Ricominciare dopo il collasso

8 Aprile 2013 Commenti chiusi
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L’euro è ormai un morto che cammina. Occorre tentare una exit strategy “da sinistra”

26 Febbraio 2013 Commenti chiusi

martedì 26 febbraio 2013

Il signor euro aveva più volte rischiato l’infarto. Il dottor Draghi decise allora di metterlo in coma farmacologico. Sulla cura però indugiava, e a intervalli periodici il dilemma amletico gli si ripresentava: lasciarlo dormire o farlo morire? Draghi insisteva per la prima soluzione. Ma ad un tratto il popolo italiano ha improvvisamente optato per la seconda: ormai l’euro è solo uno zombie, un morto che cammina. Volenti o nolenti, prendiamone atto.

Vedrete che nel Direttorio della Bce l’avranno già capito. A Francoforte si accingeranno a modificare la “regola di solvibilità” della politica monetaria: il famigerato ombrello europeo contro la speculazione verrà pian piano chiuso, per poi finire in cantina [1]. La dottrina del falco Jurgen Stark, uscita dalla porta, si appresta dunque a rientrare dalla finestra. Si può star certi che il dottor Draghi dovrà accoglierla con tutti gli onori. Le più fosche previsioni di un appello di 300 economisti, pubblicato nel giugno 2010, si stanno dunque avverando [2]. La pretesa della Bce di proteggere dagli attacchi speculativi solo i paesi devoti alla disciplina dell’austerity, si è rivelata un clamoroso errore, logico e politico. L’Italia, che ha dato i lumi al Rinascimento ma anche al Fascismo, ieri ha sancito che per l’euro non resta che recitare il De Profundis. Nessuno osi affermare che ha fatto da sola: i tecnocrati europei, condizionati dagli interessi prevalenti in Germania, stavano già da tempo preparando il fosso in cui seppellire la moneta unica.

E ora? Gli eredi più o meno degni del movimento operaio novecentesco che faranno? Sapranno anticipare il corso degli eventi o preferiranno anche stavolta fungere da ultima ruota del carro della Storia? Anziché lasciarsi travolgere dall’idea ottusa della “grande coalizione”, o riesumare il giovane dinosauro liberista Renzi per suicidarsi entro un anno, sarebbe forse opportuno che il Partito democratico e la CGIL prendessero atto che non è più tempo di parlare di politiche di convergenza o magari di standard retributivo europeo [3]. I proprietari tedeschi non sono più interessati alla moneta unica, le speranze di riforma dell’Unione monetaria sono ormai vane. Il punto dirimente è dunque uno soltanto: in che modo uscire dalla zona euro.

Il più probabile, allo stato dei fatti, è il modo di “destra”, che consiste nel favorire le fughe di capitale, aprire alle acquisizioni estere del capitale bancario e degli ultimi spezzoni rilevanti di capitale industriale nazionale, e lasciare i salari completamente sguarniti di fronte a un possibile sussulto dei prezzi e soprattutto delle quote distributive. C’è motivo di prevedere che non soltanto il redivivo Berlusconi ma anche molti altri inizieranno ad ammiccare a questa soluzione. Sedicenti “borghesi illuminati”, orde di opinionisti del mainstream si affretteranno a rifarsi una verginità giudicando l’euro un ideale kantiano fin dalle origini destinato al fallimento, riesumando Milton Friedman e i cambi flessibili e dichiarandosi favorevoli alla svalutazione allo scopo di rendere il paese appetibile per i capitali esteri a caccia di acquisizioni a buon mercato. Che dunque la moneta unica se ne vada al diavolo, grideranno: l’importante è salvare il mercato unico e la libera circolazione dei capitali dalle pulsioni protezioniste dei cosiddetti populisti! Ebbene, se le cose andranno in questi termini, c’è motivo di temere che la deflagrazione della zona euro potrebbe rivelarsi una macelleria messicana. Del resto, chi un po’ ha studiato la storia economica dell’ultimo secolo sa bene che la sovranità monetaria, presa isolatamente, non è la panacea, e che non sono stati per nulla infrequenti i casi di sganciamento da un regime di cambi fissi che hanno prodotto veri e propri disastri in termini di liquidazione del capitale nazionale e distruzione degli ultimi scampoli di diritti sociali. Beninteso, non sempre è andata male, ma in alcuni casi e per alcuni soggetti è andata malissimo. Per citare solo qualche esempio: nel 1992, dopo l’uscita dallo SME, in Italia la quota salari crollò dal 62 al 54%. Nel 1994-1995, dopo i deprezzamenti, Turchia, Messico e Argentina registrarono in un anno cadute dei salari reali rispettivamente del 31%, 19% e del 5%, e dopo la svalutazione del 1998, in Indonesia, Corea del Sud e Tailandia si verificarono diminuzioni dei salari reali del 44%, 10% e 6% (dati ILO e World Bank). Per non parlare dei “fire sales” dei capitali nazionali favoriti dalla svalutazione. Il ripristino della sovranità monetaria è ormai imprescindibile, ma l’uscita “da destra” potrebbe trasformarlo in un incubo.

Questa prospettiva non costituisce però un destino inesorabile. Come abbiamo cercato di argomentare in questi mesi, c’è anche un modo alternativo di gestire l’implosione dell’eurozona, che consiste nel tentativo di costruire un blocco sociale intorno a una ipotesi di uscita dall’euro declinata a “sinistra”. Vale a dire, in primo luogo: un arresto delle fughe di capitale; accorte nazionalizzazioni al posto delle acquisizioni estere dei capitali bancari; un meccanismo di indicizzazione dei salari e di amministrazione di alcuni prezzi base per governare gli sbalzi nella distribuzione dei redditi; la proposta di un’area di libero scambio tra i paesi del Sud Europa. Insomma: la soluzione “di sinistra” dovrebbe vertere sull’idea che se salta la moneta unica bisognerà mettere in questione anche alcuni aspetti del mercato unico europeo.

Verificare se esistono le condizioni per formare una coalizione sociale intorno a una ipotesi di uscita “da sinistra” dall’euro significherebbe anche mettere alla prova il Movimento 5 Stelle. Che sebbene abbia il vento in poppa difficilmente arriverà a governare da solo, e che in ogni caso si troverà presto di fronte al bivio ineludibile di qualsiasi politica economica: dare priorità agli imprenditori e ai piccoli proprietari, oppure cercare una sintesi con gli interessi dei lavoratori subordinati.

Il 12 luglio 2012 un importante dirigente dei Democratici mi scriveva: «sono d’accordo con te e depresso per il conformismo culturale di tanti a noi vicini. Dobbiamo vederci per il piano B», dove “piano B” stava appunto per “uscita da sinistra dall’euro”. Pochi giorni dopo Draghi rimise la plurinfartuata moneta unica in coma farmacologico e il “piano B” finì nuovamente nel limbo dell’indicibile. Oggi se ne può riparlare? In tutta franchezza, anche adesso che l’euro è di nuovo in prossimità dello sfascio ho il sospetto che il PD e la CGIL non saranno in grado di compiere una tale virata. L’iceberg ormai lo vedono anche loro, e forse hanno persino capito che in gioco è la loro stessa sopravvivenza, come il destino del Pasok insegna. Ma hanno mangiato per decenni pane e “liberoscambismo”, e sono stati educati dai bignami di economia e di storia di Eugenio Scalfari, che fatica ormai persino a rammentare che alla vigilia della prima guerra mondiale imperversava non certo l’autarchia ma il gold standard e la piena libertà di circolazione internazionale dei capitali. Bisognerebbe oggi rileggere Keynes e studiare Dani Rodrik, di Harvard. Temo però che a sinistra non vi sarà nemmeno il tempo di un’autocritica, figurarsi di un cambio di paradigma [4].

Gli scomodi panni delle Cassandre iniziano a pesare davvero: speriamo, almeno stavolta, di sbagliarci.

Emiliano Brancaccio

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La disoccupazione crea disoccupazione

22 Febbraio 2013 Commenti chiusi

di Luciano Gallino   domenica 17 febbraio 2013

 

Intervista di Alessandro Rizzi  su un tema scomparso dal dibattito eklettoraleper la serie “La rotta d’Italia. Newsletter di www sbilanciamoci .info, postato il 16 febbraio 2013

Appese alle pareti della casa di Luciano Gallino, le foto della moglie Tilde mescolano molteplici piani attraverso giochi di specchi, spingendosi oltre la percezione di un istante e cogliendo la sfuggente complessità d’insieme. È uno sforzo, questo, che si ritrova poco più in là, negli scaffali ricolmi di libri del professore, perché afferrare la complessità, arrivare al cuore delle cose, necessita di uno studio meticoloso e incessante. E spiegarla, poi, richiede un impegno altrettanto esigente, senza sosta, né risparmio: un impegno generoso, che passa per conferenze in Italia e all’estero, interviste e un nuovo libro per raccontare cos’è accaduto e come mai la gente continua a farlo accadere. Nel contesto odierno, dominato da semplificazioni populistiche e una visione neoliberista talmente radicata e potente da riuscire nel paradosso di gestire l’incendio dopo aver appiccato il fuoco, la voce di Luciano Gallino è un punto di riferimento prezioso per tracciare la rotta da seguire.

Una rotta che nasce dalla necessità del lavoro. “In Italia, ci sono circa quattro milioni di persone fra disoccupati e non occupati. Di conseguenza, una ricchezza pari a decine di miliardi l’anno non viene prodotta e non diventa domanda, commesse per le imprese, consumi. Il risultato è che la disoccupazione crea disoccupazione”.

Per creare occupazione bisogna seguire l’esempio di Roosevelt. “Con il New Deal, lo Stato si è impegnato a creare direttamente occupazione e in alcuni mesi furono assunti milioni di persone”. Un New Deal italiano permetterebbe non solo di creare ricchezza, ma anche di risolvere annosi problemi. A cominciare dal suolo. “Il dissesto idrogeologico riguarda più di un terzo del Paese. È un campo in cui i soldi si trovano sempre a posteriori, quando sono stati distrutti o allagati interi quartieri o quando ci sono frane, morti. Allora sì che si trovano i miliardi per riparare i danni. Sarebbe meglio spenderli prima, oculatamente, in opere da individuare”.

Prioritaria è anche la terribile situazione delle scuole. “Il 48% delle scuole italiane non ha un certificato che assicuri che l’edificio è a norma dal punto di vista della sicurezza statica. È possibile che i ragazzi italiani vadano in scuole metà delle quali non è a norma dal punto di vista della sicurezza? Non si tratta di pavimenti sconnessi o rubinetti che perdono, o servizi inadeguati, ma di muri, tetti, fondamenta, che bisognerebbe rivedere e rimettere a norma”.

La miopia riguarda anche il potenziale punto di forza dell’Italia. “Il degrado del nostro immenso patrimonio culturale è per molti aspetti sotto gli occhi di tutti. Negli anni si è puntato a migliorare i punti di ristoro nei musei, insistendo sulla fruibilità da parte di pubblici sempre più vasti, invece di intervenire sulla catalogazione digitale, sulla tutela effettiva, sulla custodia. Un’azione mirata può creare centinaia di migliaia di posti di lavoro”.

C’è poi il problema della riconversione del modello produttivo. “Il modello produttivo attuale è finito nell’estate del 2007. È impensabile che i posti di lavoro che si sono persi in questi anni siano ricostituiti, ripercorrendo lo stesso modello produttivo. Processi come l’automazione e la razionalizzazione hanno soppresso quote impressionanti di posti di lavoro e molte imprese si dirigono sempre di più verso Paesi in cui i salari, le condizioni ambientali o fiscali sono più favorevoli. Occorrerebbe pensare a forme di ecoindustria, cercando di evitare errori e compromessi che hanno, in alcuni casi, caratterizzato lo sviluppo di nuovi settori, come ad esempio si è visto con la creazione di parchi eolici”.

Una riconversione che riguarda anche l’agricoltura. “Anche qui, l’epoca in cui la lattuga del Cile o i pomodori di un altro Paese facevano 10 o 20 mila km prima di arrivare sulla tavola di qualcuno probabilmente è finita. Il costo dei carburanti, degli aerei e della logistica stanno in qualche modo imponendo forme di consumi agricoli, consumi alimentari che non saranno a km zero, ma certamente non a km 10 mila o 20 mila, come è stato invece per molti anni. Il ministero dell’agricoltura dovrebbe occuparsi della riduzione dei km che pomodori, lattuga e formaggi e altro percorrono prima di arrivare sulle nostre tavole”.

Per creare occupazione, l’ideale sarebbe un’agenzia centrale. “So che a molti sale la temperatura quando sentono parlare di Stato che occupa le persone. Bisognerebbe creare un’agenzia centrale che determina i limiti e che incassa i soldi da varie fonti, magari appunto dallo Stato stesso o da una rivisitazione degli ammortizzatori sociali. L’assunzione diretta può essere affidata ai cosiddetti territori, al non profit, al volontariato, ai servizi per l’impiego, alla miriade di entità locali, comprese piccole e medie imprese”.

L’occupazione diretta servirebbe molto di più dei soliti incentivi. “Una miriade di rapporti e documenti testimoniano che, se voglio creare un posto di lavoro, è molto più conveniente dare mille euro al mese a uno che lavora piuttosto che trasformarli in sconti fiscali, contributi alle imprese, nel caso assumano qualcuno. L’assunzione diretta ha un effetto immediato sulla persona e sull’economia, perché il giorno dopo che ho versato a qualcuno mille euro di stipendio, quello li spende contribuendo così al lavoro di qualcun altro. L’incentivo all’impresa, lo sgravio fiscale, la riduzione del cuneo fiscale e altre cose del genere hanno, invece, effetti molto più ritardati”.

E sotto attacco finirebbero ancora i meccanismi di protezione sociale. “Quando si parla di riduzione del cuneo fiscale, si ha in mente la riduzione dei contributi per le pensioni, la sanità e altro. La riduzione dei contributi implica che qualcuno pagherà ticket sanitari più elevati, magari a fronte di mezzi familiari scarsi, o che subirà un’ulteriore riduzione della pensione. Si annuncia di ridurre il cuneo fiscale, ma non si precisa come si recuperano quei contributi che vengono a mancare”. Un modo sottile per continuare a prosciugare il welfare.

Ma come finanziare gli interventi proposti? Per capirlo, bisogna ragionare su vari aspetti. Innanzi tutto il ruolo della Banca Centrale Europea. “Noi non disponiamo di una moneta sovrana, dipendiamo da una moneta che per certi aspetti è una moneta straniera. Non vuole essere una polemica contro l’euro, perché le polemiche contro l’euro sono semplicemente idiote e non vorrei minimamente essere accostato a quelle. Resta, però, il fatto che, mentre la Federal Reserve può creare quanto denaro vuole, noi non possiamo prendere in prestito soldi direttamente dalla Banca centrale per creare occupazione”.

Il problema è che i soldi ci sono, ma non arrivano a destinazione. “Tra il novembre 2011 e il febbraio 2012, la BCE ha prestato alle banche 1.100 miliardi di euro, con un interesse dell’1%. E li ha prestati senza chiedere nulla. Alla fine, si è scoperto che soltanto un rivoletto di quei 1.100 miliardi è finito alle imprese, al lavoro, all’economia reale”. E allora? “Allora, è davvero politicamente impossibile pretendere in sede europea che la BCE presti soldi soltanto se questi vengono destinati, attraverso le banche, all’economia reale e se le imprese e le società non profit che li prendono a prestito firmano l’impegno scritto di creare occupazione?”

Un altro aspetto importante riguarda la cassa integrazione. “La cassa integrazione ha superato il miliardo di ore. È denaro che è sacrosanto spendere per sostenere le famiglie, per porre un argine alla disperazione. Tuttavia, invece di pagare 750 euro al mese con il vincolo di non fare nessun altro lavoro, si potrebbe pensare di aggiungere 300/ 400 euro a quei 750 e convertirli, così, in un salario pagato dallo Stato: lo scopo sarebbe quello di far assumere da imprese non profit, imprese private, servizi per l’impiego, comuni e regioni le persone in cassa integrazione che sono disposte a fare altri lavori. In questo modo, si produrrebbe ricchezza e molti soggetti da passivi diverrebbero attivi. Pensiamo ai benefici economici che si genererebbero attraverso i cosiddetti moltiplicatori”.

Le risorse potrebbero essere ricavate, poi, dal rivedere spese apparentemente insensate. “L’idea di comprare un cacciabombardiere, che pare pure pessimo dal punto di vista strategico e militare, impegnando circa 15 miliardi, a fronte dello scandalo disoccupazione, a me pare uno scandalo per certi aspetti altrettanto grave”.

Infine, sul piano del fisco, non si può prescindere dall’economia sommersa. “L’economia sommersa c’è da ogni parte, ma in Francia, Germania, Gran Bretagna, è tra il 5 e il 10% del Pil, mentre in Italia è al 22% del Pil. Tra l’altro, con la crisi, i tagli alle pensioni e le riforme cosiddette del mercato del lavoro, l’economia sommersa ha fatto ulteriori passi avanti e fornisce incentivi molto convincenti a chi deve fare i conti con ogni singolo euro per arrivare alla fine del mese. Ridurre l’economia sommersa al livello di Francia o Germania significherebbe, per lo Stato, incassare almeno 60 o 70 miliardi l’anno di maggiori imposte di vario genere, dall’Iva alle imposte dirette”.

 

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Invisibili. Vivere e morire all’Ilva di Taranto

30 Novembre 2012 Commenti chiusi

fonte Posted on ottobre 31, 2012  (Recensione)

Circa vent’anni fa Emilio Riva ebbe in regalo dallo Stato l’ILVA di Taranto, e vi impose il suo ordine.
Si liberò del vecchio blocco operaio – forte, cosciente, compatto -  sostituendolo con giovani desindacalizzati, e ci riuscì con una certa destrezza, barattando il prepensionamento dei vecchi con l’assunzione dei loro figli. Spezzò le ultime resistenze sindacali di quella che fu l’orgoglio della forza operaia del sud, rinchiudendo i riottosi nella palazzina LAF, in un casermone vuoto, a guardare i muri spogli.
Riva si inventò  molto prima dell’era Marchionne “la fabbrica del futuro”, in realtà molto più simile alle ferriere del primo ‘900, se non fosse che rispetto ad allora la soggettività operaia è più debole. Cosa è successo in seguito dentro l’ILVA dei Riva ce lo raccontano Fulvio Colucci e Giuse Alemanno, con una cronaca redatta alla vigilia delle ultime vicende giudiziarie.
…Mi ha confessato di essere in cura dallo psicologo perché i capi lo martellano. Mi ha detto: Sai, ho sfiorato il suicidio. I deboli sono sotto pressione. Sanno che possono essere presi di mira. Chi è più debole non reagisce nei confronti dei capi, finisce per fare sedici ore di lavoro. Dice che ha sentito una voce, che si è visto sull’orlo del burrone. Che ha avuto paura di perdere l’equilibrio sulla passerella”.  “Non mi davano niente da fare per tutto il giorno quando ero in punizione….. ma mi nascondevo perché alla fine potevano chiedermi: perché non lavori ? E la colpa sarebbe ricaduta su di me. Volevano che li seguissi come un cane. Ma io non sono un cane.
Non è un ricordo dei tempi della palazzina LAF,  è la realtà di oggi. Nonostante la condanna per mobbing, Riva non ha cambiato metodi. Del resto perché dovrebbe ?  Funzionano !!!
Gli operai descritti da Colucci trasudano rassegnazione, paura, rimozione del loro vissuto, diffidenza verso tutto ciò che è esterno, rancore verso la “città”,  indifferente alla loro condizione, ai loro morti. Rancore in parte giustificabile, se si pensa che patron Riva s’è comprato mezza Taranto: istituzioni, clero … . L’altra mezza no … non quella che porta i figli avvelenati dall’ILVA ad oncologia pediatrica. Rancore, dicevo,  giustificabile solo in parte, perché è come se gli operai intervistati si aspettino che la loro salvezza debba venire da fuori dei cancelli dell’ILVA, e non da una propria assunzione di responsabilità, dalla presa d’atto che se non sono loro i primi a prendere nelle mani il loro futuro difficilmente qualcuno lo farà al loro posto.
Se togli le eccezioni – di cui sto libro non parla – la maggioranza tace (“se si sa che parli all’esterno, il primo sbaglio che fai, paghi”). E questo non le fa onore, anche a fronte del disastro ambientale che il siderurgico riversa sulla città. Ad alzare la voce sono padri e mogli degli operai ammazzati. Una lotta per la giustizia condotta  con poca solidarietà, scontrandosi contro un muro di gomma: “Dì ai ragazzi che la vita di mio figlio vale un anno di carcere con pena sospesa. Anzi, dì loro che in galera, dai e dai, ci finirò io”. Una lotta che nasce fuori dalla fabbrica da chi ha trovato il coraggio dopo aver perso ciò che amava di più. Non nasce dall’interno,  non nasce prima che ci scappi il morto.
Mai un giovane lavoratore si lamenterà perché l’azienda infrange le regole, anzi: A disposizione – raccontano – c’è tutto quello che la legge prevede dal punto di vista della sicurezza personale: dal casco, alla tuta, ai guanti”.  Strana concezione della sicurezza: i dispositivi di protezione individuale – secondo le leggi e la scienza antinfortunistica – dovrebbero essere l’ultima precauzione da prendere, dopo aver agito sull’organizzazione del lavoro, sulla sicurezza intrinseca degli impianti, sulla salubrità degli ambienti.
Nulla di questo c’è all’ILVA: “I lavoratori dell’appalto sembrano gli ultimi degli ultimi, a volte vedo capisquadra che che approfittano di quelli delle ditte sottomettendoli. C’è chi lavorava con i jeans, chi ha indossato la tuta marrone. Con la polvere, di notte, è ancora più invisibile. Rischia di essere schiacciato da camion e auto…. Ora stanno lì: africani, indiani, turchi. Lavorano indossando quello che trovano: entrano nel forno, smantellano i refrattari, senza maschere. E’ venuta l’ASL, ha fatto i controlli. L’amianto è stato smantellato da un’azienda specializzata. Gli extracomunitari sono andati allo sbaraglio. Il forno è diventato una torre di babele ed è pericoloso, se non ci capiamo”.
“Io ogni giorno faccio cinque chilometri a piedi, con la polvere; certe volte mi esce il sangue dal naso perché la polvere nel naso si indurisce. … Arriviamo allo spogliatoio divorati dalla polvere, la polvere è come una estrema unzione.”
“Mi hanno impressionato i lavoratori sulle passerelle  a 90 metri di altezza. Vai giù e nemmeno ti accorgi che sei morto. … Agli ingegneri segnaliamo tutto. I carriponte sono pericolosi, rischiano di cadere con un peso di 50 tonnellate. Se cadono è una strage.…Chi si trova sul fronte del fuoco, o ad altezze così è più chiuso, non ha voglia di parlare. Mi sono trovato vicino alla ghisa liquida quando prende fuoco, una bomba che fa tremare tutto in un raggio di chilometri. Lo scoppio è improvviso, lo senti davvero nelle viscere. Ti stordisce, ti afferra, ti svuota” .
Le conseguenze di questa situazione si vedono, o meglio si contano: 45 infortuni mortali dal 1993, l’ultimo – Claudio Marsella – due giorni fa .Gli autori ricordano Silvio Murri, Paolo Franco, Pasquale D’Ettorre, Antonio Alagni, Gjoni Arjan, in rappresentanza di una lunga serie di lutti.
Come dicevo, il libro non parla di chi fra gli operai ha alzato la testa, di quelli come Massimo Battista, che insieme ad altri colleghi venne licenziato  il 7 luglio del 2005 per aver promosso uno  sciopero sulla mancanza di sicurezza. Nel 2007 il giudice ne dispose il reintegro, e da allora è stato confinato in una struttura lontana dallo stabilimento a “contare le barche che passano”. Massimo, assieme ad altri, ha dato vita al  “Comitato Cittadini e Lavoratori liberi e pensanti”, ridando dignità alla sua classe, rompendo il muro di silenzio per voltare pagina su un’altra storia. Potessi suggerire un titolo mi piacerebbe chiamarla: “VISIBILI: lottare per non morire all’ILVA di Taranto”.
Il libro:: Fulvio Colucci e Giuse Alemanno, Invisibili. Vivere e morire all’Ilva di Taranto, Edizioni Kurumuny, 2011, 111 p.
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Banchieri imbroglioni

24 Novembre 2012 Commenti chiusi

Banchieri imbroglioni

Fonte: IGNACIO RAMONET, il manifesto | 24 Novembre 2012

I nuovi padroni del mondo sono gli speculatori di borsa, che non hanno alcun interesse per il bene comune. Da quando è scoppiata la crisi nessunoè riuscito a mettere loro la museruola. Per quanto tempo le democrazie resisteranno a questa impunità?A quei cittadini che ancora lo ignoravano, la crisi sta dimostrando che i mercati finanziari sono i protagonisti principali della attuale situazione economica in Europa. Essi rappresentano un cambiamento fondamentale: il potere è passato dai politici agli speculatori di borsa e a una coorte di banchieri imbroglioni.
Ogni giorno, i mercati muovono somme colossali. Ad esempio, quasi 7 miliardi di euro, solo in debiti degli stati della zona euro, secondo la Banca centrale europea. La decisione collettiva quotidiana di questi mercati può rovesciare i governi, dettare politiche e sottomettere popoli.
Il dramma è anche che questi nuovi “padroni del mondo” non hanno alcun interesse per il bene comune. La solidarietà non è il loro problema. Meno ancora la preservazione dello stato sociale. La unica razionalità che li spinge è l’avidità. Gli speculatori e banchieri, guidati dall’avidità, arrivano a comportarsi come mafie, con la mentalità di uccelli rapaci. E con una impunità quasi totale.
Da quando, nel 2008, è scoppiata la crisi – in gran parte causato da loro – nessuna riforma seria ha potuto regolamentare i mercati o mettere la museruola ai banchieri. E nonostante tutte le critiche contro la “irrazionalità del sistema”, il comportamento di molti attori finanziari continua ad essere cinico.
È evidente che le banche svolgono un ruolo chiave nel sistema economico. E che le loro attività tradizionali – stimolare il risparmio, dare credito alle famiglie, finanziare le imprese, dare impulso al commercio – sono costruttive. Ma dalla generalizzazione, negli anni ottanta, del modello della “banca universale”, che aggiunse ogni sorta di attività speculativa e di investimento, i rischi per i risparmiatori si sono moltiplicati, così come la frode, l’inganno e gli scandali.
Ricordiamo, per esempio, uno dei più vergognosi, la cui protagonista fu la potente banca d’affari statunitense Goldman Sachs, che domina oggi l’universo finanziario. Nel 2001 aiutò la Grecia a truccare i suoi conti affinché Atene soddisfacesse i requisiti e potesse entrare nell’euro, la moneta unica europea. Ma, in meno di sette anni, la frode è stata scoperta e la realtà è esplosa come una bomba. Conseguenza: quasi un continente impantanato nella crisi del debito; un paese, la Grecia, saccheggiato e in ginocchio; recessione, licenziamenti massicci, perdita di potere d’acquisto per i lavoratori; ristrutturazioni e tagli alle prestazioni sociali; piani di aggiustamento e miseria.
Quali sanzioni hanno subito gli autori di un così nefasto inganno? Mario Draghi, ex vicepresidente di Goldman Sachs Europa, quindi consapevole della frode, è stato nominato presidente della Banca centrale europea (Bce), e Goldman Sachs ha guadagnato, per aver truccato i conti, 600 milioni di euro. Confermando così un principio: in materia di grandi truffe organizzate dalle banche, l’impunità è la regola.
Lo possono confermare le migliaia di risparmiatori spagnoli che hanno acquistato azioni di Bankia ai tempi in cui questo istituto entrò in Borsa. Si sapeva che non aveva alcuna credibilità e il valore delle sue azioni, secondo le agenzie di rating, già era a un passo dal titolo spazzatura.
I risparmiatori diedero fiducia a Rodrigo Rato, allora presidente di Bankia ed ex direttore generale del Fondo monetario internazionale (Fmi), che non esitò a dire, il 2 maggio 2012 (cinque giorni prima di dimettersi sotto la pressione dei mercati e poco prima che lo Stato dovesse iniettare nella banca 23 miliardi e mezzo di euro per evitare il fallimento): «Siamo in una situazione di grande robustezza dal punto di vista della solvibilità e anche dal punto di vista della liquidità».
È vero che, meno di un anno prima, nel luglio 2011, Bankia aveva apparentemente superato gli “stress test” condotti dall’Autorità bancaria europea (Eba) sui 91 maggiori istituti finanziari europei. Bankia avevano ottenuto un Core Tier I Capital (capitale di massima resistenza) del 5,4%, a fronte di un minimo richiesto del 5% in una situazione di massimo stress. Il che dà un’idea della incompetenza e inettitudine della Eba, organismo europeo incaricato di garantire la solidità delle nostre banche…
Altre persone che possono testimoniare sull’avventurismo dei banchieri sono le vittime, in Spagna, dello “scandalo delle azioni privilegiate”. Una frode che colpisce più di 700 mila risparmiatori che hanno perso i loro soldi. Si fece loro credere di aver acquistato qualcosa di simile a un deposito vincolato… Ma le azioni privilegiate sono un tipo di prodotto finanziario che non è coperto dal fondo di garanzia delle banche. Che non sono obbligate – se non hanno liquidità – a rimborsare il capitale iniziale né gli interessi maturati.
Questa truffa ha anche rivelato che i risparmiatori spagnoli vittime di frodi bancarie non possono contare sulla protezione della Banca di Spagna o della Comisión Nacional del Mercado de Valores (Cnmv) . Né, ovviamente, su quella del governo, che continua ad aiutare in maniera massiccia le banche mentre la sua politica di tagli e austerità punisce i cittadini in modo permanente. Per aiutare il sistema bancario spagnolo, Mariano Rajoy ha sollecitato dall’Unione europea un credito fino a 100 miliardi di euro. Nel frattempo, le banche spagnole continuano a favorire la fuga in massa dei capitali. Si stima che, fino allo scorso settembre, 220 miliardi di euro erano fuggiti dalla Spagna ufficialmente… una somma superiore al doppio del credito chiesto in Europa per salvare il sistema bancario spagnolo.
Ma gli scandali non finiscono qui. Potremmo ricordare che, negli ultimi mesi, le frodi bancarie sono continuate. La banca Hsbc è stata accusata di riciclare il denarodella droga e dei narcotrafficanti messicani. La banca JP Morgan si è lanciata in speculazioni spericolate, assumendosi rischi senza precedenti, che hanno causato perdite di 7,5 miliardi di euro, rovinando decine di suoi clienti. La stessa cosa è successa a Knight Capital, che ha perso oltre 323 milioni di euro in una notte a causa di un errore in un software di speculazione automatica attraverso computer.
Ma lo scandalo più irritante, a scala globale, è quello del Libor. Di cosa si tratta? La British Bankers Association propone ogni giorno una tasso interbancario denominato “London Interbank Offered Rate” o Libor per il suo acronimo in inglese. Il calcolo di questo tale tasso è realizzato dall’agenzia Reuters che, ogni giorno, chiede a sedici grandi banche a quale tasso di interesse stanno ottenendo credito. E stabilisce una media. Dato che Libor è il tasso al quale le principali banche si prestano denaro tra di loro, il Libor diventa un punto di riferimento fondamentale per l’intero sistema finanziario globale. In particolare serve per determinare, ad esempio, i tassi dei mutui per le famiglie. Nell’area dell’euro, l’equivalente del Libor si chiama Euribor e viene calcolato in base all’attività di una sessantina di grandi banche. Nel mondo, il Libor influisce su circa 350 miliardi di euro di crediti… Qualsiasi variazione, anche di lieve entità, di questo tasso può avere un impatto colossale.
In cosa è consistita la frode? Diverse banche (di quelle che servono da riferimento per stabilire il Libor) si sono consultate tra loro e hanno deciso di mentire sui loro tassi, in modo da manipolare il Libor e tutti i contratti derivati, ossia i prestiti a famiglie e imprese. E questo per anni.
Le inchieste hanno dimostrato che una decina di grandi banche internazionali – Barclays, Citigroup, JP Morgan Chase, Bank of America, Deutsche Bank, Hsbc, Credit Suisse, Ubs (Union de Banques Suisses), Société Générale, Crédit Agricole, Royal Bank of Scotland – si sono organizzate per manipolare il Libor.
Questo scandalo enorme dimostra che la criminalità è nel cuore stesso della finanza internazionale. E che, probabilmente, milioni di famiglie hanno pagato i loro mutui a tassi irregolari. Molti hanno dovuto abbandonare le loro case. Altri ne sono stati cacciati perché non potevano pagare un debito artificialmente manipolato. Ancora una volta, le autorità incaricate di vigilare sul buon funzionamento dei mercati hanno chiuso un occhio. Nessuno è stato punito, a parte quattro disgraziati. Tutte le banche coinvolte sono ancora facendo affari.
Per quanto tempo le democrazie possono resistere a una tale impunità? Nel 1932, negli Stati uniti, Ferdinand Pecora, un figlio di immigrati italiani che arrivò all’incarico di procuratore di New York, fu scelto dal presidente Herbert Hoover per indagare sulla responsabilità delle banche nelle cause della crisi del 1929. Il suo rapporto fu impressionante. Pecora propose il termine “bankster” per qualificare i “banchieri gangster”. Sulla base di quel rapporto, il presidente Franklin D. Roosevelt decise di proteggere i cittadini dai rischi della speculazione. Sanzionò tutte le banche imponendo il “Glass-Steagall Act” e stabilendo (durò fino al 1999) un’incompatibilità tra due tipi di attività: le banche di deposito e le banche d’investimento. Quale governo europeo della zona euro prenderà una tale decisione?

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Intervista Samir Amin

12 Novembre 2012 Commenti chiusi

Il capitalismo entra nella sua fase senile”

 

“Il pensiero economico neoclassico è una maledizione per il mondo attuale”. Samir Amin, 81 anni, non è tenero con molti dei suoi colleghi economisti. E lo è ancor meno con la politica dei governi. “Economizzare per ridurre il debito? Menzogne deliberate”; “Regolazione del settore finanziario? Frasi vuote”. Egli ci consegna la sua analisi al bisturi della crisi economica.

 

di Ruben Ramboer

 

09/10/2012

 

Dimenticate Nouriel Roubini, alias dott. Doom, l’economista americano diventato famoso per avere predetto nel 2005 lo tsunami del sistema finanziario. Ecco Samir Amin, che aveva già annunciato la crisi all’inizio degli anni 1970. “All’epoca, economisti come Frank, Arrighi, Wallerstein, Magdoff, Sweezy ed io stesso, avevamo detto che la nuova grande crisi era cominciata. La grande. Non una piccola con le oscillazioni come ne avevamo avute tante prima, ricorda Samir Amin, professore onorario, direttore del forum del Terzo Mondo a Dakar ed autore di molti libri tradotti in tutto il mondo. “Siamo stati presi per matti. O per comunisti che desideravano quella realtà. Tutto andava bene, madama la marchesa… Ma la grande crisi è davvero cominciata a quel tempo e la sua prima fase è durata dal 1972-73 al 1980″.

 

Parliamo per cominciare della crisi degli ultimi cinque anni. O piuttosto delle crisi: quella dei subprimes, quella del credito, del debito, della finanza, dell’euro… A che punto siamo?

 

Samir Amin. Quando tutto è esploso nel 2007 con la crisi dei subprimes, tutti hanno fatto finta di non vedere. Gli europei pensavano: “Questa crisi viene dagli Stati Uniti, la assorbiremo rapidamente”. Ma, se la crisi non fosse venuta da là, sarebbe cominciata altrove. Il naufragio di questo sistema era scritto e lo era fin dagli anni 1970. Le condizioni oggettive di una crisi di sistema esistevano ovunque. Le crisi sono inerenti al capitalismo, che le produce in modo ricorrente, ogni volta in modo più profondo. Non si possono comprendere le crisi separatamente, ma in modo globale.

 

Prendete la crisi finanziaria. Se ci si limita a questa, si troveranno soltanto cause puramente finanziarie, come la deregolamentazione dei mercati. Inoltre, le banche e gli istituti finanziari sembrano essere i beneficiari principali di quest’espansione di capitale, cosa che rende più facile indicarli come unici responsabili. Ma occorre ricordare che non sono soltanto i giganti finanziari, ma anche le multinazionali in generale che hanno beneficiato dell’espansione dei mercati monetari. Il 40% dei loro profitti proviene da operazioni finanziarie.

 

Quali sono state le ragioni oggettive della diffusione della crisi?

 

Samir Amin. Le condizioni oggettive esistevano ovunque. È la sovranità “degli oligopoli o dei monopoli generalizzati” che ha posto l’economia in una crisi di accumulazione, che è allo stesso tempo una crisi di sottoconsumo ed una crisi di profitto. Solo i settori dei monopoli dominanti hanno potuto ristabilire il loro tasso di profitto elevato, distruggendo però il profitto e la redditività degli investimenti produttivi, degli investimenti nell’economia reale.

 

“Il capitalismo degli oligopoli o monopoli generalizzati” è il nome con cui lei chiama una nuova fase di sviluppo del capitalismo. In cosa questi monopoli sono diversi da quelli di un secolo fa?

 

Samir Amin. La novità è nel termine “generalizzato”. Dall’inizio del 20° secolo, ci sono stati attori dominanti nel settore finanziario e nel settore industriale, nella siderurgia, la chimica, l’automobile, ecc. Questi monopoli erano grandi isole nell’oceano delle piccole e medie imprese, realmente indipendenti. Ma, da una trentina di anni, assistiamo ad una centralizzazione sproporzionata del capitale. La rivista Fortune cita oggi 500 oligopoli le cui decisioni controllano l’intera economia mondiale, dominando a monte e a valle tutti i settori di cui non sono direttamente proprietari.

 

Prendiamo l’agricoltura. Una volta un contadino poteva scegliere tra molte imprese per le sue attività. Oggi, piccole e medie imprese agricole devono affrontare a monte il blocco finanziario di colossi bancari e monopoli di produzione dei fertilizzanti, dei pesticidi e degli OGM di cui Monsanto è l’esempio più eclatante. E, a valle, deve affrontare le catene di distribuzione e i grandi supermercati. Con questo doppio controllo, la sua autonomia e i suoi redditi si riducono sempre di più.

 

È per questo che lei preferisce parlare oggi di un sistema basato “sulla massimalizzazione di rendite monopolistiche” piuttosto che “di massimalizzazione del profitto?”

 

Samir Amin. Sì. Il controllo garantisce a questi monopoli rendite provenienti dal reddito complessivo del capitale ottenuto dallo sfruttamento del lavoro. Quest’entrate diventano imperialiste nella misura in cui questi monopoli operano nel Sud. La massimalizzazione di queste entrate concentra i redditi e le fortune nelle mani di una piccola elite a scapito dei salari, ma anche dei vantaggi del capitale non monopolistico. La disuguaglianza crescente diventa assurda. In definitiva è paragonabile ad un miliardario che possiede il mondo intero e lascia tutti nella miseria.

 

I liberali sostengono che occorre “ingrandire la torta” reinvestendo i profitti. È soltanto dopo che si può operare la divisione.

 

Samir Amin. Ma non si investe nella produzione, poiché non vi è più domanda. Le rendite sono investite dalla fuga in avanti sui mercati finanziari. L’espansione di un quarto di secolo di investimenti nei mercati finanziari non ha precedenti nella storia. Il volume delle transazioni su questi mercati è più di 2.500.000 miliardi di dollari, mentre il PIL mondiale è di 70.000 miliardi di dollari.

 

I monopoli preferiscono quest’investimenti finanziari a quelli nell’economia reale. È “la finanziarizzazione” del sistema economico. Questo tipo d’investimento è l’unico modo per continuare questo “capitalismo dei monopoli generalizzati”. In questo senso, la speculazione non è un vizio del sistema, ma un’esigenza logica di quest’ultimo.

 

È nei mercati finanziari che gli oligopoli – non soltanto le banche – fanno i loro profitti e si fanno concorrenza tra loro per questi profitti. La sottomissione della gestione delle aziende al valore delle azioni della borsa, la sostituzione del sistema pensionistico con la capitalizzazione del sistema a ripartizione, l’adeguamento dei tassi di cambio flessibili e l’abbandono della determinazione del tasso d’interesse da parte delle banche centrali lasciando questa responsabilità “ai mercati” devono essere comprese in questa finanziarizzazione.

 

La deregolamentazione dei mercati finanziari è nel mirino da qualche anno. I dirigenti politici parlano “di moralizzazione delle operazioni finanziarie” e “di sbarazzarsi del capitalismo-casinò”. La regolazione sarebbe dunque una soluzione alla crisi?

 

Samir Amin. Queste non sono che parole, frasi vuote per fuorviare l’opinione pubblica. Questo sistema è destinato a proseguire la sua pazza corsa alla redditività finanziaria. La regolazione peggiorerebbe ancor più la crisi. Dove andrebbe allora l’eccedenza finanziaria? Da nessuna parte! Comporterebbe una massiccia svalutazione del capitale, che si tradurrebbe tra l’altro in un crac di borsa.

 

Gli oligopoli o monopoli (“i mercati”) ed i loro servitori politici, non hanno dunque altro progetto che restaurare lo stesso sistema finanziario. Non è escluso che il capitale sappia restaurare il sistema esistente prima dell’autunno 2008. Ma ciò richiederà somme gigantesche delle banche centrali per eliminare tutti i crediti tossici e ristabilire il profitto e l’espansione finanziaria. E il conto dovrà essere accettato dai lavoratori in generale e dai popoli del Sud in particolare. Sono i monopoli che hanno l’iniziativa. E le loro strategie hanno sempre dato i risultati sperati, vale a dire i piani d’austerità.

 

In effetti questi piani d’austerità si succedono, a quanto pare, per ridurre i debiti degli stati. Ma si sa che ciò peggiora la crisi. I dirigenti politici sono degli imbecilli?

 

Samir Amin. Ma no! È sull’obiettivo che c’è menzogna. Quando i governi pretendono di volere la riduzione del debito, mentono deliberatamente. L’obiettivo non è la riduzione del debito, ma che gli interessi del debito continuino ad essere pagati e, preferibilmente, a tassi ancora più elevati. La strategia dei monopoli finanziari, al contrario, ha bisogno della crescita del debito: il capitale ci guadagna, sono investimenti interessanti.

 

Nel frattempo l’austerità peggiora la crisi, c’è chiaramente una contraddizione. Come diceva Marx, la ricerca del massimo profitto distrugge le basi che lo permettono. Il sistema implode sotto i nostri occhi, ma è condannato a proseguire la sua folle corsa.

 

Dopo la crisi degli anni 1930, comunque lo Stato è stato capace di superare parzialmente questa contraddizione ed è stata adottata una politica keynesiana di rilancio.

 

Samir Amin. Sì, ma quando è stata introdotta questa politica keynesiana? All’inizio, la risposta alla crisi del 1929 è stata esattamente la stessa di oggi: politiche di austerità, con la loro spirale discendente. L’economista Keynes diceva che era assurdo e che occorreva fare il contrario. Ma è soltanto dopola Seconda Guerra Mondiale che è stato ascoltato. Non perché la borghesia fosse convinta delle sue idee, ma perché ciò è stato imposto dalla classe operaia. Con la vittoria dell’Armata Rossa sul nazismo e la simpatia per la resistenza comunista, la paura del comunismo era davvero molto presente.

 

Oggi alcuni – non molto numerosi – economisti borghesi intelligenti, possono dire che le misure d’austerità sono assurde. Ed allora? Finché il capitale non sarà costretto dai suoi avversari ad allungare con l’acqua il suo vino, tutto questo continuerà.

 

Quale è il legame tra la crisi emersa da qualche anno e quella degli anni 1970?

 

Samir Amin. All’inizio degli anni 70 la crescita economica ha subito una caduta. Nel giro di qualche anno, i tassi di crescita sono scesi alla metà di quelli del trentennio glorioso: in Europa dal 5 al 2,5%, negli Stati Uniti dal 4 al 2%. Questa caduta brutale era accompagnata da una caduta di medesima ampiezza degli investimenti nel settore produttivo.

 

Negli anni 1980, Thatcher e Reagan hanno reagito con le privatizzazioni, la liberalizzazione dei mercati finanziari e una durissima politica di austerità. Ciò non ha fatto risalire i tassi di crescita, ma li ha mantenuti ad un livello molto basso. D’altra parte lo scopo dei liberali non è mai stato il ripristino della crescita che dicevano. Lo scopo era soprattutto di ridistribuire i redditi verso il capitale. Missione compiuta. Ed ora, quando in Belgio si passa dal -0,1% allo 0,1% di crescita, alcuni esultano: “La crisi è terminata!” È grottesco.

 

Lei compara gli anni 1990 e 2000 con quelli del secolo precedente: una sorta di seconda “Belle Epoque”.

 

Samir Amin. Ho fatto il parallelo tra le due lunghe crisi perché, curiosamente, cominciano esattamente con cento anni di differenza: 1873 e 1973. Inoltre, hanno gli stessi sintomi all’inizio e la risposta del capitale è stata la stessa, cioè tre serie di misure complementari.

 

In primo luogo, una centralizzazione enorme del capitale con la prima ondata dei monopoli, quelli analizzati da Hilfirding, Hobson e Lenin. Nella seconda crisi, ciò che chiamo “i monopoli generalizzati” che si sono costituiti negli anni 1980.

 

In secondo luogo, la mondializzazione. La prima grande crisi è l’accelerazione della colonizzazione, che è la forma più brutale della globalizzazione. La seconda ondata, sono i piani d’adeguamento strutturale del FMI, che si possono qualificare come ricolonizzazione.

 

Terza ed ultima misura: la finanziarizzazione. Quando si presenta la finanziarizzazione come un fenomeno nuovo, sorrido. Cosa è stato creato in risposta alla prima crisi? Wall Street ela Citydi Londra nel 1900!

 

E ciò ha avuto le stesse conseguenze. Inizialmente, per un periodo breve, sembrava funzionare, perché si pompava sui popoli, soprattutto quelli del Sud. Fu dal 1890 al 1914, la “Belle Epoque”. Si sono tenuti gli stessi discorsi “sulla fine della storia” e la fine delle guerre. La globalizzazione era sinonimo di pace e di colonizzazione per una missione civilizzatrice. Ma, a cosa ha condotto tutto ciò? Prima Guerra Mondiale, Rivoluzione Russa, crisi del 1929, nazismo, imperialismo giapponese, Seconda Guerra Mondiale, Rivoluzione Cinese, ecc. Si può dire che dopo il 1989 c’è stata una sorta di seconda “Belle Epoque”, fino al 2008, sebbene sin dall’inizio, sia stata accompagnata da guerre del Nord contro il Sud. Il capitale ha, in questo periodo, stabilito le strutture affinché gli oligopoli potessero beneficiare delle loro rendite. E, come la globalizzazione finanziaria ha condotto alla crisi del1929, harecentemente condotto alla crisi del 2008.

 

Oggi, si è raggiunto lo stesso momento determinante che annuncia una nuova ondata di guerre o di rivoluzioni.

 

Senza tanto ridere, su quest’immagine futura… Lei scrive che “un nuovo mondo sta nascendo, che può diventare di gran lunga più barbaro, ma che può anche diventare migliore”. Da che cosa dipende?

 

Samir Amin. Non ho la sfera di cristallo. Ma il capitalismo è entrato nella sua fase senile, che può causare enormi spargimenti di sangue. In questo periodo, i movimenti sociali e le proteste portano cambiamenti politici, verso il meglio o verso il peggio, fascisti o progessisti. Le vittime di questo sistema riusciranno a formare un’alternativa positiva, indipendente e radicale? Questa è oggi la sfida politica.

 

Versione ridotta di un’intervista di Samir Amin tratta da Etudes marxistes n° 99

Vedi anche Samir Amin, Uscire dalla crisi del capitalismo o uscire dal capitalismo in crisi?, Il Tempo delle ciliege, 2009.

 

La settimana prossima la seconda parte della nostra intervista a Samir Amin, sulle alternative, il ruolo della sinistra e le economie emergenti nell’offensiva contro “i monopoli generalizzati”.

 

Intervista a Samir Amin – Seconda parte

 

“Il socialismo è più che un capitalismo senza capitalisti”

 

“In questi tempi in cui il capitalismo è entrato nella sua fase senile, le proteste dei movimenti sociali portano a cambiamenti politici, in meglio e in peggio, fascisti o progressisti”. Tale era la conclusione dell’economista marxista Samir Amin nella prima parte di quest’intervista, pubblicata su Solidaire n°38. In questa seconda parte, egli affronta la questione del superamento del capitalismo in crisi. “È tempo per la sinistra di mostrare audacia! Deve costruire un fronte contro i monopoli.”

 

di Ruben Ramboer

 

23/10/2012

 

Per l’economista Samir Amin, professore onorario, direttore del Forum Del Terzo Mondo a Dakar ed autore di molte opere tradotte in tutto il mondo, “essere marxista implica necessariamente essere comunista, perché Marx non dissociava la teoria dalla pratica: l’impegno nella lotta per l’emancipazione dei lavoratori e dei popoli”. È ciò che fa Samir Amin: nella prima parte di questa intervista, analizza la crisi; qui, affronta la lotta contro l’onnipotenza dei monopoli capitalisti e per un’altra società.

 

Quali sono le caratteristiche di questo “capitalismo senile” che potrebbe, a suo giudizio, condurre “ad una nuova era di grandi spargimenti di sangue”?

 

Samir Amin. Non esistono più imprenditori creativi, ma “dei wheeler-dealers” (intriganti). La civilizzazione borghese, con il suo sistema di valori – elogio dell’iniziativa individuale, ma anche dei diritti e delle libertà liberali come della solidarietà sul piano nazionale – ha fatto posto a un sistema senza valori morali. Guardate ai criminali presidenti degli Stati Uniti, ai burattinai e tecnocrati alla testa dei governi europei, ai despoti del Sud; guardate all’oscurantismo (talebani, sette cristiane e buddisti…); alla corruzione generalizzata (nel mondo finanziario in particolare)… Il capitalismo d’oggi può essere descritto come senile e può inaugurare una nuova era di massacri. In un periodo siffatto, le proteste dei movimenti sociali portano a cambiamenti politici. Nella buona e nella cattiva sorte, fascisti o progressisti. La crisi degli anni 1930 ad esempio, ha condotto al Fronte Popolare in Francia, ma anche al nazismo in Germania.

 

Che cosa significa tutto ciò per i movimenti di sinistra attuali?

 

Samir Amin. Viviamo un’epoca dove si profila un’ondata di guerre e di rivoluzioni. Le vittime di questo sistema riusciranno a dar vita a un’alternativa positiva, indipendente e radicale? Questa è la sfida politica oggi. Occorre che la sinistra radicale prenda l’iniziativa nella costruzione di un fronte, di un blocco alternativo antimonopolista che comprenda tutti i lavoratori e produttori vittime di questa “oligarchia dei monopoli generalizzati”, di cui faccia parte la classe media, gli agricoltori, le Piccole Medie Imprese…

 

Lei afferma che la sinistra deve rinunciare a qualsiasi strategia che aiuti il capitalismo ad uscire dalla crisi.

 

Samir Amin. È tempo di mostrare audacia! Non siamo in un momento storico in cui la ricerca “di un compromesso sociale” tra capitale e lavoro, costituisca un’alternativa possibile come nel dopoguerra con la socialdemocrazia degli Stati assistenzialisti. Alcuni nostalgici si immaginano di poter “fare arretrare” il capitalismo dei monopoli alla posizione di alcuni decenni fa. Ma la storia non permette mai un ritorno al passato.

Siamo in questo momento storico e la sinistra radicale deve essere audace. Parlo della sinistra che è convinta che il sistema capitalista debba essere sostanzialmente superato. Ma anche di una sinistra che non perde di vista il socialismo, che deve essere inventato senza avere necessariamente un modello preesistente. Nei paesi del Nord, ci sono le condizioni oggettive per isolare il capitale dei monopoli. Ciò comincia con un’alleanza sociale e politica che raccoglie la stragrande maggioranza.

 

Questa audacia esiste, oggi?

 

Samir Amin. Attualmente la mancanza d’audacia a sinistra è terribile. Vi ricordate come i socialdemocratici erano contenti quando il regime sovietico è crollato e con esso i Partiti comunisti dell’Europa occidentale? Ho detto loro: “Siete stupidi. I prossimi a cadere sarete voi, il capitale ha avuto bisogno di voi soltanto perché c’era la minaccia comunista”. E, anziché radicalizzarsi, al contrario sono scivolati verso destra. Sono diventati social-liberali. Attualmente, il voto socialdemocratico o di destra, è equivalente. Tutti dicono: “Non possiamo fare nulla, è il mercato che decide, le agenzie di rating, il super partito del capitale dei monopoli.”

 

Si vedono anche segmenti importanti della sinistra radicale che accettano questo, per timore o per confusione. Allo stesso tempo c’è gente che si definisce “comunista”, considerandosi però nulla di più che l’ala sinistra della socialdemocrazia. È sempre la stessa logica di accomodamento del capitalismo. La logica del “meno peggio”, del “ce lo impone l’Europa”, argomentazione per eccellenza. “L’Europa non è buona, ma la distruzione dell’Europa sarebbe ancora peggio”. Ma di meno peggio, in meno peggio, si arriva alla catastrofe. Due anni fa, abbiamo detto ai greci, via! una piccola cura d’austerità e tutto andrà a posto! Si, ma di che giorno del mese? L’ottavo?

 

Quali potrebbero essere le parole d’ordine “dell’alleanza sociale e politica” che propone?

 

Samir Amin. L’idea generale è la creazione di un blocco antimonopolista. Occorre un progetto globale che rimetta in discussione il potere “dei monopoli generalizzati” (vedi prima parte di quest’intervista in Solidaire n° 38). Non possiamo sognare che gli individui possano cambiare il mondo solo con il miracolo della loro azione individuale, idea che si trova in molti movimenti socialisti ed in filosofi come Toni Negri. Questo blocco antimonopolista comincia col spiegare che esistono alternative alle politiche di austerità, in forma divulgativa, rompendo il discorso del capitale “di competitività e moderazione salariale”. Perché non dire l’opposto, cioè che i salari non sono sufficienti e i profitti troppo grandi?

 

Nel migliore dei casi, ciò conduce ad una leggera riduzione delle disuguaglianze…

 

Samir Amin. Non è naturalmente abbastanza. Una sinistra autentica deve ribaltare il disordine sociale prodotto dai monopoli. Strategie per garantire la massima occupazione e garantire salari adeguati, che procedano parallelamente alla crescita. È semplicemente impossibile senza espropriare i monopoli. I settori chiave dell’economia devono dunque essere nazionalizzati. Le nazionalizzazioni sono, in un primo momento, statalizzazioni, il trasferimento della proprietà del capitale privato allo Stato. Ma l’audacia consiste qui “nel socializzare” la gestione dei monopoli nazionalizzati. Prendiamo questi monopoli che controllano l’agricoltura, le industrie chimiche, le banche e la grande distribuzione. “Socializzare” significa che gli organi di gestione comprendono rappresentanti degli agricoltori, dei lavoratori dei monopoli preesistenti, certamente, ma anche delle organizzazioni di consumatori e degli enti locali (concernenti l’ambiente, ma anche la scuola, la casa, gli ospedali, l’urbanistica, il trasporto…) Un’economia socialista non si limita alla socializzazione della sua gestione. Il socialismo non è solo il capitalismo senza i capitalisti. Deve integrare la relazione tra l’uomo, la natura e la società. Continuare sulla forma che il capitalismo propone, significa ritornare a distruggere l’individuo, la natura ed i popoli.

 

Cosa si fa di Wall Street e della City?

 

Samir Amin. Occorre “una definanziarizzazione”. Un mondo senza Wall Street, per riprendere il titolo del libro di François Morin. Ciò implica imperativamente la soppressione pura e semplice dei fondi speculazioni e dei fondi pensione, diventati operatori principali nella finanziarizzazione. L’abolizione di quest’ultimi deve essere realizzata a vantaggio di un sistema di pensioni per ripartizione. Occorre riconsiderare interamente il sistema bancario. Negli ultimi decenni, il sistema bancario è diventato troppo centralizzato e solo alcuni giganti dettano legge. Di conseguenza, si potrebbe concepire “una banca dell’agricoltura”, o “una banca dell’industria” nelle quali i consigli di amministrazione eletti siano composti dai clienti e dai rappresentanti dei centri di ricerca e dei servizi per l’ambiente.

 

Come vede il ruolo di movimenti come Occupy, degli Indignati e dei Sindacati, nella lotta contro i monopoli?

 

Samir Amin. Che ci sia negli Stati Uniti un movimento come Occupy Wall Street è un segnale magnifico. Che non si accettino più quelle ingiunzioni come “non ci sono alternative” e “l’austerità è obbligatoria”, è molto positivo. Idem per gli Indignati in Europa. Ma sono movimenti che restano deboli, che non ricercano sufficienti alternative. I sindacati svolgono un ruolo importante, ma devono ridefinirsi. Le parole d’ordine di cinquanta anni fa sono superate. Cinque decenni fa, quattro lavoratori su cinque avevano un’occupazione sicura e stabile, e la disoccupazione non esisteva quasi del tutto. Oggi, solo il 40% ha un lavoro stabile, il 40% lavora con un contratto precario e il 20% è disoccupato. La situazione è radicalmente diversa. I sindacati non possono dunque limitarsi a rivendicazioni che riguardano soltanto la metà della classe dei lavoratori. È assolutamente necessario che si tenga conto del diritto dei disoccupati e dei precari. Si tratta spesso di gente d’origine immigrata, di donne e di giovani.

 

Come vede la relazione tra la lotta di classe nel Nord e nel Sud?

 

Samir Amin. I conflitti capitalismo/socialismo e nord//sud, non sono dissociabili. Il capitalismo è un sistema mondiale e le lotte politiche e sociali, se vogliono essere efficaci, devono essere condotte simultaneamente in ambito nazionale e su piano mondiale. Questo Marx voleva dire con “proletari di tutti i paesi, unitevi!”. Essere comunista vuole anche dire essere internazionalista.

È assolutamente indispensabile integrare la questione del clima, delle risorse naturali e dell’ambiente nel conflitto Nord-Sud. La proprietà privata di queste risorse e l’uso improprio del pianeta, mettono in pericolo il futuro di tutta l’umanità. L’egoismo degli oligopoli nel Nord è stato brutalmente espresso da Bush, che ha dichiarato “the American way of life is not negotiable” (lo stile di vita americano non è negoziabile). Quest’egoismo ritorna a negare al Sud l’accesso alle risorse naturali (80% dell’umanità). Credo che l’umanità non possa impegnarsi seriamente nella costruzione di un’alternativa socialista se non si cambia questo “way of life” nel Nord, cosa che non vuole dire che il Sud debba solo pazientare. Al contrario, le lotte nel Sud riducono le rendite imperialiste e indeboliscono la posizione dei monopoli nel Nord, cosa che rafforza le classi popolari del Nord nella loro lotta per la socializzazione dei monopoli. La sfida nel Nord è che allora l’opinione generale non debba limitarsi alla difesa dei suoi privilegi a scapito dei popoli del Sud.

 

Le economie di paesi emergenti come la Cina, il Brasile, la Russia e il Sudafrica, non minacciano già un po’ il potere “dei monopoli generalizzati”?

 

Samir Amin. Dal 1970 il capitalismo predomina il sistema mondiale con cinque vantaggi: il controllo dell’accesso alle risorse naturali, il controllo della tecnologia e della proprietà intellettuale, l’accesso privilegiato ai media, il controllo del sistema finanziario e monetario e, infine, il monopolio delle armi di distruzione di massa. Chiamo questo sistema ” apartheid su scala globale” (segregazione su scala mondiale).

Implica una guerra permanente contro il Sud, una guerra iniziata nel 1990 dagli Stati Uniti e i suoi alleati della NATO in occasione della prima Guerra del Golfo. Ma i paesi emergenti, soprattuttola Cina, sono intenti a decostruire questi vantaggi. Per primo, la tecnologia. Si passa dal “Made in China” al “Made by China “.La Cinanon è più l’officina del mondo per le filiali o i soci del grande capitale dei monopoli. Controlla la tecnologia per svilupparsi. In alcuni ambiti in particolare, quello del futuro dell’automobile elettrica, del solare, ecc., possiede tecnologie d’avanguardia in anticipo sull’occidente. D’altra parte,la Cinalascia che il sistema finanziario mondializzato, si distrugga. E finanzia anche la sua autodistruzione attraverso il deficit americano e costruendo in parallelo mercati regionali indipendenti o autonomi attraverso “il gruppo di Shanghai”, che comprendela Russia, ma potenzialmente anche l’India ed il Sud-est asiatico. Sotto Clinton, una relazione della sicurezza americana prevedeva anche la necessità di una guerra preventiva controla Cina. E’per farvi fronte che i cinesi hanno scelto di contribuire alla morte lenta degli Stati Uniti, finanziandone il deficit. La morte violenta di una bestia di questo genere sarebbe troppo pericolosa.

 

Ed i paesi dell’America del Sud?

 

Samir Amin. Le democrazie popolari in America latina hanno certamente indebolito la rendita imperialista. Ma avranno difficoltà ad andare più lontano nel loro sviluppo finché culleranno l’illusione di uno sviluppo nazionale capitalista autonomo. Lo si vede chiaramente in Bolivia, in Ecuador o in Venezuela. Lo si vede meno in Brasile perché è un paese molto grande, che ha risorse naturali gigantesche. Hanno iniziato la cooperazione tra loro con l’ALBA. Ma l’ALBA resta finora modesta in confronto alla cooperazione militare, economica e diplomatica del gruppo di Shanghai, che si stacca dall’economia mondiale dominata dai monopoli occidentali. Ad esempio, nulla è pagato in dollari o in euro. Il Sud America può anche “sganciarsi” dal capitalismo dei monopoli. Ha le possibilità tecniche e risorse naturali per fare commercio Sud-Sud. Cosa che era impensabile molti decenni fa.

 

Versione ridotta di un’intervista di Samir Amin tratta da Etudes marxistes n° 99

 

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Apologo sull’onestà nel paese dei corrotti

5 Novembre 2012 Commenti chiusi

di Italo Calvino*

 

C’era un paese che si reggeva sull’illecito. Non che mancassero le leggi, né che il sistema politico non fosse basato su principi che tutti più o meno dicevano di condividere. Ma questo sistema, articolato su un gran numero di centri di potere, aveva bisogno di mezzi finanziari smisurati (ne aveva bisogno perché quando ci si abitua a disporre di molti soldi non si è più capaci di concepire la vita in altro modo) e questi mezzi si potevano avere solo illecitamente cioè chiedendoli a chi li aveva, in cambio di favori illeciti. Ossia, chi poteva dar soldi in cambio di favori in genere già aveva fatto questi soldi mediante favori ottenuti in precedenza; per cui ne risultava un sistema economico in qualche modo circolare e non privo d’una sua armonia.

 

Nel finanziarsi per via illecita, ogni centro di potere non era sfiorato da alcun senso di colpa, perché per la propria morale interna ciò che era fatto nell’interesse del gruppo era lecito; anzi, benemerito: in quanto ogni gruppo identificava il proprio potere col bene comune; l’illegalità formale quindi non escludeva una superiore legalità sostanziale. Vero è che in ogni transizione illecita a favore di entità collettive è usanza che una quota parte resti in mano di singoli individui, come equa ricompensa delle indispensabili prestazioni di procacciamento e mediazione: quindi l’illecito che per la morale interna del gruppo era lecito, portava con se una frangia di illecito anche per quella morale. Ma a guardar bene il privato che si trovava a intascare la sua tangente individuale sulla tangente collettiva, era sicuro d’aver fatto agire il proprio tornaconto individuale in favore del tornaconto collettivo, cioè poteva senza ipocrisia convincersi che la sua condotta era non solo lecita ma benemerita.

 Il paese aveva nello stesso tempo anche un dispendioso bilancio ufficiale alimentato dalle imposte su ogni attività lecita, e finanziava lecitamente tutti coloro che lecitamente o illecitamente riuscivano a farsi finanziare. Perché in quel paese nessuno era disposto non diciamo a fare bancarotta ma neppure a rimetterci di suo (e non si vede in nome di che cosa si sarebbe potuto pretendere che qualcuno ci rimettesse) la finanza pubblica serviva a integrare lecitamente in nome del bene comune i disavanzi delle attività che sempre in nome del bene comune s’erano distinte per via illecita. La riscossione delle tasse che in altre epoche e civiltà poteva ambire di far leva sul dovere civico, qui ritornava alla sua schietta sostanza d’atto di forza (così come in certe località all’esazione da parte dello stato s’aggiungeva quella d’organizzazioni gangsteristiche o mafiose), atto di forza cui il contribuente sottostava per evitare guai maggiori pur provando anziché il sollievo della coscienza a posto la sensazione sgradevole d’una complicità passiva con la cattiva amministrazione della cosa pubblica e con il privilegio delle attività illecite, normalmente esentate da ogni imposta.

 Di tanto in tanto, quando meno ce lo si aspettava, un tribunale decideva d’applicare le leggi, provocando piccoli terremoti in qualche centro di potere e anche arresti di persone che avevano avuto fino a allora le loro ragioni per considerarsi impunibili. In quei casi il sentimento dominante, anziché la soddisfazione per la rivincita della giustizia, era il sospetto che si trattasse d’un regolamento di conti d’un centro di potere contro un altro centro di potere.

Cosicché era difficile stabilire se le leggi fossero usabili ormai soltanto come armi tattiche e strategiche nelle battaglie intestine tra interessi illeciti, oppure se i tribunali per legittimare i loro compiti istituzionali dovessero accreditare l’idea che anche loro erano dei centri di potere e d’interessi illeciti come tutti gli altri.

 

Naturalmente una tale situazione era propizia anche per le associazioni a delinquere di tipo tradizionale che coi sequestri di persona e gli svaligiamenti di banche (e tante altre attività più modeste fino allo scippo in motoretta) s’inserivano come un elemento d’imprevedibilità nella giostra dei miliardi, facendone deviare il flusso verso percorsi sotterranei, da cui prima o poi certo riemergevano in mille forme inaspettate di finanza lecita o illecita.

 

In opposizione al sistema guadagnavano terreno le organizzazioni del terrore che, usando quegli stessi metodi di finanziamento della tradizione fuorilegge, e con un ben dosato stillicidio d’ammazzamenti distribuiti tra tutte le categorie di cittadini, illustri e oscuri, si proponevano come l’unica alternativa globale al sistema. Ma il loro vero effetto sul sistema era quello di rafforzarlo fino a diventarne il puntello indispensabile, confermandone la convinzione d’essere il migliore sistema possibile e di non dover cambiare in nulla.

 

Così tutte le forme d’illecito, da quelle più sornione a quelle più feroci si saldavano in un sistema che aveva una sua stabilità e compattezza e coerenza e nel quale moltissime persone potevano trovare il loro vantaggio pratico senza perdere il vantaggio morale di sentirsi con la coscienza a posto. Avrebbero potuto dunque dirsi unanimemente felici, gli abitanti di quel paese, non fosse stato per una pur sempre numerosa categoria di cittadini cui non si sapeva quale ruolo attribuire: gli onesti.

 

Erano costoro onesti non per qualche speciale ragione (non potevano richiamarsi a grandi principi, né patriottici né sociali né religiosi, che non avevano più corso), erano onesti per abitudine mentale, condizionamento caratteriale, tic nervoso. Insomma non potevano farci niente se erano così, se le cose che stavano loro a cuore non erano direttamente valutabili in denaro, se la loro testa funzionava sempre in base a quei vieti meccanismi che collegano il guadagno col lavoro, la stima al merito, la soddisfazione propria alla soddisfazione d’altre persone. In quel paese di gente che si sentiva sempre con la coscienza a posto loro erano i soli a farsi sempre degli scrupoli, a chiedersi ogni momento cosa avrebbero dovuto fare. Sapevano che fare la morale agli altri, indignarsi, predicare la virtù sono cose che trovano troppo facilmente l’approvazione di tutti, in buona o in malafede. Il potere non lo trovavano abbastanza interessante per sognarlo per sé (almeno quel potere che interessava agli altri); non si facevano illusioni che in altri paesi non ci fossero le stesse magagne, anche se tenute più nascoste; in una società migliore non speravano perché sapevano che il peggio è sempre più probabile.

 

Dovevano rassegnarsi all’estinzione? No, la loro consolazione era pensare che così come in margine a tutte le società durante millenni s’era perpetuata una controsocietà di malandrini, di tagliaborse, di ladruncoli, di gabbamondo, una controsocietà che non aveva mai avuto nessuna pretesa di diventare la società, ma solo di sopravvivere nelle pieghe della società dominante e affermare il proprio modo d’esistere a dispetto dei principi consacrati, e per questo aveva dato di sé (almeno se vista non troppo da vicino) un’immagine libera e vitale, così la controsocietà degli onesti forse sarebbe riuscita a persistere ancora per secoli, in margine al costume corrente, senza altra pretesa che di vivere la propria diversità, di sentirsi dissimile da tutto il resto, e a questo modo magari avrebbe finito per significare qualcosa d’essenziale per tutti, per essere immagine di qualcosa che le parole non sanno più dire, di qualcosa che non è stato ancora detto e ancora non sappiamo cos’è.

 

* da Repubblica, 15 marzo 1980 e in “Romanzi e racconti, volume terzo, Racconti e apologhi sparsi”, Meridiani, Mondadori

 

Nota biografica – Italo Calvino nasce a Santiago de Las Vegas (Cuba) nel 1923 e si trasferisce con la famiglia nel 1925 a San Remo. Si unisce ai partigiani durante la II Guerra Mondiale e, in questo contesto, nasce la sua prima opera “I sentieri dei nidi di ragno” (1947). Successivamente diventa un attivista del Pci, una militanza politica proseguita fino al 1956. Considerato uno dei più interessanti autori contemporanei, negli anni Settanta comincia a collaborare come editorialista al “Corriere della sera” prima e “la Repubblica” poi. Muore a Castiglione della Pescaia nel 1985. Tra le sue opere, la trilogia dei Nostri Antenati “Il cavaliere inesistente”, “Il barone rampante”, “Il visconte dimezzato”, “Marcovaldo”, “Le cosmicomiche”, “Se una notte d’inverno un viaggiatore”, fino al saggio “Lezioni americane” uscito postumo nel 1989.

 

 

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Contro il feticcio della legalità

28 Ottobre 2012 Commenti chiusi

                                                     di Aldo Giannuli

Avevo appena finito di scrivere il pezzo sugli eccessi del giustizialismo che è arrivata la polemica sugli sgomberi del Lambretta e delle case di San Siro operati dalla questura milanese subito dopo i quali, gli occupanti di San Siro, hanno protestato entrando a Palazzo Marino. La cosa, ovviamente, determinato una levata di scudi verso i soliti centri sociali che sono violenti, ricorrono a forme di lotta inaccettabili ecc. sia da parte della destra (e sin qui ci siamo) sia da parte di molti esponenti del Pd che hanno sostenuto che nessuna solidarietà dovesse darsi agli sgomberati, perché non sono accettabili forme di lotta illegali mentre la legalità è un valore assoluto da difendere. In astratto la difesa della legalità è un punto di vista condivisibile, e tanto più in un momento in cui la legalità è quotidianamente violata dai poteri forti della finanza, da una casta politica di farabutti e tangentari, dalla grande criminalità organizzata ecc. Ma è proprio questa l’occasione migliore per rimarcare la difesa di questo valore? Ed in concreto come stanno le cose? Prosegui la lettura…

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Vola il prezzo degli F-35

17 Ottobre 2012 Commenti chiusi

Fonte: Eleonora Martini – il manifesto | 17 Ottobre 2012

Decollano verticalmente i prezzi dei cacciabombardieri che l’Italia ha programmato di acquistare. Per pagare, si risparmia sulla scuola pubblica
DIFESA Il segretario generale del ministero ammette: «Ci costeranno il doppio»
Debertolis rettifica i dati ufficiali del governo presentati alla Camera nel febbraio scorso La notizia ora è ufficiale: i 90 cacciabombardieri Lockheed Martin F-35 che l’Italia ha deciso di comperare costeranno più del doppio di quanto dichiarato dal ministero della Difesa in un’audizione ufficiale alla Camera nello scorso febbraio. Lo ha ammesso con nonchalance lo stesso segretario generale del ministero della Difesa e direttore nazionale degli Armamenti, il generale Claudio Debertolis, raccontando in un’intervista pubblicata dal magazine Analisi Difesa i dettagli del nuovo programma italiano di acquisto del Joint Strike Fighter, dopo il taglio di 41 unità deciso a febbraio dal governo Monti. Prosegui la lettura…
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Tempi da «homo oeconomicus»

5 Ottobre 2012 Commenti chiusi
Fonte: Giuseppina Ciuffreda, il manifesto | 05 Ottobre 2012
 
Colpisce negli economisti, nei banchieri e nei manager delle grandi imprese l’assenza di empatia. Mario Monti intervistato da Lilli Gruber prima di diventare primo ministro parlando della Grecia si entusiasmava (si fa per dire) per come quel paese stesse facendo in poco tempo un lavoro di dieci anni. Tanto che la giornalista, interdetta, ha dovuto ricordargli le sofferenze dei greci. E Marchionne, il global manager per eccellenza, va oltre anche nei toni. Ma non è un atteggiamento di personalità particolari. «Dobbiamo competere, tagliare la spesa sociale, bloccare i salari, chiudere fabbriche non competitive, poter licenziare, lavoro flessibile, mobilità, non più imprese nane…» sono frasi comuni. Non c’è mai cenno alle migliaia di esseri umani, milioni nel mondo, colpiti dai loro piani, soltanto numeri, diagrammi, percentuali, algoritmi, bilanci, teorie. Non è un loro problema. E questa discutibile opinione è diventata verità rivelata. Domanda: quale contesto culturale ha formato questa élite che oggi decide della nostra vita? Non è infatti l’attività economica o finanziaria in sé che conduce ad esiti disumani. Mercanti e imprenditori nei secoli hanno fatto anche altro e Adam Smith, il padre nobile del libero mercato, non ha scritto solo i testi sacri dell’economia. La complessità si è dissolta ed è diventato un luogo comune che un bravo tecnico non deve avere emozioni (il televisivo dottor House insegna). Un noto saggio di Milton Friedman pubblicato sul New York Times magazine nel 1970 chiarisce la mutazione con un linguaggio che non dà spazio ad equivoci: la responsabilità sociale delle imprese è verso gli azionisti-proprietari e consiste nell’aumentare i profitti. Degli ultimi e di chi non ce la fa, si può occupare la filantropia. Uno scritto che, come tutti i suoi, colpisce per l’aridità dell’animo. Stuart Mill, altro padre dei liberali, ricordava il ruolo fondamentale che la poesia di Wordsworth, cantore del paesaggio meraviglioso del Lake District, aveva avuto nella sua vita, risvegliando le sue emozioni e aprendolo alle emozioni degli altri. Ottocento romantico. Oggi è il tempo tutto dell’Homo oeconomicus. Questa visione impoverita della vita ha condizionato in Occidente l’educazione familiare e le politiche scolastiche: la letteratura, l’arte, la poesia, la storia non producono profitti quindi non servono e la logica contabile dei governi, di destra e di sinistra, le ha ridotte drasticamente. Ma anche le discipline tecniche degradano: la matematica più apprezzata fornisce algoritmi per speculare in Borsa. Martha Nussbaum ha studiato a fondo il sistema d’istruzione degli Stati Uniti, dove insegna legge ed etica, e da anni si batte contro la tendenza a tagliare gli studi classici, discipline che ritiene invece fondanti per un’educazione alla vita civile. L’abbandono della cultura umanistica, sostiene, limita lo sviluppo di una sensibilità simpatetica e quella capacità di pensiero e immaginazione che ci rendono umani. Senza di questi la democrazia non può esistere perché «è costruita sul rispetto e sulla cura, a loro volta costruiti sulla capacità di vedere le altre persone come esseri umani e non come oggetti» (M.N.«Non per profitto»).
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