Elezioni, Grillo e galline in fuga

9 Maggio 2012 Nessun commento

 

Grillo ed il boom del Movimento 5 stelle

di Aldo Giannuli       7 maggio 2012

Come era nell’aria, Grillo ed il suo movimento hanno ottenuto uno strepitoso successo alle amministrative sfondando nelle città del Nord e sembra avviato ad un notevole successo nazionale che potrebbe anche superare il 10%. Va detto che nei centri minori il movimento esiste poco anche al nord e che nel sud (anche in una grande città come Palermo)  si attesta su percentuali assai inferiori. Va però considerato l’effetto “valanga” che può determinarsi con questo risultato e che la credibilità dei partiti ormai sta sprofondando nei numeri negativi. La crisi inizia a mordere e chiede atteggiamenti radicali, mentre l’esperimento di Monti sembra avviato ad un malinconico declino.  Questo sta creando una forte reazione da parte dei partiti (cosa del tutto comprensibile) che cercano di esorcizzare il fantasma con l’accusa di demagogia antipolitica ecc. Un numero di varietà già visto e fallito conla Lega20 anni fa. Ma Grillo raccoglie antipatia anche da Sel, Rifondazione ed Idv (che ne temono la concorrenza) e dall’estrema sinistra dei centri sociali e del sindacalismo di base che non ne apprezzano le sortite di destra e l’esasperato legalismo. Lasciamo perdere il Pd, ma anche la sinistra parlamentare che aspira a rientrare in Parlamento, farebbe meglio ad interrogarsi sul perché in Germania, Francia, Portogallo, Grecia, Spagna, Islanda la sinistra anticapitalistica aumenta i suoi voti ed oltrepassa spesso l’8%, mentre in Italia non si schioda dal 5% e sostanzialmente non supera il trauma del 2008. Il M5s inizialmente composto da una buona fetta di simpatizzanti di sinistra delusi (parlo del Vaffa day di 5 anni fa), ha poi aggiunto componenti assai diverse ed il movimento è cresciuto a “macchie di Leopardo”: con percentuali elevate in Piemonte (dove ha influito la protesta no Tav) ed a Bologna (dove si sentiva l’effetto degli errori del Pd nella scelta dei candidati sindaci), ed ora dilaga negli altri centri settentrionali. Grillo sta tentando anche lo “sfondamento” sull’elettorato leghista squassato dagli scandali e per questo ha accentuato alcuni accenti discutibili (il corteggiamento agli evasori fiscali, la frase infelice sulla mafia).

Siamo in presenza di un movimento che ha molti punti di contatto con quelli del “punto di confusione”di cui abbiamo detto nell’articolo precedente.
In primo luogo, siamo esattamente in un momento di crisi frontale del sistema politico, che tocca il grado più basso della sua credibilità e questo non avviene solo in Italia, ma, per effetto della crisi, anche in molti altri paesi europei, nei quali, infatti, si stanno affacciando movimenti di protesta di tipo populista. E, come abbiamo detto, è esattamente in questi momenti che si manifestano movimenti caratterizzati da elevata disomogeneità interna ed accomunati dalla protesta verso il sistema.

E, infatti, va considerata la forte eterogeneità sociale del M5s: ormai il ruscello degli inizi sta diventando un torrente in piena che mescola giovani esacerbati per il furto di futuro che stanno subendo e pensionati ai limiti della sussistenza, lavoratori autonomi esasperati dalla pressione fiscale ed evasori incalliti,  cittadini disgustati dei privilegi da satrapi dei nostri politici e furbetti che fanno conto di avviare una facile carriera politica con una manciata di voti personali,  lavoratori precari che non si sentono rappresentati dai sindacati e padroncini che odiano i sindacati perché ostacolano lo sfruttamento dei lavoratori, valligiani xenofobi e pezzi di movimenti antimafia. Insomma di tutto un po’ ed anche del contrario di tutto. In qualche modo, è lo stesso Grillo (come spesso succede ai leader carismatici) ad incoraggiare queste confluenze eterogenee, mescolando elementi di discorso politico di sinistra (come la richiesta di maggiore partecipazione democratica o la difesa dei beni comuni contro le privatizzazioni) con elementi fungibili tanto a destra che a sinistra e condotti spesso in modo ambiguo (la critica al sistema finanziario,  la protesta contro la  corruzione, l’ ambientalismo, il richiamo al principio di legalità ecc.) con discorsi propriamente  di destra (le sparate contro gli immigrati –imperdonabili-, le strizzate d’occhio agli evasori fiscali, qualche uscita infelice in tema di omosessuali o di lotte operaie).

In terzo luogo il discorso di Grillo presenta un tratto tipico del populismo: la speranza, del tutto infondata, di trovare soluzioni semplici ed immediate a problemi complessi. Intendiamoci: il più delle volte i movimenti populisti partono da esigenze giustissime cui, troppo spesso, politici ed intellettuali “di corte” rispondono con discorsi speciosamente complicati ed incomprensibili per respingere quelle domande. Questo è vero, ma non significa che quelle esigenze possano essere soddisfatte con ricette semplici. Accade allora che il bisogno di una comunicazione immediatamente comprensibile anche dagli strati meno colti della società spinga a semplificare indebitamente il discorso, prospettando soluzioni miracolistiche, ottime per mobilitare ma inefficaci o irrealizzabili, con l’esito finale che l’attenzione si sposta sempre di più dalla credibilità del discorso a quella del leader.

Fuori discussione l’onestà personale di Grillo e il suo desiderio di servire il paese e la democrazia senza aspirazioni personali di carriera (ha ripetuto spesso di non essere disposto a candidarsi e penso gli si possa credere). Il punto è un altro: le dinamiche oggettive del “punto di confusione” che possono spingere un movimento anche lontano dalle intenzioni di chi lo ha promosso. Ne deriva che il necessario sforzo di rifiutare una dimensione minoritaria e di omogeneizzare domande politiche potenzialmente confliggenti fra loro, piuttosto che unificarsi intorno ad una strategia politica –che richiede una operazione culturale di alto profilo- finisce per trovare il suo punto di convergenza nella funzione del leader.

E questo apre la strada a diversi esiti “pericolosi”: se è vero che Grillo (per ragioni di età,  per il suo modo di porsi più come “testimonial” che come capo del movimento, per le sue caratteristiche di disinteresse personale e di ispirazione democratica, nonostante qualche caduta come quelle ricordate) non va in questa direzione, è anche vero che il carattere poco strutturato del M5s (altro punto di contatto con i movimenti protestatari del “punto di confusione”) potrebbe obbligarlo a svolgere controvoglia questo ruolo oppure costringerlo ad inseguire il suo stesso movimento che potrebbe sfuggirgli di mano. E il meno che possa accadere è che finisca per regalarci altri Scilipoti, Razzi, De Gregorio e via di questo passo. L’assenza di una cultura politica omogenea e al livello dell’ampiezza dei consensi raccolti potrebbe rivelarsi determinante in questo senso.

D’altra parte, non è affatto detto che le cose debbano andare in questo modo e che l’unica alternativa sia fra la nascita di un pericoloso movimento populista di destra ed il fallimento del movimento. Anzi, nonostante le citate deprecabili uscite di Grillo, va detto che questo movimento ha in sé notevoli potenzialità di segno opposto che sarebbe sciocco non vedere.

In secondo luogo c’è un aspetto ambiguo del discorso di Grillo che però non è detto debba sciogliersi per forza in senso negativo. Parliamo delle sue campagne sulla finanza che ormai risalgono a circa 10 anni, quando ancora la crisi non si era manifestata. E qui la sinistra deve farsi una autocritica da saio penitenziale ed autoflagellazione: il Pd è da sempre il cavalier servente dei poteri finanziari, “spalmato” sui desiderata dei maggiori gruppi bancari del paese ed incapace di dire qualcosa di sensato sulla crisi, Vendola ha deciso che non è un argomento di cui valga la pena di occuparsi e parla d’altro (esattamente come i Verdi ecc.) e Ferrero, su questo come sul resto, apre bocca per dare aria ai denti. Quanto alla base della sinistra (dal Pd al sindacato e ai centri sociali) dobbiamo costatare che è affetta da una crisi di rigetto nei confronti del tema: si intuisce che il nemico stia lì, ma ci si rifiuta con decisione di capire come funzioni la cosa. Un rifiuto “di pancia” che non ammette sforzi di testa; e me ne accorgo sia quando mi capita qualche dibattito con sindacalisti (che se la prendono con la “cattiveria” delle banche) sia a lezione, quando cerco di spiegare ai miei studenti il nesso fra globalizzazione e finanziarizzazione e vedo facce da sala d’attesa del dentista. Posso anche capire che il tema risulti ostico ai più, con le sue formule esoteriche ed i suoi astrusi calcoli: d’accordo, ma se la sinistra non capisce che è su questo terreno che ci si sta scontrando, la battaglia è persa.

Grillo lo fa in modo discutibile: senza un minimo di dimensione di classe del fenomeno ed in compagnie molto poco raccomandabili di estrema destra. D’accordo, ma ha riempito il vuoto lasciato dagli altri. Il problema è: perché la sinistra ha smesso di capire il mondo ed ha perso la sua cultura politica che aveva il suo cuore proprio nella critica dell’economia politica? E questo è proprio grave per quelli che pretendono di essere gli eredi di Karl Marx (che nella tomba starà facendo i salti mortali).
L’M5s non va assunto come un avversario pregiudiziale o, all’opposto, come l’Arca della salvezza su cui imbarcarsi. Niente demonizzazioni e niente esaltazioni. Anche in questo caso vale l’aurea regola: “Humanas actiones nec ridere nec lugere neque detestari, sed intelligere”.

Si tratta di un movimento in formazione e, come tale, aperto a diversi possibili esiti: non è detto che l’albero debba necessariamente cadere da destra, anzi, intelligenza vorrebbe che ci impegnassimo a farlo cadere da sinistra, sciogliendo le ambiguità in senso progressista e di classe.
Bisogna mantenere un atteggiamento critico: respingere le uscite inaccettabili come quelle sull’immigrazione, ma valorizzare i punti di contatto, cogliere ogni occasione di convergenza per spingere il M5s a definire una sua cultura politica in senso libertario, democratico, egualitario.

Ma per fare questo occorre avere idee chiare e proposte forti: siamo in grado di dire questo dello stato in cui versa tutta la sinistra?

 

Galline in fuga

 di PIERLUIGI SULLO   8 maggio 2012

 

Doveva accadere e sta accadendo. Con la sorprendente rapidità di un evento catastrofico a lungo previsto – temuto o desiderato – ma che per la sua entità spaventa. Atterrisce perché non si vede come e cosa si potrebbe ricostruire sugli edifici che stanno crollando. Il sistema della politica moderna – non solo i partiti, che ne sono una protesi, ma la forma stessa della democrazia liberale – si sta sbriciolando: è questo il senso dello sciame di elezioni – scosse telluriche – che ha investito l’Europa nello scorso fine settimana.

Ignacio Ramonet ha coniato un neologismo (i tempi sono tali che nominare le cose è sempre più arduo): “austeritarismo”, una fusione tra “austerità”, religione degli Stati nazionali complici e vittime dei “mercati”, e “autoritarismo”, ossia il regime politico in cui non ci si sente, e non si è, precisamente vittime di una dittatura, bensì di un complesso di norme e poteri, apparentemente legittimi, che però perseguono uno scopo senza tenere in nessun conto le correnti di pensiero e i movimenti della società, dei cittadini in generale. L’austerità, ossia il trasferimento di ricchezza dalla società alla speculazione finanziaria, illusorio mezzo di “stabilità”, è il contenuto; la politica dei “tecnici”, in Italia e non solo, è la forma. Il fine e il mezzo.

Ma questa tenaglia ha stritolato non solo i redditi e la protezione sociale, la tutela ambientale e i residui canali attarverso cui i cittadini potevano dialogare – o confliggere – con le istituzioni. Ha soprattutto disarticolato la rappresentazione della democrazia, cancellato in pochi mesi qualche decennio di ostinata elaborazione di tecniche del consenso, di marketing elettorale, l’ammasso di “talk show”, “spin doctor”, ricerca del voto “moderato” (cioè passivo e immobile), alternanze e maggioritario, che ha sostenuto la cosiddetta “seconda repubblica” in Italia, e in generale i sistemi politici europei, negli ultimi vent’anni. I partiti sono odiati non solo, o non soprattutto, perché i loro dirigenti sono bugiardi, incapaci, perché la macchina della “politica” drena grandi quantità di denaro ed è fondamentalmente corrotta, ma proprio perché di colpo si è mostrata la loro inutilità.

La Francia sembra un’eccezione: al ballottaggio tra Sarkozy e Hollande ha votato l’eccezionale percentuale dell’80 per cento. E a vincere è stato un politico di lungo corso del Partito socialista.La Franciaè un paese in cui lo spirito repubblicano e il prestigio dello Stato sono tuttora grandissimi, e che può sperare di restare nel piccolo numero degli Stati nazionali in grado di far fronte alla finanza globale (speranza vana, probabilmente). Ma anche lì il voto al Front national e quello al Front de gauche – insieme quasi un terzo dell’elettorato – avevano segnalato, in modo opposto, al primo turno, che le formazioni più grandi, quelle che alternativamente prendono la maggioranza, sono lesionate: Sarkozy e Hollande, insieme, valgono non più del 60 per cento di quelli che vanno a votare.

E questo è un primo tratto comune alle elezioni nei diversi paesi europei: il bipolarismo, lungamente coltivato comne il migliore dei sistemi politici possibili, non funziona più. In Grecia, Nuova democrazia, la destra, e il Pasok, la sinistra, che per quarant’anni hanno dominato la scena, insieme raccolgono circa il 30 per cento. In Italia è più difficile dire: elezioni amministrative con battaglioni di liste civiche di ogni genere, incluse quelle fasulle create dai partiti. Ma è indubbio che il partito berlusconiano sia crollato, che il “terzo polo” sia disperso come un formicaio preso a calci (ogni segmento insegue il suo piccolo interesse locale), mentre il Pd sembra “tenere”, ma solo dove si allea con i più critici del governo Monti o presenta candidati diversi da quelli che spontaneamente sceglierebbe. C’è un piccolo comune il cui voto dovrebbe far riflettere Bersani e i suoi: Avigliana, paese di origine di Fassino, in Val di Susa, dove l’attuale sindaco di Torino e il precedente, Chiamparino, hanno spedito una lettera a tutte le famiglie per invitarle a votare per il candidato Pd-Pdl. Ha vinto il candidato No Tav. La “grande coalizione”, la lista chiamata appunto “Grande Avigliana”, ha perso disastrosamente.

Avigliana è – nel suo piccolo – un modello. Ovunque, gli elettori hanno cercato altre possibilità più efficaci e affidabili dei partiti tradizionali. A Genova c’era il candidato Doria, che ha quasi vinto al primo turno, ma il Pd si è fermato al 23 per cento. A Parma non ci si fidava del politico già presidente della provincia, candidato del centrosinsitra, e moltissimi hanno votato per il candidato grillino. Eccetera. Il “movimento 5 stelle” è l’effetto, prima di tutto, di questa fuga dai partiti verso qualunque cosa apparisse come alternativo, incluso perfino un vecchio navigatore come Leoluca Orlando a Palermo. I grillini, in più, offrono due caratteristiche in evidente contraddizione tra loro: la prima è la verticalità del guru, del lider maximo, lo stesso Beppe Grillo; la seconda è il fatto che liste e candidati sono effettivamente frutto dei territori, hanno conoscenza e sapienza locali, la loro orizzontalità è rassicurante. In questo caso, le due qualità dei “cinque stelle” si sono alimentate a vicenda. Offrendo un approdo ad elettori Pd delusi e ad elettori leghisti delusi, ma anche degli altri partiti. Ela Lega, l’”anti-partito” della seconda repubblica, ha pagato il pegno dell’essere diventata un pezzo di potere come gli altri, con gli stessi vizi: è fin troppo ovvio.

Ma questa fuga dai partiti, che ricorda il bellissimo film di animazione intitolato “Chicken run”, galline in fuga, si approfondisce quando più profonda è la crisi sociale. In Grecia è un fenomeno clamoroso: si vota per chiunque tranne per chi ha approvato “memorandum” ed altri strumenti di tortura sociale.La Grecia, paese di dieci milioni di abitanti, conta in questo momento, a causa dell’”austeritarismo”, 400 mila bambini denutriti. Non basta, questo numero, per concludere che i partiti, i governi, sono nel migliore dei casi dei pericolosi incapaci?

Perciò ci si ribella. Di fatto, si smantellano i sistemi politici ormai percepiti come nemici. E se in Francia ha votato l’80 per cento, al ballottaggio, in Italia la partecipazione al voto – municipale, per di più – è scesa del 7 per cento, dopo essere scesa di altro 7 per cento nelle elezioni precedenti. In Grecia non hanno votato più di quattro elettori su dieci. Altra via di fuga: non mi serve, è nocivo, quindi non voto più.

Il terremoto è talmente profondo e repentino da spaventare anche chi – come noi – da anni segnala la crisi della democrazia rappresentativa, che è stata, nel bene e nel male, la pietra angolare della vita sociale dal1947 aoggi. L’ignoto fa paura. Quel che appare è che il discorso pubblico – i politici chiamati a commentare eternamente le elezioni in tutte le televisioni, ciechi, sordi e preoccupati soprattutto di fingere il passato – suona falso come una moneta bucata, che le alternative rispecchiano bruscamente, quasi brutalmente, la caduta di fiducia e di senso del voto, che affronteremo una infinita transizione verso chissà cosa.

 

 

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Reddito di cittadinanza, il modello sociale europeo che l’Italia ignora

2 Aprile 2012 1 commento

Reddito di cittadinanza,

 il modello sociale europeo che l’Italia ignora

 

di Giovanni Perazzoli

 La trasmissione sullo stato sociale di Michele Santoro è stata un’altra occasione persa per parlare dello stato sociale.

Per me che vivo in Olanda appare assolutamente incomprensibile che non si ponga in Italia alcuna attenzione ai sussidi di disoccupazione europei.

I giornali parlano di un “modello tedesco” che è frutto più di fantasia che di realtà. Tanto più, allora, perché non informare l’opinione pubblica italiana che in Germania (come in tutta Europa) non sono, attenzione, coloro che sono stati licenziati ad avere dallo stato l’affitto dell’alloggio e un sussidio illimitato, ma tutte le persone maggiorenni disoccupate, indipendentemente dal fatto che abbiamo o meno mai lavorato? Il sussidio termina, in mancanza di un’occupazione, con la pensione. Non è assolutamente vero quello che scrivono i giornali italiani che sia a tempo determinato. Confondono per ignoranza o in modo intenzionale l’indennità di disoccupazione e il sussidio di disoccupazione.

 Come si fa a ignorare in Italia un aspetto così importante della vita di ogni cittadino europeo? Non me ne capacito. In Italia non si sa neanche che chi in Europa (Francia, Germania, Gran Bretagna e non solo Danimarca, Svezia…) non guadagna abbastanza ottiene un’integrazione del reddito, e anche chi lavora part time ottiene un’integrazione del reddito. Poi si scopre che in Italia il reddito medio è da miseria. E tutti si sorprendono. Ma veramente in Italia si ignora l’abc dello stato sociale? Mi pare strano da credere.

 L’esistenza di quello che di fatto è un reddito di cittadinanza in Europa spiega molte cose che in Italia vengono riproposte, lasciatemi dire, in modo del tutto assurdo. Spiega la flessibilità europea (peraltro di gran lunga minore che in Italia), spiega l’assenza di lavoro nero, spiega l’assenza delle massicce raccomandazioni, spiega anche il fatto che le persone competenti occupino in genere il posto che compete loro (mentre così non è in Italia). Non capisco perché nonostante l’Europa raccomandi dal lontano 1992 all’Italia di introdurre un reddito di cittadinanza questo non succede neanche con la crisi. E soprattutto è incomprensibile che a sinistra nessuno ne parli chiaramente. A chi giova? Evidentemente a qualcuno gioverà.

 Certo non giova agli operai che si danno fuoco, alle famiglie che resteranno senza un reddito, e senza una casa di cui Santoro mostra ogni volta il dramma. Ma senza mostrare le soluzioni che in altri paesi hanno adottato da decenni, la denuncia mi pare parziale e anche un po’ ambigua. Non mi pare che sia uno scoop scoprire quello che per diversi milioni di persone è assolutamente normale.La Franciaè stata l’ultimo paese in Europa ad adottare una forma di sussidio che di fatto è un reddito di cittadinanza ben venti anni fa. La rivista “Esprit” dedicò un numero speciale all’evento. Possibile che in Italia nessuno ne sappia nulla?

 Le persone giudicano per paragoni e confronti. Se il confronto con gli altri paesi viene loro negato non ci si può lamentare che non cambi nulla. La primavera araba è iniziata con la possibilità di guardare con la televisione e con internet fuori del recinto nazionale. Lo stesso avvenne nei paesi dell’Est.

 Forse non si vuole la democrazia europea e si guarda ad altro? In ogni caso, per scegliere bisognerebbe conoscere. Sapere che un’altra società non solo è possibile, ma già esiste da diversi decenni, impegnerebbe diversamente le forze politiche, e i sindacati. Questo sarebbe “rivoluzionario”, e sarebbe europeo. L’unico che in Italia sta ponendo con coerenza il problema del reddito di cittadinanza sul modello europeo è Maurizio Landini; temo però sia un outsider, una scheggia impazzita del sistema.

 Ichino ha detto in trasmissione che l’indennità di disoccupazione che vorrebbe introdurre il governo Monti è di qualche mese più lunga dell’indennità di disoccupazione tedesca (12 o 18 mesi). Ma non ha spiegato bene (anche perché nessuno glielo ha chiesto) che dopo l’indennità di disoccupazione in Germania (e in tutta Europa) c’è un altro sussidio, meno “ricco”, per modo dire, ma che è illimitato (ovvero limitato solo dalla pensione e, ovviamente, da una nuova eventuale occupazione) e che copre anche l’affitto dell’alloggio. Vi pare poca cosa? Vi sembra un dettaglio trascurabile? Una donna sola e disoccupata con figli ha in Germania dallo stato più di 1800 euro mensili. Non mi fermo qui sulle cifre e sulla tipologia dei benefici che hanno le persone che non lavorano nei paesi europei e in particolare in Germania: l’ho fatto nel numero in uscita su MicroMega.

Io mi chiedo sgomento: come è possibile dedicare un’intera trasmissione sullo stato sociale, far iniziarela Fornerocon la sua proposta di riforma degli “ammortizzatori sociali”, e non parlare dei sussidi di disoccupazione che esistono in Europa? Possibile che nessuno ritenga importante ricordare che è dal 1992 che l’Europa raccomanda all’Italia di adottare il reddito di cittadinanza? Possibile che nessuno abbia notato che anche nella famosa lettera della Bce (sic!) si rinnova al governo italiano l’invito a introdurre i sussidi di disoccupazione sul modello europeo e che la stessa cosa viene ripetuta nelle famose domande di chiarimento dell’Europa?

 Una breve ricerca su internet: ecco una parte del testo della raccomandazione 92/441 CEE pubblicato anche sulla Gazzetta ufficiale. Leggo:

 Ogni lavoratore della Comunità europea ha diritto ad una protezione sociale adeguata e deve beneficiare, a prescindere dal regime e dalla dimensione dell’impresa in cui lavora, di prestazioni di sicurezza sociale ad un livello sufficiente.

Le persone escluse dal mercato del lavoro, o perché non hanno potuto accedervi o perché non hanno potuto reinserirvisi, e che sono prive di mezzi di sostentamento devono poter beneficiare di prestazioni e di risorse sufficienti adeguate alla loro situazione personale.

 Poi leggo:

 (12) … il Parlamento europeo, nella sua risoluzione concernente la lotta contro la povertà nella Comunità europea (5), ha auspicato l’introduzione in tutti gli Stati membri di un reddito minimo garantito, inteso quale fattore d’inserimento nella società dei cittadini più poveri;

 O anche

 il Comitato economico e sociale, nel suo parere del 12 luglio1989 inmerito alla povertà (6), ha anch’esso raccomandato l’introduzione di un minimo sociale, concepito ad un tempo come rete di sicurezza per i poveri e strumento del loro reinserimento sociale

 E dunque l’Europa raccomanda a tutti gli stati membri:

 di riconoscere, nell’ambito d’un dispositivo globale e coerente di lotta all’emarginazione sociale, il diritto fondamentale della persona a risorse e a prestazioni sufficienti per vivere conformemente alla dignità umana e di adeguare di conseguenza, se e per quanto occorra, i propri sistemi di protezione sociale ai principi e agli orientamenti esposti in appresso.

 E questo significa che al reddito minimo garantito si può avere accesso

 senza limiti di durata, purché il titolare resti in possesso dei requisiti prescritti e nell’intesa che, in concreto, il diritto può essere previsto per periodi limitati, ma rinnovabili

 (http://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=CELEX:31992H0441:IT:HTML)

 In tutti i Paesi dell’Europa questo è realtà. Non in Italia, in Grecia e in Ungheria.

 Possibile che nessuno abbia capito che quello che manca in Italia è quella sicurezza economica che viene dalla rete dei sussidi che permette alle persone di cambiare lavoro con relativa tranquillità soprattutto da giovani? Un mio giovane amico olandese ha fatto un’infinità di mestieri; è stato, tra le altre cose, maestro di sci, ha aperto una scuola di windsurf, ha aperto un Hotel, poi lo ha chiuso e aperto una ditta di costruzioni. È questo che si chiama “flessibilità”, non la macelleria sociale che hanno in mente in Italia destra e sinistra.

 Possibile che non si capisca il significato di apertura del mercato e della protezione sociale? Non significa licenziare in massa la gente, significa fare in modo che i giovani possano sperimentare le loro possibilità e le loro idee in un mercato aperto e non controllato dalla corporazioni e dalle varie rendite (vera potenza italiana). È per questo che l’Europa chiede le liberalizzazioni, non certo per perseguitare i tassisti (una delle cose, non so se più ridicole o drammatiche, è stata la farsa sui tassisti, come se da loro dipendesse lo spread. Magari si voleva solo alzare un gran polverone e mandare tutto il resto in caciara?).

 Liberalizzare significa aprire l’accesso alle professioni senza doversi fare un tessera di partito, pagare tangenti, essere parte di un sistema di potere, di una lobby famigliare, politica, religiosa ecc. Significa che in Italia uno che vuole fare il giornalista o il notaio non debba essere figlio di un giornalista o di un notaio, significa che se vuole aprire un negozio si viene aiutati (come avviene in tutta Europa) e non ostacolati. È così difficile da capire? Aprire il mercato significa andare un po’ a vedere come si fa carriera nella televisione di stato, alla Rai. Significa andare a vedere quanti sono i figli di papà dentro le università. Magari dei papà “riformisti”. Ma veramente nessuno capisce che una cosa è la precarietà con la certezza del reddito e dell’alloggio, e un’altra è la precarietà con il niente?

Ho capito che il reddito minimo garantito è come un punto archimedeo: sembra piccolo, ma in realtà è il punto d’appoggio di due concezioni della  società completamente diverse.

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OCCUPYAMO PIAZZA AFFARI – NO DEBITO

26 Marzo 2012 Nessun commento

 

Il 31 marzo a Milano, ore 14, manifestazione nazionale dalla Bocconi a Piazza Affari. Contro Monti e il governodella BCE in Italia e in Europa, solidarietà a chi lotta.


Comitato promotore Occupyamo Piazza Affari

L’APPELO

Occupyamo Piazza Affari

I loro affari non devono più decidere sulle nostre vite

 

Contro le politiche antisociali

del governo Monti e della Bce!

Per una società fondata sui diritti civili e sociali,

sul pubblico, sull’ambiente e sui beni comuni!

Misure “lacrime e sangue” sono la ricetta del governo delle banche e della finanza che, con il sostegno del centro-destra e del centro-sinistra, è ormai in carica da oltre tre mesi. Il massacro sociale del governo Monti dilagherà se verrà applicato il trattato europeo deciso dai governi Merkel, Sarkozy e Monti. Ora vogliono cambiare la Costituzione, senza consultare i cittadini e imponendo il pareggio di bilancio. Ora vogliono imporre un trattato, il fiscal compact, che impone la schiavitù del debito per vent’anni. Per vent’anni dovremo sacrificare i diritti sociali e quelli delle lavoratrici e dei lavoratori, per pagare il debito agli stessi affaristi e speculatori che l’hanno creato.

Una crisi del sistema capitalista da cui le classi dominanti non riescono ad uscire. L’individuazione di “medici” come Monti in Italia o Papademos in Grecia, che in realtà non fanno che aggravare la malattia scaricando sui lavoratori e sulle classi popolari il peso della iniqua distribuzione del reddito con il conseguente peggioramento delle condizioni di vita e l’eliminazione di diritti conquistati con anni di lotte. Per questo diciamo NO alla precarietà e alla messa in discussione dell’articolo 18, alla distruzione dello stato sociale, dei diritti, della civiltà e della democrazia. Per questo diciamo NO alla distruzione dell’ambiente, alle grandi opere, alla Tav.

Negazione della democrazia e repressione sono gli strumenti con cui le classi dominanti stanno cercando di fermare e dividere il movimento popolare che va opponendosi al dilagare della precarizzazione e della disoccupazione di massa: lo abbiamo visto in questi giorni in Val di Susa, ma anche contro molte lotte operaie e di resistenza sociale.

Chiediamo ai giovani e alle donne, alle lavoratrici e ai lavoratori,

ai precari, ai pensionati e ai migranti,

ai movimenti civili sociali e ambientali, alle forze organizzate,

di organizzare insieme una risposta a tutto questo

con una grande manifestazione nazionale a Milano il prossimo 31 marzo!

Unire le lotte per un’opposizione sociale e politica di massa, capace di incidere e contare, dal territorio, alla scuola e all’università, alle lotte per il lavoro: dalla Argol di Fiumicino alla Wagon-Lits di Milano, alla Alcoa di Portovesme, alla Fincantieri, alla Esselunga, alla Sicilia, alla Fiat e alle lotte dei migranti. Vogliamo manifestare assieme a tutti i popoli europei, schiacciati dalle politiche di austerità e dal liberismo, in particolare al popolo greco, sottomesso ad una tirannide finanziaria che sta distruggendo il paese.

Vogliamo un diverso modello sociale ed economico in Italia e in Europa, fondato sul pubblico, sull’ambiente e sui beni comuni, per riconvertire il sistema industriale con tecnologie e innovazione, per la pace e contro la guerra, per lo sviluppo della ricerca sostenendo scuola pubblica e università, per garantire il diritto a sanità, servizi sociali e reddito per tutti, lavoro dignitoso, libertà e democrazia.
Il 31 marzo tutte e tutti in piazza a Milano:
ore 14.00 manifestazione nazionale dalla Bocconi a Piazza Affari
Occupyamo Piazza Affari! Costruiamo il nostro futuro!

Appello “Occupyamo Piazza Affari”

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La nuova Banda dell’Ortica

9 Marzo 2012 Nessun commento

di Curzio Maltese  la Repubblica  08.03.2012

 L’immagine della Milano ladrona, sorridente e impunita, ha fatto il giro d’Italia. È l’istantanea dell’ufficio di presidenza della regione Lombardia, con 4 componenti su 5 indagati. O arrestati per malaffare. Per la par condicio due del Pdl, Franco Nicoli Cristiani e Massimo Ponzoni, uno del Pd, Filippo Penati, e l’ultimo della Lega, Davide Boni. Mettici pure quattro ex assessori di Formigoni al centro di altrettanti scandali, i già citati Nicoli Cristiani e Ponzoni, più Guido Bombarda e l’ineffabile Piergianni Prosperini. Infine otto consiglieri lombardi sotto inchiesta per una gamma di reati che spazia dalla corruzione alla truffa al favoreggiamento di prostituzione, nel caso di Nicole Minetti. E ti domandi: ma come può una delle regioni più ricche e civili d’Europa a sopportare questa vergogna?

Una tale montagna di scandali non s’era mai vista in Italia, se non nel consiglio regionale della Calabria, che le commissioni antimafia dipingono come il braccio politico della ‘ndrangheta. Ma qui non siamo nella terra di Cetto Laqualunque. Siamo nella capitale del laborioso Nord che sfida la recessione, nella culla del montismo come nuovo costume amministrativo, europeista, poliglotta, competente, rigoroso e un tantino moralista. E allora non ti spieghi la calma piatta, l’indolenza «terrona» con cui la grande Milano accoglie le storiacce della nuova Tangentopoli, vent’anni dopo. Queste tangentone a botte di 300 mila euro in contanti, che sarebbero finite nella tasche del ras lombardo della Lega, Davide Boni, fanno impallidire la madre di tutte le mazzette, i 37 milioncini di lire che il 17 febbraio del 1992 Mario Chiesa cercò di affogare nel cesso dell’ufficio, mentre i carabinieri bussavano alle porte del Pio Albergo Trivulzio. Sorprende la faccia di tolla dei dirigenti leghisti, da Umberto Bossi in giù, che una settimana fa chiedevano la testa di Formigoni «perché non si può andare avanti con un arresto al giorno» e oggi, pizzicato uno dei loro, urlano al complotto politico e affidano la difesa del buon nome del movimento, con un certo grado di crudeltà, al tesoriere Francesco Belsito. Figura incredibile per definizione, noto alle cronache per essersi taroccato nell’ordine la patente di guida mai ottenuta, il diploma di perito e ben due lauree fasulle (una a Londra, l’altra a Malta), non che per aver investito l’anno scorso un terzo del rimborso elettorale della Lega (22 milioni di euro) in una fantomatica banca della Tanzania. Uno insomma al cui confronto il Vincenzo Balzamo tesoriere del Psi di Craxi, e morto di crepacuore pochi mesi dopo Mani Pulite, trasfigura nel ricordo in icona risorgimentale.

Ma il mistero più fitto, o se volete la faccia di tolla più resistente, ha un solo nome: Roberto Formigoni. Il dominus assoluto del ventennio lombardo, da Tangentopoli a Tangentopoli 2, il presidentissimo al quarto mandato, è ancora lì, al centesimo scandalo, barricato nella faraonesca e inutile nuova sede, a recitare la scena del palo della banda dell’Ortica. Il campionario di alibi del presidenza allarga ogni volta i confini del ridicolo. Gli arrestano gli assessori nei settori chiave della regione, sanità, urbanistica, ambiente, e lui non sapeva. Si presenta in consiglio regionale per «mettere la mano sul fuoco per Piergianni Prosperini» il giorno stesso in cui il «Prospero» decide di patteggiare coi magistrati. La Minetti? «Chi se l’immaginava? Me l’ha presentata Don Verzè!». Il caso Boni? «Quale caso? Vedremo. La regione è una casa di vetro. Nel caso ci fosse un caso, ci costituiremo parte civile». Non esistono un «sistema Sesto» o un «sistema Lega» o un «sistema bonifiche», ma soltanto un enorme «sistema Formigoni» (o «sistema CL») che sovrasta e alimenta un arcipelago vastissimo e consociativo di interessi, dove nessuno ha interesse a far saltare il banco del Pirellone. Non la maggioranza politica, ma neppure le opposizioni, che infatti o si schierano contro le elezioni anticipate, come l’Udc, o le chiedono molto timidamente, come il Pd. Non Cl, certo, ma neppure le coop rosse. Non gli industriali o le banche, ma nemmeno i sindacati. Il fatto è che se la Tangentopoli di vent’anni fa era comunque qualcosa di razionale, una specie di escrescenza malavitosa di un’economia ancora sana, un «pizzo» carpito nel grasso della crescita produttiva, con la seconda Tangentopoli si è andati molto oltre. Qui il sistema delle tangenti ha creato ex novo un’economia virtuale che non ha alcun collegamento con il mercato e si fonda sul consumo del territorio. In altri termini, cemento, cemento e ancora cemento.

In vent’anni in Lombardia la popolazione è rimasta ferma, ma le aree urbanizzate sono cresciute del 20 per cento. I cantieri nascono come funghi. Regione e comuni concedono licenze per centinaia di milioni di metri cubi, sulla base di stime demografiche che farebbero ridere uno studente del primo anno di Sociologia. Con tutti gli scandali in corso, il comune di Sesto San Giovanni ha appena riavviato la pratica dell’ex area Falck, nell’ipotesi di una crescita della popolazione da 80 a 100 mila nei prossimi dieci anni. Ma Sesto non ha raggiunto i centomila abitanti neppure quando era la Stalingrado d’Italia, con fabbriche che occupavano decine di migliaia di operai. Perché dovrebbe crescere ora che sono tutte chiuse?

Malpensa è l’aeroporto più in crisi d’Europa, perde viaggiatori, merci, scali, compagnie, è l’hub di nessuno. La risposta? Il progetto di una terza pista, distruggendo mezzo Parco del Ticino. Un altro esempio, le autostrade. Con la benzina a due euro e l’industria dell’auto al disastro, un investimento geniale. Lo stesso Expo del 2015 è diventato un enigma. Il progetto originario di Stefano Boeri e Carlo Petrini, un Expo leggero ed ecologico, un grande orto permanente dell’agroalimentare, aveva un senso. Il nuovo progetto, l’ennesima fiera tecnologica, nasce vecchio, superato e un po’ ridicolo. Qui girano le tangenti. E i soldi dei risparmiatori che le banche, grandi e piccole, continuano a pompare nei gruppi immobiliari. Basta presentare un progetto qualsiasi. Perfino Danilo Coppola, il furbetto del quartierino finito in galera e poi in coma per tentato suicidio in carcere, condannato a sei anni per bancarotta fraudolenta, ha appena ottenuto dal Banco Popolare un finanziamento di 180 milioni per il progetto di Porta Vittoria. Roma ladrona gli aveva voltato le spalle, ha ricominciato da Milano.

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Atene è sola.

13 Febbraio 2012 Nessun commento

di ROBERTO MUSACCHIO 

                  13 febbraio 2012 

 Le immagini che arrivano da Atene sono sconvolgenti. Sono le immagini di una democrazia sospesa. Un Parlamento che non è più il luogo della libera scelta in rappresentanza del popolo sovrano ma sede del rito sacrificale officiato dalla tecnocrazia, dalla troika dei sacerdoti inviata dal nuovo Moloch e dal loro adepto ellenico, che si fa sacerdote del capitale, sacrifica carne viva in nome di vaticini di crescita. E una moltitudine che assedia il parlamento nel disperato tentativo di riprendersi il diritto di scegliere sulla propria vita.

 A nulla serve urlare che dopo due anni di questa cura il paziente greco è moribondo. Che il debito in nome del quale si consuma il sacrificio è schizzato dal 120 al 180 per cento del Pil; che il dio Pil è crollato del 15 per cento. Tanto meno vale ricordare che il debito è quello creato trasformando una crisi finanziaria in crisi sociale. Che questa Europa ingiusta invece di creare armonizzazione delle sue economie ha ampliato le crepe rendendole baratri, reso più forti le economie che già lo erano e più deboli le altre: e questo è terribile se si pensa che staremmo costruendo una casa comune, appunto l’Europa. Che le persone in carne ed ossa siano esauste poi non interessa se non per evocare la loro espiazione come salvifica.

 Tutto ciò è ridotto a pure parole di Cassandra, parole di verità destinate a non essere ascoltate. Non c’è alternativa, si ripete nelle aule del parlamento, come se questa affermazione non significasse che non c’è più democrazia. Un tecno sacerdote officia mentre eletti dal popolo, che lo furono con ben altro mandato, gli consegnano il capro espiatorio. Fuori la piazza ribolle. Dicono i sondaggi che, quando si tornerà a votare, e cioè presto, potrebbe rovesciarli. Le sinistre che si oppongono al rito sono accreditate del 40 per cento. Ma i tecnosacerdoti hanno imposto la perpetuità delle loro scelte. Si potrà tornare a decidere di se stessi?

 La domanda riguarda tutti noi. Tanto tempo fa, un foglio comunista scrisse “Praga è sola “. Sola di fronte ai carri armati del socialismo reale. Fu un grido che scosse tutti noi, le nostre coscienze. Mi è venuto in mente oggi. Cosa stiamo facendo per Atene,  ma poi anche per noi stessi? Quegli stessi riti del tempio ellenico si stanno consumando nei nostri parlamenti, anche se può sembrare che scorra meno sangue. Tutti stanno officiando il Trattato. I movimenti che si oppongono anche qui restano inascoltati come Cassandra. Veramente possiamo accettare tutto questo?

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Secur-flexibility, non flex-security

27 Gennaio 2012 Nessun commento

 Scritto da Andrea Fumagalli – il manifesto | 27 Gennaio 2012

  In Italia sei lavoratori su 10 non sono tutelati dall’art.18. E anche quando chi è garantito può finire vittima di un licenziamento collettivo. Solo dopo aver introdotto un reddito di base si potrà parlare di riforma del lavoro. Una risposta ad Alesina e Giavazzi A leggere l’editoriale di Alesina e Giavazzi pubblicato sul Corriere della sera di domenica, uno spettro si aggira per l’Italia. È lo spettro dell’art. 18, causa di ogni male, in particolare della precarietà. Dopo anni di occultamento della realtà, Alesina e Giavazzi sono costretti ad ammettere che il numero di precari, prima della crisi (chissà dopo) ammonterebbe a 4 milioni (circa il 20% della forza-lavoro). È un dato sottostimato. Stime più complete (sulla base dei dati Isfol) arrivano, infatti, a ipotizzare, comprendendo anche tutte quelle situazioni di lavoro autonomo che nascondono in realtà forme di subalternità e eterodirezione, un numero di precari di poco inferiore ai 7 milioni (un terzo della forza lavoro), che arriva a superare il 50% per chi ha meno di 35 anni. Il numero è destinato ad aumentare, se si considera che, secondo l’Osservatorio Provinciale di un’area comunque ricca come quella di Milano, nel corso del 2010, su 10 nuovi entrati nel mercato del lavoro solo uno era con un contratto standard di lavoro (9,8%) e solo uno su tre riesce a stabilizzarsi.

Se non si può negare l’evidenza, allora è necessario trovare le ragioni. Scrivono infatti Alesina e Giavazzi: «Per un’impresa, passare un lavoratore dalla precarietà ad un contratto a tempo indeterminato significa renderlo illicenziabile, a causa appunto dell’art. 18 e questo comporta un rischio troppo elevato per l’impresa stessa». E aggiungono: «Non solo, ma un impresa non investe nella formazione di un lavoratore che dopo pochi mesi perderà: quindi la produttività dei giovani precari rimane bassa, non imparano nulla e più l’età avanza meno diventano impiegabili».

È necessario fare un minimo di chiarezza e fare un bagno di realtà. In Italia, il numero dei lavoratori formalmente protetti dall’art.18 inimprese private con più di 15 dipendenti sono poco più di 7,7 milioni (il numero delle imprese è invece poco più di 114.000, un’inezia se paragonato al numero totale delle imprese: dati Istat), poco più del 40% del totale degli addetti privati. Ciò significa che sei dipendenti privati su 10 non sono tutelati dall’art.18. Tale quota tende poi in realtà ad aumentare, se si considera che la maggior parte delle imprese con più di 15 dipendenti si concentra nella faccia dimensionale tra i 15 e i 25 addetti, laddove la presenza del sindacato è assai scarsa e quindi il controllo dell’applicazione dello Statuto dei Lavoratori più labile. Ciò significa che poco più di un terzo (comunque non la maggioranza, come sembra emergere dagli articoli di molti commentatori e economisti) della forza-lavoro privata italiana è illicenziabile?

Niente di più falso. Ciò che è impedito è solo il licenziamento individuale.La Legge223 del1991 hainfatti introdotto la possibilità di licenziamenti collettivi, anche per ragioni economiche. Al punto che le cronache economiche di questi mesi sono costellate da notizie relativi a licenziamenti. Solo per rimanere in Lombardia, basti pensare alla Jabil, alla Lares, alla Metalli, alla Nokia, all’Eutelia, alla Yamaha, alla Wagon Lits, alla Whirpool, all’Omsa solo per citare i casi più clamorosi. È evidente che il licenziamento per ragioni economiche (delocalizzazione, chiusura di stabilimento, ristrutturazione, ecc) avviene sempre in modo plurimo, non avendo senso licenziare un singolo lavoratore. È quindi pretestuoso e falso affermare che impedire il licenziamento individuale per ragioni economiche obbliga le imprese ad assumere solo tramite contratti precari. Se le imprese con più di 15 addetti assumono prevalentemente tramite contratti precari in tempo di crisi (ma non solo) è perché intendono scaricare sulla flessibilità del lavoro l’incertezza e i costi della crisi, non viceversa. Ed è proprio questa miope strategia imprenditoriale, tesa ad accrescere illusoriamente competitività via riduzione dei costi piuttosto che via aumento della qualità e della produzione, a incidere negativamente sulla dinamica della produttività. Ancora una volta Alesina e Giavazzi confondono la causa con l’effetto. La produttività in Italia è bassa perché le economie di scala dinamiche che ne stanno alla base (di apprendimento e di rete) richiedono continuità di lavoro e di reddito proprio perché possano garantire rendimenti crescenti nel tempo. Ciò significa che la scarsa produttività italiana è dovuta proprio ad un eccesso di precarietà e non è certo abrogando l’art. 18 (o introducendo gabbie salariali) che tale problema può essere risolto.

Infine, Alesina e Giavazzi chiedono che in cambio della liberalizzazione dei licenziamenti individuali le imprese partecipano in misura maggiore al finanziamento dei sussidi di disoccupazione erogati dall’Inps. È utile ricordare che già oggi il sussidio di disoccupazione viene finanziato dai contributi sociali versati dalle imprese e dai lavoratori, allo stesso modo della Cig straordinaria e delle indennità di mobilità. Si tratta di ben misera cosa in confronto al via libera ai licenziamenti! Nulla viene detto infatti riguardo ai parametri che limitano l’accesso a tali sussidi, ovvero la durata (massimo otto mesi) e l’ammontare (pari al 60% della retribuzione lorda mensile per i primi 6 mesi, al 50% per il settimo e l’ottavo mese, per un livello comunque non superiore a 858 euro mensili).

È necessario invece rovesciare il ragionamento di Alesina e Giavazzi (e anche dell’attuale governo): prima di intervenire su qualsiasi processo di riforma del mercato del lavoro, sarebbe più utile e produttivo procedere ad una razionalizzazione del sistema degli ammortizzatori sociali tramite due semplici misure: la separazione tra assistenza (a carico della fiscalità collettiva) e previdenza contributiva (a carico, tramite Inps, dei lavoratori e delle imprese) e l’introduzione di un’unica misura di reddito di base, erogato in modo individuale e incondizionato a tutti coloro che hanno un reddito inferiore ad una determinata soglia (da contrattare), indipendente dalla tipologia contrattuale, condizione professionale, stato di cittadinanza, ecc.

Solo in presenza di sicurezza sociale garantita, il mercato del lavoro potrà acquisire quella mobilità funzionale al diritto di scelta del lavoro e non all’obbligo del lavoro. Solo se sarà operativo un effettivo regime di secur-flexibility (e non flex-security), allora il problema del mantenere in vigore l’art. 18 diventerà un falso problema e avrà esclusivamente la funzione di proteggere i lavoratori da forme di discriminazione.

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TASSISTI, PARLIAMONE

21 Gennaio 2012 Nessun commento
 di Guido Viale   il manifesto 18 gennaio 2012
 
Il pacchetto di liberalizzazioni del governo Monti va giudicato alla luce della prospettiva di una conversione ecologica. Confrontarlo con lo stato di cose presente non ha senso: quel pacchetto non ne costituisce alcuna reale alternativa (se non in senso peggiorativo) ed entrambi (il pacchetto e l’esistente) non sono sostenibili. Dunque, non si può restare fermi né tornare indietro. Quel pacchetto conferma però l’assoluta inconsistenza del liberismo nell’affrontare i problemi: sia nel cielo dell’alta finanza (il rischio default) che sulla terra della quotidianità: professioni, orari dei negozi, ruolo delle farmacie o organizzazione dei tassisti. Cominciamo da questi ultimi. Ancora una volta l’impressione che dà il governo Monti è di non conoscere ciò di cui si occupa (ne ha già dato prova la prof. Fornero, che ha studiato per quarant’anni il sistema pensionistico ma si era dimenticata dello scivolo al prepensionamento, con decine di migliaia di persone che il governo lì per lì aveva lasciato sul lastrico).
Nessuno lo ha scritto, ma la prima misura di buon senso da adottare nei confronti dei tassisti è imporre il rilascio di scontrini fiscali emessi direttamente da un tassametro che funzioni come un registratore di cassa. Ci aveva provato Prodi al termine del suo primo governo, provocando una rivolta. Ma è una misura civile: se tutti devono pagare le tasse in base al loro reddito, lo devono fare anche i tassisti. Così si accerta finalmente quanto guadagnano e si possono modulare su questi guadagni le tariffe amministrate: i loro redditi variano molto passando dalle città grandi a quelle medie e piccole; e negli ultimi due anni sono diminuiti fortemente per tutti (le aziende, principali clienti indiretti dei taxi, li rimborsano sempre meno ai loro dipendenti). Solo così, comunque, si possono affrontare in modo sensato tutti gli altri problemi.
Primo: che cosa vuol dire liberalizzazione? Già Adriano Sofri ha fatto notare sul Foglio che non può esserci una liberalizzazione della tariffa: non si può contrattare il prezzo di un passaggio per telefono né a bordo strada prima di salire sul mezzo. D’altronde, senza tariffe di riferimento – ma questo vale anche per medici, notai, avvocati, commercialisti – non si possono neanche chiedere sconti; si corre solo il rischio di essere fregati due volte. Al più si possono istituire taxi di prima, seconda e terza categoria (puliti e con aria condizionata i primi, sporchi, scassati e con la radio Roma-Lazio a pieno volume i secondi e i terzi), con tariffe differenziate, così come Montezemolo, e dietro di lui Trenitalia, ha deciso di reintrodurre la terza e la quarta classe nei treni.
Ma questo dividerebbe solo per due o per tre il parco macchine effettivamente disponibile, aumentando in misura corrispondente i tempi di attesa. Non è certo quello che si vuole ottenere.
Dunque la liberalizzazione non va perseguita dal lato delle tariffe, ma da quello dei costi. Poiché il costo del taxi incorpora quello della licenza – che è di circa 200 mila euro a Roma e Milano e, sembra, di 300 mila a Firenze, ma è sicuramente inferiore in molte altre città, fino a poche decine di migliaia di euro nella maggior parte dei casi – l’obiettivo è azzerare il balzello della licenza, riducendo di altrettanto il costo del servizio. Ma come? Farle ricomprare ai Comuni a prezzo di mercato è impossibile (40 mila licenze per un prezzo medio di 70-80 mila euro per licenza fanno 3 miliardi!). La soluzione più spiccia è dichiararla illegittima – la compravendita delle licenze avviene “in nero” – espropriandone i detentori. Non manca chi abbia preso in considerazione questa soluzione: soprattutto tra coloro che si oppongono invece fieramente, in tutti gli altri campi, a una tassa patrimoniale (per loro). Ma un governo come quello di Monti non può farlo. Quindi ha prodotto l’idea geniale di regalare a ogni taxista una seconda licenza, che questi può vendere – o noleggiare? – rifacendosi dell’esborso effettuato. Solo che se il numero dei taxi raddoppia, la concorrenza si fa selvaggia; gli incassi crollano, le nuove licenze non valgono più niente e i tassisti vanno in rovina e scompaiono.
A mano che non pretendano più di essere dei lavoratori autonomi, e accettino di diventare dipendenti di qualche grande società di taxi che – queste sì – potrebbero comprare a pacchi le loro licenze, mettendo al lavoro dei dipendenti pagati a cottimo; o, meglio, affittare giorno per giorno, come a New York, le loro licenze a dei disgraziati che, se non corrono come bestie per quattordici ore al giorno, non riescono a incassare quanto basta per affittare la licenza anche il giorno dopo.
A ben vedere l’obiettivo di tutte le liberalizzazioni di Monti è proprio questo: mettere l’impresa capitalistica fondata sul lavoro precario in concorrenza con il lavoro autonomo per spiazzare definitivamente quest’ultimo in nome della “modernizzazione”. È lo stesso obiettivo che si prefigge con la liberalizzazione degli orari dei negozi: liquidare i negozi di vicinato gestiti in forma autonoma a favore dei supermercati e dei grandi magazzini aperti 24 ore su 24 perché basati sul lavoro precario, supersfruttato e sottopagato. Con la conseguente desertificazione non solo commerciale, ma anche generale, dei quartieri: privati, insieme al commercio, delle ragioni per frequentarne le strade. Ma anche con la conseguenza non secondaria di desertificare, cioè mandare in rovina, tutti i fornitori di prossimità e di piccole dimensioni, a favore di fornitori esteri senza qualità; come si vede già oggi negli assortimenti offerti dalla grande distribuzione finita in mani francesi: Carrefour, Auchan, ecc. Ed è lo stesso obiettivo che il governo si propone con la liberalizzazione delle professioni, abolendo addirittura le tariffe di riferimento: con la conseguenza di privilegiare i grandi studi, in mano a vere e proprie imprese capitalistiche, che ingrassano a spese del lavoro precario e dei finti stage a cui vengono sottoposti i giovani senza protezioni familiari. Tanto, una volta sgomberato il campo dai fastidiosissimi lavoratori autonomi e/o liberi professionisti, le tariffe si possono rivedere al rialzo con accordi tra big player.
Ma, per tornare ai taxi, occorre ricordare che si tratta di un servizio pubblico locale, cioè un bene comune; che la sua riconversione ecologica richiede un orientamento alla mobilità sostenibile; e che questa è data da un’integrazione intermodale tra il servizio di massa (tram, pullman e metro) lungo le linee di forza degli spostamenti urbani, e mobilità dolce o flessibile (bicicletta, car pooling, car sharing e trasporto a domanda) a integrazione e alimentazione del trasporto di massa (con percorsi casa-fermata e viceversa). Il servizio di taxi è la principale forma di mobilità a domanda. Certo ci vogliono tariffe più basse; percorsi più veloci su strade più sgombre; e più mezzi in circolazione. Ma non per lasciarli in attesa ai posteggi o in coda nel traffico di città congestionate; bensì per coprire, insieme alle altre soluzioni della mobilità sostenibile, il progressivo esautoramento della mobilità fondata sull’auto privata.
Per farlo occorre affiancare al servizio individuale di taxi quello condiviso. Sia in forme semplici: taxi incolonnati in corsie differenti, alle stazioni, agli ospedali e agli aeroporti, a seconda del settore di città che servono (e che partono solo quando sono pieni, o trascorso un certo tempo dopo la salita del primo passeggero); o che esibiscono su un grosso display la destinazione, in modo che altri passeggeri si possano aggiungere lungo la strada, condividendo il costo del passaggio. O in forme più complesse: taxi collettivi governati da un call center centrale che caricano passeggeri con origini, destinazioni e orari compatibili. Senza escludere, ovviamente, il potenziamento del taxi individuale.
Così si può contrattare a livello cittadino il graduale aumento delle licenze in corrispondenza di un aumento della domanda, misurata su una comprovata e consistente riduzione del numero di auto private in circolazione. Questa riduzione avverrà comunque; anzi, è già in corso: per la perdita del potere di acquisto della popolazione, che il prevedibile fallimento delle politiche economiche renderà esplosiva. Per questo il potenziamento del servizio taxi è strategico. Poi si dovrà compensare i tassisti per la perdita di valore delle loro licenze con sconti fiscali pluriennali tarati sui loro redditi effettivi, che finalmente saranno documentati.
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COSTA CONCORDIA: LA “MOVIDA” GALLEGGIANTE .

19 Gennaio 2012 Nessun commento

         Sergio Bologna                                                     

          17 gennaio 2012                                   Fonte 

Strano che nessuno si sia chiesto quale bandiera batte la “Costa Concordia”. Strano che nessuno si sia chiesto chi stava sul ponte di comando della nave al momento dell’incidente. Strano che nessuno abbia ricordato che ai primi di ottobre del 2011 la nave portacontainer “Rena” della MSC è andata a sbattere contro l’Astrolabe Reef in Nuova Zelanda, uno dei più preziosi paradisi marini del globo, e che da allora (sono passati tre mesi e mezzo) sputa petrolio su quelle acque incontaminate, creando il più grave disastro ecologico in quell’emisfero. Strano che nessuno ricordi come l’Italia abbia a che fare in questi incidenti, per più motivi. Costa Crociere, nata italiana come dice il nome, è controllata dal gigante americano del settore. Ma chi la gestisce? Le navi, è bene si sappia, sono di proprietà, di norma, di una holding la cui prima preoccupazione è di metterle al riparo dal fisco e dalle norme sulle tabelle d’armamento presso certi paradisi fiscali (da cui le cosiddette “bandiere ombra” o flag of convenience). Ma sono gestite da Ship Management Societies specializzate che decidono le assunzioni di personale e lo fanno di solito in base al principio del minor costo.

 Sulla “Rena” c’erano 15 filippini su 20 uomini di equipaggio. I filippini hanno pessima fama, ma ingiustamente, da “paria” del settore sono diventati oggi tra quelli meglio preparati, perché negli anni hanno imparato che la loro vocazione era quella ed hanno investito in scuole professionali, che rilasciano i diplomi ed i certificati necessari per l’imbarco. Purtroppo oggi il mercato dei certificati falsi è fiorente, oggi i “paria” sono altri, ucraini, vietnamiti, turchi, bielorussi.

 1. Sabato c’è stata una manifestazione sul Canale della Giudecca a Venezia contro il passaggio delle grandi navi da crociera. Stava uscendo in quel momento la “MSC Magnifica”. MSC sta per Mediterranean Shipping Company ed è la creatura di un geniale italiano di Sorrento, Gianluigi Aponte, che ha trasferito le sue attività in Svizzera, a Ginevra, dove sembra abbia preso moglie con tanto di banca in dote. Ha una flotta di circa 150 navi portacontainer (è la seconda al mondo) ed una flotta sempre più consistente di navi da crociera. I suoi comandanti e, spesso, anche i suoi ufficiali, sono di Sorrento o dintorni. Anche quello della “Costa Concordia” viene da Sorrento, si legge, e con il suo comportamento ha coperto di disonore una categoria di validissimi uomini di mare. MSC è famosa nel mondo per la sua mancanza di trasparenza. Non comunica informazioni relative ai suoi traffici, in particolare sui volumi di merce trasportata, non conferma né smentisce le notizie che le pubblicazioni insider sfornano ogni giorno sulle loro costosissime newsletter. MSC si è fatta largo con una politica di prezzi assai aggressiva, al limite del dumping, possibile quando si riducono i costi al massimo e magari quando si dispone di grande liquidità (gli invidiosi o i malevoli dicono di sospetta origine).

 2. Ma torniamo alla nave naufragata. Chi era sul ponte di comando? Il comandante e, si suppone, qualche ufficiale erano a cena con gli ospiti che si erano messi in ghingheri apposta. Che il personale fosse addestrato all’emergenza è probabile, ma per quanto riguarda il core manpower, il 10/15% del totale quindi, le centinaia di precari a bordo, che spesso parlano un paio di parole d’inglese al massimo, certo non lo erano. Chi aveva verificato il funzionamento dei verricelli delle scialuppe di salvataggio? Nessuno. La “Rena” era una nave substandard, sottoposta ad ispezioni almeno una quarantina di volte negli ultimi anni, in genere era stata fermata e rilasciata solo dopo giorni. Troppo costoso per il signor Aponte ritirarla dal servizio. Le navi da crociera invece sono recenti, dotate delle più sofisticate apparecchiature di bordo. Se causano disastri è per cause diverse da quelle destinate al cargo. E quali sono queste cause?

 3. La principale è di carattere culturale, di costume si potrebbe dire. Non è tanto problema di preparazione del personale, di controllo del funzionamento delle apparecchiature, di competenza degli ufficiali, è prima di tutto la cultura della “movida” a determinare certi comportamenti irresponsabili. Una nave da crociera è un’oscena “movida” galleggiante, che, a differenza di quella che ha devastato città come Barcellona ed altre, coinvolge vecchi e bambini, donne incinte e suore, paraplegici e malati cronici, tutti ammucchiati nella spensieratezza e nello shopping, con cabine costruite per essere scomode in modo che i passeggeri vadano in giro a comperare. Gli introiti all’armatore provengono dallo shopping in egual misura che dalla tariffa di passaggio. E poi lo spirito della “movida” è quello che fa avvicinare questi mostri pericolosamente alle coste più belle, alle acque protette dei pochi e non presidiati parchi marini.

 Chi abita a Camogli e dintorni è ormai abituato a vedere le navi da crociera uscire dal porto di Genova e puntare diritte sul parco marino di Punta Chiappa, passandoci sfiorando le boe fatte per barche e motoscafi. Le sente lanciare l’urlo delle sirene e allora la gente del posto spiega: “I comandanti sono di Camogli ed è usanza che vengano a salutare le mogli e le mamme. Camogli viene da Ca’ delle mogli”. All’inizio ci cascavo anch’io e magari ripetevo questa sciocchezza a dei bagnanti inquieti per l’avvicinarsi del mostro, ma oggi so che non è così. Perché le grandi navi passano per il Canale della Giudecca? Per permettere ai passeggeri di scattare una foto di piazza San Marco dal bacino. E questa “esperienza” pare che valga l’intera crociera. Altrimenti perché i tour operator minaccerebbero di boicottare Venezia se le navi non passassero più per il canale della Giudecca?

 4. Era troppo tardi all’Isola del Giglio per scattare le foto. La “movida” si era trasferita ai tavoli delle mense. Ma la “movida” da sola non basta a spiegare le modalità dell’accaduto. Un fattore strutturale è il cosiddetto “gigantismo” navale. Perché si costruiscono navi da 100 mila tonnellate, in grado di portare anche 6.000 persone? Per risparmiare sui costi, punto. Non è che la vacanza è più bella se a bordo si è in 6 mila invece di mille, anzi il servizio rischia di essere peggiore. Una simile nave in caso di incidente è governabile assai meno di una nave più piccola, fosse pure perfettamente esperto tutto l’equipaggio in evacuazioni d’emergenza. E’ il gigantismo in sé la pura follìa, perché innesca il circolo vizioso. Quanto più grande la nave, tanto inferiori i costi unitari per l’armatore che può offrire prezzi a portata di tutte le tasche. Tanto più basse le tariffe tanto più difficile la concorrenza da parte di navi più piccole, con costi unitari maggiori. Le barriere d’ingesso al mercato si alzano, la situazione diventa di oligopolio e magari su certi  segmenti di mercato diventa monopolio, allora le tariffe possono riprendere a crescere, ma nel frattempo è il disastro. Nelle navi portacontainer la logica è la stessa ed i danni all’ambiente sono costanti. Oggi sono in ordine ai cantieri navi da 18.000 TEU, per entrare in un porto hanno bisogno di alti fondali.

 Se chiedete a un Presidente di un qualunque porto italiano, che non sia Trieste, in quali attività investe le maggiori risorse, vi sentirete rispondere: scavare i fondali. Anche a Venezia è così e se non ci si ferma in tempo sarà la morte della laguna, che già è agonizzante. Con la costruzione del MOSE le bocche di porto si sono ristrette ed i conducenti dei vaporetti vi diranno che razza di velocità hanno preso le correnti in uscita ed in entrata a seconda delle maree, roba da render difficile il governo di un vaporetto.

 5.La Ship ManagementSociety della “Rena”, la portacontaienr che sta ancora devastando il reef neozelandese, èla Costamare, con sede in Grecia. Se andate sul sito, troverete che si considera la migliore del mondo nel trattamento degli equipaggi. Possiamo anche crederle ma il problema oggi è che ci si trova ormai nello shipping in una situazione, come nella finanza, sfuggita ad ogni controllo. Per disastri di proporzioni inimmaginabili le multe pagate dalle società sono ridicole, qualche problema in più lo hanno semmai le assicurazioni, la colpa comunque è sempre dell’uomo, cioè di quel disgraziato a bordo che si è fatto magari un turno di 16 ore. Si dice che il comandante della “Rena” fosse ubriaco, forse era fatto di coca o forse il suo secondo al timone, chissà. Non esiste un’Autorità Internazionale che abbia giurisdizione sulle acque, in mare ciascuno fa il cazzo che vuole, l’International Maritime Office può fare solo raccomandazioni e le sue Direttive debbono essere ratificate dagli Stati… campa cavallo.

 La deregulation è totale ed è iniziata con la deregulation del lavoro. Per questo sono nate le bandiere di comodo, non tanto per pagare meno tasse ma per aggirare gli standard dell’organico di bordo, cioè delle tabelle d’armamento. Le caratteristiche fisiche e tecniche di ogni nave richiedono un organico ben definito in termini di numero e di qualifiche, di ufficiali e di crew. Gli armatori registrano la nave a Panama, alle Isole Caimane, in Liberia per poter avere la mano libera sulle caratteristiche dell’equipaggio. Nel mirino si dovrebbero tenere quindi non solo gli armatori ma le Ship Management Societies. In Italia si è trovata una via di mezzo, il cosiddetto Secondo Registro Navale, la nave rimane sotto bandiera italiana e le tasse l’armatore le paga in Italia (non è il caso qui di soffermarsi sulle agevolazioni fiscali concesse all’armamento, i sacrifici si sa debbono farli solo i lavoratori, dipendenti, precari e freelance che siano). Ma l’equipaggio può essere formato secondo pratiche che non sono molto dissimili da quelle concesse alle flag of convenience.

 Non esiste salvezza dunque? Non è solo per antico operaismo, ma per una considerazione fredda ed obbiettiva che ritengo l’unica possibilità di salvezza la lotta multinazionale dei lavoratori. Purché se ne tenga conto. Nessuno ci fa caso, nelle cosiddette pubblicazioni antagoniste o di sinistra ancora non opportunista non c’è traccia di quel che accade nel mondo della portualità e dello shipping. Invece ci sono fermate, scioperi e proteste ogni giorno nel mondo, soprattutto nei porti. Forse qualcuno ricorderà che un paio d’anni fa sui giornali è venuta fuori la notizia che c’era un porto nuovo in Marocco che avrebbe stracciato tutti i concorrenti, Gioia Tauro in primo luogo. Da mesi è semiparalizzato dagli scioperi. Il problema non è quello di essere informati, ma quello di esser presenti nell’opinione pubblica con ragionamenti che spostino delle rivendicazioni dal terreno della pura sopravvivenza (di questo si tratta e non di presunti “privilegi” dei portuali) al versante della lotta per la salvezza dell’ambiente e di una civiltà del lavoro degna di questo nome.

 * Sergio Bologna è autore de “Le Multinazionali del mare”, Egea Editore, Milano 2010.

 

 

 

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“Crescitalia”, ossessione suicida.

9 Gennaio 2012 Nessun commento

      3 gennaio 2012   di PAOLO CACCIARI

 Ci mancava “Crescitalia”, il nuovo slogan coniato dal professor Monti per la “fase due” del suo governo. Forse persino un nuovo brand destinato a prendere il posto nel mercato della politica di quello consunto di Forza Italia.

 Ma crescita di che? Ovviamente del “denominatore” – come familiarmente viene chiamato il Pil  da chi si intende di economia debitoria. Visto che il “numeratore”, cioè il deficit pubblico annuale (che forma il montante dello stock del “debito sovrano”), nessuno crede possa realisticamente scendere (solo per interessi lo stato italiano ha pagato lo scorso anno 75 miliardi), è indispensabile credere e far credere che sia possibile accrescere il volume monetario delle merci e dei servizi comprati e venduti in Italia. Non importa sapere quali siano queste merci, di cosa siano fatte e come siano state fabbricate, chi ne faccia uso e per soddisfare quali necessità. L’importante è che aumentino.

 In cima alle preoccupazioni dei tecnocrati che governano l’economia (quindi, come sempre, anche la politica, che ne è la fidata ancella) c’è il miraggio del “pareggio di bilancio”. Che venga raggiunto producendo cacciabombardieri o grano biologico non fa differenza. La moneta, si sa, è uno strumento tecnico neutro, indifferente all’uso che ne viene fatto. Ai banchieri interessa solo che ne giri di più. Sempre di più. I banchieri non sono né  preti, né filosofi: non spetta a loro indicare alla gente che uso fare dei soldi. Essi  sono solo i chierici del magico rito dell’autoaccrescimento del denaro: ne comprano l’uso dai risparmiatori ad un prezzo basso (tassi di interesse) e lo rivendono agli “investitori” (imprenditori, speculatori, enti pubblici… per loro fa lo stesso) ad uno più alto. Punto. Sono il lubrificante del motore dell’economia. Dove ci porti, non gli interessa.

 Anche i politici amano definirsi “laici” (oltre che moderni e democratici) e non vogliono interferire sulle libere preferenze espresse dai cittadini in veste di consumatori: l’importante è che spendano il più possibile, che lavorino di più per procurarsi il denaro necessario, che diano fondo ai loro risparmi, che si indebitino. Il “consumatore imperfetto” è il cittadino peggiore, colui che fa andare a rotoli l’economia e mette a rischio la coesione e anche l’unità del paese.

 Ma in questo ragionamento – che ci martella come un mantra dalla mattina alla sera, ogni santo giorno – ci sono varie incongruenze. Ne indico cinque. Prosegui la lettura…

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Reddito minimo.

3 Gennaio 2012 Nessun commento

Reddito minimo: un po’ di chiarezza

Da qualche tempo nel dibattito politico italiano ha fatto il suo ingresso il reddito minimo garantito. Ma la confusione regna sovrana, anche tra i giornalisti e gli ‘addetti ai lavori’.

di Giovanni Perazzoli

Fiat lux: anche in Italia si è scoperto il reddito minimo garantito. Però, non c’è un articolo, dei tanti che mi è capitato di leggere sui giornali, che riporti fedelmente la realtà. Certo, bisogna colmare un vuoto d’informazione decennale, e non è semplice. Un vuoto che sarebbe un errore ritenere marginale. Ma per rendersene conto, più che frequentare la sezione di partito o prepararsi un curriculum da intellettuale impegnato laureato, bisognerebbe aver lavorato come lavapiatti a Bristol, a Berlino, aver mandato i figli negli asili della Ruhr o di Lione, aver conosciuto qualche operaio della Volkswagen, o qualche madre disoccupata tedesca, sola con figli, che mensilmente, sommando i vari sussidi, può contare su un reddito di quasi 2000 euro più una casa adeguata.

Diciamo subito una cosa: il reddito minimo garantito non è, come tutti scrivono, “a tempo” in Europa. Si confonde, forse, l’indennità di disoccupazione (generalmente è un’assicurazione su base contributiva) e il reddito minimo che è finanziato dalla fiscalità generale e al quale hanno accesso tutti, sia quelli che hanno perso un lavoro, sia quelli che non lo hanno ancora trovato. Quest’ultimo sussidio non ha un limite di tempo.

Questa confusione però è strana perché, se si tratta della durata, nei giornali si prende ad esempio di reddito minimo europeo l’indennità di disoccupazione (che è limitata), mentre per la consistenza economica (più povera), si prende ad esempio il reddito minimo (che però non ha un limite).
Forse la realtà è così incredibile in Italia da produrre una sorta di inganno cognitivo.

Comunque, la ministra Fornero sembra avere le idee chiare sul tema, visto che nota come proprio i paesi che non hanno una forma di reddito minimo garantito sono quelli maggiormente in crisi. Non è infatti assolutamente un caso che sia così. Purtroppo mi pare però che le resistenze politiche che la Fornero incontra sull’introduzione del reddito minimo garantito siano molte. Del resto, non si spiegherebbe il silenzio totale del passato. Per diverse ragioni, destra, sinistra e sindacati non amano il reddito minimo garantito.

Ci sono dunque tutte le premesse perché alla fine si arrivi a una legge inutile e mediocre. Tanto più che neanche gli studiosi cercano di diradare la confusione. Al contrario, in modo ecumenico, la accrescono.

Alberto Alesina e Francesco Giavazzi, nel loro intervento sul Corriere, Dieci proposte (a costo zero) ecc. proponevano di “sostituire la cassa integrazione con sussidi di disoccupazione temporanei, ispirandosi alla flex security dei Paesi nordici”. Però la dicitura “paesi nordici” è troppo vaga. Il lettore potrebbe essere indotto a credere che si proponga il massimo della protezione sociale nord-europea, addirittura scandinava, mentre in realtà non è così. Nell’“Europa del Nord”, tolta (in parte) la Danimarca, i sussidi di disoccupazione non sono temporanei. Del resto, a questa verità si arriverebbe facilmente riflettendo su quello che ripetono da anni i leader politici europei. A sentire i Cameron, ma anche gli Schröder, parrebbe che il problema principale delle economie dei “paesi nordici” sia quello di far lavorare le persone, strappandole ai loro comodi sussidi di disoccupazione.

Se i sussidi fossero temporanei, non si capirebbe una parola (e infatti non si capisce una parola) della riforma di Cameron in Gran Bretagna (e delle relative proteste di piazza). Questa riforma non si propone certo di limitare la durata, ma di rendere la qualifica professionale un criterio meno stretto per rifiutare un lavoro proposto degli uffici di collocamento. Se, invece, per “paesi nordici” s’intende la sola, e, peraltro piccola, Danimarca, allora bisognerebbe anche aggiungere che in Danimarca è davvero difficile non trovare un lavoro. In un paese nel quale persino gli scrittori, o quasi tali, sono sovvenzionati, dove i traduttori guadagnano dieci volte quanto guadagna un traduttore italiano, lavorare ha un significato diverso da quello usuale. Insomma, un altro mondo.

Luciano Gallino nel suo Finanzcapitalismo scrive che i “lavoratori poveri” (secondo la definizione dell’Ocse) sono molti meno in Francia rispetto ad altri paesi europei solo
“grazie al reddito minimo (ridenominato dal 2009 Revenu de solidarité active) che viene erogato a soggetti inoccupati, disoccupati privi di altre fonti di reddito e occupati a basso salario”.

Solo in Francia esiste dunque il reddito minimo? È solo per questa peculiarità francese che i lavoratori poveri sarebbero largamente meno numerosi che in Gran Bretagna o in Germania? In realtà, la Francia è stata l’ultimo paese europeo ad adottare una forma di sostegno del reddito “erogato a soggetti inoccupati, disoccupati privi di altre fonti di reddito e occupati a passo salario”. Il Revenu de solidarité active (RSA) sostituisce da pochissimi anni il ben noto, almeno nel senso che qualche milione di francesi sa che cosa sia, RMI, che è stato introdotto, dopo un grande dibattito, 20 anni fa, e che ha adeguato la Francia al resto d’Europa. Tedeschi, olandesi, britannici ecc. avevano già i sussidi di disoccupazione e in molti casi, come in Germania, anche più generosi di quelli francesi. In Gran Bretagna esistono da decenni due specifici sussidi, uno rivolto ai disoccupati, l’altro all’integrazione del reddito.

Comunque, visto il disorientamento che appare sui giornali nel dar conto del reddito minimo in Europa, è utile chiarire alcuni aspetti chiave.

È sviante quantificare il reddito minimo europeo. Esso in realtà si compone di diverse voci, che possono includere il numero dei figli, le spese di gestione di una casa, le esenzioni sulle spese per i trasporti, il telefono, il riscaldamento, le scuole, la sanità, il cinema, il teatro ecc. Ho letto su un grande giornale nazionale, ad esempio, che in Germania un disoccupato percepirebbe meno di 400 euro di reddito minimo. È inesatto. Forse l’errore nasce dall’aver considerato solo una voce. Prendo il caso fatto da un programma televisivo della prima rete nazionale tedesca, che ha mostrato come una commessa con due figli percepirebbe, sommando tutti i sussidi a cui avrebbe diritto se venisse licenziata, solo 100 euro in meno rispetto al suo reddito da lavoro, ovvero qualcosa come (cito con qualche approssimazione) 1700 euro.

Ci si potrebbe chiede se conviene lavorare. Ma questo è appunto l’argomento che cavalca la destra in Europa: i sussidi, si sostiene, creano la disoccupazione, chi lavora dalla mattina alla sera guadagna poco di più di quanto percepirebbe come disoccupato. Argomento che ha qualche presa sull’elettorato, specialmente se combinato con l’argomento che a non lavorare sono gli immigrati. Poiché però il rischio di perdere il lavoro esiste per tutti, questo tipo di argomenti assume il senso di limitare l’abuso del sussidio da parte dei fannulloni intenzionali.

E qui c’è il secondo aspetto da tenere ben presente quando si parla di reddito minimo garantito in Europa. La condizione per riceverlo è dimostrare di cercare un lavoro. Ma quale tipo di lavoro? Non si è chiesto fino ad oggi di svolgere un lavoro per il quale non si sia qualificati o che sia troppo lontano da casa (si noti che in Gran Bretagna gli uffici di collocamento, che peraltro funzionano, offrivano l’uso di un’automobile al disoccupato che avesse accettato un lavoro a una distanza di 100 km dalla sua abitazione). Per ridurre la “trappola assistenziale” (vera o presunta che sia) si cerca oggi di spingere il disoccupato all’accettazione di un lavoro vicino alla propria qualifica, ma non del tutto coincidente con essa. È importante conoscere questi aspetti, perché è su questi temi che si discute di riforme del welfare in Europa. Da più di un decennio.

(23 dicembre 2011)

 

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