Elezioni, Grillo e galline in fuga
Grillo ed il boom del Movimento 5 stelle
di Aldo Giannuli 7 maggio 2012
Come era nell’aria, Grillo ed il suo movimento hanno ottenuto uno strepitoso successo alle amministrative sfondando nelle città del Nord e sembra avviato ad un notevole successo nazionale che potrebbe anche superare il 10%. Va detto che nei centri minori il movimento esiste poco anche al nord e che nel sud (anche in una grande città come Palermo) si attesta su percentuali assai inferiori. Va però considerato l’effetto “valanga” che può determinarsi con questo risultato e che la credibilità dei partiti ormai sta sprofondando nei numeri negativi. La crisi inizia a mordere e chiede atteggiamenti radicali, mentre l’esperimento di Monti sembra avviato ad un malinconico declino. Questo sta creando una forte reazione da parte dei partiti (cosa del tutto comprensibile) che cercano di esorcizzare il fantasma con l’accusa di demagogia antipolitica ecc. Un numero di varietà già visto e fallito conla Lega20 anni fa. Ma Grillo raccoglie antipatia anche da Sel, Rifondazione ed Idv (che ne temono la concorrenza) e dall’estrema sinistra dei centri sociali e del sindacalismo di base che non ne apprezzano le sortite di destra e l’esasperato legalismo. Lasciamo perdere il Pd, ma anche la sinistra parlamentare che aspira a rientrare in Parlamento, farebbe meglio ad interrogarsi sul perché in Germania, Francia, Portogallo, Grecia, Spagna, Islanda la sinistra anticapitalistica aumenta i suoi voti ed oltrepassa spesso l’8%, mentre in Italia non si schioda dal 5% e sostanzialmente non supera il trauma del 2008. Il M5s inizialmente composto da una buona fetta di simpatizzanti di sinistra delusi (parlo del Vaffa day di 5 anni fa), ha poi aggiunto componenti assai diverse ed il movimento è cresciuto a “macchie di Leopardo”: con percentuali elevate in Piemonte (dove ha influito la protesta no Tav) ed a Bologna (dove si sentiva l’effetto degli errori del Pd nella scelta dei candidati sindaci), ed ora dilaga negli altri centri settentrionali. Grillo sta tentando anche lo “sfondamento” sull’elettorato leghista squassato dagli scandali e per questo ha accentuato alcuni accenti discutibili (il corteggiamento agli evasori fiscali, la frase infelice sulla mafia).
Siamo in presenza di un movimento che ha molti punti di contatto con quelli del “punto di confusione”di cui abbiamo detto nell’articolo precedente.
In primo luogo, siamo esattamente in un momento di crisi frontale del sistema politico, che tocca il grado più basso della sua credibilità e questo non avviene solo in Italia, ma, per effetto della crisi, anche in molti altri paesi europei, nei quali, infatti, si stanno affacciando movimenti di protesta di tipo populista. E, come abbiamo detto, è esattamente in questi momenti che si manifestano movimenti caratterizzati da elevata disomogeneità interna ed accomunati dalla protesta verso il sistema.
E, infatti, va considerata la forte eterogeneità sociale del M5s: ormai il ruscello degli inizi sta diventando un torrente in piena che mescola giovani esacerbati per il furto di futuro che stanno subendo e pensionati ai limiti della sussistenza, lavoratori autonomi esasperati dalla pressione fiscale ed evasori incalliti, cittadini disgustati dei privilegi da satrapi dei nostri politici e furbetti che fanno conto di avviare una facile carriera politica con una manciata di voti personali, lavoratori precari che non si sentono rappresentati dai sindacati e padroncini che odiano i sindacati perché ostacolano lo sfruttamento dei lavoratori, valligiani xenofobi e pezzi di movimenti antimafia. Insomma di tutto un po’ ed anche del contrario di tutto. In qualche modo, è lo stesso Grillo (come spesso succede ai leader carismatici) ad incoraggiare queste confluenze eterogenee, mescolando elementi di discorso politico di sinistra (come la richiesta di maggiore partecipazione democratica o la difesa dei beni comuni contro le privatizzazioni) con elementi fungibili tanto a destra che a sinistra e condotti spesso in modo ambiguo (la critica al sistema finanziario, la protesta contro la corruzione, l’ ambientalismo, il richiamo al principio di legalità ecc.) con discorsi propriamente di destra (le sparate contro gli immigrati –imperdonabili-, le strizzate d’occhio agli evasori fiscali, qualche uscita infelice in tema di omosessuali o di lotte operaie).
In terzo luogo il discorso di Grillo presenta un tratto tipico del populismo: la speranza, del tutto infondata, di trovare soluzioni semplici ed immediate a problemi complessi. Intendiamoci: il più delle volte i movimenti populisti partono da esigenze giustissime cui, troppo spesso, politici ed intellettuali “di corte” rispondono con discorsi speciosamente complicati ed incomprensibili per respingere quelle domande. Questo è vero, ma non significa che quelle esigenze possano essere soddisfatte con ricette semplici. Accade allora che il bisogno di una comunicazione immediatamente comprensibile anche dagli strati meno colti della società spinga a semplificare indebitamente il discorso, prospettando soluzioni miracolistiche, ottime per mobilitare ma inefficaci o irrealizzabili, con l’esito finale che l’attenzione si sposta sempre di più dalla credibilità del discorso a quella del leader.
Fuori discussione l’onestà personale di Grillo e il suo desiderio di servire il paese e la democrazia senza aspirazioni personali di carriera (ha ripetuto spesso di non essere disposto a candidarsi e penso gli si possa credere). Il punto è un altro: le dinamiche oggettive del “punto di confusione” che possono spingere un movimento anche lontano dalle intenzioni di chi lo ha promosso. Ne deriva che il necessario sforzo di rifiutare una dimensione minoritaria e di omogeneizzare domande politiche potenzialmente confliggenti fra loro, piuttosto che unificarsi intorno ad una strategia politica –che richiede una operazione culturale di alto profilo- finisce per trovare il suo punto di convergenza nella funzione del leader.
E questo apre la strada a diversi esiti “pericolosi”: se è vero che Grillo (per ragioni di età, per il suo modo di porsi più come “testimonial” che come capo del movimento, per le sue caratteristiche di disinteresse personale e di ispirazione democratica, nonostante qualche caduta come quelle ricordate) non va in questa direzione, è anche vero che il carattere poco strutturato del M5s (altro punto di contatto con i movimenti protestatari del “punto di confusione”) potrebbe obbligarlo a svolgere controvoglia questo ruolo oppure costringerlo ad inseguire il suo stesso movimento che potrebbe sfuggirgli di mano. E il meno che possa accadere è che finisca per regalarci altri Scilipoti, Razzi, De Gregorio e via di questo passo. L’assenza di una cultura politica omogenea e al livello dell’ampiezza dei consensi raccolti potrebbe rivelarsi determinante in questo senso.
D’altra parte, non è affatto detto che le cose debbano andare in questo modo e che l’unica alternativa sia fra la nascita di un pericoloso movimento populista di destra ed il fallimento del movimento. Anzi, nonostante le citate deprecabili uscite di Grillo, va detto che questo movimento ha in sé notevoli potenzialità di segno opposto che sarebbe sciocco non vedere.
In secondo luogo c’è un aspetto ambiguo del discorso di Grillo che però non è detto debba sciogliersi per forza in senso negativo. Parliamo delle sue campagne sulla finanza che ormai risalgono a circa 10 anni, quando ancora la crisi non si era manifestata. E qui la sinistra deve farsi una autocritica da saio penitenziale ed autoflagellazione: il Pd è da sempre il cavalier servente dei poteri finanziari, “spalmato” sui desiderata dei maggiori gruppi bancari del paese ed incapace di dire qualcosa di sensato sulla crisi, Vendola ha deciso che non è un argomento di cui valga la pena di occuparsi e parla d’altro (esattamente come i Verdi ecc.) e Ferrero, su questo come sul resto, apre bocca per dare aria ai denti. Quanto alla base della sinistra (dal Pd al sindacato e ai centri sociali) dobbiamo costatare che è affetta da una crisi di rigetto nei confronti del tema: si intuisce che il nemico stia lì, ma ci si rifiuta con decisione di capire come funzioni la cosa. Un rifiuto “di pancia” che non ammette sforzi di testa; e me ne accorgo sia quando mi capita qualche dibattito con sindacalisti (che se la prendono con la “cattiveria” delle banche) sia a lezione, quando cerco di spiegare ai miei studenti il nesso fra globalizzazione e finanziarizzazione e vedo facce da sala d’attesa del dentista. Posso anche capire che il tema risulti ostico ai più, con le sue formule esoteriche ed i suoi astrusi calcoli: d’accordo, ma se la sinistra non capisce che è su questo terreno che ci si sta scontrando, la battaglia è persa.
Grillo lo fa in modo discutibile: senza un minimo di dimensione di classe del fenomeno ed in compagnie molto poco raccomandabili di estrema destra. D’accordo, ma ha riempito il vuoto lasciato dagli altri. Il problema è: perché la sinistra ha smesso di capire il mondo ed ha perso la sua cultura politica che aveva il suo cuore proprio nella critica dell’economia politica? E questo è proprio grave per quelli che pretendono di essere gli eredi di Karl Marx (che nella tomba starà facendo i salti mortali).
L’M5s non va assunto come un avversario pregiudiziale o, all’opposto, come l’Arca della salvezza su cui imbarcarsi. Niente demonizzazioni e niente esaltazioni. Anche in questo caso vale l’aurea regola: “Humanas actiones nec ridere nec lugere neque detestari, sed intelligere”.
Si tratta di un movimento in formazione e, come tale, aperto a diversi possibili esiti: non è detto che l’albero debba necessariamente cadere da destra, anzi, intelligenza vorrebbe che ci impegnassimo a farlo cadere da sinistra, sciogliendo le ambiguità in senso progressista e di classe.
Bisogna mantenere un atteggiamento critico: respingere le uscite inaccettabili come quelle sull’immigrazione, ma valorizzare i punti di contatto, cogliere ogni occasione di convergenza per spingere il M5s a definire una sua cultura politica in senso libertario, democratico, egualitario.
Ma per fare questo occorre avere idee chiare e proposte forti: siamo in grado di dire questo dello stato in cui versa tutta la sinistra?
Galline in fuga
di PIERLUIGI SULLO 8 maggio 2012
Doveva accadere e sta accadendo. Con la sorprendente rapidità di un evento catastrofico a lungo previsto – temuto o desiderato – ma che per la sua entità spaventa. Atterrisce perché non si vede come e cosa si potrebbe ricostruire sugli edifici che stanno crollando. Il sistema della politica moderna – non solo i partiti, che ne sono una protesi, ma la forma stessa della democrazia liberale – si sta sbriciolando: è questo il senso dello sciame di elezioni – scosse telluriche – che ha investito l’Europa nello scorso fine settimana.
Ignacio Ramonet ha coniato un neologismo (i tempi sono tali che nominare le cose è sempre più arduo): “austeritarismo”, una fusione tra “austerità”, religione degli Stati nazionali complici e vittime dei “mercati”, e “autoritarismo”, ossia il regime politico in cui non ci si sente, e non si è, precisamente vittime di una dittatura, bensì di un complesso di norme e poteri, apparentemente legittimi, che però perseguono uno scopo senza tenere in nessun conto le correnti di pensiero e i movimenti della società, dei cittadini in generale. L’austerità, ossia il trasferimento di ricchezza dalla società alla speculazione finanziaria, illusorio mezzo di “stabilità”, è il contenuto; la politica dei “tecnici”, in Italia e non solo, è la forma. Il fine e il mezzo.
Ma questa tenaglia ha stritolato non solo i redditi e la protezione sociale, la tutela ambientale e i residui canali attarverso cui i cittadini potevano dialogare – o confliggere – con le istituzioni. Ha soprattutto disarticolato la rappresentazione della democrazia, cancellato in pochi mesi qualche decennio di ostinata elaborazione di tecniche del consenso, di marketing elettorale, l’ammasso di “talk show”, “spin doctor”, ricerca del voto “moderato” (cioè passivo e immobile), alternanze e maggioritario, che ha sostenuto la cosiddetta “seconda repubblica” in Italia, e in generale i sistemi politici europei, negli ultimi vent’anni. I partiti sono odiati non solo, o non soprattutto, perché i loro dirigenti sono bugiardi, incapaci, perché la macchina della “politica” drena grandi quantità di denaro ed è fondamentalmente corrotta, ma proprio perché di colpo si è mostrata la loro inutilità.
La Francia sembra un’eccezione: al ballottaggio tra Sarkozy e Hollande ha votato l’eccezionale percentuale dell’80 per cento. E a vincere è stato un politico di lungo corso del Partito socialista.La Franciaè un paese in cui lo spirito repubblicano e il prestigio dello Stato sono tuttora grandissimi, e che può sperare di restare nel piccolo numero degli Stati nazionali in grado di far fronte alla finanza globale (speranza vana, probabilmente). Ma anche lì il voto al Front national e quello al Front de gauche – insieme quasi un terzo dell’elettorato – avevano segnalato, in modo opposto, al primo turno, che le formazioni più grandi, quelle che alternativamente prendono la maggioranza, sono lesionate: Sarkozy e Hollande, insieme, valgono non più del 60 per cento di quelli che vanno a votare.
E questo è un primo tratto comune alle elezioni nei diversi paesi europei: il bipolarismo, lungamente coltivato comne il migliore dei sistemi politici possibili, non funziona più. In Grecia, Nuova democrazia, la destra, e il Pasok, la sinistra, che per quarant’anni hanno dominato la scena, insieme raccolgono circa il 30 per cento. In Italia è più difficile dire: elezioni amministrative con battaglioni di liste civiche di ogni genere, incluse quelle fasulle create dai partiti. Ma è indubbio che il partito berlusconiano sia crollato, che il “terzo polo” sia disperso come un formicaio preso a calci (ogni segmento insegue il suo piccolo interesse locale), mentre il Pd sembra “tenere”, ma solo dove si allea con i più critici del governo Monti o presenta candidati diversi da quelli che spontaneamente sceglierebbe. C’è un piccolo comune il cui voto dovrebbe far riflettere Bersani e i suoi: Avigliana, paese di origine di Fassino, in Val di Susa, dove l’attuale sindaco di Torino e il precedente, Chiamparino, hanno spedito una lettera a tutte le famiglie per invitarle a votare per il candidato Pd-Pdl. Ha vinto il candidato No Tav. La “grande coalizione”, la lista chiamata appunto “Grande Avigliana”, ha perso disastrosamente.
Avigliana è – nel suo piccolo – un modello. Ovunque, gli elettori hanno cercato altre possibilità più efficaci e affidabili dei partiti tradizionali. A Genova c’era il candidato Doria, che ha quasi vinto al primo turno, ma il Pd si è fermato al 23 per cento. A Parma non ci si fidava del politico già presidente della provincia, candidato del centrosinsitra, e moltissimi hanno votato per il candidato grillino. Eccetera. Il “movimento 5 stelle” è l’effetto, prima di tutto, di questa fuga dai partiti verso qualunque cosa apparisse come alternativo, incluso perfino un vecchio navigatore come Leoluca Orlando a Palermo. I grillini, in più, offrono due caratteristiche in evidente contraddizione tra loro: la prima è la verticalità del guru, del lider maximo, lo stesso Beppe Grillo; la seconda è il fatto che liste e candidati sono effettivamente frutto dei territori, hanno conoscenza e sapienza locali, la loro orizzontalità è rassicurante. In questo caso, le due qualità dei “cinque stelle” si sono alimentate a vicenda. Offrendo un approdo ad elettori Pd delusi e ad elettori leghisti delusi, ma anche degli altri partiti. Ela Lega, l’”anti-partito” della seconda repubblica, ha pagato il pegno dell’essere diventata un pezzo di potere come gli altri, con gli stessi vizi: è fin troppo ovvio.
Ma questa fuga dai partiti, che ricorda il bellissimo film di animazione intitolato “Chicken run”, galline in fuga, si approfondisce quando più profonda è la crisi sociale. In Grecia è un fenomeno clamoroso: si vota per chiunque tranne per chi ha approvato “memorandum” ed altri strumenti di tortura sociale.La Grecia, paese di dieci milioni di abitanti, conta in questo momento, a causa dell’”austeritarismo”, 400 mila bambini denutriti. Non basta, questo numero, per concludere che i partiti, i governi, sono nel migliore dei casi dei pericolosi incapaci?
Perciò ci si ribella. Di fatto, si smantellano i sistemi politici ormai percepiti come nemici. E se in Francia ha votato l’80 per cento, al ballottaggio, in Italia la partecipazione al voto – municipale, per di più – è scesa del 7 per cento, dopo essere scesa di altro 7 per cento nelle elezioni precedenti. In Grecia non hanno votato più di quattro elettori su dieci. Altra via di fuga: non mi serve, è nocivo, quindi non voto più.
Il terremoto è talmente profondo e repentino da spaventare anche chi – come noi – da anni segnala la crisi della democrazia rappresentativa, che è stata, nel bene e nel male, la pietra angolare della vita sociale dal1947 aoggi. L’ignoto fa paura. Quel che appare è che il discorso pubblico – i politici chiamati a commentare eternamente le elezioni in tutte le televisioni, ciechi, sordi e preoccupati soprattutto di fingere il passato – suona falso come una moneta bucata, che le alternative rispecchiano bruscamente, quasi brutalmente, la caduta di fiducia e di senso del voto, che affronteremo una infinita transizione verso chissà cosa.




di 

3 gennaio 2012 di PAOLO CACCIARI
Reddito minimo: un po’ di chiarezza

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