso fondatore, che dal principio si era opposto alla possibilità di accogliere preti con tali problematiche, fin dagli anni cinquanta inviò numerose lettere a vescovi, arcivescovi ed esponenti della Curia Romana in cui faceva presente la necessità di allontanare dal sacerdozio i preti coinvolti in casi di pedofilia. In una di queste lettere, indirizzata anche al cofondatore della congregazione, scriveva:

“Reverendissimo e Carissimo Arcivescovo,
Carissimo cofondatore

Spero che Sua Eccellenza sia d’accordo e approvi quello che io considero una decisione vitale, da parte nostra: per prevenire uno scandalo che potrebbe danneggiare il buon nome di Via Coeli, non offriremo ospitalità ad uomini che abbiano sedotto o tentato di sedurre, bambini o bambine. Eccellenza, questi uomini sono diavoli e l’ira di Dio ricade su di essi e, se io fossi un vescovo, tremerei se non facessi rapporto a Roma per chiedere la loro forzata riduzione allo stato laicale. E’ blasfemo lasciare che celebrino il Santo Sacrificio. Se i singoli vescovi fanno pressione su di lei, Eccellenza, può dire loro che l’esperienza ci ha insegnato che questi uomini sono troppo pericolosi per i bambini della parrocchia e per il vicinato, sicchè siamo giustificati nel nostro rifiuto di accoglierli qui. Sua Eccellenza può inoltre dire, se lo desidera, che non intende interferire con la regola che l’esperienza ha dettato.
Proprio per queste serpi ho sempre auspicato il ritiro su un’isola, ma anche un’isola è troppo per queste vipere di cui il Gentile Maestro ha detto che sarebbe stato meglio se non fossero mai nati; il che è un modo indiretto di maledirli, non crede?
Quando vedrò il santo padre, dirò a Sua Santità che devono essere ridotti ipso facto allo stato laicale, immediatamente.”

Inutile dire come andò a finire: la politica dello struzzo prevalse e la congregazione accolse i preti pedofili per quello che, caritatevolmente, può essere definito un tentativo di cura. Un caso fra tutti può essere esemplificativo: padre James Porter arrivò a Jemez Springs nel 1967, dopo essere stato destituito da tre incarichi, ogni volta per problemi di pedofilia. Eppure, padre John B. Feit, superiore dei Servi del Paraclito, scrisse per lui accorate lettere di raccomandazione che gli fecero ottenere, alla fine del “trattamento” una diocesi nel Minnesota, dove, appena arrivato, ricominciò gli abusi.
In realtà, Jemez Springs divenne nota come “il carcere dei preti” e funzionò come un “parcheggio” per i sacerdoti su cui pendevano denunce di abusi. Nel 1994, la congregazione dovette chiudere l’esperimento di riabilitazione dei preti pedofili: 17 preti furono coinvolti nel ’91, in 140 cause per abusi sessuali e la Curia pagò 50 milioni di dollari in accordi stragiudiziali.

Identica politica fu seguita dalla Chiesa ogni qualvolta fu messa di fronte alla problematica della pedofilia clericale. Nel maggio 1985 a tutti i vescovi statunitensi fu consegnato un documento noto come “Il manuale”, redatto da due preti e un avvocato: padre Michael Peterson, psichiatra della clinica di S. Luke, il domenicano canonista padre Thomas Doyle e l’avvocato Ray Mouton. Il manuale analizza il problema della pedofilia clericale e le conseguenze, economiche e morali, per la chiesa cattolica. Fornisce direttive per affrontare il problema, ma viene totalmente ignorato. Il risultato anche in questo caso è evidente: milioni di dollari in risarcimenti, diocesi in fallimento o prossime alla bancarotta, un drastico calo di fedeli e soprattutto delle loro generose donazioni.

Lo scandalo, venuto a galla negli Stati Uniti, è solo l’inizio. Altrettanti scandali travolgono l’Australia, il Sudamerica, il Messico, il Canada, l’Alaska, la Polonia, l’Irlanda, la Spagna, l’Inghilterra, la Germania, l’Olanda e moltissimi paesi africani. Una vergogna dietro l’altra, si svelano i retroscena di sacerdoti che hanno molestato, abusato, violentato decine di bambini, alcuni piccolissimi.

Così, nel 2001, il cardinale Joseph Ratzinger, prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede dal 25 novembre 1981 fino alla sua nomina al soglio pontificio, promulgò un epistola nota come De Delictis Gravioribus o come Ad exsequandam. In essa richiamava il Crimen sollicitationis e avocava un diretto controllo, da parte della Congregazione per la Dottrina della Fede, sui “crimini più gravi”, compresi gli abusi sui minori.
Per quella lettera, il cardinale Ratzinger fu citato in giudizio dall’avvocato Daniel Shea davanti al tribunale dalla Corte distrettuale della contea di Harris (Texas), dove fu accusato di “ostruzione alla giustizia”. Secondo l’accusa, infatti, il documento della Congregazione avrebbe favorito la copertura di prelati coinvolti nei casi di molestie sessuali ai danni di minori negli Stati Uniti. Nel febbraio 2005 fu emanato dalla corte un ordine di comparizione per il cardinale Joseph Ratzinger. Il 19 aprile 2005, il cardinale Ratzinger fu eletto papa e i suoi legali negli Stati Uniti si rivolsero al Dipartimento di Stato chiedendo l’immunità diplomatica per il loro assistito. L’Amministrazione Bush acconsentì e Joseph Ratzinger fu esonerato dal processo.

Tuttavia, anche non tenendo conto di questo “incidente di percorso”, sorgono naturali molti interrogativi sull’operato di Ratzinger come Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede. E, altrettanto naturali, sorgono molti dubbi sulla sua “presa di posizione” drastica e rigorosa nei confronti della pedofilia clericale.
Che fosse ben informato di quanto fosse grave e profonda la piaga degli abusi fra il clero lo afferma lo stesso Ratzinger, nella memorabile nona stazione della Via Crucis del 2005, quando sostituì Giovanni Paolo II ormai morente: “Quanta sporcizia c’è nella Chiesa, e proprio anche tra coloro che, nel sacerdozio, dovrebbero appartenere completamente a lui!”

E tuttavia, pur consapevole della “sporcizia”, il Prefetto non si armò mai di ramazza per far pulizia. Anzi, in molti casi “celebri” la Congregazione fu assurdamente lenta e le vittime dovettero ricorrere ai giornali per avere almeno una parvenza di giustizia.
Il caso più tristemente famoso è senza dubbio quello che riguarda il fondatore dei Legionari di Cristo, Marcial Maciel Degollado. Il Vaticano era a conoscenza di molte ombre sull’operato del sacerdote, fin dal 1956, quando il cardinale Valeri lo trovò nella clinica romana Salvator Mundi molto malridotto per l’abuso di morfina. Tuttavia, i procedimenti a carico del fondatore dei Legionari di Cristo non ebbero mai alcun esito, neppure quando, nel 1978 l´ex presidente dei Legionari negli Stati Uniti, Juan Vaca, con un esposto a papa Giovanni Paolo II, accusò Maciel di comportamenti peccaminosi con lui quand´era ragazzo. Nel 1989 Vaca ripresenta a Roma le sue accuse. Senza risposta, sebbene Ratzinger fosse già dal 1981 a capo dell’ex Santo Uffizio. A febbraio del 1997 con una denuncia pubblica, otto importanti ex Legionari accusano Maciel di aver abusato di loro negli anni Cinquanta e Sessanta.
Nel 1998, il 17 ottobre, due degli otto accusanti, Arturo Jurado Guzman e José Barba Martin, accompagnati dall´avvocato Martha Wegan, incontrano in Vaticano il sottosegretario della Congregazione vaticana per la dottrina della fede, Gianfranco Girotti, e chiedono la formale apertura di un processo canonico contro Maciel. Il 31 luglio del 2000 Barba Martin, assieme all’avvocato Wegan, incontra di nuovo in Vaticano monsignor Girotti. Ma sempre senza alcun risultato.
Finchè, nel 2006, appena cinquant’anni dopo le prime denunce, finalmente la Congregazione per la Dottrina della Fede prende una risoluzione esemplare: invita padre Maciel a ritirarsi ad una vita di preghiera e meditazione. Oggi, a distanza di pochi anni, continuano a spuntare scandali che riguardano Maciel e i Legionari, come la presenza (accertata) di una figlia in Spagna, frutto di una violenza ad una minorenne, diversi presunti figli in Messico, dei quali, tra l’altro, non si sarebbe fatto scrupolo di abusare. Insomma, il Vaticano ha aperto un’inchiesta. Molto rassicurante.

Stessa sorte subita, più o meno, da procedimenti a carico di sacerdoti italiani. Celebre il caso di don Cantini in Toscana, per esempio. Stranamente, la Congregazione guidata da Ratzinger ha sempre impiegato decenni ad indagare sui sacerdoti pedofili, soprattutto quando si trattava di sacerdoti influenti, salvo poi scoprire che, a causa del tempo trascorso, il delitto era caduto in prescrizione. Ad onor del vero, c’è da dire che in alcuni casi sono anche state comminate condanne da far tremare i polsi: litanie alla Madonna, rosari, perfino divieto di celebrare messa in pubblico. Se non è “tolleranza zero” questa…

Poi viene fuori che il fratello del papa distribuiva scapaccioni ai membri del coro da lui diretto e che sapeva che il rettore dell’Internat, il convitto in cui i coristi vivevano, li picchiava sistematicamente, con durezza e spesso persino senza alcun motivo che potesse spingerlo a decidere una punizione. E tuttavia non aveva mai fatto nè detto nulla perchè, essendo il convitto un’istituzione indipendente, non aveva il potere di denunciarlo. Certo, perchè serve “essere autorizzati” per denunciare violenze e abusi. Non basta l’amore per il prossimo, quello per cui Cristo s’è fatto mettere in croce. Non basta il senso di giustizia, non basta il desiderio di tutelare i bambini. Salvo poi scusarsi, vent’anni, trent’anni dopo, e solo dopo che si è sollevato lo scandalo. Questo desiderio di scusarsi come mai non è mai stato avvertito prima che l’ex direttore del coro finisse nell’occhio del ciclone e sulle pagine dei giornali?

Senza parlare delle prese di posizione nettissime di papa Ratzinger. Un esempio? Il suo ultimo viaggio negli Stati Uniti, nel corso del quale, tra i festeggiamenti del suo compleanno con Bush alla Casa Bianca e la visita a Ground Zero, il Papa ha sostenuto l’inconciliabilità tra il sacerdozio e la pedofilia. Praticamente la scoperta dell’acqua calda.
Senza contare che in quella visita non era stato neppure previsto un incontro con le vittime. Ratzinger fu spinto dall’opinione pubblica e dai media americani ad un incontro estemporaneo con quello che i giornali italiani hanno caritatevolmente definito “un gruppo di vittime”: cinque persone ricevute in piedi, meno di mezz’ora in tutto, nella cappella privata della nunziatura apostolica di Washington. Contemporaneamente, però, ospiti del papa durante quel viaggio sono stati tre vescovi celebri per aver coperto i preti pedofili: il cardinale Egan e il cardinale Mahony, che sono stati gli anfitrioni di Ratzinger durante i giorni trascorsi a New York, e il cardinale Francis George, che ha accolto il papa a Washington.
Dunque, fuori dalle chiacchiere e dai proclami, i fatti, nudi e crudi, parlano da soli.
E’ questa la “tolleranza zero” di cui il Vaticano fa tanto parlare?

 di Vania Lucia Gaito, da viaggionelsilenzio.ilcannocchiale.it

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Acqua: bene comune universale !

22 Marzo 2010 Commenti chiusi

bosci--180x140Nella giornata mondiale dell’acqua
i Boscimani «festeggiano» 8 anni senza

Dal 2002 il Botswana ha cementato un pozzo per cercare di allontanarli dalla loro terra

Ognuno celebra la Giornata Mondiale dell’Acqua come può. Istituita dalle Nazioni Unite nel 1992, ogni 22 marzo si ripete questa ricorrenza e l’Onu, secondo lo statuto, invita in questa data tutte le nazioni membre alla promozione di attività concrete per la salvaguardia e la diffusione di questo elemento primario all’interno dei loro Paesi.

OTTO ANNI SENZA ACQUA – Ma questo 22 marzo 2010, lontano dalla sede dell’Onu, si celebra un’altra ricorrenza. Molto meno ufficiale e lontana dai riflettori: i Boscimani delle tribù Gana e Gwi del Botswana compiono otto anni senza poter accedere a una regolare fonte d’acqua nella Central Kalahari Game Reserve. Nel tentativo di indurli ad abbandonare la riserva, loro terra ancestrale, nel 2002 il governo del Botswana aveva infatti smantellato e cementato il pozzo da cui i Boscimani dipendevano per gli approvvigionamenti dell’acqua. Il motivo è quello di non volere vincoli nello sfruttamento delle riserve di diamanti e del turismo. Nonostante la sentenza dell’Alta Corte del Botswana che nel 2006 sancì il diritto costituzionale dei Boscimani a vivere nella riserva, il governo ha continuato a negare loro il permesso di rimettere in funzione il pozzo, anche se i Boscimani si erano dichiarati disposti a procurarsi da soli il denaro necessario a coprirne i costi. Mentre costringeva i Boscimani a sopravvivere in condizioni limite, il governo autorizzava l’apertura di un complesso turistico nelle loro terre, dotato di piscina, e faceva scavare pozzi per abbeverare gli animali selvatici. I Boscimani che hanno cercato di portare cibo e acqua dall’esterno sono stati arrestati. Una donna, Qoroxloo Duxee, è morta per disidratazione ai primi di novembre nei pressi del villaggio di Metsiamenong, dove alcuni Boscimani continuano a resistere a ogni tentativo di sfratto da parte del governo. In giugno, Qoroxloo aveva rilasciato un’intervista alla Bbc: «Quando ero giovane, gli uomini cacciavano e noi avevamo l’acqua. Vivevamo bene e le persone morivano solo di vecchiaia».

L’ONU CHIEDE AL GOVERNO DI RIAPRIRE IL POZZO – Il trattamento riservato ai Boscimani dal governo è stato recentemente condannato dal Relatore Speciale delle Nazioni Unite James Anaya sui popoli indigeni, che lo ha accusato di non esser riuscito a rispettare “i relativi standard internazionali sui diritti umani”. Nel dossier si constata anche che i Boscimani rientrati nella riserva dopo la sentenza «devono affrontare condizioni di vita dure e pericolose a causa dell’impossibilità di accedere all’acqua», e si sollecita il governo a riattivare il loro pozzo come «questione della massima urgenza». «Il continuo rifiuto del governo di permettere ai Boscimani l’uso del pozzo è niente di meno che una premeditata malvagità» ha commentato Stephen Corry, direttore generale di Survival International, associazione che tutela la sopravvivenza delle culture indigene nel Mondo. «Tutto quello che i Boscimani chiedono è solo di poter accedere al loro pozzo, così come facevano prima di essere illegalmente sfrattati dalle loro terra».

Fonte: Il corrire della sera (on line) 21 marzo 2010

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19 Marzo 2010 3 commenti

cipollaIl professor Cipolla e le testa di cipolla sarde

Raffaele Deidda, 18 marzo 2010, 16:12

 Che cosa c’entra il compianto Carlo M. Cipolla, professore emerito di Storia Economica a Berkeley con un’espressione vernacolare che non ha mai superato i confini della Sardegna? C’entra, se si ricorda che Carlo M. Cipolla è autore del saggio “Le leggi fondamentali della stupidità umana”, pubblicato in Italia nel 1988 dopo essere apparso originariamente in inglese negli anni settanta in edizione ristretta riservata agli amici

Chiunque approcci con intelligenza e ironia la lettura del saggio di Cipolla inevitabilmente perviene alla consapevolezza di quanto sia (o sia stato) stupido.
Carlo M. Cipolla individua sostanzialmente cinque leggi fondamentali:
Prima Legge
Sempre e inevitabilmente ognuno di noi sottovaluta il numero degli individui stupidi in circolazione.
Seconda Legge
La probabilità che una certa persona sia stupida é indipendente da qualsiasi altra caratteristica della stessa persona, spesso ha l’aspetto innocuo/ingenuo e ciò fa abbassare la guardia.
Terza Legge
Una persona stupida è chi causa un danno ad un altra persona o gruppo di persone senza nel contempo realizzare alcun vantaggio per sé o addirittura subendo una perdita.
Quarta Legge
Le persone non stupide sottovalutano sempre il potenziale nocivo delle persone stupide.
Quinta Legge
La persona stupida é il tipo di persona più pericolosa che esista.
Il corollario di base del gustosissimo saggio, che costituisce un caposaldo delle idee bizzarre in economia, è riassumibile in: “Una persona stupida è più pericolosa di un bandito” e conduce direttamente all’essenza della teoria del prof. Cipolla.
Per l’autore esistono quattro tipi di persone in dipendenza del loro comportamento in una transazione:
Disgraziato (o Sfortunato): chi con la sua azione tende a causare danno a sé stesso, ma crea anche vantaggio a qualcun altro.
Intelligente: chi con la sua azione tende a creare vantaggio per sé stesso, ma crea anche vantaggio a qualcun altro
Bandito: chi con la sua azione tende a creare vantaggio per sé stesso, ma allo stesso tempo danneggia qualcun altro
Stupido: chi causa un danno ad un altra persona o gruppo di persone senza nel contempo realizzare alcun vantaggio per sé o addirittura subendo una perdita.
Dato per scontato che in ognuno di noi c’è un fattore di stupidità che è sempre più grande di quanto supponiamo, proviamo ad immaginare come le leggi di Carlo M. Cipolla possano essere riferite al partito di maggioranza relativa al governo della regione Sardegna e, specificamente, al governatore espressione del padrone di quel partito.
E’ noto che la Sardegna sia stata tagliata fuori dalle provvidenze del Par, il Programma per l’utilizzo dei fondi Fas regionali, in quanto la giunta presieduta da Cappellacci aveva ritirato il Par approvato dalla giunta Soru per rimodularlo, rimodulazione avvenuta nel settembre del 2009, peraltro con pochissime modifiche.
Peccato che la delibera del Comitato di Programmazione Economica, che sblocca l’utilizzo dei fondi Fas, sia occorsa il 31 luglio 2009. A quella data al Cipe non c’erano più le carte per approvare i fondi regionali a favore della Sardegna, pari a 2 miliardi e 162 milioni, tra cui i 474 per la strada Sassari-Olbia.
C’erano invece le carte della Sicilia che aveva presentato la versione definitiva del Par e quel giorno la Regione siciliana si era vista sbloccare dal Cipe 4 miliardi e 300 milioni di fondi Fas.
Per una pura casualità, il segretario del Cipe firmatario della delibera è il siciliano Gianfranco Micicché, sottosegretario del Pdl.
Cappellacci disgraziato (o sfortunato), intelligente, bandito, oppure stupido? A questa domanda sarebbe preferibile che rispondesse lo stesso s-governatore della Sardegna, magari dopo essersi consultato col suo creatore Silvio Berlusconi, che dichiara orgogliosamente di tenere sul comodino una copia del libro “Elogio della stoltezza” (o della Follia) di Erasmo da Rotterdam.
“Risum tenebamus quando un almanacco elettorale raccontava che Berlusconi fosse familiare con l’Erasmo latino”, ha commentato recentemente Franco Cordero in un suo gradevolissimo scritto.
Ai sardi però viene sempre meno da ridere di fronte alle occasioni clamorosamente mancate dal feudatario di Berlusconi.
Premesso che nessuno si permetterebbe mai di dare del bandito, del poco intelligente o dello stupido ad Ugo Cappellacci pur nell’ambito delle bonarie definizioni di Carlo M. Cipolla, resterebbe da dire che Ugo è disgraziato (o sfortunato).
Si perché, non avendo presentato per tempo il Par, ha causato un danno inverosimile a se stesso e quindi alla regione di cui è stato nominato governatore da Berlusconi, creando al contempo un enorme vantaggio alla Sicilia di Gianfranco Miccichè, il rivoltoso del Pdl così accontentato e tacitato da Berlusconi e Tremonti con la messa a disposizione di ingenti risorse facenti capo ai Fondi Fas, gli stessi negati alla Sardegna.

Fonte : aprileonline.info

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Acqua, terra e beni comuni Ribellarsi è giusto

17 Marzo 2010 Commenti chiusi

Acqua, terra e beni comuni Ribellarsi è giusto

Verso la manifestazione del 20 marzo

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manifestazione nazionale per la ripubblicizzazione dell’acqua. Lo faremo con l’obiettivo di bloccare la privatizzazione della gestione del servizio idrico messa in campo con l’approvazione del decreto Ronchi da parte del Governo Berlusconi e per cacciare dai nostri territori le Multinazionali.

Veolia, Hera, Eniacqua, Acea, Acqua Latina, sono l’esempio di come la gestione privata o la finta gestione pubblica attraverso SPA rappresentino la mercificazione di una risorsa fondamentale come l’acqua, per renderla inaccessibile, costosa e insalubre.

IL 20 marzo è inoltre un appuntamento importante per ribadire la centralità della difesa di tutti i beni comuni in quest’epoca di crisi.

Le grandi Multinazionali, infatti, ancor di più tentano di arricchirsi attraverso lo sfruttamento delle risorse naturali – acqua, aria e territorio – oppure attraverso la realizzazione di grandi opere utili per fare profitti ma dannose per le comunità e i territori.

La speculazione immobiliare e la cementificazione, il Business degli inceneritori, la Tav, la costruzione della nuova base Usa al Dal Molin, sono alcuni esempi di come grandi interessi privati puntino a fare rendita a discapito delle nostre città, dei nostri territori, delle nostre vite.

Nel farlo hanno trovato l’appoggio dei governi nazionali di centrodestra e di centrosinistra, che con commissariamenti, deroghe, decreti sui grandi eventi, abuso nell’impiego della protezione civile hanno predisposto un vero “stato di eccezione” che ha spianato la strada a questo scempio.

 

Ma hanno trovato anche l’opposizione determinata delle comunità locali, che hanno realizzato lotte determinate, sperimentato nuovi legami solidali e nuove forme di partecipazione politica.

Dentro le diverse battaglie per i beni comuni è contenuta un’ altra idea di società, di economia.

Una idea che valorizza il “comune”, inteso come ciò che sfugge sia alla speculazione privata che alla burocrazia della proprietà statale, perché contempla i beni a disposizione della cooperazione collettiva, che non hanno prezzo, che producono ricchezza per tutti.

Una idea che crede nella democrazia, ma non come liturgia del momento elettorale, ma come autogoverno delle comunità, discussione e confronto continui alla luce dell’interesse generale.

Una idea locale e globale, come abbiamo dimostrato partecipando alle mobilitazioni di Copenaghen, che parla del superamento della precarietà climatica.

Una idea che giustifica la nostra ribellione.

Per questo saremo in piazza con un grosso striscione con scritto “ Acqua terra e beni comuni. Ribellarsi è giusto”.

Action-diritti in movimento, Roma

Presidio permanente di Chiaiano e Marano contro la privatizzazione dell’acqua, Napoli

Comitato contro la privatizzazione dell’acqua 3° municipalità, Napoli

Comitato civico cambiamo Mugnano, Napoli

Presidio No dal Molin, Vicenza

Comitato 20 marzo, Padova

Comitato Bellunese Acqua Bene Comune

Comitato Acqua Bene Comune, Treviso

Esc, atelier autogestito, Roma

Associazione Ya Basta

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negazione dei diritti e coercizioni

5 Marzo 2010 1 commento

negazione dei diritti e coercizioniImage83

Non credevo proprio che la giornata di ieri, aperta dalla dichiarazione del Sen.Treu di denunzia dell’attacco all’art.18 dello Statuto dei Diritti dei Lavoratori, si sarebbe chiusa con l’approvazione
della legge voluta da Sacconi e dalla destra che controlla il Parlamento. Lo stesso Senato che ieri ha saluto con un applauso commosso il senatore Di Girolamo eletto fraudolentemente dalla ‘ndrangheta all’estero ha congedato una legge che segna il passaggio dai diritti e dalle tutele al proibizionismo. Ai lavoratori viene proibito di adire al Giudice in caso di licenziamento senza giusta causa e dovranno accettare il verdetto inappellabile di un arbitro. Noto con sconcerto che la parola “obbligatorio” ricorre sempre più frequentemente nella legislazione voluta da questa generazione di giuslavoristi che da D’Antona a Biagi agli attuali Ichino e altri nel corso di quasi due decenni hanno disarticolato il sistema giuridico italiano, lo hanno americanizzato nei suoi aspetti peggiori e ributtanti. Il modello americano figlio della sconfitta del sindacato ottenuta con l’uccisione dei suoi dirigenti dai killers della Pinkerton (la famosa agenzia ora diventata la
Blackwater che flagella l’Iraq e l’Afghanistan e che fornisce gli squadroni della morte alle multinazionali Usa) viene importato in Italia. Campagne di falsificazione e di manipolazione della opinione pubblica si sono svolte per l’affermazione della deregulation. Insigni personaggi come Monti hanno contrapposto i diritti dei genitori alla condizione precaria dei figli (da loro creata) in nome della “modernità” e della “flessibilità”. Autorevoli esponenti dell’ex PCI come D’Alema hanno avvertito
i ragazzi di non aspettarsi il posto fisso e di confrontarsi con il mercato. Ieri il Ministro del Lavoro si è spinto fino a dichiarare che i lavoratori non sono “minus habent”. Sono alla pari con l’azienda!! Un’affermazione che vorrebbe ribaltare la radice del diritto del lavoro basata appunto sulla constatazione della disparità tra imprenditore e lavoratore e quindi sulla tutela della parte debole. Mettere sullo stesso piano lavoratore e datore di lavoro significa chiudere la storia del movimento sindacale e tornare ai rapporti esistenti prima della sua nascita. Torniamo indietro di due secoli.
Anche se “Repubblica” parla di “rivolta “dei sindacati e dell’opposizione alla legge approvata ieri dal Senato si ha l’impressione che la legge sia già stata metabolizzata e di fatto subita o accettata. Non c’è nessuna rivolta! L’opposizione in Parlamento anche se ha votato contro è stata sostanzialmente consenziente. Non ha votato a favore perchè non era necessario ma nel corso di questi due anni ha partecipato a tutto il lavorio di incubazione, limatura, elaborazione della normativa. Una normativa studiata da chi conosce a fondo il diritto e trova l’escamotage leguleio per “aggirare” alle spalle quanto vuole predare . L’articolo 18 dello Statuto resterà ma sarà una maceria inerte, pronta a rovinare ed unirsi alle tante altre macerie dei diritti perduti o ceduti in questi anni.
I sindacati non hanno reagito. Hanno reso interviste di malavoglia fatte sopratutto su iniziativa dei giornali. Epifani, dopo aver descritto tutti i mali della riforma, si è spinto fino a preannunziare ricorso alla Corte Costituzionale ( “se ce ne saranno le condizioni”). Da qui all’eventuale pronunziamento della Corte potrebbero passare anche tre anni o quattro anni ed intanto la nuova normativa si farà le ossa e diventerà parte della realtà dei rapporti sociali. La CGIl avrebbe potuto annunziare una riunione della sua segreteria, proclamare una qualche mobilitazione nei posti di lavoro. Niente! si è limitata a constatare quanto è amara e piena di fiele la medicina fabbricata in Senato. Cisl ed Uil hanno rivendicato la loro esclusiva nella materia forse temendo prese di posizione della sinistra politica. L’Italia vanta Sindacati con oltre diecimilioni di iscritti. Una potenza! Ebbene, con il concorso attivo o soltanto passivo di questa potenza siamo diventati un paese in crisi per i bassi, bassissimi salari, un paese di precari e di lavoratori senza diritti. Abbiamo lavoratori sempre più poveri ed infelici !
La legge approvata non si è limitata a liquidare l’art.18. Ha ridotto la scuola dell’obbligo di un anno che potrà essere speso per apprendistato. Naturalmente questo riguarderà soltanto le famiglie povere.
Ha reintrodotto il discusso istituto della staff leasing una infame possibilità di affittare interi gruppi di lavoratori anche a tempo indeterminato, una arma in più nel vantaglio delle possibilità offerta alle imprese. Il lavoro umano viene totalmente disarticolato in un numero infinito di opzioni padronali!
Anche su questa questione, il silenzio dei Sindacati di Regime è assordante. Per chi non avesse capito da oggi in poi la politica sociale è fatta soltanto dalla Confindustria. Il sindacato deve soltanto concorrere alla sua esecuzione magari estendendo la pratica degli enti bilaterali fino a farla diventare sostitutiva del welfare. Deve tacere ed ubbidire. Prepararsi alle prossime cessioni. Perchè non privatizzare l’INPS e l’INAIL? Perchè non passare ai contratti individuali?
Oggi i giornali parlano quasi esclusivamente del tormentone delle liste elettorali di Roma e Milano. Le anime belle bipartisan si dedicano alla patata ecologica. Nessuno sembra notare che la moviola ci rimanda all’indietro, agli anni cinquanta. Domani dell’art.18 non ne parlerà più nessuno.
Pietro Ancona
Fonte: http://medioevosociale-pietro.blogspot.com/
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