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IN CHE MANI SIAMO (Lettera aperta a Michele Santoro )

24 Febbraio 2010 5 commenti

santoro_annozero

Ci ho messo quattro giorni per prepararmi, e due per riprendermi dal colpo. Nel giorno di massima attenzione verso noi Aquilani, quando abbiamo rialzato la testa e sfondato le barriere del centro storico, c’erano tutti quelli che da 11 mesi a questa parte avrebbero dovuto esserci,e mancando invece ogni volta l’appuntamento. Quel giorno, nella rappresentanza RAI c’era quello che per me rappresentava la luce in fondo al tunnel: la troupe di Annozero. Eravamo pittoreschi, coi nostri cartelloni appesi, tutti con le telecamere e macchinette digitali per riprenderci da soli, abituati come siamo a fare tutto nell’oscuramento mediatico che ci sta soffocando. Eravamo incazzati. I ragazzi di Annozero, ci hanno notati,ed hanno voluto parlare con noi. Abbiamo programmato e realizzato con loro interviste durate ore, c’è chi ha condotto visite non autorizzate in zona rossa a rischio suo e della propria fedina penale. Lo abbiamo fatto tutti perché la cosa più importante è L’Aquila, ed in questi mesi abbiamo saputo rivedere, inconsapevolmente, priorità ritenute prima di un anno fa imprescindibili.

Ai ragazzi di Annozero, abbiamo raccontato i nostri fatti più privati, perché eravamo e siamo tutt’ora convinti che se non si vivono certe situazioni non le si può comprendere. Ma raccontarle nel più minimo dei dettagli può aiutare a farsi un’idea. Purtroppo, il risultato è stato sconsolante. La mannaia dell’opportunismo si è abbattuta su di noi, anche da chi non avrei mai creduto potesse farlo. L’Aquila, ad Annozero, si è ridotta ad un insulso collegamento dalla zona rossa, in un’area che per noi comuni mortali è inaccessibile, perché questo era il disegno previsto. Sfruttarla come scenografia, far immaginare un centro vuoto, disabitato, crollato. E proprio perché è davvero così, ci risulta incomprensibile la ragione che ha spinto ad escludere da questa rappresentazione pittorica, l’elemento più importante. NOI. Gli Aquilani. Gente che non ne può più di sentir dire cose sul conto della nostra città da chi non vi ha mai messo piede, né prima, né dopo il 6 Aprile.

Per fare un esempio, quando ero in studio ad Annozero, e rigorosamente tra quelli del pubblico non parlante, non ho idea di cosa mi abbia trattenuto: Il direttore Belpietro, ha enunciato con la nettezza di chi ha appena parlato con uno dei responsabili della Ricostruzione, che

il centro dell’Aquila andrà abbattuto e ricostruito con criteri antisismici”

Quella è stata la prima occasione in cui ho dimostrato a me stesso di essere una persona molto più civile di quanto credessi. Gli Aquilani, non vogliono più sentir paragonare le loro case, le Chiese, la città tutta ad un immenso paesaggio di cartone. Precario. Sia fatta una distinzione netta tra quello che precario era per speculazione edilizia, lucro personale e politico degli ultimi decenni, e tutto il resto della città. Non fare questa distinzione a quasi un anno dal terremoto è forse il segno più preoccupante di tutta la vicenda che ci riguarda. E dimostra che non c’è assolutamente nessuna volontà politica e giornalistica, tra quelle enunciate finora, di fare chiarezza e per una buona volta pulizia.

Si rischia oggi, di vedere un centro storico abbandonato a se stesso che dovrà essere ricostruito con il nostro finanziamento, visto che da Luglio pagheremo le tasse. E nemmeno di questo, nessuno che si scandalizzi, nessuno che si adoperi a costo della propria carriera politica o professionale, per condurre un ‘operazione di verità. Gli Aquilani giovedì scorso hanno visto la loro città dalla televisione, esclusi ad ogni livello dalla partecipazione a quello che, vanamente, avevamo creduto fosse il momento del nostro riscatto.

Per di più, ed è questa la nota più grave, una trasmissione di quasi tre ore si è limitata a dibattere delle intercettazioni già note dalla settimana prima, che noi tutti avevamo già letto dai giornali. Non una parola sulle ragioni vere che hanno spinto i magistrati ad iscrivere Guido Bertolaso nel registro degli indagati, ovvero l’ipotesi di corruzione. Più succoso, anche per Annozero, si è rivelato l’argomento dei presunti favori sessuali che coinvolgerebbero il capo della PC. Per argomenti di questa debolezza, abbiamo dovuto veder dedicate 3 ore di prima serata, con approfondimenti fino al più squallido dei dettagli.

L’Aquila, nella vicenda, aveva da offrire altro che il suo corpo colpito a morte.Argomenti forti, forse troppo persino per Santoro. Ne cito solo alcuni, per i quali pretendiamo da mesi (inascoltati) attenzione. Ricostruzione mai partita, quasi un miliardo di Euro buttato per assistere solo il 20% della popolazione colpita, pregiudicando seriamente la disponibilità finanziaria da dedicare alla VERA ricostruzione, appalti a dir poco gelatinosi in ogni aspetto di quanto fatto fino ad oggi: ponteggi, Progetto CASE, persino le coperture dei tetti in centro storico pare abbiano dei segreti inconfessabili.

E noi che speravamo si parlasse di questo, cose che abbiamo documentato alla troupe che è rimasta qui per tre giorni, sprecando il nostro tempo per fornire dati, suggerire storie degne di nota, cercare riscontri obiettivi a quanto raccontavamo loro…noi che sostanzialmente abbiamo fatto il loro lavoro, conducendo inchieste solitarie e sperando che volessero almeno raccontarne i risultati emersi, abbiamo fatto un’opera inutile.

C’era altro da fare per Annozero.

C’era da immaginare Bertolaso che si intratteneva in ambigui massaggi alla cervicale, c’era da immaginare mutandine brasiliane e preservativi, e calici di champagne.

Santoro, perché?

Santoro, lei avrebbe potuto far vedere cose davvero scandalose, che noi conosciamo,e lei ora,grazie a noi conosce. Ha preferito far immaginare cose infinitamente meno volgari di quelle che noi viviamo da un anno ormai a questa parte. Aspetto il risarcimento che mi ha promesso in studio, quando le ho detto la mia approfittando,a fine diretta, dell’ira dei ragazzi messinesi -venuti per parlare in trasmissione- e che non hanno trovato spazio per raccontare i loro scandali sulla PC. A L’Aquila ci sono molti, me compreso, desiderosi di confrontarsi alla pari (e non nei due minuti riservati al pubblico) con chi tra giornalisti, politici e prelati ha ancora voglia di difendere la facciata che nasconde gli scandali accaduti fino ad oggi a L’Aquila, sulla nostra pelle. Perché si inizi a dire la verità. Michele Santoro è disponibile a farlo?

Finche ciò non avverrà resteremo, tutti quì a L’Aquila, della nostra idea.

Continuando a domandarci alla sera, nelle nostre

case,

casette,

M.A.P.,

roulotte,

camper,

camere d’albergo

e letti di caserma:

in che mani siamo?

FEDERICO D’ORAZIO

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la profezia di un pellerossa

18 Febbraio 2010 24 commenti

indianoQuando ci avete incontrato la prima volta ci avete detto che dovevamo pregare il vostro Dio. Noi non riuscivamo a comprendere la vostra richiesta. Il vostro Dio non potrà mai essere il nostro. Vi è troppa differenza tra noi. Noi uccidiamo gli animali che ci servono e li mangiamo tutti. Voi uccidete senza motivo e abbandonate i corpi degli animali che avete abbattuto. Voi tagliate intere foreste e noi usiamo solo i rami caduti e gli alberi morti e abbiamo rispetto per ogni ago di pino. Voi spaccate le pietre, forate le montagne e non riuscite ad ascoltare lo spirito della terra che vi dice: “non fatelo. Non fatemi male” . Noi sentiamo lo spirito e il mistero della vita anche nelle ali delle libellule.

Voi siete ciechi e sordi di fronte alle cose che esistono e quando vi rivolgete a Dio, chiedete ricchezza, denaro e potere. Noi chiediamo al Grande Spirito di mostrarci la bellezza, la stranezza e la bontà della terra verdeggiante, l’ unica Madre, e di svelarci le cose nella loro essenza e perfezione, così come solo in un unico Essere, che resta Uno anche se è Molti. Voi dimenticate i vostri morti, li seppellite e non vi curate di conservare le loro tombe e non vi sentite legati alla terra che custodisce le ossa dei vostri padri. Per noi un uomo che dimentica queste cose è peggio di una belva inferocita.

Per tutto questo voi riuscite a vendere la terra: mentre per noi la terra è come 1′ aria che si respira, è il corpo di nostra madre e non possiamo neppure concepire che essa possa essere venduta, divisa e recintata.

Ora la mia gente è poca: noi sembriamo le foglie rimaste su un albero scosso dai venti invernali e non possiamo più difenderci. Ora voi ci assegnate una riserva in cui dobbiamo ritirarci. So bene che questa soluzione ci è imposta da una forza ineluttabile. Abbiamo cercato di sfuggirvi come la nebbia mattutina fugge ,avanti alla luce del sole nascente… Ora siamo pochi e non ci importa di sapere dove trascorreremo il resto dei nostri giorni. Il nostro popolo era un tempo forte e potente e ora poco a poco muore. Le nostre notti si fanno sempre più lunghe, buie e solitarie. Ovunque tentiamo di rifugiarci siamo inseguiti dal vostro passo sterminatore e non ci resta che sopportare il destino come un animale ferito e braccato dal cacciatore che vuole finirlo.

E tuttavia non mi lamento. Abbiamo per tanto tempo trascorso un’esistenza felice della quale siamo stati consapevoli e dalla quale abbiamo tratto gioia e ricchezza dell’animo. Ad una tribù segue un’altra e le nazioni seguono alle nazioni come una generazione succede ad un’altra. E un continuo nascere e morire e lamentarsi non serve a nulla. Forse anche il giorno del vostro tramonto non è lontano, ma e comunque certo che verrà. Allora, forse, potremo anche essere fratelli.

Ora è la vostra stagione tuttavia, e poiché ciò appare evidente, tagliate gli alberi, uccidete gli animali, domate i cavalli selvaggi, sterminate gli indiani. Io vedo bene, dai vostri occhi e dai vostri comportamenti, che la vostra città produce immondizie ed esse, un giorno, vi annegheranno.
Ma intanto consentitemi di ribadire che la terra che ci ordinate di abbandonare è sacra alla mia gente. Ogni collina, monte, bosco, lago, fiume o valle o pianura sono pieni di eventi tristi e lieti e di ricordi. I fili d’erba, i piccoli gigli lungo i fiumi d’argento, le fragole che crescono ai margini dei prati coperti di rugiada, persino le pietre che giacciono sorde e immobili nella quiete fresca della notte e nel calore diurno, hanno bevuto la vita del mio popolo e gliela hanno restituita. Anche la polvere è legata alle orme della nostra gente e i nostri piedi trovano in essa una familiarità che i vostri piedi non proveranno mai. Essa ha bevuto il sangue dei nostri padri, custodisce il sale delle loro lacrime, il grasso e la cenere dei fuochi da campo, il sudore del piacere e della paura. I nostri guerrieri scomparsi, le ragazze dal cuore gentile e dalle amabili forme, i bimbi che qui vissero e trovarono nutrimento, le nostre madri affettuose sono parte viva di questi luoghi ancora solitari che placano il cuore.

Ed essi ritornano sempre come marce dello spirito quando la Luna Nuova, piccola canoa d’argento, naviga fra le stelle circondata da una nebbia di volpi argentate. Essi continuano la vita senza il peso del corpo perché gli impulsi di un popolo seguitano ad esistere anche dopo la morte dei singoli e si concentrano sulla sua terra e la colmano di vita umana. E cosi, anche quando l’ultimo indiano sarà morto e il ricordo della mia gente sarà diventato per i bianchi una leggenda, questa terra ospiterà ancora le forme invisibili dei nostri morti. I figli dei vostri figli si crederanno soli nei campi, nelle case, sulle vie delle vostre città o nel silenzio dei boschi senza sentieri. Ma anche quando, di notte, le strade e le piazze saranno silenziose e deserte, ovunque si aggireranno gli spiriti di coloro che un tempo popolarono ed amarono questo meraviglioso paese. (…)

Voi non vi accorgete di tutto questo. Ma un giorno il nostro spirito riempirà di sé i vostri discendenti. Un giorno, ho detto , perché. vai ora apparite incapaci di un sentimento che non sia l’odio: Iodio e la paura, che vi spingono ad azioni che non hanno per fine solo la distruzione degli altri, ma anche la vostra. L’odio e la paura, che vi impediscono di capire che la stirpe umana è come il sole e che i popoli ne sono i raggi e che quando un popolo muore il sole comincia a morire e la terra diventa più fredda. L’odio e la paura che non vi danno coscienza del fatto che le specie animali sono le radici che uniscono il cielo alla terra e che l’uomo non può recidere se non vuole morire.

Noi speriamo che nel futuro lo spirito dell’uomo rosso, che con amore e venerazione rispetta tutto ciò che vive, si impossessi lentamente dei vostri figli e penetri lentamente in coloro che nulla sanno di lui. Cercate perciò di guardare alla nostra fine con rispetto e tolleranza. I nostri padri, noi stessi staremo sempre intorno a voi e attenderemo con pazienza fino a che non riusciamo a piantare nella vostra indole distruttiva un seme di amore per la vita. Se ciò accadrà. il vostro mondo sparirà e il nostro tornerà a vivere.

Ma forse non riusciremo a far ciò. E allora, quando una ragnatela di fili che sussurrano avrà circondato l’azzurro del cielo, quando il rondone sarà scomparso e la vita sarà diventata sopravvivenza, quando i fiumi saranno morti con i laghi e le montagne, quando il vostro folle modo di vivere avrà sommerso la terra, un grande fuoco simile ad un sole, che voi stessi avrete costruito nella vostra ansia di distruzione e di dominio, cadrà dal cielo e distruggerà ogni cosa. e la terra e gli uomini saranno pietra per sempre.

Il testo che pubblichiamo è tradotto dall’inglese da Domenico Buffarini. È la traduzione del testo originario raccolto, con il titolo «A long speech of Chief Seattle or Sealth of the Dwamisch tribe», in Oregon historical review, Portland 1885, XXII, pagg. 1033-1035

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MILANO – VIA PADOVA: DISGUSTOSO COMPARTAMENTO DI SALVINI E DE CORATO. VANNO ESPULSI LORO, DAL GOVERNO DELLA CITTÀ

15 Febbraio 2010 Commenti chiusi
  
Come milanese e residente di via Padova, prima ancora che come rappresentante istituzionale, mi sento disgustato di fronte al comportamento ipocrita e vergognoso di Salvini e De Corato, che fanno finta di essere appena sbarcati da Marte, mentre in realtà sono quelli che in città comandano da una vita e sono tra i principali responsabili della situazione di abbandono delle periferie urbane.
Lasciamo stare la Regione, governata da 15 anni dallo stesso Presidente e da 10 in alleanza con la Lega. E evitiamo anche di ricordare che le politiche sull’immigrazione sono regolate sin dal 2002, cioè da ormai 8 anni, da una legge che si chiama “Bossi-Fini”.
Ma che dire del fatto che la Lega siede al governo della città da 17 anni e che lo stesso Matteo Salvini siede in Consiglio Comunale dal medesimo numero di anni, cioè dal 1993? O che dire del prode De Corato, che siede in Consiglio Comunale addirittura dal 1985 e che da ben 13 anni, cioè dal secolo scorso, occupa ininterrottamente la carica di Vicesindaco. Insomma, non facciano le verginelle!
La situazione di via Padova -o meglio di quella parte tra viale Monza e via Padova, delimitata da piazzale Loreto, da una parte, e dai ponti ferroviari, dall’altra- è il frutto del progressivo abbandono delle periferie da parte delle istituzioni e della loro trasformazione in un mero problema di sicurezza. Non a caso, nella seconda giunta Albertini, ci fu addirittura un assessorato denominato significativamente “alle Periferie, Sicurezza e Protezione Civile”.
In cambio, in via Padova è arduo trovare una presenza civile e civica delle istituzioni. Le scuole e gli insegnanti, già messi in ginocchio dai tagli draconiani all’istruzione pubblica di Tremonti e Gelmini, vengono lasciati soli di fronte a delle classi sempre più multietniche, salvo poi inventarsi l’ennesimo provvedimento a negativo, cioè le quote. Di spazi sociali o culturali, per giovani o anziani, non c’è quasi traccia, anzi, una delle poche presenze civiche, quelle delle associazioni dell’ex-municipio di Crescenzago, è finita nel mirino del Comune.
Un quartiere multietnico cresciuto senza accompagnamento, senza politica pubblica, senza strategia, senza investimenti per l’inclusione. E come meravigliarsi che in questa situazione i furbi e i profittatori abbiano trovato il loro piccolo paradiso, a danno sia degli italiani, che degli stranieri?
Quando poi succede un fatto grave, come l’omicidio del giovane pizzaiolo Ahmed, ed esplode la rabbia dei suoi coetanei, allora la prolungata assenza delle istituzioni e di un politica degna di questo nome, fa sì che ognuno e ognuna cerchi riparo nell’unico fortino che la solitudine gli abbia lasciato: quello dell’appartenenza su base etnica o culturale. Magrebino contro sudamericano, italiano contro straniero eccetera.
Il disastro costruito da anni di abbandono delle periferie urbane e di criminalizzazione degli immigrati tout court è tutto qui, nella formazione di tante piccole patrie etniche.
Ora coloro i quali governano da quasi vent’anni questa città cercano di vendere la favola che la colpa sia di qualcun altro e, da codardi quali sono, alzano il tiro all’inverosimile, chiedendo rastrellamenti ed “espulsioni casa per casa, piano per piano” ed annunciano cortei xenofobi in via Padova.
L’unica espulsione di cui invece ci sarebbe bisogno è quella di De Corato e Salvini dal governo della città.
 Comunicato stampa di Luciano Muhlbauer
 
Sarà che anch’io vivo a due passi da via Padova, ma credo che il comunicato stampa di Muhlbauer renda giustizia a tutte le baggianate che in questi giorni si sentono in TV.
Detto questo, penso che i problemi di integrazione degli immigrati non possano essere affrontati come emergenza sociale, senza tener conto della politica urbanistica della città, i quartieri ghetto non nascono e si sviluppano per volontà divina,  sono risultato di scelte urbanistiche ben precise. Per la precisione si può dire che la scelta di abbandonare completamente la costruzione di edilizia popolare da parte degli enti locali ha determinato un’ulteriore ghettizzazione dei quartieri popolari del passato, e lasciato la parte meno abbiente della popolazione (non solo gli immigrati) a fare da vittima sacrificale della speculazione edilizia e immobiliare. Anzichè scegliere strategicamente la costruzione di case popolari con criteri di mixaggio sociale,  (che sarebbe stato secondo me l’unico modo per tentare il superamento dei quartieri ghetto) oltre a calmierare il mercato,  si è preferito abdicare la propria funzione di indirizzo al libero mercato e ai palazzinari della peggiore specie.La totale deregolamentazione dell’insediamento delle attività commerciali (sempre nella logica del  “libero mercato”) è un’ulteriore colpo alla “città vivibile”, che dovrebbe avere nella diffusone dei servizi in modo omogeneo sul suo territorio il suo punto di forza.Insoma, mentre si parla di federalismo, le istituzioni locali delegano lo sviluppo del territorio alle lobby economiche più rapaci.O gli enti locali tutti (a prescindere dall’indirizzo politico )  ricominciano a governare il territorio con una visione strategica o i casi tipo via Padova da estemporanei, corriamo il rischio  diventino la normanità. (anche con l’esercito sulle strade !).
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